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Bucoliche di Virgilio

Bucoliche significa etimologicamente il canto del Bubaro. Questo ci indica che il genere bucolico non era considerato un genere particolarmente alto. L'esempio che Virgilio aveva dietro di sé era quello di Teocrito (scrittore siracusano della Magna Grecia), quindi era un esempio in lingua greca. Virgilio ha dietro di sé questo grande esempio, infatti è a lui che fa riferimento.

Composizione delle Bucoliche

Le bucoliche sono composte da 10 bucoliche che vengono chiamate egloghe (selecte/scelte/canti scelte) composte fra il 42-39 a.C. Sono la prima opera importante di Virgilio, a cui seguirono le Georgiche in 4 libri, che non sono più i canti dei pastori/agresti, ma sono la descrizione dei lavori dei campi. Poi scrisse l'Eneide, il grande poema epico. Le Bucoliche sono un genere e un'opera giovanile di Virgilio.

L'autore è consapevole dell'operazione che compie, infatti nella VI egloga Virgilio parla: rivendica a sé la primazia nella letteratura latina del genere bucolico, infatti dice che è il primo che in latino canta le selve. Talia, la musa di Virgilio, è la musa della poesia comica (poesia considerata nella scala dei generi letterari più bassa di quella epica e tragica); questo ci dice che la sua opera appartiene a un genere letterario stilisticamente inferiore ad altri.

Riferimenti a Teocrito e influenze

Virgilio fa anche riferimento a Teocrito, quindi lui è il primo ad emulare Teocrito. Questo è molto importante perché è quello che poi diranno un po' tutti i successori come Sannazaro, che dirà che lui è stato il primo che in lingua volgare ha resuscitato la poesia pastorale cantata prima in lingua greca da Teocrito e poi in lingua latina da Virgilio. Sulla scia di questa rivendicazione virgiliana, poi i nostri poeti italiani faranno tutte le loro rivendicazioni; poi si attribuirà a Tasso il merito di essere stato il primo a risvegliare drammaturgicamente la poesia pastorale, il primo a scrivere un vero dramma pastorale. Tutto viene da questo incunabolo virgiliano in cui richiama a se stesso questo merito.

Inoltre, quando cantava di re e di battaglie, c'è stato un tentativo di Virgilio precedente a quello delle bucoliche di scrivere un poema epico sulle guerre civili, quindi in uno stile elevato. Cinzio (Apollo, dio delle arti e della musica) gli tirò l'orecchio e lo ammonì. Si fa riferimento a un certo Titiro, che è il nome pastorale che Virgilio dà a se stesso, è il personaggio portavoce delle parole dell'autore. Quindi lui si vede come pastore, dove Apollo lo rimprovera e gli dice di lasciar stare di cantare le guerre, ma deve badare alle pecore perché sei un pastore e quindi devi cantare un umile canzone. Il carmin deducto è questa poesia/carme di basso livello, cioè stilisticamente congruente con il mondo pastorale. Virgilio fissa chiaramente le bucoliche in un orizzonte letterario stilisticamente basso, al di sotto di epica e tragedia. Questo è importante per noi perché studieremo l'evoluzione del mondo dei pastori dal basso stile verso la tragedia.

Elementi e simboli

Inoltre, nella I egloga parla di una visione di Titiro/Virgilio che, riposandosi sotto un albero, sull'umile flauto modula un canto silvestre. Anche questo ci dice fin dalla prima egloga ciò che Virgilio spiega: il pastore che si riposa sotto l'ombra di un albero mentre il gregge pascola suona un flauto umile e suona un canto silvestre (degno delle selve). Il flauto, come già in Teocrito, è lo strumento del pastore e lo era veramente, dove i pastori facevano i flauti con il legno cavo o il legno di sambuco (legno particolarmente adatto e pregiato). Si comprende anche la gerarchia degli strumenti musicali (ci sarà anche nel prologo dell'Aminta del Tasso). Ogni genere poetico ha infatti un suo strumento di riferimento, dove l'epica ha la tromba, la poesia lirica ha la lira o la cetra, quella pastorale ha il flauto che è umile. Questa metafora era talmente condivisa che nell'Aminta del Tasso dice in modo esplicito che vuole far suonare le umili zampogne (flauto di pan/a sette canne degradanti che costruì utilizzando il corpo di Siringa che era la ninfa da lui amata ma lei non lo voleva e si tramutò in canna per sottrarsi e quindi, in memoria di Siringa, Pan costruì il flauto di sette canne cerate perché tenute insieme con la cera) come le cetre, quindi come una poesia lirica. Quindi ogni strumento musicale ha un significato.

Titoro e scenari visivi

Titoro si auto fotografa come intento a suonare un flauto umile e un canto silvestre, cioè consono alle selve. L'immagine sotto l'albero rimarrà topica in tutta la letteratura teatrale. I pastori, per tradizione, stanno sotto un albero all'ombra, dedicandosi ad attività di questo genere.

In una xilografia (1496) di una delle più famose edizioni di Virgilio (le edizioni Gruning), queste incisioni vennero ripetute per tutte le edizioni di Virgilio del '500 o comunque si prese ispirazione. L'immagine mostra un Virgilio attualizzato in un paesaggio nordico di tipo germanico a fine '400 e qui abbiamo l'illustrazione della prima egloga. Vediamo dei pastori in abito moderno dove vediamo Titoro sotto l'albero con le pecore a pascolare. Abbiamo Melibeo (altro pastore) che si rivolge a lui dicendogli che lo vede suonare il flauto. Il Titoro suona una zampogna/cornamusa, questo è dovuto al fatto che c'era molta confusione all'epoca, dove esisteva una confusione di identificazione degli strumenti a fiato che per certi versi permane ancora oggi visto che chiamiamo zampognari coloro che suonano la cornamusa (con l'otre di pelle), ma la zampogna classica è il flauto di pan, quello a sette canne.

Dialoghi e rappresentazioni

Questi pochi tratti ci permettono di individuare già uno scenario visivo. Da notare come Titore e Melibeo, ma non solo, vediamo che nell'egloga si presentano a coppia o anche a più di due perché tipico della finzione pastorale è che i pastori si sfidino nel canto e quindi diano prova di sé e fanno anche delle gare di canto contenute all'interno delle bucoliche. Una caratteristica del canto amebeo (il canto botta e risposta) in cui un pastore imposta un tema, si ferma e l'altro pastore gli risponde a tono e vanno avanti così a gara. Infatti in una illustrazione dell'egloga VII vediamo che c'è una sorta di giudice con un bastone con una corona che sarà destinata al vincitore della gara. Questa dialogicità insita nell'egloga ne fa anche potenzialmente uno spettacolo rappresentativo. Il dialogo di per sé porta l'egloga verso la rappresentazione perché bastano due personaggi che poetano assieme per creare una dimensione rappresentativa. Infatti nel '400 italiano l'egloga verrà subito utilizzata come spettacolo. La dialogicità insita nell'egloga fin dalle origini crea una dimensione rappresentativa; non è solo un testo da lettura ma si può anche mettere in scena.

Considerazioni generali sulle Bucoliche

Delle considerazioni generali sulle Bucoliche: queste trattano di pastori, ma questi sono anche metafore e specchio di qualcos'altro. Con nomi pastorali vengono chiamati anche altri personaggi. La pastoralità è un velario, schermo, metafora, è un'allegoria; infatti il loro valore allegorico è molto forte sotto la forma pastorale, dove si finge dialoghi fra pastori, spesso Virgilio parla dei suoi tempi. La I egloga e Melibeo dice a Tito che sta pacifico a pascolare le pecore e canta un canto d'amore e noi lasciamo la terra dei padri e i dolci campi fuggiamo la patria. Qui si fa riferimento da uno esproprio da parte di Augusto delle terre intorno a Mantova (Virgilio era mantovano) che furono confiscate e date ai soldati delle guerre di Ottaviano. Quindi sotto velame pastorale Virgilio ci sta parlando di una dura contingenza storica e questo ci fa capire fin dall'inizio che le Bucoliche non sono solo dei canti pastorali d'amore e di ambiente silvestre ma sono anche lo strumento per parlare di attualità. Oppure nell'egloga IV che è sull'età dell'oro che dovrebbe rinascere grazie a un bambino che si è manifestato e nato; in epoca cristiana si volle prefigurare nel bambino: Gesù che avrebbe riportato l'età dell'oro. Invece si sta riferendo al figlio di Asigno Pollione che era uno dei suoi mecenati; quindi sta parlando di qualcosa di storico. Anche qui sarà topico perché in tutto il rinascimento quando qualche coppia principesca si sposerà verrà sempre detto che con la loro prole si rinnoverà l'età dell'oro che tornerà sulla terra grazie a una nascita che grazie a Virgilio diventa un topico della letteratura europea. Questa duttilità e capacità di parlare dell'egloga sotto veste pastorale di altre cose è quell'aspetto che la renderà vitale nei secoli. Dante Petrarca e Boccaccio scrivono egloghe in latino e le utilizzano a scopo di commento della realtà storica vigente. Questo uso perdurerà anche nel '400-'500 ma nel volgare. Anche nell'Arcadia di Sannazaro parla di tante cose che stanno succedendo nel regno di Napoli.

Ambientazione delle Bucoliche

Le bucoliche hanno un'ambientazione specifica? A Virgilio da Teocrito gli arriva il fatto visto che quest'ultimo è siciliano e i suoi canti si ambientano in Sicilia. Virgilio per quanto riguarda l'ambientazione nella prima egloga parla dell'area mantovana, poi in realtà non c'è un mondo storicamente e geograficamente determinato, cioè non si dice dove siamo. Si fanno degli accenni, è un mondo silvestre, ma è un mondo che evoca un Arcadia (regione del Peloponneso brulla) di comodità di facciata che però non assume delle caratteristiche geografiche precise, infatti qui ci vengono presentata come piena di prati. Questa Arcadia appare nell'egloga X in cui un personaggio Cornelio Gallo (amico di Virgilio) si duole d'amore e davanti a tutte le ninfe dei boschi e a Pan, dio dell'Arcadia, che va intorno a lui per consolarlo dice: "tristemente almeno questo canterete dopo la mia morte o arcadi alle vostre montagne voi soli capaci di cantare". Gallo, disperato d'amore e incapace di trovare consolazione, e questa sua consolazione la esplicita in Arcadia e si rivolge ai pastori "almeno questo canterete o Arcadi alle vostre montagne voi soli capaci di cantare". Questo è un dato che ci dice che con Virgilio si fissa nell'immaginario collettivo l'idea che i pastori d'Arcadia sono i soli capaci di canto pastorale, quindi si fissa nelle menti l'idea che il pastore di Arcadia sia specializzato nel canto; quindi che siano dei pastori un po' particolare. Sono tutti elementi che circoleranno nella bucolica 400 e si condenseranno nell'Arcadia di Sannazaro che si svolgerà proprio nell'Arcadia del Peloponneso e in questo mondo parlerà degli usi e costumi dei pastori d'Arcadia e i loro canti; quindi sarà Sannazaro che farà di questa Arcadia un mondo peculiare e un mondo a sé, ma sulla scorta di accenni virgiliani più che di una compiuta descrizione del mondo degli arcadi. Scenario che rimane fino ai nostri giorni.

Egloga VII

È un'egloga dialogica tra i pastori Damone e Alfesibeo. I due pastori a gara, anche se non sappiamo il vincitore perché non sancito, cantano due diverse vicende amorose. Quello di Alfesibeo tratta di una donna che fa un incantesimo d'amore per ricondurre a sé l'amante lontano ed è un incantesimo d'amore che riesce e finisce con il successo: Dafni (pastore amato da questa donna) ritorna verso di lei dalla città alla campagna. Damone canta una storia d'amore disperato, l'amore di un pastore che si suicida perché non più amato dalla sua donna.

Dirò (l'autore si estrae dall'egloga, non è Titito che fa parte dell'egloga stessa, ma si limita a riportare i canti degli altri due pastori) il canto dei pastori Damone e Alfesibeo: dimentica dell'erba, li guardò stupefatta la giovenca (la mucca smette di pascolare e li guardò attonita), rimasero attonite le lince (animali strani per i pastori, ma sono parte del corteo di Baco) al loro canto e i fiumi, mutato aspetto, fermarono il loro corso: (è un tributo alla bellezza del canto dei due pastori che ferma in pietra tutti gli esseri che li circonda; questo è un effetto orfico. Orfeo per tradizione era il cantore capace di incantare tutti ecco che qui si dice che il canto di D e A è un canto che benché pastorale ha effetti orfici quindi di impietrire tutti e sedurre con la propria bravura e capacità tutti i viventi e i non.) dirò il canto di Damone e Alfesibeo. Tu... (qui si sta rivolgendo al dedicatario dell'egloga che è Signo Pollione che era un letterario del tempo, ma anche condottiero e uomo politico e amico di V; abbiamo una dedica e un'intromissione del quotidiano nella letteratura) La fredda ombra della notte era appena svanita dal cielo, (siamo all'alba; scena abbastanza strana per la bucolica V e anche per quella successiva di solito infatti i pastori si fermano a suonare e cantare sul meriggio quindi quando si rifugiano sotto gli albero all'ombra) Mentre sull'erba tenera stava la rugiada gratissima al gregge; appoggiato a un tornito bastone di olivo (immagine rimasta topica, il bastone era comune uno strumento di lavoro del pastore che serviva per catturare le gambe delle pecore), così Damone cominciò:

Damone: Sorgi, Lucifero, (è la stella della sera ma è anche la stella del giorno cioè Venere) e vieni, precedendo il giorno benefico, mentre io, ingannato dell'indegno amore di Nisa, (che è la sua promessa sposa) promessa sposa, mi lamento sebbene non mi giovò averli testimoni, tuttavia in punto di morte, nell'ora estrema, invoco gli Dei. (lui invoca a testimoni gli dei anche se gli aveva già invocati in passato non lo hanno aiutato, ma ora li invoca in punto di morte e nell'ora estrema. Quindi è un amante tradito che intende morire d'amore) Comincia con me, o mio flauto, i versi menali (questo è il ritornello che ritroveremo sempre. Questi versi sono quelli propri del monte Menalo che è un monte di Arcadia; quindi è un riferimento del mondo arcadico continuamente rievocato nelle pastorali 500. I menali indica un canto pastorale dell'arcadia) Il Menalo ha sempre un bosco mormorante e pini loquaci, egli sempre ascolta gli amori dei pastori e di Pan, che per primo non volle che le canne rimasero inerti. Comincia con me, o mio flauto, i versi menali. Nisa si dona a Mospo (è qui che Nisa si dona ad un altro di sposa con un altro pastore): cosa non aspettarci noi amanti? (nasce una serie di impossibilia, figura della dinaton, cioè una serie di cose impossibili) Ormai i grifoni si uniranno con le cavalle, in seguito I timidi daini verranno ad abbeverarsi con i cani. (successo il tradimento di Nisa ora può succedere di tutto) Prepara le nuove fiaccole, o Mospo: ti conducano a sposa. Spargi le noci, o sposo: per te Vespero (stella della sera) lascia l'Eta (monte della Tessaglia era considerata la dimora di Vespero, quindi Vespero lascia l'Eta e arriva la sera perché a sera si concludeva il matrimonio). (scena di un matrimonio antico. I matrimoni avvenivano nel corso della giornata e si concludevano a casa dello sposo con le fiaccole quindi significava che doveva accoglier la sposa, lo spargere delle noci era uso spargere le noci nel matrimonio che venivano regalate in segno di abbandono dei giochi giovanili perché i ragazzini antichi giocavano con le noci. Tutto ciò ci comunica che Nisa si sta sposando) Comincia con me, o mio flauto, i versi menali. O congiunta a un uomo degno, (si rivolge a Nisa che si è sposata ad un uomo importante, che non è un pastore o comunque di grado sociale superiore a Damone) tu che disprezzi tutti, (Nisa era una fanciulla che voleva sposarsi bene e quindi ecco che detesta tutti gli attributi del pastore e quindi è una che aspra ad una vita più borghese) tu che detesti la mia siringa (flauto di pan) e le caprette, e il sopracciglio irsuto, e la barba lunga (descrive l'immagine di un pastore antico con la barba lunga e mal curato e con i sopraccigli irsuti mentre Nisa preferisce un ragazzo di città; una chiara contrapposizione fra città e campagna. Questo aspetto della barba è fondamentale perché esistevano all'epoca nel 500 le classi di età. Nel 500 ci si divideva fra sbarbati, cioè gli adolescenti, poi diventati uomini si faceva crescere la barba e quindi i barbuti. Vedremo che gli eroi protagonisti dei drammi pastorali hanno la guancia che ancora non ha la barba quindi sono amori adolescenziali e caratteristica di questi eroi quasi efebico e androgini della loro personalità e la loro estrema giovinezza che si resta da amori travolgenti e a passioni che travolgono anche la razionalità. Nel nostro rinascimento l'età adolescenziale è una delle età predilette per la dimensione passionale e non per Virgilio visto che è un uomo adulto) e credi che nessuno degli Dei si curi delle cose mortali. (credi veramente che si possono spregiare anche gli Dei e i giuramenti fatti davanti ad essi) (da qui comincia il ricordo della sua storia con Nisa e da qui si fissa l'immagine di un amore fanciullesco e vedremo che gli amori nati da bambini diventeranno un topico di tutte le pastorali del 500 anche l'Aminta del Tasso) Comincia con me, o mio flauto, i versi menali. Tra le mie siepi ti vidi da piccola con la madre cogliere mele rugiadose: io ero la vostra guida. (da bambino lui accompagnava lei bambina a cogliere le mele con la madre) Allora avevo appena compiuto i dodici anni, già potevo toccare i fragili rami da terra. (lui riesce ad arrivare alle mele e le coglie per lei) Appena ti vidi, perii; così mi travolse il malvagio errore! (fu un colpo di fulmine perii perché cadde in pr

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nausicaa93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura teatrale italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Riccò Laura.
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