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Letteratura greca: Archiloco e Ipponatte

Poesia e biografia

Archiloco

Dati biografici

Alcune delle informazioni inerenti all’autore vengono tratte da alcuni frammenti dei suoi scritti pervenutici:

  • Fr. 19 W. (T. 22): deduciamo che fu contemporaneo di Gige, mitico re della Lidia, il quale regnò tra il 680 e il 650 a.C.
  • Fr. 122 W (T.114): apprendiamo che poté assistere all’eclissi di sole del 6 aprile 648 a.C. La sua vita va, quindi, collocata nel VII secolo.

Testo XIV (fr. 19 W.2)
Οὔ µοι τὰ Γύγεω τοῦ πολυχρύσου µέλει οὐδ᾽ εἶλ&8051; πώ µε ζῆλος οὐδ᾽ ἀγαίοµαι θεῶν ἔργα, µεγάλης δ᾽ οὐκ ἐρέω τυραννίδος· ἀπόπροθενγάρ ἐστιν ὀφθαλµῶν ἐµῶν.

“A me non interessa la condizione di quel Gige dal molto oro e mai mi prese invidia e neppure sono geloso delle opere degli dèi e non bramo un grande potere; sono infatti lontani dai miei occhi.”

Fr. 122 W. - tetrametri trocaici catalettici
χρημάτων ἄελπτον οὐδέν ἐστιν οὐδ' ἀπώμοτονοὐδὲ θαυμάσιον, ἐπειδὴ Ζεὺς πατὴρ Ὀλυμπίωνἐκ μεσαμβρίης ἔθηκε νύκτ', ἀποκρύψας φάοςἡλίου λάμποντος, λυγρὸν†δ' ἦλθ' ἐπ' ἀνθρώπους δέος. ἐκ δὲ τοῦ καὶ πιστ&8048; πάντα κἀπίελπτα γίνεται ἀνδράσιν· μηδεὶς ἔθ' ὑμέων εἰσορέων θαυμάσιον, ἐὰν δελφῖσι θῆρες ἀνταμείψωνται νομὸνἐνάλιον, καί σφιν θαλάσσης ἠχέεντα κύματαφίλτερ' ἠπείρου γένηται, τοῖσι δ' ὑλέειν ὄρος.

“Di cose non ve n’è alcuna che non ci si possa attendere, né che si possa escludere con giuramento, né che susciti meraviglia, da quando Zeus, padre degli Olimpi, di mezzogiorno fece notte, avendo nascosto la luce del sole che splendeva, ed un agghiacciante terrore invase gli uomini. Da allora tutte le cose diventano credibili e attendibili per gli uomini. Nessuno di voi più si stupisca a tal vista, neppure qualora le fiere ricevano in cambio dai delfini il pascolo marino e ad esse le risonanti onde del mare diventino più gradite della terraferma, e per quelli invece sia più gradito immergersi tra gli anfratti del monte.”

Archiloco, dunque, nacque a Paro, un’isola delle Cicladi. Il padre si chiamava Tesicle e la madre Enipò, una serva. Crizia (sofista del V sec), citato da un testo di Eliano, riporta tali notizie sulla figura di Archiloco, ma dubitiamo del loro fondamento storico: infatti, un fanciullo proveniente dagli strati sociali più bassi non avrebbe mai potuto comporre poesia, essere acculturato e condurre un’esistenza paragonabile a quella del poeta. Più probabile è il fatto che Enipò fosse connesso al termine Enipè, che significa ingiuria, un tratto distintivo della poesia giambica; perché allora Crizia riporta tali notizie? La distanza tra Crizia e Archiloco ha fatto perdere i suoi passi, tant’è che abbiamo solo frammenti: a ciò si aggiunga che se la poesia di Archiloco viene estrapolata dal contesto in cui è inserita, la sua comprensione risulta molto complessa, in quanto codificata; peraltro, il suo stesso nome rimanda ad origini tutt’altro che oscure (significherebbe, infatti, comandante di un lòxos, cioè di una divisione dell’esercito). Il nonno Tellis, inoltre, fu uno degli oikistai che avevano preso parte alla spedizione di colonizzazione dell’isola di Taso, cui lo stesso Archiloco partecipò. La sua professione primaria non era, dunque, quella di poeta. Egli era, innanzitutto, un soldato e poi un poeta, o meglio un conoscitore dell’amabile dono delle Muse: era un uomo politico dunque, facente parte di un’elite socio-politica e avente la possibilità di elaborare poesia raffinata e logica.

Testo I (fr. 1 W.2)
εἰµὶ δ᾽ἐγὼ θεράπων µὲν Ἐνυαλίοιο ἄνακτος καὶ Μουσέωνἐρατὸν δῶρον ἐπιστάμενος.

“Io sono servo/ministro del signore Enialio ed esperto del dono amabile delle Muse.”

In alcuni dei suoi componimenti cita diversi personaggi, molto probabilmente dall’inautentica storicità, quali Licambe, che aveva promesso in sposa al poeta la figlia Neobule (si narra che avesse poi dirottato sulla figlia minore, in quanto più giovane e fresca). Morì forse a Nasso, in battaglia, per mano di un tale Calonda, soprannominato Corvo.

Sappiamo, peraltro, di attestazioni come l’iscrizione di Mnesiepe III sec. (un’epigrafe?) o quella di Sostene I sec: essi riportano, insieme a testi archilochei, anche notizie biografiche. Iscrizione di Mnesiepe (pubblicata nel 1959): si racconta che il dio Apollo chiese a Mnesiepe, cittadino di Paro, di onorare nel ténement (recinto sacro) che stava edificando, tra le altre divinità (insieme a Dioniso, le Muse, Zeus e Atena), anche il poeta, in uno specifico luogo chiamato Archilochèion (una possibile prova di tale edificio e del culto di Archiloco potrebbe essere la colonna di dόkimos): ciò attesta che Archiloco ricevette nella sua terra onori divini. (Così come esisteva un culto di Archiloco a Paro, Saffo ne aveva uno a Lesbo).

In una porzione meglio conservata assistiamo ad una vera e propria investitura poetica (topos letterario: vedi Esiodo sul monte Elicona, Teocrito idillio 7, Ennio, Eroda mimiambo VIII): “Dicono che Archiloco, quando era ancora piuttosto giovane, fu mandato dal padre Telesicle in campagna, in una località chiamata Leimònes (Prati), perché portasse in città una vacca da vendere. Levatosi presto di notte, mentre la luna splendeva, conduceva la vacca in città; quando fu nei pressi del luogo che si chiama Lissìdes (Pietre lisce) gli parve di vedere un gruppo di donne, e credendo che tornassero dal lavoro nei campi in città, le avvicinò e cominciò a canzonarle e stuzzicarle. Quelle lo accolsero con risa e scherzi, e gli chiesero se conducesse la vacca al mercato per venderla. Archiloco confermò e quelle gli dissero che gli avrebbero pagato un giusto prezzo. Detto ciò, accadde che Archiloco non vide più né quelle né la vacca, ma solo una lira che stava ai suoi piedi. Dapprima restò strabiliato, ma dopo qualche tempo comprese che erano state le Muse ad apparirgli e a donargli la lira. Allora la raccolse e ritornò in città, dove raccontò tutto il fatto al padre. Telesicle, sentito il racconto e vista la lira, restò stupito e perplesso, e per prima cosa fece una ricerca della vacca in tutta l’isola, senza riuscire a trovarla.”

[L’io poetico che scorgiamo nei passi non sappiamo se corrisponda al poeta stesso, o ad un altro io, o addirittura al poeta sotto mentite spoglie, che non per forza doveva comunicare al pubblico. I Greci erano soliti attribuire un dato elemento che emergeva dalla poesia al poeta stesso; cfr. Aristotele in riferimento a fr.19 W.]

Contesto storico-culturale

La cultura greca inizia convenzionalmente nell’VIII sec. a.C. Tre fasi:

  • Arcaia (Inizio- VI sec a.C)
  • Classica (VI- IV sec. a.C)
  • Ellenistica (323-31 a.C: morte di Alessandro - battaglia di Azio)

Uso della scrittura: I Micenei erano una popolazione indoeuropea che parlava greco e scriveva avvalendosi della scrittura Lineare B, nota grazie ai ritrovamenti delle tavolette di Cnosso, Pilo e Micene (una grafia che ne adattava una precedente, forse la minoica Lineare A, ai suoni Micenei, con un alfabeto sillabico). Non era una lingua utilizzata per scopi letterari, bensì per soli fini pratici. Dopo il tracollo miceneo (medioevo ellenico) si smette di scrivere. In questa situazione disgregata s’inserì intorno al 1100 a.C l’arrivo di nuove genti indoeuropee, che i Greci molti secoli dopo chiamarono Dori. L’arrivo dei Dori, che si radicarono soprattutto nelle regioni settentrionali, Peloponneso e Creta nello specifico, si sovrappose a quello di altre genti indoeuropee dello stesso ceppo linguistico, ma di dialetti differenti tra di loro (Ioni ed Eoli). Si riprese a scrivere, ma utilizzando una lingua diversa, attingendo dal fenicio.

In età arcaica la scrittura ha un uso meramente pratico (messaggi, lettere su tavolette cerate), non poesie o opere estese. La cultura dell’epoca era orale: la poesia veniva composta e trasmessa con la voce (oralità e auralità); ciò implica che essa venisse conformata a gruppi di compresenti e che non potesse essere ripetuta uguale a se stessa (ciò venne studiato intorno alla metà del ‘900). Non bisogna immaginare i poeti che si siedono ed iniziano a pensare al contenuto del loro componimento- questo avverrà in età ellenistica. In età arcaica cantavano le poesie spesso improvvisandole, partendo da una base nota a tutti gli ascoltatori; qualora avessero sbagliato, sarebbero potuti intervenire solo con frasi correttive di quelle precedenti. Tutto ciò è fondamentale per la trasmissione fino ai giorni nostri: se le cantavano e basta, come è stato possibile che siano state trasmesse fino ai giorni nostri? In età arcaica, molti poeti venivano trascritti, soprattutto in funzione della celebrazione divina (o di una figura per così dire eroica), dedicando magari l’opera ad una specifica divinità. La trascrizione non avveniva per il piacere della lettura: non si leggeva per il piacere di farlo, non c’era il principio di arte per l’arte (non si trascriveva un inno ad Artemide per leggerselo, ma per celebrarla durante le feste in suo onore); un altro caso poteva essere questo: quando si trattava di un autore famoso, poteva capitare che gli amici o persone vicine a questi decidessero di celebrarlo trascrivendo le sue opere. (Se un canto fosse piaciuto, sarebbe potuto essere ripetuto l’anno successivo, o se aveva riscosso particolare successo, poteva capitare che questo potesse estendersi come un eco fino alle città limitrofe). Approfondire questione committenza.

Questo assetto si è mantenuto fino alla metà dell’età classica, dopo di ciò un certo numero di persone ha raccolto tutte le versioni relative ad un determinato autore unendole: questo lavoro di confronto portò ad un’edizione. (Anche per questo che noi non abbiamo l’assoluta certezza che ciò che leggiamo sia stato scritto da un autore arcaico, o se questi fosse in grado di ricopiarsi ciò che pronunciava). In ultimo è bene specificare che in una società dove la scrittura non viene utilizzata se non per scopi pratici, la memorizzazione diventa fondamentale. (Il fatto che fossero così bravi a livello mnemonico ha probabilmente fatto sì che le informazioni venissero trasmesse piuttosto fedelmente di padre in figlio, garanzia in più del fatto che ciò che leggiamo possa essere verosimilmente il reale pensiero dell’autore).

Che cos’è il giambo?

Prima di tutto è necessario capire l’ambito in cui veniva performato: per lo più all’interno del simposio. Qui si trovavano persone della stessa eteria (un gruppo di persone, talvolta di consanguinei, che condividevano lo stesso orientamento politico). L’eteria era qualcosa di smaterializzato: non aveva una sede e dunque le uniche occasioni di ritrovo degli etairoi erano i simposi (nel simposio si mangiava, si beveva, si recitavano poesie, era composto da soli uomini e aveva funzione ludica, ricreativa). Il carattere della poesia giambica si adattava perfettamente alla coesione di un gruppo come quello dell’eteria. Il simposio, inoltre, era contraddistinto da un codice estremamente specifico e ciò si rifletteva anche sulla poesia (fr. 185): per questo a volte facciamo fatica ad interpretare il significato più profondo della poesia giambica, vedi Crizia.

Etimologicamente: “ìambos”, un termine forse pregreco, introdotto dai greci provenienti dai Balcani (?), che erano stati influenzati dal sostrato locale. Per quanto riguarda l’origine della parola, sono due le derivazioni etimologiche:

  • Ἴαμβος, figlio di Ares, valoroso guerriero e lanciatore di giavellotti, che aveva un'andatura claudicante (riconducibile alla sequenza delle sillabe breve-lunga) e capace di emettere un urlo spaventoso al momento del lancio del giavellotto (nel giamboritroviamo, specie nell'invettiva, parole molto dure e toni aggressivi)
  • Iambe, serva di Celeo, si narra che fosse stata l'unica a far sorridere Demetra addolorata per il rapimento della figlia Proserpina

Concettualmente: Tale termine indicava una performance caratterizzata da un linguaggio e da un’espressione precisi, che non si limitavano al contesto simposiale. Il giambo non è solo forma espressiva, ma è soprattutto occasione. Ciò viene attestato dal fr. 215 W. Dove l’autore accosta giambi e feste.

È il termine utilizzato per indicare uno specifico tipo di metrica: il più famoso è infatti il trimetro giambico: tre metri giambici (=6 piedi giambici). Il metro giambico è composto da due piedi (1 piede è composto da una breve e da una lunga, in cui l’accento cade sulla lunga, U_’).

Con giambo si può, però, anche indicare la funzione del giambo, molto precisa dal punto di vista comunicativo: infatti, è la poesia del mόnos, ovvero del biasimo, diverso dunque dalla poesia encomiastica - il biasimo di una persona comportava la vergogna di questa e la conseguente svalutazione sociale.

Il giambo è una poesia di ingiuria, invettiva, del suddetto “psogos” (tale violenza può anche tradursi in esuberanza sessuale). Un passo omerico è la sintesi di tutto ciò: Iliade, I, vv. 148 e seguenti: le parole di Atena sono una sintesi di tutta la poesia giambica, “accontentati di umiliarlo a parole” la parola può sostituire l’aggressività.

In parallelo...

L’epica è sempre convissuta con la lirica: non è vero che si sono succedute cronologicamente. (Ricordiamo intanto che ogni genere letterario aveva una funzione ben precisa, nel caso dell’epica, quello della celebrazione pubblica). I caratteri di ciascuna poesia, in particolare epica e lirica, si sono sviluppati e conformati nel corso del tempo, coesistendo. L’Iliade e l’Odissea vennero fissate tra la seconda metà del VI sec. a.C e l’ultimo quarto del secolo, sotto Pisistrato o sotto i Pisistrati, ad Atene, in concomitanza delle gare panatenee in onore di Atena (nel corso di gare rapsodiche?); dunque sono state fissate dopo Archiloco e pertanto lirica ed epica convivevano.

L’epos è un genere stratificato, risentiva infatti di molti echi del passato, spessori adattati al contesto contemporaneo al poeta: per es. nell’Iliade i guerrieri si spostano sui carri (dove c’è un cocchiere e un soldato-eroe), che usavano solamente per spostarsi, perché poi scendevano e combattevano corpo a corpo. Tuttavia in età arcaica non si combatteva più sui carri, esisteva già l’oplitismo. Dunque nell’epica capitava spesso che l’autore riadattasse un determinato elemento al contesto che stava narrando. L’autore dell’Iliade narra dell’ira di Achille ma prende anche tutta una serie di eventi particolarmente interessanti riadattandoli al contesto. Questo è un atteggiamento comune a tutta la poesia arcaica: esiste un epitalamio di Saffo dedicato ad una delle fanciulle del tiaso che si appropinquava al matrimonio, nel quale i due sposi vengono paragonati a 2 eroi: Ettore e Andromaca. Per la nostra concezione della tematica amorosa, la cosa stride un poco perché Ettore muore e Andromaca finisce schiava, quindi è un matrimonio infelice, ma questo per i Greci non era rilevante: i due vengono presi come esempio in ri...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/02 Lingua e letteratura greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Appuntomaster di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Ornaghi Massimiliano.
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