Prima settimana
Prima lezione (27/09/2021)
‘Storia dell’italiano, la lingua, i testi’ è il manuale di riferimento con i primi 6 capitoli da fare e studiare. Poi un manuale da preparare per intero che è il ‘Patota’. Infine ci sono 3 manuali di approfondimento che sono della stessa serie di storia della lingua italiana degli anni ‘90 diretta da Francesco Bruni. Del terzo volume ‘il trecento toscano’ si può preparare la parte di Dante con ‘la lingua di Dante’ (con quanto elencato sul sito) oppure Boccaccio con ‘la lingua di Boccaccio’ (con quanto elencato sul sito per il Decameron). Attraverso l’indice del libro, nella prima parte di questo libro ci sono degli approfondimenti di carattere teorico.
Per gli ultimi due libri ‘il quattrocento’ e ‘il primo cinquecento’ bisogna scegliere tra alcuni capitoli indicati sul sito (6 o 10 sul primo e 1 oppure 6 sul secondo libro). Infine si deve studiare ancora un capitolo a scelta in uno dei due manuali tra ‘il quattrocento’ oppure ‘il primo cinquecento’.
La parte iniziale del corso riguarda i mutamenti avvenuti tra la fine dell’impero romano d’occidente (476 d.C.) e la comparsa delle prime attestazioni dell’italiano che appariranno tra il secolo VIII (700 a.C.) e il secolo IX (800 a.C.). La documentazione scritta antica va diventando più frequente dal secolo IX fino al sec. XII, anche se il latino rimane sempre la lingua dominante. Queste attestazioni di latino risultano quindi ‘laterali’ rispetto al nucleo della lingua scrittoria che è ovviamente il latino. La nuova lingua va quindi facendosi strada con una certa coltura, anche se coesiste temporalmente col latino stesso. L’importante sarà riconoscere che le attestazioni di questa lingua sono attestazioni che vengono riconosciute come un codice linguistico diverso. Se la documentazione scritta antica è di vario carattere (giuridico ma non solo), si colloca tra 800 e 900, i primi testi poetici, che denotano una conoscenza molto ampia, si attestano solo intorno alla fine del XII secolo e l’inizio dei XII. La poesia, però, ha delle regole e quindi queste manifestazioni letterarie e poetiche sono fondamentali perché ne riconoscono l’importanza.
Soprattutto nel manuale si sottolinea come il cambiamento, ai nostri occhi, non sembri così grande come ad esempio dal latino ‘bonus’ che corrisponde al nostro italiano ‘buono’. Il manuale, inoltre, dirà che in molti dialetti ‘buono’ si può trovare anche come ‘bono’, con la forma non dittongata che era propria del latino. Anche altre lingue romanze hanno queste voci, vedi francese ‘bon’.
Nonostante questo le trasformazioni sono state molto significative. Così le lingue romanze si sono trasformate anche radicalmente dal latino. Come ci mostra il libro, infatti, le differenze maggiori fra latino e italiano sono 8 (quelle principali mostrate dal libro): la più importante perché la si incontra per prima è, a livello fonetico, sul fenomeno del vocalismo tonico ed è relativa alla differenziazione sul fatto che il latino abbia 10 vocali, 5 brevi e 5 lunghe, contro le nostre 7 vocali ma tenendo conto che in latino la lunghezza vocalica ha valore distintivo cioè fra loro due parole con la stessa vocale lunga o breve possono creare coppia minima, cosa che in italiano (Patota pagg. 47-53 o 46-48) non si verifica (es. ‘palla’ o ‘pala’, c’è una differenza vocalica sulla ‘a’ ma non ha valore distintivo perché il valore distintivo fra le due parole è la consonante). In aggiunta, tendenzialmente, le vocali brevi del latino sono aperte mentre le vocali lunghe sono chiuse, cambiando il timbro vocalico.
Inoltre anche le vocali atone avevano importanza nel latino, come ad esempio per i casi latini, desinenze diverse di una stessa parola atte a indicarne il ruolo sintattico all’interno della frase. Partiamo dalla forma ‘persica’ che vuol dire ‘persiano/a’. Il gruppo vocalico [rs] al centro di parola si assimila in [s]; la forma ‘*pessica’ però non è attestata da nessun testo scritto, ma è una parola presupposta dagli studiosi per spiegare come mai il risultato romanzo non contenga più la ‘r’. Siccome l’accento di ‘pessica’ è sulla terzultima sillaba, la vocale di mezzo debole non accentata, in questo caso la ‘i’ tende a cadere e che forma la parola ‘pesca’ che noi conosciamo. Ad oggi questa parola è pronunciata con una ‘è’ aperta. Quindi questo esempio parla del frutto ‘pesca’ che è un frutto che arriva dalla Persia in quanto in origine era ‘persico’.
Ma se noi partiamo da ‘piscari’, verbo che indica l’azione del ‘pescare’. Ma perché questo ‘piscari’ da come esito ‘pescare’? Anche in questo caso abbiamo avuto un’apertura dalla ‘i’ breve alla ‘e’ chiusa, dove la ‘e’ è effettivamente più aperta come pronuncia. Non è così aperta come una ‘e’ breve ma è comunque più aperta della ‘i’ breve. Tornando alle vocali che riflettono la lunghezza vocalica, il manuale Patota a pag. 53 fa uno schema dello sviluppo delle vocali atone come tra ‘Vindemian’ con ‘i’ breve e accento sulla ‘e’ e il cui esito in italiano è ‘vendemmia’ di timbro generico. Invece per ‘privatum’ con la ‘i’ lunga e l’accento sulla ‘a’ il cui esito è ‘privato’. O ancora da ‘glandulam’ dove l’accento è sulla terzultima sillaba e la ‘u’ è breve, ci mostra come questa parola meno usata sia diventata ‘ghiandola’ dove la ‘u’ breve diventa una ‘o’ chiusa per via di un recupero dotto. Per ‘mugire’ con la ‘u’ lunga l’esito è ‘muggire’ con un raddoppiamento della consonante sonora ‘g’.
Questa originaria differenza di durata si andava perdendo a favore della differenza timbrica, come ad esempio Sant’Agostino dirà che il latino da lui parlato non distingueva nel 500 fra ‘os’ con la ‘o’ lunga che vuol dire ‘bocca’ e ‘os’ con la ‘o’ breve che vuol dire ‘osso’. Il manuale fa ancora altri esempi di diverso tipo fra cui ‘terra’ con ‘e’ breve che diventa ‘terra’ con ‘e’ aperta oppure ‘porcu’ con ‘o’ breve che diventa ‘porco’ con ‘o’ aperta. La caratteristica che accomuna queste due parole è che tutte e due le vocali che hanno l’accento sono in sillaba chiusa o implicata, cioè chiusa da una consonante e questo impedisce una trasformazione che invece avviene in toscano e quindi italiano come in ‘pedem’ che diventa ‘piede’ dittongando proprio perché la ‘e’ accentata è in sillaba aperta. Stesso discorso per ‘solum’ con ‘o’ breve che da come esito ‘suolo’ oppure ‘solum’ con ‘o’ lunga che da come esito ‘solo’. La ‘e’ aperta e la ‘o’ aperta in sillaba aperta sono sempre quelle che dittongano nel toscano che poi diverrà il nostro italiano -> DITTONGAMENTO TOSCANO (cioè sillaba tonica + sillaba libera + vocale aperta quindi ‘e’ oppure ‘o’).
Il confluire di ‘i’ breve ed ‘e’ lunga e di ‘u’ breve e ‘o’ lunga si chiama FUSIONE DI APERTURA, perché la ‘i’ e la ‘u’ brevi subiscono un processo di apertura, anche se confluiscono poi in un suono chiuso. Quindi avremo lo stesso esito per le parole:
- ‘Pilum’ > ‘pelo’
- ‘Tela’ > ‘tela’
- ‘Bucca’ > ‘bocca’
- ‘Floem’ > ‘fiore’, dove ‘f+l’ vede la ‘l’ vocalizzarsi in ‘i’ di ‘fiore’ che non avviene in altre parole come ad esempio ‘glandula’ > ‘ghiandola’
Tornando al vocalismo prendiamo due esempi per la ‘i’ e la ‘u’ lunghe:
- ‘Filum’ > ‘figlio’
- ‘Sucum’ > ‘sugo’
Sono due parole in cui in ‘figlio’ la ‘li’ è circondata da vocali ed ergo la ‘i’ di ‘filum’ ha valore palatalizzante e produce un esito in una consonante palatale ‘gl’ di ‘figlio’. L’altro effetto è l’allungamento (come con lo yod, che allunga la vocale che precede e la palatalizza). In ‘sucum’ abbiamo invece una sonorizzazione di occlusiva intervocalica, cioè la ‘c’ subisce una sonorizzazione e diventa ‘g’ di ‘sugo’. Questo processo è discontinuo in toscano.
Passiamo agli altri 7 di 8 fenomeni che hanno cambiato radicalmente la tipologia dell’italiano e delle lingue romanze rispetto al latino: la scomparsa delle consonanti finali, come ad esempio lat. ‘rosam’ > it. ‘rosa’, oppure la perdita di altre consonanti come la ‘t’ finale di alcune forme verbali, o ancora della ‘s’ che dura di più nel tempo come ad esempio nelle lingue romanze occidentali (vedi spagnolo) (Patota pag. 78).
Tra questo e la caduta dei valori distintivi di lunghezza vocalica, i casi latini vengono meno perché ‘rosa’ è utilizzabile per tutti i casi e quindi adesso per forme analitiche esprimere un concetto si utilizzano delle composte da preposizioni e articoli. Cioè in latino ‘rosam’ > italiano ‘con le rose’ (pag. 117-120 Patota).
Andate in crisi i casi, vanno anche in crisi cose come l’ordine delle parole in latino che era soggetto + complemento + verbo. Cadendo i casi non è più facile capire la costruzione delle frasi, ergo si deve avere un valore più rigido dell’ordine delle frasi composto da soggetto + verbo + complemento (Patota pagg.173-175).
Anche nel caso dei verbi si creano strutture analitiche, vista la caduta dei casi. In latino il passivo è espresso con una desinenza (es. ‘laudatur’ > ‘è lodato’). In forme perifrastiche italiano è invece il caso di composte da verbo + participio passato (Patota pagg. 162-164). Si forma anche l’articolo ovviamente come abbiamo visto (Patota pagg.128-135), ma infine, come ultimo degli 8 punti (Patota pagg. 125-128) vediamo come ad esempio da ‘salus’ noi dovremmo avere ‘salù’ e non ‘salute’. Ci siamo spostati su un particolare della terza declinazione e sugli imparisillabi, cioè quelle parole che al nominativo avevano un certo numero di sillabe e agli altri casi avevano altero numero di sillabe. Questi parisillabi permettono di capire la derivazione in volgare proprio come ‘salute’ 3 sillabe, al posto di ‘salù’ 2 sillabe. L’italiano inoltre riflette la posizione dell’accento degli altri casi che non siano il nominativo. Alcune rimanescenze ci rimangono dal latino come ‘drago’ e ‘dragone’ che noi interpretiamo come accrescitivo ma è invece una rimanescenza del sistema dei casi latini.
Inoltre l’accusativo sappiamo che tenderà a trovarsi dopo ogni preposizione, cosa che in latino classico dopo la proposizione possono trovarsi diversi casi. Questo lo capiamo dai neutri, che avevano la stessa forma all’accusativo e al nominativo come ad esempio ‘lumen’ che è uguale all’acc. e nom. ma all’ablativo si articolava come ‘lumine’ e quindi sarà l’accusativo ‘lumen’ a stare dietro al nostro italiano ‘lume’ e non sarà ‘lume’ nominativo per via del numero delle sillabe.
Seconda lezione (28/09/2021)
Abbiamo visto il cambiamento di un vocalismo quantitativo ad un vocalismo di tipo timbrico, dove non sono più distintive la lunghezza delle vocali ma bensì la loro altezza. In più dal latino all’italiano abbiamo visto come la caduta delle consonanti finali abbia portato al disgregarsi del sistema dei casi e delle declinazioni, con una progressiva diminuzione del numero dei casi fino alla scomparsa, con la loro sostituzione dalla costruzioni di forme analitiche, con forme invece perifrastiche per i verbi.
Alle pag.116-117 del Patota, abbiamo il discorso sul neutro, ma di fatto siccome le desinenze del neutro erano simili a quelle del maschile, nel passaggio all’italiano si è ridotto a due uscite maschile e femminile. Questo discorso lo si può vedere in alcuni sostantivi che hanno mantenuto il plurale neutro in ‘a’ e solitamente hanno sviluppato anche un plurale maschile, come ad esempio ‘ossa’, ‘ginocchia’, ‘bracci’, ecc. un buon esempio è ‘ovum’ = ‘uovo’ che al plurale farà ‘uova’. Però al plurale tutte queste parole col plurale in ‘a’ vengono trattati come femminili. Di fatto questo genere viene definito genere ‘ALTERNANTE’, genere che ad esempio è grammaticalizzato nel rumeno. In alcuni dialetti il neutro rimane anche ‘neutro massa’ cioè un neutro che indica il materiale di cui è fatto un oggetto. Altri neutri hanno avuto un’altra sorte: es. fogli, foglio ma foglia, foglie che hanno un significato diverso.
Terminate le 8 differenze fra il latino e l’italiano vediamo ora quale è il latino che sta dietro alle lingue romanze. Il latino parlato nelle varie province dell’impero è alla base delle lingue romanze parlate, mischiato con il substrato, cioè la lingua di partenza del luogo. Questo latino parlato è quello con cui entrano in contatto i barbari in arrivo. Che questo latino sia alla base delle lingue romanze lo si vede bene a livello fonetico, ma anche a livello lessicale, che è comunque il livello più superficiale di una lingua. Se ‘pulcer’ era la parola del latino dotto, agli estremi dell’area romanza è proseguita la parola ‘formosum’ come ad esempio al ‘formoso’ del portoghese. Questa parola ha avuto dei discendenti ad ambedue i lati estremi della lingua romanza, cioè anche in rumeno oltre che per portoghese e spagnolo. L’area più lontana dalla capitale è quindi l’area più conservativa, perché le eventuali novità che si sviluppano nella capitale vengono trasmesse anche alle altre aree, ma non arrivano fino alle aree marginali per un processo di trasmissione che si limita ad un certo punto. Questo latino parlato si indicherà con latino VOLGARE, ed è il latino che sta dietro alle lingue romanze. Ci sono due studiosi che hanno dato origine a quest’etichetta e sono Hugo Schushardt e la sua opera sul latino volgare è uscita tra il 1866 e il 1868. Questo tedesco è un grandissimo studioso, ed è uno specialista di lingue creole. Un altro studioso di latino volgare che ha pubblicato per la prima volta nel 1863 è uno studioso finlandese chiamato Veikko Vaananen. Le due forme rimangono comunque molto distinte grazie alla scuola, ma quando si scioglie l’impero svanisce l’insegnamento dello scritto canonico e quindi le due lingue iniziano ad assomigliarsi. Decisivo è l’arrivo dei Longobardi che porta la divisione della penisola in un’area longobarda su nord e Appennini, con anche gli ordini monastici che saranno importanti, e poi un’area costiera controllata dai bizantini. Più in generale ci sarà un calo del livello di istruzione, con un conseguente crollo del livello di alfabetizzazione del popolo. Che il popolo fosse alfabetizzato lo vediamo dai graffiti pompeiani, cioè quelle scritte che sono rimaste dopo l’eruzione del vulcano. C’era in questi graffiti un fortissimo livello di alfabetizzazione del popolo con citazioni letterarie dell’Eneide, scritte elettorali e altro.
Il manuale ci aiuta in questo con delle cose online, www.salernoeditrice.it/areaweb/storia-dell-italiano/. C’è a tal proposito una piccola conferenza di 5 pagine sul passaggio dal Latino all’italiano. A tal proposito vediamo il graffito pompeiano che recita ‘quisquilie ama valida…’ Certo ci vorrebbero delle consonanti finali in ‘t’, che sono cadute come avverrà più avanti per le lingue romanze. In questo graffito notiamo ‘valia’ che è il nostro odierno ‘valga’ e a tal proposito andiamo a vedere uno strumento che ci sarà molto utile per il nostro corso: la grammatica di Rohlfs, che è una grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti pubblicata negli anni ‘50 del ‘900 in Germania e poi tradotta in italiano per Einaudi. In questo primo estratto si parla della ‘i’ di ‘valia’ che è venuta a cadere anche in ‘patio’ ‘patisco’ o ‘perio’ ‘perisco’. E anche in italiano vediamo come l’accento di queste parole venga proprio mantenuto sulla ‘i’, talvolta inserendo anche delle parti di parola (es. ‘veniunti’>’vinescunt’>’viniscono’).
A pag.128 del Patota, ci viene segnalato che nelle opere del ‘400 e ‘500 abbiamo l’estensione per alcuni nomi femminili in ‘e’, identifico cioè nella ‘e’ la marca morfologica del plurale femminile.
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