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Dante ha un dubbio che lo agita (Purgatorio XIV - Guido del Duca aveva parlato del fatto che al

giorno d’oggi l’antica virtù è corrotta). Il mondo è privo di virtù e valori ed è gravido di malizia,

cattiveria ma Dante lo prega di indicargli il motivo così lui che possa impararlo e restituire la

lezione al mondo.

La motivazione: qualcuno la pone nei cieli, astri, influenze celesti, altri nel mondo. Veramente

Dante viene dal mondo perché li sono tutti cechi, non hanno capito nulla.

Lombardo fa un discorso sulla coscienza individuale che deve diventare coscienza collettiva;

principio base di una comunità. Gli uomini danno la colpa a tutto ciò che succede al cielo come se

tutto avvenisse in maniera meccanicistica. Se fosse veramente tutto meccanico, negli uomini

sarebbe distrutto il libero arbitrio. Fede cristiana è ossimorica in questo aspetto. Non ci sarebbe

giustizia; né letizia per il bene né lutto per il male. Certamente c’è una componente legata

all’influenza del cielo (concezione medievale).

A tutti è dato un lume, quello della ragione per gestire bene e male e la libertà individuale. Se è

faticoso nelle prime battaglie con le influenze astrali usare il libero volere, poi la propria scelta

personale si rafforza e vince ogni tentazione dalla malizia e la monarchia sociale. Forza maggiore e

migliore natura è ciò da cui l’uomo è dominato: Dio. Liberamente soggiace solo a Dio.

Nelle terzine il senso di libertà arriva al lettore con forza. La mente è qualcosa di diverso dalla

ragione: è intelletto e volontà. L’anima razionale (la mente) creata da Dio quanto di più simile a

Dio. È il modo di partecipare all’ordine divino; di questo aspetto le stelle non si occupano.

Per Aristotele, a cui si ispira Dante, la mente quando nasce è completamente vuota, ‘tabula rasa’,

pian piano si riempie di idee e di vita. Per Platone invece le idee sono innate e nel tempo si

sviluppano. Se il mondo disvia le colpe sono solo nell’uomo.

Lezione 5

Liberi soggiacete: “soggiacere” → essere dominati dal sistema in cui l’uomo vive; gli uomini

soggiacciono a Dio. Noi scegliamo per noi, ma anche per tutti. Il libero arbitrio ha bisogno di una

guida terrena, ovvero le leggi. (Segue S.Agostino “De civitate dei” → libro riferimento. Anima è

una “bambina” che si fa irretire dai piaceri del mondo → probabile scelta del male. Se c’è qualcuno

che la guida, e le fa capire quale è il modello di civiltà cui bisogna tendere –a immagine e

à

somiglianza della Città di Dio- l’anima può crescere). importanza delle leggi e di chi le scrive.

“Anima semplicetta” → che non sa nulla, tabula rasa. L’unica cosa che essa sa è il desiderio di

tornare allo stato di felicità dal quale è partita, ma non sa come farlo.

Di picciol bene in pria sente sapore;

quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,

se guida o fren non torce suo amore. 93

Introduzione in queste terzine del tema politico. Senza guida, l’anima corre dietro ai beni terreni,

che non le faranno mai raggiungere la ‘civitas dei’. Serve una guida, un “fren”, altrimenti l’anima

sbanda. Dante pone molta fiducia nell’uomo, ma è anche consapevole che, essendo viziato dal

peccato originale, tende ad ingannarsi con i piaceri ed è quindi necessario qualcuno che lo mantenga

sulla retta via. 97

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Prima teoria. Dante analizza il presente e la contemporaneità. Chi è che fa le leggi? Chi le conosce e

à

mette in pratica? Paradiso VI = Le leggi le ha fatte Giustiniano, che ha creato il Corpus Iuris

Civilis per primo, nel V secolo a.C. Tutti gli stati, tutte le costituzioni si sono ispirate a questo

Corpus. La risposta è “nullo”, ovvero nessuno.

L’unghie fesse: il pastore (il Papa) non ha il piede biforcuto, che vuol dire essere in grado di

scindere il potere spirituale da quello temporale (il Papa non è in grado di fare questa distinzione).

Bonifacio VIII conosceva molto bene le leggi a aveva provato ad estendere il potere spirituale

naturale della chiesa al potere temporale con la Bollam unam sanctam. Il pastore che guida il

gregge, il Papa, può conoscere la legge divina (rumina* bene perché ha sulla bocca la scienza

divina) ma non ha la capacità di agire in quanto guida temporale (non ha l’unghia fessa). *Ruminare

→ Conoscere la parola di Dio.

Dante attacca pesantemente il papa affermando che egli ora sia la guida delle cose umane, conosce

bene le leggi, ma che per volontà divina non ha la capacità di distinguere tra potere spirituale e

temporale, ma soprattutto non può dar corpo al potere temporale che non gli compete. Questo non è

il volere di Dio.

La gente è come l’anima semplice, vede questa guida “fedire” = tendere al potere temporale, ciò di

cui è ghiotta. La gente vedendo che la guida tende a ciò è stimolata a fare la stessa cosa. Per “Le

genti” intende anche le fazioni comunali che danno cattivo esempio ai popoli. La natura umana

quindi non si corrompe per colpa degli astri, ma è colpa degli uomini e delle loro scelte.

à

Il canto finisce (fino vv. 114) con la “Teoria dei due Soli” teoria anticipata ne “Il Convivio”.

Marco Lombardo presenta questa teoria, quasi come se fosse giustificata dalla Storia. Era grazie alla

Roma imperiale, la Roma Augustea se il mondo era buono, ed aveva due soli, ovvero i due poteri,

spirituale e temporale (strada verso Dio, e strada verso il mondo).Tutto il tono è profetico →Marco

Lombardo profetizza.

“L’un l’altro ha spento” → attacco al presente. Il “sole” spirituale, del Papa, ha spento il “sole”

temporale, dell’Impero. Ancora più grave è la colpa del Papa, che ha spento una teoria che andava

avanti dai tempi di Augusto. La “spada” quindi, simbolo del potere temporale, è stata unita al

“pastorale”, simbolo del papa e della Chiesa. “Convien”: è necessario, è ovvio che questi due

insieme portino il male. Cosa inevitabile. Se questi due poteri sono uniti, nessuno può controllare.

Quindi nessuno può temere l’altro, e inevitabilmente si va verso il male.

Dante fa riferimento, con questa teoria, al libro a questa dedicato, ovvero il “Monarchia”. Trattato

non concluso, in latino. Si rapporta direttamente con i sapienti. L’autonomia dei due soli è

preservata, ma l’Impero deve avere comunque un certo rispetto nei confronti del potere spirituale

del Papa.

Nel canto Dante individua l’origine, la causa del male e della corruzione nell’uso scorretto del

libero arbitrio dell’uomo. L’uso scorretto è dovuto anche all’assenza di una guida temporale, oltre

che ad una colpa morale. Colpa morale che si rispecchia in una colpa politica → la debolezza

dell’Impero di cui Marco non parla, riferendosi solo all’usurpamento del potere temporale da parte

del papa. Se Impero è debole, ed il Papa usurpa il potere temporale, chi ci rimette sono le “genti” →

se gli esempi si comportano male, i popoli li seguiranno e cadranno nel male. Le genti sono quelle

dei comuni d’Italia. Questo male, oltre che collettivo, avrà anche un risvolto individuale (v. suo

esilio).

Nel discorso parla anche della corruzione dei comuni d’Italia (possedimenti imperiali). Vista la

debolezza dell’Impero e l’esuberanza del papa, questi comuni hanno acquistato autonomia, che per

Dante significa “anarchia”, poiché non c’è nessuno che li guida. Debolezza dell’Impero

→ingerenza papale →anarchia →faziosità dei comuni.

è

In INFERNO VI INFERNO XXXIII si fa riferimento all’Inferno in terra, le fazioni all’interno

dei comuni.

Canto VI dell’Inferno ha come oggetto Firenze.

Canto XXXIII – Inferno

Morte del Conte Ugolino nella torre per inedia, con figli e nipote. Ugolino viene rappresentato

mentre rosicchia un cranio. Dante per tutto il canto non dice nulla, non interagisce con Ugolino il

cui discorso non lo smuove. Nel suo discorso doloroso, parla del fatto che Pisa abbia mandato a

morire degli innocenti, i suoi figli e suo nipote. Nella violenza cieca delle vendette, delle invidie

personali, si fa morire anche la gente innocente; questo è il vero inferno.

La Cantica rappresenta questo: la violenza all’interno dei comuni e la corruzione della Chiesa (v

papi rappresentati a testa in giù). Il tema dell’Impero nell’Inferno è latitante.

Canto I: le tre fiere LUPA, LONZA, LEONE.

Virgilio interviene e fa la “profezia del Veltro”.

Lezione 6

CANTO VI (vv. 1-99) - Inferno

Canto VI e X → l’oggetto dei canti è Firenze. Il VI è il canto politico per eccellenza, il X è una

sorta di continuazione di quanto detto nel VI.

Il personaggio che fa da legame è Farinata degli Uberti. All’interno del X, in mezzo agli eretici

à

troviamo Farinata (epicureo) hanno un incontro-scontro che pone Dante in posizione di

condanna del personaggio ma anche di rispetto.

Un altro tema trattato è quello della grandezza della Firenze duecentesca rapportata alla Firenze

dantesca → enorme frattura tra le due. Il punto di rottura avviene nel 1260 con la Battaglia di

Montaperti, in cui i Guelfi subiscono una sconfitta.

Dante elogia la Firenze antica, anche se abitata da personaggi rivali, la vede come una città ideale;

una città che ha saputo essere grande, guidata da grandi uomini, indipendentemente dal loro

orientamento politico.

Al contrario, con Ciacco attua una critica nei confronti della Firenze attuale. Ne parla come una

città corrotta che non ha nulla a che fare con la Firenze antica. Rivalità che non sono solo all’interno

dello stesso partito (guelfi bianchi e neri); egli vede corruzione nelle stesse sue genti, i Cerchi (v.

critica nel Purgatorio/Paradiso). Dante critica le famiglie con cui ha avuto a che fare perché il suo

sogno è quello di vedere la ricostruzione dell’Impero. Egli intende creare una sua veste politica filo-

ghibellina, quindi parteggiare per le famiglie antiche magnatizie di Firenze.

Nella cerchia degli Incontinenti vi sono coloro che non sanno governare le loro passioni con la

ragione → lussuriosi, golosi (es. Ciacco).

Cerbero è il guardiano del III cerchio che accoglie Dante e Virgilio. Virgilio, fa come la Sibilla

nell’Eneide (all’ingresso dell’Averno) e mette a tacere questa bestia. Nell’Eneide viene usata una

focaccia soporifera, nella Commedia dei pugni sulla terra che distraggono il mostro.

Da vv. 34 → Dante fa di tutto per far sentire materiche le anime dei golosi; esse sono spirito e aria

su cui Dante e Virgilio passano sopra. Le anime tentano di ripararsi dalla pioggia; facendo così

sembrano quasi corpi. Vanità: essere l’ombra delle anime. Tutte giacciono per terra, tranne una che

quando li vede passare si alza di scatto.

Ciacco parla, riconosce Dante e gli chiede se anch’egli l’abbia riconosciuto. Dante comprende il

“miracolo” a cui sta assistendo: un vivo guidato nell’Inferno. L’angoscia in Dante non gli permette

di riconoscere Ciacco.

Quest’ultimo risponde, e inizia con “La tua città” →il tema del canto. Anche lui è fiorentino;

sappiamo che frequentava ambienti importanti di Firenze. Era una sorta di giullare, un uomo d’arte

che conosceva bene le Corti. Dante vorrebbe piangere, rattristarsi per l’angoscia, per quello che sta

subendo Ciacco. Il Dante personaggio si commuove nei primi canti.

Dante pone tre domande a Ciacco:

1) Che fine faranno i cittadini della città divisa in futuro?

2) C’è qualcuno di giusto in città?

3) Cosa ha provocato le lotte in Firenze?

Ciacco risponde alla prima domanda così: “Dopo tanto contrasto, le parti vengono al sangue. Donati

uccidono uno dei Cerchi, e per contromossa, nel 1300, i Bianchi cacciano i Neri dalla città.” In

seguito fa riferimento a ciò che accadrà tra tre anni “in fra tre soli”. I Bianchi verranno cacciati dai

Neri e, più tardi, riportati in città da Carlo de Valois, il pacere del Papa. I Neri vinceranno grazie al

Papa. → Non proprio profezia dell’esilio, ma più una previsione della caduta del potere bianco a

Firenze. L’esilio è una conseguenza di ciò. à

Risposta a seconda domanda: “giusti son due e non vi sono intesi” I giusti sono pochissimi, e

non sono capiti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;

superbia, invidia e avarizia sono 75

le tre faville c’hanno i cuori accesi».

Riposta alla terza domanda: una risposta non politica, ma morale. Peccati diversi da quelli delle tre

fiere. Qui c’è l’invidia.

Dante vuole sì denunciare la politica del suo tempo. Una delle ambizioni della Commedia è essere

generale, ma toccare anche il particolare. Tutto quello che succede sulla Terra ha una ricaduta anche

sui cieli.

Il Dante personaggio vuole sapere dove Farinata degli Uberti, il Tegghiaio, Iacopo Rusticucci,

Arrigo e Mosca siano; è il Dante autore a rispondere.

• Tegghiaio Aldobrandi: guelfo, che troveremo con Rusticucci nel canto XV con Brunetto

Latini tra i sodomiti.

• Arrigo→ probabile che sia Odarigo dei Fifanti, il quale ha avuto a che fare con Mosca dei

Lamberti. Personaggi che agirono per il bene.

• Mosca dei Lamberti → colui che consigliò di uccidere Buondelmonte dei Buondelmonti,

personaggio chiave della Firenze del primo duecento. Uccisione che fu la causa delle aspre

lotte tra guelfi e ghibellini lungo tutto il ‘200.

Personaggi di famiglie importanti della Firenze antica che agli occhi di Dante hanno reso grande

Firenze. Dante personaggio ritiene che siano stati uomini che hanno operato al meglio; il Dante

autore è però consapevole del fatto che per rendere grande Firenze abbiamo sparso mari di sangue.

È per questo motivo che Dante condanna tali personaggi.

Canto X – Inferno

Incontro con Farinata degli Uberti e con Cavalcante de’ Cavalcanti.

Virgilio guida Dante fra le tombe della città di Dite, costeggiando il lato interno delle mura. Dante è

incuriosito e chiede al maestro se sia possibile vedere le anime che giacciono nei sepolcri, dal

momento che i coperchi sono sollevati e non ci sono demoni a custodire le arche.

Ciò che Dante sa sugli epicurei, è quello che dice Cicerone: non credono nell’immortalità

dell’anima dopo la morte (eresia praticata soprattutto dagli intellettuali). Filosofia presente nei

circoli intellettuali vicini a lui. Non a caso cita il padre di Guido Cavalcanti.

Nobil patria: la Firenze antica. Quella di Farinata.

Lezione 7

Canto X - Inferno

1266 → sconfitta ghibellina

La notizia cruenta che Dante da a Farinata → Gli Uberti non hanno mai imparato a tornare, non

sono più tornati. Era una di quelle famiglie che dal ‘66 non sono mai tornate dall’esilio. Grande

affronto da parte di Dante. Farinata risponde con disprezzo e tormento. Notizia peggiore della pena

che sta sopportando li all’inferno. Lui è un eretico, un epicureo; gli importa solo ciò che riguarda la

vita terrena.

Il racconto prende un’altra strada, non meno importante.. e finisce quando Cavalcante de Cavalcanti

cade nella tomba non tornando più fuori (scopre che il figlio è morto).

Dell’altra anima Dante vede solo dal mento in su.. Cavalcanti ricalca un passaggio dell’Eneide

(libro 3): incontro di Enea con Andromaca. Cavalcanti si guarda attorno ansioso cercando il figlio,

non scorgendolo piange. (Ricordo non pacificato, non risolto perché pieno di malinconia, lacrime..).

Farinata era disdegnoso, tutto d’un pezzo, serio → in contrasto con l’altra figura. Cavalcante aveva

lo stesso ingegno di Dante. Quest’ultimo dice di non essere lì solo per i suoi meriti e che Virgilio lo

porterà da qualcuno* che probabilmente Cavalacante disdegnava → stesso disdegno, mentalità ed

eresia di Farinata. Questo qualcuno* è Beatrice.

Dentro la lettura allegorica di Beatrice c’è il concetto di grazia divina, fede, salvezza, chiesa →

motivo del disprezzo da parte di Cavalcanti. C’è un problema di religione. Ma Beatrice rappresenta

anche un’idea di amore e poesia completamente diverso da quello che Cavalcante coltivava.

In Beatrice dobbiamo vedere l’idea di letteratura diversa rispetto al collega. Cavalcanti è stato il

modello di riferimento per la poesia di Dante, è stato il suo punto di partenza.

Dante comincia la Vita Nova (‘92-‘95) in cui raccoglie e riorganizza la sua produzione giovanile

secondo un nuovo percorso impostato. Svegliato nella notte da un incubo scrive un sonetto

raccontando del suo sogno cruento, chiedendo ai poeti di interpretarlo.

Cavalcanti è sia un poeta che un filosofo, è portatore di poesia e filosofia. L’amore è una forza

naturale che mette sotto scacco le capacità intellettive dell’uomo. Idea dell’amore come distruttore

delle capacità intellettive dell’uomo. Le facoltà sensitive, razionali soccombono ad un amore

dominante.

L'averroismo di Cavalcanti coincide con questa concezione di amore. L’amore si installa e distrugge

fisicamente (svenimenti, tremori) e intellettualmente la persona. Nella Vita Nova Dante supera

questo concetto di amore nel momento in cui Beatrice toglie il saluto a Dante. La beatitudine di

questo amore sta nel lodare la donna amata → superamento definitivo della concezione ispirata da

Cavalcanti. Idea di amore che esalta le facoltà razionali del poeta e le pone al servizio della lode

della donna amata → Rivoluzione notevolissima. Concezione d’amore disincarnata, non influenza

più il fisico.

La Vita Nova (canzone illustre perché fatta di soli endecasillabi) è la risposta più completa,

ordinata, all’altezza filosofica ma disperata della concezione d’amore di “Donna me prega” di

Cavalcanti.

In questa canzone si dichiara in termini filosofici la natura angelica della donna amata.. un angelo

dice che sulla terra c’è un’anima non compiuta che ha una luce tale da risplendere sino in cielo, e

quindi chiede che quest’altro angelo possa ritornare in cielo. Dante chiede che possa restare sulla

terra ancora un po’, cosa che non succederà per molto tempo.

Cavalcante scopre dall’uso del passato nelle parole di Dante che il figlio è morto. Dante si

meraviglia che Cavalcante non sappia se il figlio sia vivo o morto siccome i dannati, in un certo

senso, conoscono il futuro.

Dante riprende il dialogo con Farinata che era rimasto immobile. Farinata profetizza a Dante il suo

esilio (50 mesi) → l’arte di non tornare. Dopo Farinata chiede se per caso Dante possa tornare su

nel dolce mondo e dirgli come mai Firenze sia così crudele contro i suoi famigliare in ogni

provvedimento (leggi) che prende.

La risposta sta nell’imputare a Farinata lo strazio della battaglia di Montaperti. Questo strazio e

scempio costringe a fare “questa orazione nelle nostre chiese” → ovvero nei luoghi e situazioni di

profana politica. Ciò che Farinata ha fatto è qualcosa di dissacrante nei confronti di Firenze.

Dante lo omaggia come uomo d’arme, gli concede questo grande merito nonostante la condanna

che gli fa (eretico, ha causato Montaperti, profetizzato esilio)→ Farinata sospira e dichiara di non

essere stato solo a Montaperti; lo fu invece a difendere la sorte di Firenze guelfa impedendo alla

città di essere distrutta.

Fino vv. 93

Lezione 8

Canto XXII – XXIII - Inferno

Il tema che si tratta è quello della ferocia → lotte patricide nelle città.

Il Conte Ugolino è il protagonista. Siamo in una zona terminale dell’Inferno, il lago ghiacciato →

parte chiamata Antenora.

Qui sono conficcati i traditori (della famiglia, degli ospiti, della patria, dei maestri) → hanno una

loro figurazione definitiva in Bruto, Caspio e Giuda → tre anime che Lucifero mastica. Peccato più

grave in assoluto a cui l’uomo può giungere in vita; comportato da un uso distorto della ragione,

viene meno al principio cristiano di amare il prossimo come se stessi.

Frate Alberigo ha l’anima completamente conficcata nel ghiaccio. L’orrore è la cifra stilistica e

tematica sotto cui dante scrive, dire orrore significa rifarsi al modello di “Tebaide” di Stazio.

Altra figura di riferimento è Virgilio che racconta il dolore di Didone (Eneide).

Francesca e Ugolino inaugurano la chiusura dell’inferno, la prima rappresenta l’amore eterno che

lei prova, il secondo raffigura un dolore che coincide interamente con l’odio.

I dannati sono all’inferno così come sono stati in vita, non mutano. Si è dannati all’inferno così

come si era in vita → Francesca per amore è morta, Ugolino era un uomo di profonde discordie,

ambiguo politicamente, traditore della patria.. non è un’ombra pacificata.

Ci appare come un odio che si manifesta nel atto di rosicchiare i teschio dell’arcivescovo Ruggieri

(continua ad odiarlo ed a inferire su di lui che ha voluto la sua morte).

Bocca degli Abati ha tradito i guelfi nella battaglia di Montaperti. Dante non si trattiene, prende per

i capelli il dannato e lo strattona. Con Ugolino Dante resta silenzioso, fermo, non commenta seppur

ciò che vede e sente sia qualcosa di inaudito. Non avrà una reazione emotiva bensì politica su un

particolare della storia di Ugolino. Incontra Frate Alberigo, in questo caso Dante inferisce con il

dannato → quest’ultimo gli chiede se può levargli le lacrime ghiacciate dal suo volto, Dante non gli

farà la cortesia.

Dante non ha nessuna pietà nei confronti di questi dannati; non bisogna mai provare pietà per loro.

Tideo e Menalippo nella Tebaide hanno fatto esattamente ciò che fa il conte Ugolino: mangiare la

testa del nemico. Con questo riferimento si chiude il canto XXII e si apre l’ultimo canto

dell’Inferno.

[Il Conte è un signore di Pisa che determina la politica pisana e toscana fino alla primavera del

1289. Nasce ghibellino, nel suo condurre le cose politiche tradisce spesso la causa ghibellina per

ragioni varie, per esempio si associa ai guelfi, in particolare con Giovanni Visconti per proteggere i

domini che aveva in Sardegna. Nel 1284 i pisani vengono sconfitti nella battaglia della Meloria;

questo accade a causa del tradimento del Conte nei confronti della sua città.

In seguito diventa podestà di Pisa e cerca di fare una politica molto in accordo con i guelfi. Poi cede

a Firenze e a Lucca (città guelfe) possedimenti pisani, castelli.. → visto come traditore, vile. Nino

Visconti viene mandato via, Ugolino esce da Pisa minacciato da Ruggeri, ma quest’ultimo lo porta

in città facendogli credere che a pagare sarebbe stato solo Nino.

Ugolino, i suoi figli e nipoti (storicamente tutti adulti, nel racconto diventano come dei bambini)

vengono sbattuti nella Torre della Muda (Torre della Fame) dove stanno dal luglio del’ ‘88 al marzo

del’ ‘89 → muoiono tutti di fame in 8 giorni di digiuno. Quando era in prigionia Ugolino fa un

incubo in cui vede Ruggeri in compagnia di altre famiglie ghibelline che caccia un lupo e i suoi

cuccioli nel Monte di San Giugliano (figurativamente sarebbero i suoi figli e nipoti).

Il Conte sollecita l’interlocutore a provare compassione per la sua storia, vuole ottenere un

coinvolgimento patetico.. non riesce nel suo scopo con Dante.

È un racconto gestito con grande abilità retorica da Ugolino (Dante) che ha a che fare con parole

d’ordine;

1. continua richiesta all’interlocutore di provare dolore insieme a lui.

2. i figli offrono se stessi al padre per sfamarlo → vero motore patetico del racconto.

3. immagine di se stesso che brancola cieco per la fame tra i cadaveri dei figli e nipoti. È stato più

forte il digiuno che il dolore → mangia i suoi figli e nipoti (nell’inferno fa la medesima cosa).

4. elemento più forte: la reazione di Ugolino dentro la torre; è totalmente impietrito, fermo di fronte

alla richiesta di aiuto dei figli e si morsica le mani → atto di incapacità d’azione.

Neanche in questo frangente Ugolino riscatta la sua persona, non conforta i figli agonizzanti, non

dice una parola di umanità, di compassione. Nella torre è come è stato nella vita politica: insensibile

nelle questioni della sua città. Disumanità politica che si ripercuote in quella nella torre. Immagine

di insensibilità di Ugolino che bisogna avere → Figli che chiedono aiuto e il padre non li soccorre.

I dannati non cambiano. Di fronte a questo Dante non reagisce.

Ora scatta l’inventiva, la risposta politica di Dante → “dal momento che Firenze e Lucca sono lente

a punirti si muovano le isole e si assiepino alla foce dell’Arno sicché il fiume straripi e inondi Pisa

(ci pensi la natura). La colpa di Pisa è quella di aver messo a morte i figli e nipoti di Ugolino.

Punto fondamentale: quando a pagare sono gli innocenti. Pisa diventa novella Tebe, apostrofe

rivolta a Pisa perché si è rivelata feroce. L’inferno in terra è il momento in cui a rimetterci sono gli

innocenti e non i protagonisti della politica. Punto definitivo di non ritorno, il più atroce.]

Ugolino cerca di raccontare il suo dolore unicamente per portare ancora infamia al suo nemico,

l’arcivescovo Ruggieri. Parla per portare ancora odio, sfavore all’arcivescovo sulla Terra, non

chiede preghiere, pietà a Dante. Non si tratta di un’ottica positiva. Ugolino non sa chi sia Dante e

non gli importa, gli importa solo che sia fiorentino e come tale può mandare il messaggio

all’arcivescovo. Ugolino da per scontato che Dante in quanto fiorentino sappia perché Ugolino è

morto e per colpa di chi. Ugolino si fidava di Ruggieri ma è caduto in una trappola. Dante crede che

il dannato dica il vero. Ugolino vuole raccontare ciò che nessuno ha visto; quello che è successo

dentro ad una torre in cui lui e i suoi figli sono stati rinchiusi.

Due speculari inventive: Pisa e Genova, quest’ultima associata alla Tolomea, parte dell’Inferno in

cui ci sono coloro che tradirono gli ospiti; qui troviamo Frate Alberigo, personaggio che ha

avvelenato con della frutta i suoi ospiti. Dante sapeva che il Frate fosse vivo.. Appare davvero vivo

sulla Terra ma in realtà è morto perché quando viene compiuto un tradimento verso gli ospiti un

diavolo porta l’anima (esiliata) del peccatore nell’Inferno e si impossessa del corpo umano che vive

sulla Terra. Stessa sorte capitata a Branca Doria (genovese), traditore anch’egli dei suoi ospiti.

“Uomini diversi” → perché feroci talmente da non avere similari al mondo. Città di Genova, per la

sua natura diabolica deve essere dispersa.

Lezione 9

Canto XIX - Inferno

Siamo nelle Malebolge (ottavo cerchio). Discorso sulla corruzione della chiesa. La simonia è il

peccato che governa il canto XIX. Dante utilizza un linguaggio comico, espressivo, ardito nella

rappresentazione dei peccati, che si abbassa a toni prosaici e scurrili in certi casi.

Il tono, lo stile che adotta è crudo, aderente alle pene che sta descrivendo.

Simonia → vendita di cariche spirituali, nome che nasce da Simon Mago, un personaggio presente

negli atti degli apostoli che chiede di comprare il sacerdozio. Adottata da uomini della chiesa che

vendono indulgenze, beni spirituali.

Muove un invettiva direttamente contro la persona con cui sta parlando (per quanto il papa si trovi a

testa in giù). Non vi è nessuna reticenza nel voler parlare della corruzione della chiesa.

I peccatori gli appaiono solo dalla coscia in su delle gambe e hanno i piedi arsi di fuoco, si

muovono di continuo perché tormentati.

Virgilio che rappresenta la ragione, tiene come appoggiato su di sé Dante (pellegrino).

Dante chiede al dannato chi sia. Il papa ha davanti a lui un “frate” (Dante) che potrebbe essere la

sua salvezza. Papa Nicolò III pensa che a parlare sia stato Papa Bonifacio (muore 1303 – qui siamo

nel 1300). Bonifacio VIII era diventato papa ingannando Papa Celestino. Dante si sente

imbarazzato, ammutolito dall’affronto. Dante denuncia tre Papi.

Il dannato dice di esser stato figlio dell’orsa (riferimento al nome della famiglia -Orsini-; in senso

figurativo è stato una bestia → autodenuncia) e gli spiega che sotto di lui vi sono altri peccatori di

simonia che sono stati appiatti nella fessura della pietra. Dice che è più il tempo che è stato

sottosopra lui che il tempo che passerà Bonifacio siccome dopo di lui vi sarà un papa che non

rispetta ne la legge divina ne quella umana.

Di Bonifacio si sa che aveva venduto cariche della chiesa per avvantaggiare la sua famiglia.

Bonifacio VIII è ricordato per la stessa ragione e per l’inganno che fa a Celestino per impossessarsi

della carica papale. Clemente V viene da ponente, papa francese, morirà soltanto nel 1314.

Il peccato di questo papa è stato quello di aver spostato la sede papale ad Avignone e aver trafficato

con Filippo il bello (peccati di simonia).

Il folle volo dell’Ulisse → navigazione temeraria, ardita, oltre le colonne d'Ercole, sfida Dio.

Non ha a che fare con il tema della follia, anzi → azione consapevole che va oltre i limiti fissati.

Dante ha rispetto della chiesa ma è costretto dal bisogno di dire la verità.

Dante fa riferimenti agli apostoli (Pietro e Mattia). Poi fa un riferimento storico → Nicolò III tolse

la carica di vicariato imperiale a Carlo d’Angiò. La cupidigia di questi Papi è qualcosa che oscura il

mondo opprimendo i buoni e sollevando i cattivi. Dante fa diverse citazioni bibliche e storiche . . .

• Viene fatto riferimento a → S. Giovanni ha una visione di una donna (simbolicamente

rappresenta una Roma corrotta) che sulle acque aveva rapporti con i re del mondo e stava

seduta su un mostro. Questa donna è il simbolo della curia (corte, tutto l’insieme

dell’apparato ecclesiastico) papale. Di questi Papi così avari, corrotti, si accorse S. Giovanni

nella sua visione apocalittica. 7 testa e 10 corna→ 10 comandamenti → argomenti di virtù

finché piacque al Papa che così fosse.

• Altro riferimento → Vitello d’oro idolatrato come una divinità. Dante si chiede quale sia la

differenza tra l’idolatra della Bibbia e loro.

• Ultimo riferimento → se la prende con l’imperatore romano Costantino (300 d.C.). Va

biasimato per due cose, nonostante sia uno dei primi imperatori che si converte al

cristianesimo. Ha portato l’Aquila reale da ovest a est → da Bisanzio a Costantinopoli.

Secondo fatto, più grave, la famosa donazione di Costantino, documento che attesta

l’origine del potere temporale della chiesa. → Quando Costantino si converte al

cristianesimo dona a Silvestro, Papa di Roma, la città di Roma. La fonte del male fu la dote

che donò al primo Papa che diventa ricco di questo bene materiale.

Mentre Dante si lamentava, Nicolò III spingeva forte i piedi per rabbia o perché gli rimordeva la

coscienza. Dante si sente interprete della voce della giustizia, dell’umana politica nei confronti del

papato che così facendo non si comporta da guida spirituale. Qui Virgilio si dimostra davvero

contento per come Dante si comporta con il Papa, lo abbraccia e insieme riprendono la via verso un

altro cerchio.

Lezione 10

Canto XXVII Inferno – Canto V Purgatorio

Dante incontra un politico e militare valoroso e astuto, Guido di Montefeltro. Quest’ultimo fece un

gesto considerato eclatante, quello di convertirsi e farsi frate francescano. In seguito egli dovette

dare un consiglio fraudolente a Papa Bonifacio XVIII e ha peccato di essersi fidato di lui.

Avviene uno scontro tra San Francesco ed un diavolo che riesce a portare all’Inferno l’anima di

Guido. Suo figlio è Bonconte di Montefeltro e fu protagonista della battaglia del 1289 in cui morì.

Bonconte nel Purgatorio spiega cosa è successo al suo corpo e che un angelo è venuto a prenderlo.

Le anime che si trovano in Purgatorio sono lì per una questione intima che riguarda la loro

posizione di fede.

Guido chiede quale sia la sorte della sua Romagna ma non chiede notizie dei suoi famigliari.

La sua terra si trova in una condizione disastrosa perché governata da tiranni.

Guido spiega a Dante di essere stato chiamato da Bonifacio per essere guarito dalla sua febbre di

potere.

Nel canto XXVII Dante spiega in che cosa consista la salvezza, ciò che può salvarlo in estremis.

Ci troviamo nell’antipurgatorio in compagnia di spiriti pentiti in punto di morte. Spiriti, ombre

uccise violentemente. Jacopo del Cassero muore di morte violenta inseguito da sicari. La carne si

disfa ma l’anima ne esce vittoriosa siccome in punto di morte si converte.

Lezione 11 - 12

Boccaccio è stato, dopo Dante, l’autore che ha avuto più cura della memoria di Dante. Ha curato la

memoria dantesca e a lui dobbiamo la trascrizione di diverse parti della commedia dantesca.

Boccaccio nasce nel 1313 e muore nel 1375. La sua vita è parallela a quella di Petrarca ed entrambi

hanno un debito nei confronti di Dante. Boccaccio lo apprezza ed infatti scrisse un trattato su di lui

ed un commento sulla Commedia. Di lui è caratteristica la volontà di rimanere in linea con la

letteratura dantesca, allegorica. Prima cosa a pubblicare fu un romanzo in prosa.

Inventò la narrazione in ottave. A Napoli realizza un poema epico. Tutta la sua opera letteraria è un

omaggio a Dante e alla letteratura allegorica.

Di lui è caratteristica la volontà di narrare con libertà, senza confini tematici. Agli inizi scrive in

volgare, negli ultimi anni in latino.

A Firenze scrive “Commedia delle Ninfe fiorentine”, un prosimetro.

In seguito scrive “L’elogio di Madame Fiammetta”, un romanzo psicologico che descrive la storia

d’amore travagliata della protagonista. La maggior parte delle sue opere vengono scritte tra il 1340

e ‘48, anni di peste. È proprio dalla peste che Boccaccio prende spunto per il Decameron.

Il Decameron nasce come libro per consolare le donne e insegnare loro cosa sia l’amore e come

poterlo conoscere, gestire → finalità di tipo conoscitivo, didascalico. Boccaccio inventa una cornice

per collegare le sue novelle. Nesso → Se la peste è anarchia, la distruzione delle norme di

convivenza civile allora la decisione dei 10 ragazzi di portarsi fuori da Firenze è causata dalla

necessità di preservare le virtù che rischiavano di essere compromessi a Firenze. Ognuno pensa a

salvarsi, pensa per sé. Anche il governo viene meno al suo ruolo, lasciando tutti nell’anarchia;

nessun rispetto per le leggi. Saltano tutti i vincoli morali che legano le persone e gli ideali dello

stato e delle leggi.

Le novelle che occupano i pomeriggi stabiliscono l’arte del racconto, un’arte civile, l’arte di

trasmettere dei contenuti, degli stili a vantaggio del futuro… I temi che vengono pensati per le

singolo giornate sono vaghi.

Al centro del Decameron c’è la novella di Madonna Oretta che ha una funzione di apologo e anche

metaletteraria → si tratta di un’opera di letteratura che ha a che fare con la letteratura stessa. In un

pomeriggio di festa questa gentildonna deve andare da un posto all’altro e chiede ad un cavaliere

che l’accompagna di raccontarle una novella.

La novella di per se era bellissima ma quest’ultimo non sapeva raccontarla.

Il Decameron ha un catalogo di temi infiniti, le novelle tutte belle ma l’importanza sta nello stile,

nell’ordine che si da alle parole. Dalle novelle si può prendere spunto per quanto riguarda la

retorica.

Il novellare è un atto di educazione civile e serve anche a spiegare a chi ne ha bisogno in che cosa

consista la vita e, nel caso specifico delle donne, l’amore. 10 giornate → spiegazione di cosa la vita

sia. È un libro che Boccaccio pensa per un’utenza alta.

Prima giornata → introduzione della peste. La quarta giornata è dedicata agli amori infelici, tema

fondamentale all’interno dell’economia del Decameron.

Boccaccio ha la necessità di trattare questo tema come infernale, luttuoso.

Le conclusioni dell’autore ribadiscono delle sue riflessioni sullo stile.

ragazzi (dopo 15 giorni) decidono di tornare a Firenze perché sono cambiati.. In forma altamente

allegorica, tra la nona e la decima giornata, i 10 giovani balleranno e canteranno, ma questa volta

cingeranno le loro teste con delle foglie di quercia → albero simbolo di forza d’animo, una delle

virtù cristiane più interessanti. In quei giorni in cui avevano vissuto dandosi regole e strutturando la

loro giornata con ordine e raccontandosi ogni giorno 10 novelle.. dopo 15 giorni sono più forti e

sicuri delle loro virtù morali, possono quindi tornare a firenze senza il pericolo di essere corrotti

dall’anarchia morale che governa la città. Boccaccio ha fiducia nell’uomo nell’atto di contrastare il

male, ha fiducia nella nuova classe borghese che sta emergendo a Firenze in quel momento.

Nella prima giornata il tema della novella da raccontare è libero. Novella riguarda anche la seconda

e la terza. → tema comune: rapporto con la religione. La prima tratta di un uomo ebreo che,

conosciuta la curia papale, decide di convertirsi al cristianesimo. In un’altra un ebreo forgia tre

anelli per i suoi figli (tolleranza e equità).

Prima novella → Storia di un uomo corrotto, temibile che, trovandosi in punto di morte e

trovandosi presso degli usurai in Francia, decide di salvare se stesso e gli usurai architettando una

grande menzogna. Ciappelletto chiede agli usurai di convocare il frate più santo che ci fosse in città;

di fronte a lui Ciappelletto ha l’astuzia usare l’ultima confessione per dichiararsi un santo → il frate

gli crede e, dopo la morte dell’uomo, fa in modo che sia santificato e adorato.

Uso di un’arte retorica astuta, conclusione della novella con riflessioni sulla religione e sulla bontà

divina.

Dante stabilisce che è possibile attaccare la religione portando comunque rispetto per la fede,

Boccaccio continua questa tradizione.

Il narratore della prima novella, Panfilo, la introduce partendo dal tema della grazia di Dio.

Quest’ultima non discende in noi per nostro merito ma grazie alla infinità bontà di Dio che dispensa

la grazia agli uomini anche per mezzo della mediazioni di coloro che un tempo furono beati: i santi.

Bisogna pregare i santi perché intercedano per noi con Dio.

I motivi per cui l’uomo debba rivolgersi a loro:

1. sono informati della fragilità dell’uomo.

2. l’uomo non è abbastanza audace da rivolgersi direttamente a Dio. La generosità pietosa di dio è

alta e misteriosa per noi mortali e si può vedere dal fatto che talvolta trasformiamo in procuratore

(in santo) qualcuno che in realtà è all’inferno; qualche volta, sbagliando, preghiamo santi

inesistenti. Questo non importa perché Dio non guarda alla bontà dell’intermediario ma alla purezza

della fede di chi sta pregando in quel momento e quindi salva e preserva questo.

Musciatto Francesi manda Cepperello da Prato a fare una commissione importante.

Ciappelletto era notaio che conosceva bene la vita e non faceva che peccare, voleva seminare

discordia e creare danno alla gente. Era un assassino, iracondo, bestemmiatore. Tutti i sacramenti

della chiesa li offendeva. Non andava in chiesa ma in taverna e in luoghi disonesti.

Non gli piacevano le donne. È un lussurioso, un ladro. Era un gran bevitore. Giocatore d’azzardo.

Era il peggiore uomo che potesse esistere.

Per queste qualità Musciatto lo convoca e Ciappelletto va in Borgogna e si ripara in casa di due

fratelli fiorentini (usurai) dove si ammala. Gli usurai fanno venire dei medici, ma lui peggiora ed è

prossimo a morire. Gli usurai non possono farlo morire per strada, però se muore in casa senza

confessarsi nessuna chiesa lo vorrà per il funerale e lo butteranno in una fossa comune.

I due, nella loro mentalità criminale, non mettono in dubbio il principio della verità della

confessione. Ciappelletto dice di fare venire il frate più santo, buono che gli usurai conoscono così

da mettere in bella luce sia lui che loro.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture moderne
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessxrap di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Morando Simona.

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