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Appunti Letteratura Italiana - II modulo - Prof Elli

Appunti di Letteratura Italiana (II modulo) per le lezioni del Prof Enrico Elli. Corso di Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo, Università Cattolica del Sacro Cuore. Argomenti trattati a lezione relativi alla dispensa "Che fai tu luna in ciel" di Elli.

Esame di Letteratura italiana docente Prof. E. Elli

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ESTRATTO DOCUMENTO

Ov'ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

E' la vita mortale.

Seconda strofa

Paragone: siccome la luna è silenziosa e non risponde, si risponde da sé con questo lungo

paragone che c'è anche nel Canzoniere di Petrarca, quello del vecchierello malvestito, malato

che si affatica con la legna sulle spalle da portare a casa, cade, cerca di correre, alla fine arriva là

dove doveva arrivare, nell'abisso orrido.

il fine della mia vita è correre con il freddo, senza riposo, per poi precipitare nel burrone,

nell'abisso infinito, senza fondo. Altro aggettivo, vergine, non è mai stata toccata da nessuno,

nessun uomo è arrivata a toccarla.

Nasce l'uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell'esser nato.

Poi che crescendo viene,

L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell'umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perchè dare al sole,

Perchè reggere in vita

Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

Perchè da noi si dura?

Intatta luna, tale

E' lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

E forse del mio dir poco ti cale.

Terza strofa

Spiegazione, conseguenza dell'affermazione fatta precedentemente. Consolare ritorna almeno 3

volte. Tutto quello che si può fare è cercare consolazione. L'uomo nasce a fatica perché il parto è

una fatica, e l'atto stesso di nascere comporta esso stesso una possibilità di morte. In ogni caso

il bambino appena nato piange, come lui piangeva davanti alla luna per il dolore. L'unica cosa

che il padre e la madre possono fare è consolarlo per il male di vivere. La poesia ha una funzione

consolatoria; già per lui questo non andava bene, ancor meno nel XX e nel XXI secolo. Vede il

male nel mondo, prende coscienza che c'è, lo denuncia e fa in modo di consolare noi che siamo

alle prese con questo male di vivere. Inizia la serie dei perché. Perché facciamo la fatica di vivere

se è solo sventura e dolore? Questa è la condizione di noi mortali. Forse la luna non si interessa

di noi perché è immortale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir dalla terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

Il perchè delle cose, e vedi il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l'ardore, e che procacci

Il verno co' suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand'io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo

Infinito Seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell'innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D'ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto

Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell'esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors'altri; a me la vita è male.

Quarta strofa

Serie di aggettivi, solinga, pensosa, peregrina. Forse invece capisci, forse sai che senso ha la

morte, tu certo comprendi --> siamo passati dal forse al certo, fin qui il poeta era incerto se alla

luna interessasse la nostra vita o la nostra morte. La luna certamente conosce come funzionano

le cose. E' il cuore del canto notturno. Il poeta vuole sapere il perché delle cose. Che frutto ha

l’andare tacito ed infinito del tempo? Il pastore ragiona e pensa cercando la conoscenza. Si

chiede a cosa servano le stelle e cosa voglia dire la solitudine immensa dell’uomo perso nel cielo

stellato infinito. Leopardi sottolinea la solitudine immensa: uomo perso è solo nell’infinito

universo. Scontro tra infinitamente grande ed infinitamente piccolo. Quando l’uomo inizia a

pensare alla vastità della terra, alla famiglia e alle cose inanimate e ai movimenti del cielo che

girano senza posa, egli non sa trovar alcun frutto, cioè alcun senso. Magari la luna conosce

anche le riposte ma non le dice all’uomo. La luna giovane e immortale conosce il tutto, l’uomo

conosce con la ragione e sente attraverso il sentimento è il cuore. La sapienza dell’intelletto e

dell’intelligenza non va sempre d’accordo con l’intelligenza e La Sapienza del cuore. Bisogna

cercare sempre un equilibrio fra le due cose.

Conclusione razionale e del sentire: a lui tutto è male, esistenza fragile. In ogni caso non vi ė

nessuno che in grado di ricavarne un bene e una gioia. Bene che se lo gode qualcun altro, non

uomo e poeta. Limitata condizione del poeta non magari per gli altri.

O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perchè d'affanno

Quasi libera vai;

Ch'ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perchè giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,

Tu se' queta e contenta;

E gran parte dell'anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,

E un fastidio m'ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perchè giacendo

A bell'agio, ozioso,

S'appaga ogni animale;

Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Quinta strofa

Strofa che introduce il tema fatidico: il tedio E' il pastore che parla ma, poiché la luna non

risponde, si rivolge al gregge. Anche il gregge ovviamente non risponde. Il gregge è beato, felice

perché non conosce la sua miseria, quindi anche il gregge in realtà è in una condizione di

miseria, però non se ne rende conto. La differenza sta in questo, prendere coscienza di essere in

una condizione di miseria o beatitudine. Il non avere conoscenza della miseria ci rende felici.

Leopardi invidia questa condizione perché in realtà lui ha coscienza della sua miseria, non può

essere beato. Ogni stento non viene ricordato dal gregge che ha una memoria breve, il dolore

viene subito dimenticato, non come lui che dopo un anno si ricorda di essere nella stessa

condizione di dolore. Tutto questo è una condizione che procura la felicità e consente di non

provare mai il tedio, il male di vivere (cfr Montale).

Parentesi pirandelliana sul non avere coscienza: Pirandello era un grande lettore di Leopardi,

quindi tutta la sua opera è percorsa dalla filosofia leopardiana. Senza Leopardi è difficile leggere

e capire Pirandello, così come Pascoli e Montale. Nel 1908 scrive l'Umorismo, secondo cui

l'umorismo nasce dal sentimento del contrario. Immagine della vecchietta agghindata a 20enne

di cui si ha avvertimento del contrario che provoca il comico. Se mi rendo conto che la vecchietta

è sposata con un uomo e si agghinda così per piacergli, non ho più avvertimento del contrario

ma sentimento del contrario, che non provoca più il comico ma l'umorismo. E' un'esperienza

dolorosa, sa di apparire ridicola alla gente ma ha una necessità forte. Il guaio per Pirandello è

vedersi vivere. Noi viviamo e finché viviamo così, come viene viene, c'è un problema, non

proviamo stento, danno, o per lo meno ce lo dimentichiamo subito perché ce lo facciamo

scorrere. Se io blocco questo meccanismo del vivere e mi vedo vivere, faccio una doccia gelata.

Qui comincia la dissociazione, tu credevi di essere uno ma invece ti accorgi di essere 100mila. E'

fondamentale conservare la coscienza della propria umiltà dell'io, perché quando dico "io" penso

a me stesso, sono lo stesso di quando avevo 15 anni o 7, anche se ero molto diverso. Ciascuno

ha un suo giudizio, uno si mette su un palcoscenico e ha già ammesso che verrà giudicato da

una persona. L'importante è che io conservi il mio io e ne abbia conoscenza, se no ciascuno mi

vede, si fa il suo giudizio e mi scompongo in 100mila. Questa dissoluzione è quando uno si vede

vivere, esce all'esterno e si vede dall'esterno. Il vedersi vivere innesca tutto questo

procedimento, è un disastro. Il non vedersi vivere è proprio del gregge, ma già Dante ci aveva

insegnato a fatti non fosti a viver come bruti, come gregge. La persona umana non è fatta solo

per vivere come il gregge, come i brutti a cui non interessa tutto il resto. Io, dice il pastore, mi

vedo vivere da fuori e mi vedo vivere in un'altra dimensione. Il brutto si vede vivere a due

dimensioni, non ha profondità, noi invece abbiamo anche la profondità dello spirito, non solo

fisica. Il brutto vivrà sempre felice, non ha problemi esistenziali. Il gregge si preoccupa solo che

gli cresca l'erba sotto il mento, dopo aver bevuto e mangiato non ha più problemi.

il gregge ha mangiato e bevuto, riposa, non trova noia, io sono nelle stesse condizioni, sono

seduto all'ombra, non ha pensiero grossi ma dentro c'è qualcosa che mi punge, anche se sto

seduto non trovo pace, la mia mente continua a rimanere inquieta.

Montale: non domandarmi la formula, io non ho la parola che mette tutto in ordine, non ho la

formula magica, scientifica, tutto quello che posso dire è la mia storta sillaba. Nel mezzo c'è

un'altra strofa: "AH!" possiamo leggerlo come un "felice e beato" quell'uomo che se ne va sicuro

come il gregge, è in pace con se stesso, vive e si lascia vivere, non si preoccupa della sua

ombra, della sua altra dimensione. Oppure come "quale uomo che se ne va...". E' fortunato

perché non prova il male di vivere, il tedio. Sono modi diversi di dirlo quello di Pirandello e

Montale ma è sempre la stesa condizione.

Leopardi invidia il gregge perché non trova mai il tedio, non prova la noia esistenziale. Non ha

particolari problemi, eppure non so quale sia il livello di felicità che il gregge ha raggiunto,

sicuramente è fortunato. Io invece provo il male di vivere. C'è una rima in -gl, un suono duro,

brutto per descrivere il travaglio. Io non ho in questo momento un dolore particolare ma

nemmeno felicità. Se potessi parlare, gregge, ti porrei delle domande. Il poeta si chiede il perché

della condizione esistenziale propria dell'uomo, la condizione di tedio. Un semplice animale è

appagato ma io non posso fermarmi lì, non sono solo un brutto, sono fatto per appagarmi della

vita a un altro livello, però non arrivo a questo appagamento perché vengo prima assalito dal

tedio.

Forse s'avess'io l'ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

E' funesto a chi nasce il dì natale.

Sesta strofa

Il pastore si risponde da sé con l'ultima strofa. Si rivolge sia alla luna che al gregge. Nella

conclusione a cui è arrivato due strofe sopra dice "a me la vita è male", qui arriva a dire che a

chiunque la vita è male. A tutti gli esseri animati, forse per tutti, la vita è male. Il giorno dell

nascita è funesto, è come se fosse un giorno di morte. Se abbiamo fede nella religione cristiana e

quindi nei santi, dobbiamo sapere che i santi che ci sono nel calendario non sono ricordatati nel

giorno in cui sono nati, sono ricordati nel giorno in cui sono morti --> sono morti alla vita terrena

ma sono nati nella vita eterna. La conclusione è nichilista, radicalmente negativa. Il giorno stesso

è male, la vita è male in qualunque condizione. Se io avessi ali per alzarmi sulle nuvole potrei

vedere le cose dall'altro e sarei più felice, però, siccome non ho queste ali, non posso andare

oltre, non entro nella metafisica. Se volasse alto verso la metafisica si renderebbe conto che c'è

altro oltre la condizione puramente fisica e materiale che gli appare davanti. Ma forse il pensiero

di Leopardi è errato: anche il gregge magari non è felice e contento della sua condizione poichè

anche per esso il giorno di nascita è funesto. Perciò il pessimismo è universale: condizione di

male per tutti.

Il forse sottolinea il fatto che il pessimismo leopardiano, che da personale passa a una visione

universale, è sempre contraddistinto da una probabilità (forse) che incrina alla base questa

visione pessimistica e lascia, in modo teorico, uno spiraglio aperto poiché non si ha una

certezza. Il forse ha un minimo di speranza e per questo il giorno natale non può essere così

Forse

funesto. permette di salvare il pessimismo di Leopardi.

Il tramonto della luna pag. 30

E' un altro testo dei Canti, comprende 4 strofe ma noi analizziamo solo le prime 2 che sviluppano

il paragone tra la luna e la vecchiaia. La luna sorge e tramonta, come si racconta nel testo, però

sappiamo che il giorno dopo di nuovo risorge, rifà il suo percorso e così via. Viceversa nella vita

umana la giovinezza, una volta che è tramontata, non ritorna più. L'uomo nasce, cresce, diventa

vecchio e muore. Questo non accade alla luna. La luna che tramonta corrisponde alla vecchiaia,

la luna che sorge è la giovinezza. Questo ragionamento viene sviluppato nelle prime due strofe

attraverso un paragone di cui il primo termine è tutta la prima strofa: così come in una notte

solitaria la luna tramonta e il mondo si scolora, così la giovinezza lascia l'età mortale e si dilegua.

Quale in notte solinga,

Sovra campagne inargentate ed acque,

Là 've zefiro aleggia,

E mille vaghi aspetti

E ingannevoli obbietti

Fingon l'ombre lontane

Infra l'onde tranquille

E rami e siepi e collinette e ville;

Giunta al confin del cielo,

Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno

Nell'infinito seno

Scende la luna; e si scolora il mondo;

Spariscon l'ombre, ed una

Oscurità la valle e il monte imbruna;

Orba la notte resta,

E cantando, con mesta melodia,

L'estremo albor della fuggente luce,

Che dianzi gli fu duce,

Saluta il carrettier dalla sua via;

La luna tramonta sopra argentate acque, in una campagna dove Zefiro aleggia, allora le ombre

lontane creano mille vaghi aspetti, lasciano intravedere ingannevoli aspetti. Visto che sono

seduto al di qua della siepe posso creare infinite cose al di là della siepe stessa, l'infinito è al di là

quindi posso immaginare quello che voglio. Se guardassi cosa c'è al di là della siepe, mi

accorgerei che la realtà è sempre inferiore alla fantasia. Le colline, gli alberi ecc.. da lontano non

si vedono. Così come la luna è arrivata al confine del cielo, al confine con l'orizzonte, il mondo si

scolora. Cos'è il mondo scolorito? Il mondo impallidisce come la morte. Un'unica, un'uniforme

oscurità rende oscura la valle e il monte, la notte rimane privata, vedova. In questo paesaggio in

cui non si vede più nulla, rimane la sensazione uditiva. Il carrettiere, dalla strada che va

percorrendo, saluta cantando con un canto triste l'estremo albore (albus, bianco come l'alba del

sole che sorge), l'ultimo bagliore della luna che ormai è calata, quella luce che prima gli era stata

guida.

Tal si dilegua, e tale

Lascia l'età mortale

La giovinezza. In fuga

Van l'ombre e le sembianze

Dei dilettosi inganni; e vengon meno

Le lontane speranze,

Ove s'appoggia la mortal natura.

Abbandonata, oscura

Resta la vita. In lei porgendo il guardo,

Cerca il confuso viatore invano

Del cammin lungo che avanzar si sente

Meta o ragione; e vede

Che a se l'umana sede,

Esso a lei veramente è fatto estrano.

Allo stesso modo in cui la luce tramonta velocemente, così la giovinezza scompare, si dilegua -->

come prima con il termine fuggente, dà l'idea di rapidità, questo momento del sorgere e del

tramontare sia del sole che della luna è abbastanza rapido. Fuggono, finiscono nel buio le ombre

e le speranze, ossia le illusioni piacevoli che nella giovinezza si creano. Vengono meno, muoiono,

le lontane speranze sulle quali la natura mortale si appoggia. Le speranze, i cori scompaiono

all'apparire del vero, la morte. Se quando la luna scopare il mondo si scolora, tutto sparisce e la

notte resta vedova, allo stesso modo, abbandonata, oscura, resta la vita. Qui torna l'immagine

del carrettiere che cantava e sembrava invocare la fuggente luce. Il viandante, uomo che è

viaggiatore, rimane confuso per questo sparire delle speranze che si rivelano inganni, la vita

rimane vuota, scura, perché non si vede più il perché delle cose, e cerca invano il lungo cammino

che sente di avere davanti. Tramontata l'età delle speranze, quando le speranze si rivelano

illusioni, perché appare l'arido vero, allora i motivi che mi guidano quali sono? L'unica cosa che

riesce a vedere, nonostante non ci sia più la luce esterna né quella interna, è che lui, il viandante,

è estraneo all'umana sede, alla realtà, e la realtà è estranea a lui, si sente uno straniero. Il cercare

invano aumenta la confusione e il sentimento di estraneità dalla realtà. Questo tema del cercare

invano, del sentirsi straniero è tipico dell'uomo di fine '800 e di primo '900.

Odi, Melisso pag. 34

ALCETA

Odi, Melisso: io vo’ contarti un sogno

Di questa notte, che mi torna a mente

In riveder la luna. Io me ne stava

Alla finestra che risponde al prato,

Guardando in alto: ed ecco all’improvviso

Distaccasi la luna; e mi parea

Che quanto nel cader s’approssimava,

Tanto crescesse al guardo; infin che venne

A dar di colpo in mezzo al prato; ed era

Grande quanto una secchia, e di scintille

Vomitava una nebbia, che stridea

Sì forte come quando un carbon vivo

Nell’acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo

La luna, come ho detto, in mezzo al prato

Si spegneva annerando a poco a poco,

E ne fumavan l’erbe intorno intorno.

Allor mirando in ciel, vidi rimaso

Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia,

Ond’ella fosse svelta; in cotal guisa,

Ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro.

MELISSO

E ben hai che temer, che agevol cosa

Fora cader la luna in sul tuo campo.

ALCETA

Chi sa? non veggiam noi spesso di state

Cader le stelle?

MELISSO

Egli ci ha tante stelle,

Che picciol danno è cader l’una o l’altra

Di loro, e mille rimaner. Ma sola

Ha questa luna in ciel, che da nessuno

Cader fu vista mai se non in sogno.

Prima era una poesia dei Canti, poi Leopardi lo toglie dall'edizione del 1831. Composto nel 1819

sogno".

come "Il Alceta racconta a Melisso il sogno che ha fatto: sogna che la luna gli cada dal

cielo nel suo giardino ed è infuocata nonostante tutto. Nel cielo rimane un buco nero dove era

appiccicata.

Alceta: dice di aver fatto un sogno, stava alla finestra, dove stava la luna, quando questa inizia a

cadere di colpo in mezzo al prato. Era grande quanto una secchia e bruciava come un tizzone

ardente, vomitava una nebbia di scintille e strideva come quando si mette il tizzone ardente

nell'acqua. La luna si spegne bruciando tutta l'erba che c'è intorno. Guardando in cielo vede il

buco rimasto.

Melisso: dice che ha ragione a spaventarsi perché è molto probabile che la luna cada nel tuo

prato. Ovviamente è ironico.

Alceta: come cadono le stelle, può capitare che anche la luna cada.

Melisso: le stelle sono miliardi, quindi se ne cade qualcuna non è importante. La luna è una sola

quindi non è molto probabile che cada. Il componimento si chiude con il sogno così come era

iniziato.

Dialogo tra la terra e la luna pag. 31

Fa parte delle Operette morali, in prosa. Vengono pubblicate nel '27, stesso anno della

pubblicazione di Manzoni. Il titolo è ironico e auto ironico, il diminutivo vuole sminuire la portata

del libro, però sono morali, di filosofia morale perché toccano alcuni temi filosofici. Quando nel

'26 Leopardi manda all'editore Stella le Operette, scrive: ti mando una cosa filosofica benché

Odi, Melisso.

scritta con leggerezza apparente. Utilizza l'ironia già utilizzata in Molti dei testi delle

operette sono sotto forma di dialogo. L'ironia entra in vari modi ma, per esempio, soprattutto nei

testi fatti a dialogo, dei due protagonisti, uno fa la parte di Leopardi, l'altro di un interlocutore

qualunque che serve a porre delle domande in modo tale che il primo, l'autore, possa andare

avanti nelle sue considerazioni. E' un genere letterario vero e proprio come i dialoghi di Platone,

come i dialoghi di Galileo. Questa struttura è la struttura classica del dialogo come modalità di

trattare un argomento filosofico in cui la forma dialogica serve per interrompere l'esposizione, se

no il maestro che parla diventa troppo noioso. Nel caso leopardiano sono dialoghi in qualche

misura ironici perché in qualche caso i personaggi che entrano in scena sono personaggi

fantastici, sono dialoghi che non concludono, i due discutono proponendo le proprie idee, però

alla fine il problema non viene risolto, rimane aperto.

La terra è un po' sciocca, lei stessa dice di sé di essere di testa grossa, ottusa, ingenua, alla

buona.

La luna è amante del silenzio, è muta, è la prima volta che vediamo la luna parlare. Solo verso la

fine fa un intervento più lungo ma tendenzialmente parla poco. Prende in giro le credenze che la

terra ha su di lei ma non si viene a sapere cosa ci sia sulla luna, con una eccezione.

Terra. Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere; per essere una persona; secondo che ho inteso molte volte

da' poeti: oltre che i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e che lo

veggono essi cogli occhi propri; che in quell'età ragionevolmente debbono essere acutissimi. Quanto a me, non

dubito che tu non sappi che io sono né più né meno una persona; tanto che, quando era più giovane, feci molti

figliuoli: sicché non ti maraviglierai di sentirmi parlare. Dunque, Luna mia bella, con tutto che io ti sono stata vicina

per tanti secoli, che non mi ricordo il numero, io non ti ho fatto mai parola insino adesso, perché le faccende mi

hanno tenuta occupata in modo, che non mi avanzava tempo da chiacchierare. Ma oggi che i miei negozi sono ridotti

a poca cosa, anzi posso dire che vanno co' loro piedi; io non so che mi fare, e scoppio di noia: però fo conto, in

avvenire, di favellarti spesso, e darmi molto pensiero dei fatti tuoi; quando non abbia a essere con tua molestia.

Io so che tu puoi parlare --> la terra è assiomatica nelle sue frasi. La terra si fida di quanto dicono i poeti e i bambini,

inaffidabili per definizione. La terra scoppia di noia come il pastore errante, nonostante sia un altro tipo di noia. Dice

di non aver mai avuto tempo di chiacchierare a causa degli impegni, come se la luna volesse chiacchierare. la terra è

molto ficcanaso e permette che da qui in avanti si darà pensiero dei fatti della luna.

Luna. Non dubitare di cotesto. Così la fortuna mi salvi da ogni altro incomodo, come io sono sicura che tu non me ne

darai. Se ti pare di favellarmi, favellami a tuo piacere; che quantunque amica del silenzio, come credo che tu sappi, io

t'ascolterò e ti risponderò volentieri, per farti servigio.

La luna è molto educata, dice che la terra non la disturba. La luna mette le cose in chiaro, dice di essere amica del

silenzio.

Terra. Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti coi loro moti?

Luna. A dirti il vero, io non sento nulla.

Terra. Né pur io sento nulla, fuorché lo strepito del vento che va da' miei poli all'equatore, e dall'equatore ai poli, e

non mostra saper niente di musica. Ma Pitagora dice che le sfere celesti fanno un certo suono così dolce ch'è una

maraviglia; e che anche tu vi hai la tua parte, e sei l'ottava corda di questa lira universale: ma che io sono assordata

dal suono stesso, e però non l'odo.

La Terra fa riferimento a Pitagora e alla teoria sulle sfere celesti. Platone ci dice che su ognuna di queste sfere c'è

una sirena che emette una sola nota, quindi, poiché le sfere sono 8, le sirene di Platone sono 8 formando così un

ottavo --> ordine cosmico. Pitagora due che le sfere celati fanno rumore, un rumore che la terra non sente.

Nonostante ciò decide di non fidarsi della realtà a favore di quanto detto dal poeta.

Luna. Anch'io senza fallo sono assordata; e, come ho detto, non l'odo: e non so di essere una corda.

La luna asseconda la terra dicendo di essere assordata e parla sempre per affermazioni in negativo. La terra fa solo

affermazioni, parla sempre per ciò che è nonostante si fondi su false fonti, non attestabili.

Terra. Dunque mutiamo proposito. Dimmi: sei tu popolata veramente, come affermano e giurano mille filosofi antichi

e moderni, da Orfeo sino al De la Lande? Ma io per quanto mi sforzi di allungare queste mie corna, che gli uomini

chiamano monti e picchi; colla punta delle quali ti vengo mirando, a uso di lumacone; non arrivo a scoprire in te

nessun abitante: se bene odo che un cotal Davide Fabricio, che vedeva meglio di Linceo, ne scoperse una volta certi,

che spandevano un bucato al sole.

Corna = monti più alti. Chiede se la luna è abitata, perché nemmeno dalle sue corna vede se è abitata.

Luna. Delle tue corna io non so che dire. Fatto sta che io sono abitata.

Risponde affermativamente all'inizio, poi torna al negativo.

Terra. Di che colore sono cotesti uomini?

Luna. Che uomini?

Terra. Quelli che tu contieni. Non dici tu d'essere abitata?

Luna. Sì, e per questo?

Terra. E per questo non saranno già tutte bestie gli abitatori tuoi.

Luna. Né bestie né uomini; che io non so che razze di creature si sieno né gli uni né l'altre. E già di parecchie cose

che tu mi sei venuta accennando, in proposito, a quel che io stimo, degli uomini, io non ho compreso un'acca.

La luna non sa cosa siano né gli uomini né le beste.

Terra. Ma che sorte di popoli sono coteste?

Luna. Moltissime e diversissime, che tu non conosci, come io non conosco le tue.

Non è la stessa cosa che aveva detto Galileo quando diceva di non sapere e non credere che sulla luna ci fossero

delle entità, ma seppur ci fossero, sarebbero diversissime ed inescogitabili.

Terra. Cotesto mi riesce strano in modo, che se io non l'udissi da te medesima, io non lo crederei per nessuna cosa

del mondo. Fosti tu mai conquistata da niuno de' tuoi?

Luna. No, che io sappia. E come? e perché?

Terra. Per ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti politiche, colle armi.

Luna. Io non so che voglia dire armi, ambizione, arti politiche, in somma niente di quel che tu dici.

Terra. Ma certo, se tu non conosci le armi, conosci pure la guerra: perché, poco dianzi, un fisico di quaggiù, con certi

cannocchiali, che sono instrumenti fatti per vedere molto lontano, ha scoperto costì una bella fortezza, co' suoi

bastioni diritti; che è segno che le tue genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali.

Luna. Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente che forse non converrebbe a una tua suddita

o fantesca, come io sono. Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque

parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti

puntualmente da per tutto. Io dico di essere abitata, e tu da questo conchiudi che gli abitatori miei debbono essere

uomini. Ti avverto che non sono; e tu consentendo che sieno altre creature, non dubiti che non abbiano le stesse

qualità e gli stessi casi de' tuoi popoli; e mi alleghi i cannocchiali di non so che fisico. Ma se cotesti cannocchiali non

veggono meglio in altre cose, io crederò che abbiano la buona vista de' tuoi fanciulli; che scuoprono in me gli occhi,

la bocca, il naso, che io non so dove me gli abbia.

La luna dice di essere la serva della terra. Utilizza un vezzeggiativo che attenua quello che potrebbe essere

offensivo: sei proprio presuntuosa, dai per scontato che quel oche c'è sulla terra sia replicabile in tutto l'universo

(vanerella). Avverte la terra di non essere come lei crede, non vede tutte le cose che dice la terra.

Terra. Dunque non sarà né anche vero che le tue province sono fornite di strade larghe e nette; e che tu sei coltivata;

cose che dalla parte della Germania, pigliando un cannocchiale, si veggono chiaramente.

La terra continua a parlare attraverso nozioni di saggezza popolare.

Luna. Se io sono coltivata, io non me ne accorgo, e le mie strade io non le veggo

Terra. Cara Luna, tu hai a sapere che io sono di grossa pasta e di cervello tondo; e non è maraviglia che gli uomini

m'ingannino facilmente. Ma io ti so dire che se i tuoi non si curano di conquistarti, tu non fosti però sempre senza

pericolo: perché in diversi tempi, molte persone di quaggiù si posero in animo di conquistarti esse; e a quest'effetto

fecero molte preparazioni. Se non che, salite in luoghi altissimi, e levandosi sulle punte de' piedi, e stendendo le

braccia, non ti poterono arrivare. Oltre a questo, già da non pochi anni, io veggo spiare minutamente ogni tuo sito,

ricavare le carte de' tuoi paesi, misurare le altezze di cotesti monti, de' quali sappiamo anche i nomi. Queste cose,

per la buona volontà ch'io ti porto, mi è paruto bene di avvisartele, acciò che tu non manchi di provvederti per ogni

caso. Ora, venendo ad altro, come sei molestata da' cani che ti abbaiano contro? Che pensi di quelli che ti mostrano

altrui nel pozzo? Sei tu femmina o maschio? perché anticamente ne fu varia opinione. È vero o no che gli Arcadi

vennero al mondo prima di te? che le tue donne, o altrimenti che io le debba chiamare, sono ovipare; e che uno delle

loro uova cadde quaggiù non so quando? che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico moderno?

che sei fatta, come affermano alcuni Inglesi, di cacio fresco? che Maometto un giorno, o una notte che fosse, ti spartì

per mezzo, come un cocomero; e che un buon tocco del tuo corpo gli sdrucciolò dentro alla manica? Come stai

volentieri in cima dei minareti? Che ti pare della festa del bairam?

Luna. Va pure avanti; che mentre seguiti così, non ho cagione di risponderti, e di mancare al silenzio mio solito. Se

hai caro d'intrattenerti in ciance, e non trovi altre materie che queste; in cambio di voltarti a me, che non ti posso

intendere, sarà meglio che ti facci fabbricare dagli uomini un altro pianeta da girartisi intorno, che sia composto e

abitato alla tua maniera. Tu non sai parlare altro che d'uomini e di cani e di cose simili, delle quali ho tanta notizia,

quanta di quel sole grande grande, intorno al quale odo che giri il nostro sole.

La luna è stufa di sentire parlare in questo modo la terra.

Terra. Veramente, più che io propongo, nel favellarti, di astenermi da toccare le cose proprie, meno mi vien fatto. Ma

da ora innanzi ci avrò più cura. Dimmi: sei tu che ti pigli spasso a tirarmi l'acqua del mare in alto, e poi lasciarla

cadere?

La terra cambia argomento.

Luna. Può essere. Ma posto che io ti faccia cotesto o qualunque altro effetto, io non mi avveggo di fartelo: come tu

similmente, per quello che io penso, non ti accorgi di molti effetti che fai qui; che debbono essere tanto maggiori de'

miei, quanto tu mi vinci di grandezza e di forza.

La luna dice di non accorgersi, tuttavia potrebbe essere.

Terra. Di cotesti effetti veramente io non so altro se non che di tanto in tanto io levo a te la luce del sole, e a me la

tua; come ancora, che io ti fo gran lume nelle tue notti, che in parte lo veggo alcune volte. Ma io mi dimenticava una

cosa che importa più d'ogni altra. Io vorrei sapere se veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che

ciascun uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità, le fatiche e spese che si mettono nei buoni

studi per essere onorati dagli altri, nell'indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere le instituzioni utili;

tutto sale e si raguna costà: di modo che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si parte dagli

uomini. In caso che questo sia vero, io fo conto che tu debba essere così piena, che non ti avanzi più luogo;

specialmente che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose (verbigrazia l'amor patrio, la virtù, la

magnanimità, la rettitudine), non già solo in parte, e l'uno o l'altro di loro, come per l'addietro, ma tutti e interamente.

E certo che se elle non sono costì, non credo si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo insieme

una convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano in mano, tutte queste cose; donde io penso

che tu medesima abbi caro di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa costì un

grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli anni una buona somma di danari.

La terra torna a tirare in ballo le autorità. Cita Ariosto.

Luna. Tu ritorni agli uomini; e, con tutto che la pazzia, come affermi, non si parta da' tuoi confini, vuoi farmi impazzire

a ogni modo, e levare il giudizio a me, cercando quello di coloro; il quale io non so dove si sia, né se vada o resti in

nessuna parte del mondo; so bene che qui non si trova; come non ci si trovano le altre cose che tu chiedi.

Terra. Almeno mi saprai tu dire se costì sono in uso i vizi, i misfatti, gl'infortuni, i dolori, la vecchiezza, in conclusione i

mali? intendi tu questi nomi?

Stiamo arrivando alla morale della favola: la luna ha sempre detto di non sapere nemmeno i nomi delle cose di cui si

stava parlando, questa volta la terra le chiede se conosce i mali.

Luna. Oh cotesti sì che gl'intendo; e non solo i nomi, ma le cose significate, le conosco a maraviglia: perché ne sono

tutta piena, in vece di quelle altre che tu credevi.

La luna si trova d'accordo con la terra, conosce i mali non solo per i nomi ma anche per cosa siano. Non bisogna

essere nominalisti, bisogna conoscere cosa sta dietro al nome, il significato vero e proprio. Inizia un dialogo botta-

risposta

Terra. Quali prevalgono ne' tuoi popoli, i pregi o i difetti?

Luna. I difetti di gran lunga.

Terra. Di quali hai maggior copia, di beni o di mali?

Luna. Di mali senza comparazione.

Terra. E generalmente gli abitatori tuoi sono felici o infelici?

Luna. Tanto infelici, che io non mi scambierei col più fortunato di loro.

Terra. Il medesimo è qui. Di modo che io mi maraviglio come essendomi sì diversa nelle altre cose, in questa mi sei

conforme.

La terra trova un punto in comune con la luna. In tutto il resto le ha detto no, no, no e no, sono simili sono nella pare

destruens.

Luna. Anche nella figura, e nell'aggirarmi, e nell'essere illustrata dal sole io ti sono conforme; e non è maggior

maraviglia quella che questa: perché il male è cosa comune a tutti i pianeti dell'universo, o almeno di questo mondo

solare, come la rotondità e le altre condizioni che ho detto, né più né meno. E se tu potessi levare tanto alto la voce,

che fossi udita da Urano o da Saturno, o da qualunque altro pianeta del nostro mondo; e gl'interrogassi se in loro

abbia luogo l'infelicità, e se i beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho fatto io. Dico

questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo

più vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate dappresso: e tutti mi hanno

risposto come ho detto. E penso che il sole medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.

La luna non è così vanerella come la terra, da risposte di saggezza negativa. Esprime il pensiero di Leopardi. Dice

che entrambe sono rotonde, girano su se stesse, sono illuminate dal sole allo stesso modo, non è una cosa di cui

meravigliarsi tanto. Ciò vale anche per l'essere pieni di mali, perché i mali sono cosa comune a tutti i pianeti

dell'universo --> pessimismo universale. Alle comete che sono passate vicino alla luna ha chiesto e hanno risposto

che in tutti i pianeti, anche al di fuori del sistema solare, la situazione è la stessa.

Terra. Con tutto cotesto io spero bene: e oggi massimamente, gli uomini mi promettono per l'avvenire molte felicità.

La terra è più bonacciona, ha fiducia nel futuro.

Luna. Spera a tuo senno: e io ti prometto che potrai sperare in eterno.

Questa felicità non arriverà mai.

Terra. Sai che è? questi uomini e queste bestie si mettono a romore: perché dalla parte della quale io ti favello, è

notte, come tu vedi, o piuttosto non vedi; sicché tutti dormivano; e allo strepito che noi facciamo parlando, si

destano con gran paura.

Luna. Ma qui da questa parte, come tu vedi, è giorno.

La luna è dalla parte del giorno, la terra dalla parte della notte, causa di spavento per la gente

Terra. Ora io non voglio essere causa di spaventare la mia gente, e di rompere loro il sonno, che è il maggior bene

che abbiano. Però ci riparleremo in altro tempo. Addio dunque; buon giorno.

Nel sonno uno dimentica temporaneamente i suoi mali. Già gli antichi sostenevano questo pensiero.

Luna. Addio; buona notte.

Il discorso finisce con un saluto ma in realtà finisce con un discorso che resta aperto. La terra

scopre qual è la sua vera realtà di male nonostante cerchi di fuggirne pensando positivamente.

Lascia dormire gli uomini non vuole condividere con loro questa realtà così drammatica.

Lezione 12

Baudelaire Fiori del male,

E' conosciuto come autore dei la raccolta che esce nel 1856. Questo testo diventa

la Bibbia di tanta parte della poesia successiva, anche europea. Viene pubblicato a Bruxelles

dove era scappato. Il libro viene poi conosciuto, il francese era piuttosto diffuso. In Italia arriva

dopo, negli ambienti della Scapigliatura lombarda che guarda ai poeti francesi. Uno degli

scapigliati più famosi, Praga, era a parigi nel 57 quando arriva questo nuovo libro, quindi lo legge

in francese e lo porta in italia. E' un libro che ha presenza forte anche nel '900, soprattutto nella

prima metà. E' un punto di riferimento per la linea di letteratura di contestazione, che contesta

Lo spleen di

l'ordine costituito. Subito dopo i fiori del male vengono questi poemi che chiama

Parigi. In queste pagine in prosa c'è anche questo, i benefici della luna

I benefici della luna pag. 36

Il titolo è ironico, i benefici della luna non sono dei grandi benefici. Mettiamo a fuoco il percorso

negativo della luna. Fino ad ora l'abbiamo sempre vista positiva, bianca, positiva, tranquilla, però

c'è anche l'altra faccia della luna, quello della luna malata, verde, o quello della luna che influisce

sulle persone ed è cattiva, questo suo influsso è negativo e rende le persone lunatiche,

inaffidabili, pallide, un po' malate.

Può capitare - dice Baudelaire - che la luna prenda di mira una persona, una bambina, e la

trasformi.

Questo testo è in prosa, non in poesia. E' una contraddizione un poema in prosa. E' stato scritto

nel 1861.

La Luna, che è il capriccio stesso, guardò dalla finestra mentre tu dormivi nella tua culla e pensò: “Questa bambina

mi piace”.

E scese morbidamente la sua scala di nuvole, e passò senza rumore attraverso i vetri. Poi si stese su di te con la

tenerezza flessuosa di una madre e depose i suoi colori sulla tua faccia. Le tue pupille ne rimasero verdi, e le tue

guance straordinariamente pallide. Appunto contemplando quella visitatrice i tuoi occhi s’amplificarono in modo

tanto bizzarro; ed ella ti serrò tanto affettuosamente alla gole, che te ne restò per sempre la voglia di piangere.

Frattanto, nell’espansione della sua gioia, la Luna empiva tutta la camera come un’atmosfera fosforica, come un

veleno luminoso; e tutta quella luce viva pensava e diceva: “Subirai eternamente l’influsso del mio bacio. Sarai bella a

modo mio. Amerai ciò che amo io e ciò che mi ama: l’acqua, le nubi, il silenzio e la notte; il mare immenso e verde;

l’acqua informe e multiforme; il luogo ove non sarai; l’amante che non conoscerai; i fiori mostruosi; i profumi che

fanno delirare; i gatti che rabbrividiscono di voluttà sui pianoforti e che gemono come le donne con una voce roca e

dolce”.

“E sarai amata dai miei amanti,corteggiata dai miei cortigiani. Sarai la regina degli uomini dagli occhi verdi, ai quali

pure serrai la gola nelle mie carezze notturne; di quelli che amano il mare, il mare immenso, tumultuoso e verde,

l’acqua informe e mutliforme, il luogo ove non sono, la donna che non conoscono, i fiori sinistri che sembrano

gl’incensieri di una religione ignota, i profumi che turbano la volontà, e gli animali selvatici e voluttuosi che sono

emblemi della loro follia”.

Ed è per questo, o maledetta ma cara bimba viziata, che io sono ora ai tuoi piedi, e cerco in tutta la tua persona il

riflesso della formidabile Divinità, della fatidica madrina, della nutrice avvelenatrice di tutti i lunatici.

La luna è capriccio in persona perché volubile per definizione, C'è una bambina che dorme vicina

alla finestra, la luna sorge, i raggi entrano alla finestra, non ci sono tirata ere tende, e si

"innamora" della bimba. La luna scese dalle nuvole senza far rumore, parla con la bimba.

Assume i colore della luna, verde e pallida. Non è più una luna bianca, è verde (cfr Shakespeare).

La bimba si sveglia, guarda la lune spalanca gli occhi contemplando tutta la notte la luna.

Assorbe tutto il male di luna. Gli occhi allora diventano verdi, il viso, al posto di abbronzarsi

diventa pallida e ha voglia di piangere, è triste e malinconica. La luna colma tutte le stanze come

un luminoso veleno. Per sempre, eternamente la bimba avrà l'influsso lunare, sarà bella a modo

della luna. Le piacerà ciò che piace alla luna, l'acqua, le nuvole, il silenzio e la notte. Il mare

immenso è verde, L'acqua informe è multiforme, il mare, una sostanza che non ha forma.

L'animo della bimba non ha una forma sua, prenderà quello della luna. Vedrai il posto che non

sei, l'amante che non consoci --> sono benefici in negativo. A sua volta la bimba sarà amata

dagli uomini che prediligono le stesse cose.

Questo testo viene ripreso anche da Carducci.

Carducci - Vendette della luna pag. 40

Composta nel 1873, poi entra nella raccolta famosa "Rime nuove", dove ci sono delle poesie più

famose e più leggibili. Le primissime strofe riprendono quasi all lettera il testo di Baudelaire.

Te, certo, te, quando la veglia bruna

Lenti adduceva i sogni a la tua culla,

Te certo riguardò la bianca luna,

Bianca fanciulla.

A te scese la dea ne la sua stanca

Serenitade e con i freddi baci

China al tuo viso - O fanciulletta bianca, -

Disse - mi piaci. -

E al fatal guardo, ove or s'annega e perde

L'anima mia, piovea lene il gentile

Tremolar del suo lume entro una verde

Notte d'aprile.

Ti deponea tra i labbri la querela

De l'usignuolo al frondeggiante maggio,

Quando la selva odora e argentea vela

Nube il suo raggio;

E del languor niveo fulgente, ond'ella

Ride a l'Aurora da le rosee braccia,

Ti diffondeva la persona bella,

La bella faccia:

Onde a' cari occhi tuoi, dal cui profondo

Tutto lampeggia quel che ama e piace,

Nel roseo tempo che sorride il mondo

Io chiesi pace:

Pace al tuo riso, ove fiorisce pura

La voluttà che nel mio spirto dorme,

E che promesso m'ha l'alma natura

Per mille forme.

Ahi, ma la tua marmorëa bellezza

Mi sugge l'alma, e il senso de la vita

M'annebbia; e pur ne libo una dolcezza

Strana, infinita:

Com'uom che va sotto la luna estiva

Tra verdi susurranti alberi al piano;

Che in fantastica luce arde la riva

Presso e lontano,

Ed ei sente un desio d'ignoti amori

Una lenta dolcezza al cuor gravare,

E perdersi vorria tra i muti albori

E dileguare.

Poeta parla a un tu che è la Bianca fanciulla, che quando era sveglia e i sogni arrivavano

lentamente, faticava ad addormentarsi. Ecco che la bianca luna la osservò. Prime due e tre strofe

dove la poesia carducciana si avvia sullo stesso andamento di Baudelaire, sviluppando solo

dopo un discorso a parte che si distacca.

Lezione 13 Pascoli

-

L'assiuolo pag. 42

L'Assiuolo Myricae In campagna.

fa parte della raccolta e compare nella sezione La poesia si

svolge in una campagna addormentata, notturna, in cui il poeta fatica a scorgere la luna. Dal buio

gli arriva alle orecchie un pianto triste e lontano, il verso dell'assiuolo, un uccello notturno, che,

lugubre, ispira al poeta pensieri legati alla morte. Pascoli si interroga quindi sul mistero che

incombe sul nostro universo e sul destino dell'uomo, votato alla morte senza rimedio. La figura

retorica più caratterizzante di questo componimento è l'onomatopea, utilizzata dal poeta per

chiù,

rendere il verso dell'assiuolo, che chiude ogni strofe con un sinistro presagio di

sventura. Tutto il tema dell’assiuolo porta ad essere la voce dei campi un pianto di morte.

Riflessione di morte: l’assiuolo di morte fa parte della raccolta Myricae che è stata dedicata alla

morte del padre, fucilato da parte di due sicari chiù:

Ci sono tre strofe e tutte finiscono con onomatopea verso che fa l’assiuolo, piccolo uccello

rapace notturno, simile al gufo, tipico delle regioni centrali (in Toscana viene chiamato appunto

‘chiù’).

Rima: abab cdcd

Dov'era la luna? Ché il cielo

notava in un'alba di perla,

ed ergersi il mandorlo e il melo

parevano a meglio vederla.

Venivano soffi di lampi

da un nero di nubi laggiù:

veniva una voce dai campi:

chiù...

Le stelle lucevano rare

tra mezzo alla nebbia di latte:

sentivo il cullare del mare,

sentivo un fru fru tra le fratte;

sentivo nel cuore un sussulto,

com'eco d'un grido che fu.

Sonava lontano il singulto:

chiù...

Su tutte le lucide vette

tremava un sospiro di vento;

squassavano le cavallette

finissimi sistri d'argento

(tintinni a invisibili porte

che forse non s'aprono più?... );

e c'era quel pianto di morte...

chiù...

La prima strofa è descrittiva, viene descritto un paesaggio da un punto di vista visivo: i colori,

bianco e nero, alba. All’improvviso , dopo i sei versi che descrivono il paesaggio, si ha una voce,

si sente un rumore dai campi: chiù.

Nella seconda strofa la descrizione prosegue, riprendendo la dimensione visiva come le stelle, la

nebbia di latte, (colore bianco che ritorna spesso), poi prende il sopravvento la nota uditiva: il

rumore del mare e delle sue onde, il fru fru tra le fratte, i cespugli con foglie mosse, magari il

fruscio è provocato dallo stesso chiù.

Sentivo nel cuore: si distacca dal sentire dei rumori e delle voci con le orecchie per sottolineare la

sensazione e il modo di essere, un sussulto. La voce dai campi diviene un singhiozzo.

Nella terza strofa si ha la descrizione del paesaggio, dei rumori: vento, stelle, luce, si sentono i

rumori delle cavallette, i tintinni e su tutto domani il pianto chiù.

Il singulto, singhiozzo di prima diventa un pianto di morte. La voce chiù è sempre la stessa ma in

→ → →

un climax ascendente sempre più alto e profondo: voce singulto singhiozzo pianto di

morte.

Chiù è chiuso tra due domande che non ricevono risposte:

• Dov’era la luna? Nel cielo era diffuso un chiarore biancastro e il cielo ci nuotava dentro. Questo

fa si che noi non vediamo e non sappiamo dove sia la luna: c’è un chiarore diffuso. Noi non la

vediamo, immaginiamo che sia un alba di perla: può essere sia l’alba del sole o la luna che sta

tramontando, non è chiara la situazione poiché la luna non è percepibile nel cielo. Sembra che

tutta la natura si stia protendendo verso l’alto, quasi a cercare la luna. Utilizza termini come

mandorlo e melo, nomi specifici e scientifici (caratteristica della poesia di Pascoli, bisogna dare

il nome preciso delle cose). La determinazione rende la realtà più poetica, al contrario di

quanto diceva Leopardi: la lontananza e l’indefinitezza rendono una cosa poetica, si ha in

questo modo una sfumatura dei contorni, l’immaginazione ha la possibilità di creare immagini

Soffi

nuove. Da lontano si intravedono lampi come un soffio: lampo che viene prima del tuono.

di lampi da un nero di nubi: sintagma che torna spesso, costruzione con sostantivo + altro

sostantivo di specificazione e determinazione, come se fosse un genitivo. Egli cosi non vuole

mettere in primo piano la cosa, bensì il colore: ‘un nero di nubi’.

• Si aprono le porte? Forse si o forse no: tutto è indefinito. Il chiù si ode solamente, non si vede

così come la luna: tutto è indefinito, non si comprende dov’è la luna o il chiù così come le

porte.

Pascoli è fortemente espressionistico a far vedere colori, cose e fa sentire le cose e i rumori

attraverso due strumenti: allitterazioni o onomatopee, gruppo di lettere che fanno sentire un

suono, ma non hanno alcun significato. Sentivo un fru fru tra le fratte: allitterazione ‘fru fru fru è

un onomatopea e non ha alcun valore semantico, fa solo sentire il suono. Linguaggio della poesia

di Pascoli: sentivo un fru fru: il fru fru è diventato sostantivo.

Il linguaggio di Pascoli viaggia su tre binari

1. lingua grammaticale

2. lingua pre-grammaticale: onomatopee che non hanno significato grammaticale e non

esprimono alcun concetto.

3. lingua post-grammaticale: lingue speciali e tecniche come i dialetti e quelle relative ai

mestieri, come il linguaggio informatico che appartiene a un’area particolare: terminologia

speciale.

Il fru fru si tratta di qualcosa che appartiene alla lingua pre grammaticale, ma attraverso il

sostantivo rompe le categorie e passa alla lingua grammaticale. Questa rottura dei linguaggi della

lingua è fondamentale per la libertà lessicale dei futuristi.

Nella seconda strofa il poeta sente un sussurro che è un sentire nel cuore: il cuore è il luogo dove

avvengono tutte le cose, sente il grido lontano che si riferisce al grido del padre quando viene

ucciso. Questo riferimento viene ripreso più volte nelle poesie da Pascoli. Lampo senza fine:

colpo di fucile che in un istante l’ha ucciso, ma il padre in quell’istante pensava ai figli e alla

famiglia, non a se stesso.

I testi, a parte qualche eccezione, sono brevi e ogni testo si lega a un altro: intertestualità.

Myricae

Analizziamo due brevi componimenti di Pascoli tratti dalla raccolta

Paese notturno pag. 42

Capanne e stolli ed alberi alla luna

sono, od un tempio dell’antico Anubi,

fosca rovina? Stampano una bruna

orma le nubi

su la campagna, e più profonda e piena

la notte preme le macerie strane,

chiuse allo sguardo, dove alla catena

uggiola un cane.

Ecco la falce d’oro all’orizzonte:

due nere guglie a man a man dipinge,

indi non so che candido. Una fronte

bianca di sfinge?

Tre strofe con endecasillabi e un quinario.

La luna dà una luce fioca che va e viene, dando così agli oggetti nella notte una conformazione

fantastica. Anche qui sono presenti delle interrogative iniziali e una questione alla fine che però

non riceve risposta, tutto rimane in sospeso. La natura viene interrogata ma non si è in grado di

avere informazioni precise.

Anubi e Sfinge sono parole tratte dalla tradizione egizia, Anubi rievoca la morte.

La luna, falce d’oro e spicchio, illumina con debolezza gli alberi e le capanne, tuttavia non si

capisce se questi oggetti sono veramente capanne e alberi o se fanno parte dell’immaginazione

e dell’invenzione del poeta. Alla luce di questa poca ed esigua luna, le nubi stampano una buia e

ombra nella campagna segnando un ombra ancora più scura e bruna (due toni di grigio scuro,

nero). La notte preme sulla campagna e grava, pesa su queste macerie strane perché si sono

trasformate nelle macerie del tempio di Anubi.

Chiuso allo sguardo: non è possibile vedere ed intravedere più nulla poiché le nubi coprono la

luna e la notte diventa ancora più profonda. uggiola

Dopo la parte descrittiva e visiva subentra la voce e la dimensione uditiva: è riferito al

cane prigioniero della catena --> diventa pure il suo un lamento, un pianto. In tutto questo

contesto naturale si ha una trasformazione degli oggetti in modo fosco e strambo.

Ad un certo punto la luna rispunta all’orizzonte: è solo uno spicchio ma, pur essendo poca,

riesce ad illuminare debolmente lo spazio. Appaiono così due guglie a mano a mano, cioè due

cipressi che sono lunghi e appuntiti. Le due guglie sono legate al tempio dell’antico Anubi. I

cipressi inoltre, secondo la tradizione e l’immaginario più diffuso, sono immagine di morte. Vi è

un muretto candido e bianco (magari di una casa, capanna) che risplende il tutto, è l'unica cosa

visibile.

Una fronte bianca di Sfinge?: Sfinge fa parte della tradizione egizia antica ed è una figura che

faceva degli indovinelli che però non vengono risolti (tema dell’interrogativo esistenziale).

Il ponte pag. 43

Se si considera la metrica, si tratta di un sonetto. E' la poesia che viene prima dell’Assiuolo e del

Paese notturno, le quali riprendono i soggetti del singulto, del sussurro, del tempio: grande

scalinata delle nubi del cielo che salgono verso la luna.

La glauca luna lista l’orizzonte

e scopre i campi nella notte occulti

e il fiume errante. In suono di singulti

l’onda si rompe al solitario ponte.

Dove il mar, che lo chiama? E dove il fonte,

ch’esita mormorando tra i virgulti?

Il fiume va con lucidi sussulti

al mare ignoto dall’ignoto monte.

Spunta la luna: a lei sorgono intenti

gli alti cipressi dalla spiaggia triste,

movendo insieme come un pio sussurro.

Sostano, biancheggiando, le fluenti

nubi, a lei volte, che salian non viste

le infinite scalée del tempio azzurro.

La luna glauca (= di colore verde-azzurro) è al livello dell’orizzonte e definisce i contorni. Fa

vedere i campi che prima erano nascosti dalle nubi notturne, fa vedere anche il fiume che va

errante qua e là, facendo un po’ di curve per poi rompersi sotto le pile del ponte (= il fiume sbatte

contro i piloni e le arcate del ponte).

QUINDI dal silenzio della notte si passa al rumore del fiume che sbatte contro il ponte.

Scaturiscono una serie di domande prevalentemente nella parte centrale: voce del fiume che

sbatte contro il ponte. Dov’è il mare? Non si vede il mare, dove il fiume va a finire e sfocia, così

come non si vede la sorgente da cui nasce che va mormorando sulla cima della montagna. Il

fiume così va al mare ignoto dall’ignoto monte (esempio del chiasmo, cioè dell’incrocio

sostantivo-aggettivo ad aggettivo-sostantivo). Panta rei, tutto scorre: la vita dell’uomo va dalla

sorgente al mare, dall’alto verso il basso, tuttavia questi punti sono ignoti, non ci è dato

conoscerli nonostante la luce della luna illumini lo spazio circostante. Il sospiro di vento fa

muovere i cipressi che fanno rumore e mormorano. Essi pregano, sembrano essere in un tempio

in fila come in una processione. I cipressi sono tesi e protesi verso la luna che è spuntata quasi

come se stessero salendo la scalata di nubi rivolte verso la luna. Le nubi sembrano salire il

tempio azzurro del cielo.

Gli emigranti della luna pag. 43

Nel 1903 è stato inventato il primo motore a razzo. Con uno di questi razzi si potrebbe andare

dalla terra alla luna. I contadini sono poverissimi, quindi non ne possono più, pensano che la luna

sia un luogo adesso raggiungibile dove si possa trovare una terra da coltivare liberi da ogni tassa

e ogni sopruso. Dormono, sognano di quando arrivano sulla luna e di tutto quello che potranno

trovare, salvo poi che il sogno stesso finisce che si rendono conto che una volta arrivati sulla luna

ci saranno le stesse liti sulla terra. Quando si svegliano sono sulla terra. Quando la luna sembra

più vicina ala terra pensano si aia momento giusto in cui andare sulla lun. Cercano questo

giovane che ha scritto il libro in cui lascia l'illusione di poter andare sulla luna per chiedergli come

sia possibile. Il giovane se n'è andato quindi i contadini rimangono nella loro condizione.

La luna, Nella luna Gli emigranti della luna.

E' composto nel 1903 con il titolo poi e poi E'

dedicato al suo grande fratello sventurato Gorky, che era stato imprigionato dal regime zarista

per le sue idee. Fu Gorky a scrivere l'epitaffio sulla lapide di Pascoli

Lezione 14

D'Annunzio Alcyone

-

L'Alcyone è una raccolta di poesie che ripercorrono una lunga estate, una vacanza, insieme alla

La sera fiesolana

sua bella che prende il nome di Ermione. Comincia con nella quale si parla della

luna nuova di giugno, finiscono le piogge della tarda primavera ed entra l'estate. Le varie poesie

raccontano i vari momenti dell'estate. Termina con il plenilunio di settembre che porta la fine

dell'estate. I punti di riferimento sono tutti legati alla luna.

D'Annunzio - La sera fiesolana pag. 57

La prima stanza è una lunga strofa con lunghi versi di cui alcuni sono più corti. Ci sono delle rime

baciate, rime vicine, lontane, senza uno schema preciso, sopratutto non c'è alcun segno di

interpunzione.

Già Pascoli aveva rotto il legame tra il ritmo dato dal senso e quello dato alla musica della poesia

(versi e rime). Possiamo leggere una poesia seguendo il senso che il poeta vuole esprimere,

oppure seguendo il suono dato dal susseguirsi delle parole. Ci sono continui enjambement, il

ritmo del senso ha tutto un altro ritmo rispetto al ritmo della poesia. Prima di Pascoli la porta era

chiusa a chiave, Pascoli lascia la porta accostata, sembra chiusa ma in realtà basta spingerla e si

apre. Anche D'Annunzio contribuisce, una strofa così lunga è fuori dagli schemi, così come

anche la mancanza di punteggiatura. La lingua del '900 si basa sulla rivoluzione futurista

permessa dalla rivoluzione pascoliana.

Il ritmo della poesia va secondo il fiato, il suono; di mezzo c'è anche la musica di Wagner, una

musica continua senza cadenze. Ci sono delle pause di silenzio nell'andare a capo, oppure nello

La sera fiesolana

spazio tra una strofa l'altra. prende questo titolo quando viene pubblicata, in

origine le tre strofe avevano ciascuna un titolo diverso.

• I strofa: la natività della luna

• II strofa: la pioggia di giugno

• III strofa: la collina

L'allitterazione fa sentire il suono: fruscio delle foglie del gelso... Il flusso musicale è continuo.

Descrive il sorgere della luna, c'è il contadino che, arrampicato sulla scala, si sofferma a

raccogliere le foglie del gelso quando c'è ancora un barlume di luce, prima che sorga la luna e

tutto diventi inargentato --> la luna inargenta, è ormai prossima alle soglie cerule (= è vicina a

sorgere), infatti davanti a sé distende un velo. Tuttavia il tema della poesia è quello

dell'ineffabilità, dell'impossibilità di parlare davanti allo spettacolo della natura. La natura sembra

volerci parlare con la voce delle foglie, con la voce della pioggia, poi nell'ultima strofa dice che

anche il fiume ci parla e ci indirizza verso territori reali, verso il territorio dell'amore all'ombra dei

rami che ci parlano del mistero dell'amore. Le colline hanno la volontà di dire ma non dicono fino

in fondo il segreto. La natura è lì lì per svelare ma le sue labbra rimangono chiuse, un divieto le

impedisce di parlare. Anche il poeta vorrebbe parlare alla sua amata ma non riesce a dire niente.

Fresche le mie parole ne la sera

ti sien come il fruscìo che fan le foglie

del gelso ne la man di chi le coglie

silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta

su l’alta scala che s’annera

contro il fusto che s’inargenta

con le sue rame spoglie

mentre la Luna è prossima a le soglie

cerule e par che innanzi a sé distenda un velo

ove il nostro sogno si giace

e par che la campagna già si senta

da lei sommersa nel notturno gelo

e da lei beva la sperata pace

senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,

o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace

l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera

ti sien come la pioggia che bruiva

tepida e fuggitiva,

commiato lacrimoso de la primavera,

su i gelsi e su gli olmi e su le viti

e su i pini dai novelli rosei diti

che giocano con l’aura che si perde,

e su ’l grano che non è biondo ancóra

e non è verde,

e su ’l fieno che già patì la falce

e trascolora,


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delafe

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6 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo (Facoltà di Economia e di Lettere e Filosofia) (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher delafe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Elli Enrico.

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