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Appunti letteratura italiana

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  • Ossi di seppia, edito Oscar Mondadori
  • Ungaretti, storia dell'autore (Baroncini)
  • Montale, storia dell'autore (Casadei)

Crepuscolari e futuristi

Il Novecento è il secolo delle complessità. Avviene una rapida accelerazione nei cambiamenti sociali, economici e culturali. È una società sempre meno lineare, difficile da comprendere. In circa 100 anni, la condizione sociale è cambiata radicalmente, e porterà alla Rivoluzione Industriale. Non è una realtà unitaria, è un insieme di tanti universi e appare come un labirinto; è difficile capire come muoversi. Verso la fine dell'800, le informazioni sono lente e ridotte.

Il '900 non porta a una conoscenza maggiore, ma all'oblio. La realtà appare più complicata, non c’è una visione generale. Il processo è continuo, e la letteratura riflette il periodo storico che vivono gli autori: i personaggi rappresentati sono inetti (Svevo, Pirandello), essi sono incapaci di muoversi nella realtà, che appare difficile e aggressiva. Cercano un loro posto nel mondo, e l’incapacità di comprendere quello che gli sta attorno, si riflette come senso di stanchezza, senilità precoce e poca volontà di agire.

Positivismo e naturalismo

Durante il Positivismo, la fiducia incondizionata sulla razionalità era l’elemento centrale, e si rispecchiava nella scienza, nel progresso e nel miglioramento. Il Naturalismo francese invece denunciava i mali della società; il Verismo italiano descrive la realtà, che è immobile. Il Simbolismo/Decadentismo tratta aspetti più irrazionali, e spiega la realtà dal proprio punto di vista, che rimanda a qualcosa di trascendentale. Baudelaire (metà '800) rappresenta la realtà come foresta di simboli.

Cambiamenti del '900

All’inizio del '900, i vecchi ideali entrano in crisi e non sono più ritenuti adeguati, sono strumenti inadeguati per la nuova generazione. Vi è l’esigenza di un cambiamento, che deve andare oltre la trazione per trovare nuovi modi di espressione per raccontare una nuova realtà → si manifesta una completa sfiducia. Contemporaneamente, si sviluppano le Avanguardie (inizio '900). Il termine “Avanguardia” appartiene al gergo militare “andare avanti per esplorare nuovi territori”. Questo movimento si sviluppa in tutta Europa, anche se alcune caratteristiche sono diverse. Le caratteristiche in comune sono il voler cambiare qualcosa e la credenza che la tradizione non sia più idonea.

Le avanguardie storiche

Le avanguardie storiche si distinguono in:

  • Crepuscolari
  • Futuristi
  • Vociani

La radice del loro pensiero è basata sull’insoddisfazione rispetto alla tradizione. Gli autori sono tutti nati fra gli anni 1880-’90. Corrado Govoni. La sua poesia è l’esemplificazione della spiegazione; la lirica viene espressa attraverso immagini, ma è diversa dal simbolismo. Nell’ottobre 1903 viene pubblicato il volume di poesia “Armonia in grigio et in silenzio” → impossibilità di dire. Nel periodo giovanile c’è un’adesione al crepuscolarismo, ma poi aderisce al Futurismo.

D’Annunzio e le avanguardie del Novecento

D’Annunzio pubblica:

  • Le Laudi (“Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi”) in cui viene sviluppato il concetto di Superuomo
  • Maia (con sottotitolo “Laus vitae”, ovvero lode alla vita. È un lungo poema autobiografico che supera gli ottomila versi.

Il Novecento è un secolo caratterizzato da cambiamenti radicali, in cui gli autori (in particolare avanguardie storiche) sono nati attorno al 1880. Generalmente sono poco più che vent’enni. Analisi “L’altro” – Govoni.

Caratteristiche delle avanguardie

Le Avanguardie sono caratterizzate dall’insofferenza verso la tradizione passata, con cui vivono un eterno conflitto. Le Avanguardie storiche si dividono in: Futuristi, Vociani e Crepuscolari.

  • Futuristi – Movimento coeso con regole precise. È l’unica vera e propria Avanguardia. Vi sono dei documenti.
  • Vociani – Movimento poetico che non prevedeva la rigidità dei futuristi. Il nome deriva dalla rivista “La voce”, è un fulcro letterario importante nei primi anni del '900.
  • Crepuscolari – Non è un movimento coeso. Non ci sono regole e non c’è un programma preciso. Non c’è una dimensione pubblica non si riuniranno in scuole. Aderirono in base ad un gusto comune.

Crepuscolari

Non si diedero da soli il nome, che deriva da una recensione del 1910 del critico Giuseppe Antonio Borgese sul quotidiano torinese “La Stampa”. Si tratta di una recensione a tre volumi delle poesie di giovani autori di quel periodo. Borgese parla di giovani poeti che hanno poco da dire, che parlano con “un filo di voce”. Per contenuti toni e linguaggio, danno l’impressione che la letteratura italiana si stia spegnendo in un lento crepuscolo. Sono contrapposti al sole/luce, che simboleggia la generazione precedente (D’Annunzio, Pascoli).

È un gruppo di poeti che lavorano tra il 1903 (“Armonia in grigio et in silenzio”) fino al 1916 (con la morte dell’esponente più ‘alto’ dei crepuscolari: Guido Gozzano). I tre volumi riguardavano: Sergio Corazzini, Marino Moretti e uno di Carlo C., (poeta torinese). Marino Moretti pubblica un volumetto che si intitola “Poesie scritte con la lapis” (lapis=matita); Corazzini pubblica un volume intitolato “Piccolo libro inutile”, Gozzano pubblica “La via del rifugio”. Questi titoli hanno un tono sommesso, descrivono l’inutilità della poesia (=piccolo libro inutile). Gli autori hanno poca fiducia nella funzione del poeta.

I crepuscolari condividono la sensazione che la società contemporanea si sta evolvendo, la poesia e il poeta hanno un ruolo marginale, la società è impegnata in tutt’altro e non ascolta ciò che poeti avrebbero da dire, sempre se hanno da dire. È una società che sta andando verso la mercificazione, il denaro, si preoccupa del successo e del guadagno. Alla caduta della poesia corrisponde la perdita di fiducia del ruolo del poeta, non è più il poeta vate (D’Annunzio) e neanche il poeta capace di dar voce alle cose (Pascoli), ma è un poeta che si ritrova davanti a una nuova società. Ha una sensazione di precoce stanchezza e senilità.

I luoghi privilegiati di questa poesia sono i luoghi quotidiani, gli oggetti sono umili; i sentimenti raccontati sono ‘medi’, i colori descritti sono tenui. Gli autori riflettono sul passare del tempo; per descrivere la loro percezione, utilizzano un linguaggio diverso rispetto alla tradizione precedente. Il linguaggio adatto è molto ‘basso’, colloquiale, che però non equivale a sciatto o trascurato. È ugualmente un linguaggio elaborato, che però utilizza dei toni medi. Ad esempio, Moretti, nella sua lirica “Cesena” scrive “Piove. È mercoledì. Sono a Cesena.” È un endecasillabo semplice, descrive una situazione quotidiana.

La lirica di questi autori ha spesso un tono polemico, come una sorta di presa in giro delle poesie più note, ad esempio D’Annunzio, “La pioggia del pineto”. Ciò che introducono i crepuscolari, è anche un tono ironico, che caratterizza soprattutto Guido Gozzano.

Guido Gozzano

Guido Gozzano è il rappresentante più illustre dei crepuscolari e ha una caratteristica ironica e autoironica. Gozzano nasce a Torino nel 1883 e muore nel 1916. Nasce da una famiglia borghese, di tradizioni patriottico-risorgimentale e viene avviato agli studi di giurisprudenza, che però lui non concluderà mai, perché preferisce frequentare i corsi di letteratura, allora tenuti da Arturo Gral.

Pubblica “La via del rifugio” (1907) e “I colloqui” (1911). Oltre a questi volumi di poesia, pubblicò numerose collaborazioni giornalistiche, raggiungendo un discreto successo. Il 1907, data del primo volume, è anche l’anno in cui Gozzano si accorge di essere affetto dalla tubercolosi, al cui tempo non vi erano ancora cure. L’unico modo per poter rallentare la malattia era soggiornare in climi propizi e questo portò al soggiorno in località di mare, per tentare in qualche modo di rallentare la malattia.

La malattia diventa metafora di una situazione esistenziale di debolezza (che diventa tale per tutti i crepuscolari); la malattia si riflette nella visione che i poeti hanno della società, affetta da qualche morbo che la corrodesse.

Viaggio in India

Tra il 1912 e 1913, Gozzano compie un viaggio in India, per la volontà di recarsi in un posto con un clima favorevole per le proprie condizioni di salute; in realtà non era necessario andare così lontano. In realtà si recò lì per la profonda attrazione che la spiritualità indiana esercitava su Gozzano. Si imbarcò con un amico e visitò alcune zone dell’India. In India il poeta trovò il luogo d’origine della civiltà orientale. Di quell’esperienza, resta un volume che raccoglie articoli scritti dall’autore, e che vennero stampati dopo il suo ritorno su alcune riviste e quotidiani, nei quali racconta la propria esperienza.

Gli articoli vennero raggruppati in un volume, che verrà poi pubblicato dal fratello l’anno successivo alla morte dell’autore, ovvero nel 1917 con il titolo “Verso (la) cuna del mondo” (cuna=culla). Vi è un’estrema apertura mentale con cui Gozzano guarda la società e civiltà indiana, in cui emerge l’interesse e il rispetto con cui il poeta si avvicina a una cultura così distante, messo a confronto con i suoi compagni di viaggio. Era un viaggio destinato a ricchi, aristocratici, diplomatici e borghesi, che guardavano la civiltà indiana come se fosse estremamente primitiva rispetto ai canoni occidentali. Gozzano ironizza e prova ammirazione per la spiritualità della nazione, che è connaturata nell’uomo indiano.

Lo attira in particolare il processo della rinascita, che avviene sotto varie forme, mano a mano diminuisce l’interesse per la vita, fino alla pace assoluta. Ma per quanto seduttiva, quella teoria non lo convinceva del tutto. Lui è cresciuto in una nazione cattolica è stato educato di conseguenza, e quindi non riesce a aderire completamente a questo tipo di spiritualità. L’attrazione verso quella concezione emerge in maniera evidente nella sua poesia, ancor prima del viaggio.

Gozzano è un poeta ammiratissimo da Eugenio Montale, che secondo lui è stato il primo a superare D’Annunzio, per approdare in un territorio proprio. Sempre Montale dirà che è riuscito a far scontrare l’aulico con il prosastico, il solenne con il colloquiale, e da questo scontro deriva l’ironia gozzaniana. Gozzano condivide con i crepuscolari la convinzione che per la poesia non c’è più posto. Lui stesso scriverà “Io mi vergogno di essere un poeta.”. a questa affermazione fa scontro la presa d’atto che la poesia, la letteratura e la scrittura, sono l’unico mondo in cui il poeta riesce a ritrovarsi. Quel mondo di carta è l’unico mondo in cui gli sembra di poter esistere.

La realtà a lui contemporanea gli provoca un senso di estraneità, di non adattamento. Intraprenderà un percorso che lo porterà ne “I colloqui” ad una sorta di accettazione alla convinzione che la sua dimensione era quella di vedersi vivere (“Sorrido e vedo vivere me stesso”). Racconta il suo “vedersi vivere” con una sorta di distanza. Pur perseguendo un linguaggio semplice, alla base vi è comunque un’intensa ricerca (labor limae).

Ci sono costanti riferimenti alla tradizione precedente (citazioni, allusioni), sono rifacimenti, che hanno l’aspetto di un dialogo, spesso volto al rovesciamento ironico. (Tradizione= dallo Stil Novo in poi)

I colloqui

“I colloqui” sono una sorta di romanzo autobiografico in versi. È un volume sottile che comprende 24 poesie divise in 3 sezioni; le poesie sono ordinate in una sequenza che intende raccontare una vicenda esistenziale. La prima sezione si intitola “Il giovanil errore”, è una citazione diretta dal Canzoniere di Petrarca, dal sonetto incipitario (“Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”), sonetto con il quale si rivolge al lettore. Petrarca si rivolge al lettore per scusarsi in anticipo, perché nel Canzoniere troverà i racconti dei suoi sospiri d’amore, avvertiti come una colpa. Quell’amore terreno allontana dall’unico amore degno: quello di Dio.

Gozzano riprende quel verso, ma il significato è rovesciato. Il “giovanil errore” non distoglie, per Gozzano è un amore salvifico. La seconda sezione è intitolata “Alle soglie”. In questa sezione si trovano i dialoghi che Gozzano definirà “i colloqui con la morte”. Non sono assolutamente drammatici, molto spesso mantengono quella vena autoironica, che lo porta ad ironizzare anche sulla sua malattia, sulla propria vita. È un dialogo che aiuta a elaborare la propria situazione esistenziale.

La terza sezione è intitolata “Il reduce”. Reduce è colui che sopravvive, che torna da un’esperienza negativa, ma torna vivo. Porta con sé i segni e le cicatrici dell’esperienza che ha vissuto. È il compimento del percorso, l’accettazione della propria condizione di poeta, e racconta della propria vita sotto forma poetica.

Futuristi

I Futuristi sono gli unici che possono essere davvero definiti con il termine ‘Avanguardia’; era una vera e propria scuola, con delle sue regole ben precise e rigide. I Futuristi rappresentano l’altra faccia della medaglia rispetto ai crepuscolari. Se i crepuscolari vedevano il presente come “non percorribile” e preferivano rifugiarsi in luoghi esotici/nel passato, i futuristi, invece, rifiutano il presente perché troppo passato e poco futuro. È avvertito come un intralcio al progresso. Manifestano un’insofferenza verso una società che procede troppo lentamente verso il futuro.

Per raggiungere ‘quel futuro’ pensano che si debbano “scuotere le fondamenta” per distruggere tutto quello che in qualche modo impedisce il progresso. La società per loro è piena di macigni. Al centro del movimento c’è Filippo Tommaso Marinetti. Personalità carismatica, capace di attrarre a sé giovani artisti. Nasce nel 1876 ad Alessandria d’Egitto da una famiglia molto facoltosa. La sua prima lingua è il francese, e il suo bilinguismo è molto marcato. Si trasferì a Parigi per completare gli studi e visse sempre fra Milano e Parigi. Milano era la città italiana più ‘avanzata’. Compi numerosi viaggi volti alla propaganda del suo movimento.

Marinetti inizialmente era indeciso fra i nomi Dinamismo e Futurismo. Nel 1909 pubblica su “Le Figaro” il Manifesto del suo movimento, “Il Manifesto del Futurismo”. Viene pubblicato sulla testata parigina perché era molto prestigiosa e già da tempo Marinetti collaborava con il mondo giornalistico francese. Poco dopo tradusse il Manifesto in italiano in una rivista “Poesia”, che aveva fondato a Milano, assieme ad una casa editrice, aperta ai giovani in modo che potessero pubblicare le loro opere. Dato che aveva alle spalle una solida agiatezza economica, diventò lo sponsor di questi giovani che si riunirono attorno a lui. Finanziò scrittori, poeti e pittori.

Il Futurismo ha un’ambizione che...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melsreita di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Giachino Monica.
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