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Letteratura italiana dialettale

Sp. Prof. Riccardo Drusi 7/11/2016

Introduzione alla letteratura dialettale italiana

La concentrazione dei testi in lingua vernacolare, che si inscrive dalle Origini fino al Cinquecento, con qualche estensione, pare esprimere le peculiarità di letteratura dialettale. Abbiamo un’interessante concentrazione, essa corrisponde ad una relativa sporadicità degli affioramenti, non sono molti i testi dialettali coerenti con questo ambito. Lettura di saggi di Benedetto Croce, di Gianfranco Contini e Cesare Segre che, nonostante abbiano conclusioni difformi, sono interessanti perché pongono coordinate precise relative alla letteratura dialettale. Mettono a punto un sistema di coordinate utili a fissare alcuni punti fermi intorno alla letteratura dialettale, mentre Segre offre una panoramica che si estende dalle Origini fino al primo Novecento.

Giovanni Papanti e l'esperimento di traduzione

Giovanni Papanti, nel 1875, pubblica I parlari italiani in Certaldo, per il quinto centenario della morte di Boccaccio. Egli proponeva la nona novella della I giornata nel numero più esteso possibile di parlate italiane. Arriviamo a 704 varietà. L’introduzione di Papanti fa riferimento ad un precedente: il suo esperimento è condotto in un anno, egli si servì di numerose collaborazioni. Nell’avvertenza cita le parlate sorelle, egli dimostra di dipendere dalle riflessioni sul rapporto lingua manzoniana e lingue residue introdotto da Fanfani.

Nel '75 i saggi ladini di Graziadio erano già stati pubblicati da quattro anni; Ascoli aveva mostrato, da glottologo, la presenza inveterata di parlate che dipendevano dal latino, senza interferenze fiorentine e suggeriva che le varietà parlate avrebbero dovuto e potuto avere una posizione alternativa a quella del Manzoni, minoritaria, impossibile da non contemplare. Si parla di un omaggio alle parlate sorelle, che vanno perdendo progressivamente anche a causa dei passi (di lumaca) compiuti dalla parlata nazionale.

Papanti coglie quella che sarebbe stata la situazione successiva all’unificazione linguistica manzoniana: l’inarrestabile perdita delle parlate vive dell’uso, in questo modo si sarebbe lasciata memoria di queste parlate. Un prima in cui la distinzione era nettissima tra lingua delle scritture e degli usi vivi che, essendo sottoposta a cambiamento, fino a che rappresenta un uso vitale e circoscritto, rimane in essere, ma nel momento in cui una lingua sovraordinata a questa varietà trova realizzazione, evidentemente sono costretti a entrare in un cono d’ombra.

Antichi testi salviateschi e l'edizione del Decameron

La prima sezione è dedicata agli antichi testi salviateschi: la novella della Guasca e del re di Cipro era stata presa ad esempio da Lionardo Salviati in un’impresa culturale che avrebbe sancito definitivamente l’egemonia della teoria bembiana in rapporto all’unità della lingua letteraria; la seconda è più corposa e comprende i saggi moderni, che si estendono alle aree italofone di altri paesi (Istria, Corsica, Cantoni dei Grigioni).

Salviati, erudito di latino e greco, che partecipò intensamente al dibattito che a Firenze interessò il ruolo della città nella propagazione di un modello linguistico locale, colse l’occasione per mettersi in luce con una delle varie rassettature imposte dall’autorità ecclesiastica del Decameron. L’indice dei libri leggibili ai cattolici del 1559 aveva posto il Decameron, per i riferimenti alla religione, per il modo in cui biasima i frati, e per i contenuti erotici, in una condizione di censura. L’indice dei libri proibiti lo aveva sanzionato, esso non doveva essere letto donec corrigatur. Qualcuno doveva prendersi la responsabilità di espungere i passi scabrosi del Decameron.

Cosimo I de’ Medici, che nel ’69 era diventato Granduca, decide che bisogna risolvere la questione e approfittare di essa come un rilancio culturale di Firenze. La purga del testo deve essere presa in carico da Firenze. Cosimo era uomo d’arme, non di lettere, e per questo delega ad un gruppo di intellettuali fiorentini il lavoro sull’opera. Nel 1574 verrà prodotta questa edizione purgata, che procede con tagli notevoli, che però i deputati hanno cura di segnare con l’aggiunta del corsivo o dei punti. Dietro a questa operazione, dall’apparenza così drastica, emerge un profondo travaglio interno di questi intellettuali.

Dal carteggio manoscritto conservato nelle biblioteche manoscritte possiamo leggere che i deputati a questa operazione approfittano dell’occasione di dare un buon testo del Decameron, grazie ad un insieme di codici presi in esame. I fiorentini avevano delle titubanze di ordine culturale: ritenevano la censura un movente per portare i lettori a reperire edizioni non censurate. Vengono pubblicate, nel ’75, Annotazioni e discorsi dei deputati intorno al Decameron, miscellanea filologica e linguistica.

Nei primi anni Ottanta, Salviati si occupa della seconda edizione di questa opera. L’edizione espunta del Decameron è accompagnata da una serie di avvertimenti linguistici, non più filologici. Emerge una situazione presaga dello sviluppo dell’Accademia cruscante di quel momento. A Salviati interessava prendere la larghissima presenza del fiorentino trecentesco offerta dal tentativo decameroniano, per ricavarne informazioni di carattere grammaticale. L’operazione del Salviati, differentemente da quella dei deputati, pretendeva di avere un carattere normativo. Per corroborare meglio le sue affermazioni, egli introduce un’appendice di traduzioni della novella IX della I giornata che non viene motivata dall’autore, in bergamasco, bolognese, fiorentino di Mercato Vecchio, friulano, genovese, istriano, mantovano, milanese, napoletano, padovano, perugino e veneziano. Lo sguardo si allarga a queste parlate.

Il confronto con i dialetti italiani

La novella racconta di una donna di Guascogna che va in pellegrinaggio in terra santa, passa a Cipro, dove subisce violenza, e va a denunciare il fatto dal re di Cipro. Il re, però, è un inetto e patisce offese senza alcuna reazione, allora quando viene introdotta all’udienza, gli dice di non potergli chiedere giustizia, perché egli non ha la forza di garantirla, ma gli domanda come faccia a sopportare le infamie che gli vengono rivolte. Il re di Cipro si riscuote dal suo torpore e riprende le redini del regno.

Il Salviati si avvia dal bergamasco, come primo esempio di versione dialettale della novella. Il bergamasco è scelto perché rappresenta il polo estremo rispetto alle caratteristiche che erano apprezzate nel fiorentino. È una lingua fortemente consonantica, che tronca sistematicamente le finali, essa è associata ai facchini, categoria professionale, nella sua indistinzione, fra le più basse da concepire. È una variante diastratica oppositiva anche in termini sociologici rispetto al fiorentino. Lo scopo del Salviati era quello di patrocinare, attraverso il confronto con varie parlate italiane, la preminenza del fiorentino. Scopo molto diverso da quello del Papanti, che voleva tutelarne anche la memoria.

Fra gli informatori del Papanti, coloro che si erano presi l’incarico di tradurre la novella nei vari dialetti, troviamo alcuni personaggi. Egli ordina per zone regionali, entra nelle microrealtà dei capoluoghi di provincia (per Venezia abbiamo la varietà di Canareggio) e poi i comuni rurali. Per il Veneto abbiamo Dolo, vicino a Padova. Troviamo il nome dell’abate Giuseppe Sarto, colui che sarebbe diventato Pio X. Era in provincia di Treviso, Riese Pio X. Ma come mai Sarto dà il dialetto di Dolo e non di Riese? Perché Sarto era entrato in seminario a Padova, nel 1875, probabilmente, la sua residenza era a Dolo, perciò aveva sviluppato, ma da alloglotto, una competenza peculiare nel dialetto di Dolo, che fece sì che, cercando i suoi informatori, Papanti trovasse in lui un degno referente.

Chi si occupa delle traduzioni è un personaggio altolocato socialmente, spesseggiano i conti, per le varietà siciliane ci sono molti baroni, letterati, accademici del calibro di Remigio Sabbadini, che ha dato una storia dei ciceronianesimi. Anche per le varietà rustiche, i dialetti del livello sociale infimo del contado, che corrispondevano alle sacche più basse conservative di popolazione, gli informatori non sono mai reclutati tra contadini e bifolchi. Ciò per l’analfabetismo, ma anche per lo sviluppo di una tara: un intervistatore, di fronte ad un contadino, lo avrebbe messo in imbarazzo, e anche perché non avrebbe compreso sicuramente il Boccaccio. La soggezione avrebbe spinto il contadino ad esprimersi non nella realtà varietà linguistica dell’uso, ma ad affinare la parlata per portarsi il più possibile al livello del dotto interlocutore. Notiamo l’elemento rappresentato dal filtro della cultura: molto difficile, sia per le documentazioni estemporanee, sia per le manifestazioni letterarie dei dialetti, nella loro fase antica, che i documenti non passino per questa dimensione culturale.

Abitualmente, noi parliamo di dialetti in un’accezione uniforme. Ma non è così semplice. Le lingue dell’uso, quelle spontanee, acquistano fisionomia e si chiariscono nel loro rango statutario, solo nel momento in cui viene introdotta una lingua ufficiale, in cui il parlante, colui che ha usato la lingua ingenuamente, prende consapevolezza dell’esistenza di un modulo espressivo ufficiale e comunicabile attraverso la teoria e l’insegnamento grammaticale. Per noi, ancora oggi, il dialetto può corrispondere all’idea di una lingua agrammaticale, in quanto spontanea, e in subordine rispetto a quella ufficiale. Per il veneziano il discorso è diverso, basti pensare al Dizionario del Boerio.

Il termine "dialetto" e l'etimologia

Ma questa accezione non è sempre stata questa: bisogna interrogarsi sul momento in cui il termine dialetto è entrato nella cultura e analizzarne l’etimologia. Il termine dialetto si deve recuperare nell’ambito dei dialetti greci, che erano già stati usati da Bembo per sostenere la lingua cortigiana, i quali avevano, per ciascuno, delle testimonianze scritte evidenti, che permettevano di cogliere le differenze. In epoca tarda, questa varietà aveva creato la coinè greca. Trissino metteva a paragone questa idea dei dialetti greci, le osservazioni dantesche, e sviluppava la sua teoria di una superlingua italiana nella quale si sarebbero conguagliate le caratteristiche delle varie lingue d’Italia.

Alle spalle del recupero della terminologia di dialetto, c’è l’Umanesimo. Quello in cui l’idea di assolutezza che veniva associata alle lingue della classicità, lingue perfette, grammaticali, dei valori umani elevati, interveniva come un reagente per far cogliere le peculiarità dei volgari dell’uso. La questione si era proprio aperta nel 1435 alla curia pontificia. Quando Poggio Bracciolini arriva a notare la presenza di elementi latini nelle lingue della Dacia, aveva fatto un passo avanti, non tanto a livello glottologico, ma per la sensibilità che improvvisamente e in modo inedito un umanista dimostrava nei confronti di lingue parlate e colte a raggio più esteso di esame.

Progressivamente, da Bracciolini che interviene nel dibattito, notiamo che gli umanisti focalizzano lo sguardo sulla realtà italiana. Si arriva al discrimine fra i due secoli con osservazioni di Manuzio intorno alle pronunce dialettali. Manuzio, nel 1496, pubblica un’opera lessicografica intitolata Thesaurus cornucopiae et horti adonidis, di un umanista che si chiamava Varino Favorino e proveniva da Camerino. Si trattava di un’opera lessicale latina. Nella prefazione a quest’opera, Manuzio rispolverava un luogo comune della filologia umanistica che era tale sin dai tempi di Valla. Egli, sostenendo il latino superiore al latino, tra i suoi pregi collocava la sua granicità. La posizione di Manuzio, che è quella di un grecista, è rovesciata. Manuzio sostiene la ricchezza lessicale del greco e confronta la situazione della Grecia antica con l’Italia contemporanea.

Ci fa vedere come un umanista, competente nelle lingue classiche, possa porsi ad una debita distanza dalle lingue parlate nel periodo, per coglierne le sfumature e capirne meglio le caratteristiche. “Imitiamo, ai giorni nostri, la varietà di lingua e di lessico che era stata del greco, quando parliamo in volgare e infatti vediamo che i romani non hanno la stessa lingua dei napoletani, non parlano quella dei calabresi, o dei siciliani, i fiorentini parlano in un modo, i genovesi in un altro, c’è molta differenza tra il modo di parlare dei veneti e dei lombardi, ma rispetto alla stessa Milano ci sono varietà regionali, come il bergamasco e il bresciano. La testa, che in latino è il “caput”, i romani lo chiamano “capo”, mentre i veneti, che sono molto concisi, lo chiamano “cao”. A Padova c’è una varietà specifica, la crasi, che vede appunto il passaggio da “caput” a “co”.”

Siamo nel 1496, un altro umanista, Marco Antonio Savellico, nelle Enneades, pubblicate a Venezia nel 1503, propone, parlando dei tempi attuali, una rassegna dell’Italia dialettale, arrivando addirittura a delineare una sorta di diacronia e sviluppo nell’uso. Nelle varie città italiane le parlate sono così diverse a causa dell’imbarbarimento dal latino: le regioni esposte alle invasioni hanno modificato maggiormente le loro parlate. Il friulano suona diverso rispetto a qualsiasi altra parlate, è uno sviluppo autonomo dal latino, mentre è più dolce la parlata di Padova. Le sue osservazioni sono relative a tutto il resto d’Italia.

La cultura come reagente per la lingua

La posizione di questi due umanisti è talmente solida che fa notare come la cultura sia un reagente indispensabile per portare alla luce le caratteristiche della lingua. La presa d’atto collima con le osservazioni di Dante, che non era ancora stato scoperto. Contemporaneamente, si registra l’assoluta indifferenza degli umanisti di questa scoperta. Le osservazioni si esauriscono nello stretto giro della pagina scritta, ma il discorso passa poi ad altro.

Un passo ulteriore si vede quando gli umanisti si convertono alla questione della lingua volgare. Proprio dagli appunti latini di Angelo Colocci vediamo come si parla di dialetto: egli ne parla entrando nella prospettiva delle varietà dialettali. Egli aveva una convinzione minoritaria rispetto al rapporto volgare-latino: secondo Colocci il latino era convissuto, già anticamente, con varie espressioni dialettali, non quelli del Quattro e Cinquecento, ma quelli italici, delle antiche popolazioni osche, umbre, ma questi dialetti sarebbero poi alla base dei dialetti parlati nelle varie regioni d’Italia.

Essi, ancorché non abbiano sviluppato tutti allo stesso livello un’uniforme unione letteraria, hanno la nobiltà che proverrebbe da questa antichissima origine. Colocci contempla la possibilità che possa esistere una letteratura per ciascuna delle varietà ancora in uso in Italia: dice che Cecco d’Ascoli aveva usato l’ascolano, e così, allo stesso modo, chiunque sarebbe autorizzato ad impiegare il proprio dialetto per scrivere letteratura.

La teorica autonomia riconosciuta dal Colocci viene espressa varie volte nei suoi zibaldoni di appunti, troviamo che, richiamandosi alle varietà dialettali del greco antico, dice di dover ricordare che Teocrito ha scritto in dorico, così come Orfeo e Pindaro e, in merito a questo, sfrutta questo argomento per dire le laudes siculorum, per propagandare il siciliano come lingua letteraria. Colocci ha in mente il siciliano dei poeti della scuola siciliana, dei testi arcaici e noti all’epoca. Aggiunge, inoltre, oltre all’argomento delle varietà greche, tange dialectus omnes: bisogna far riferimento a tutti i dialetti italiani.

De laudibus siciliae, parla di tutti i dialetti e, prendendo a pretesto le lingue greche, mostra come non abbia importanza in quale lingua si scriva, ma l’importanza sia creare su di essa una letteratura. La posizione del Colocci non avrà seguito nella definizione di letteratura dialettale. È interessante l’assoluto livellamento dell’autore.

Il contributo di Doni alla questione linguistica

Nel 1552 abbiamo un altro testo di Doni, fiorentino, morto a Monselice, vissuto a lungo a Venezia e rappresentante di un antirinascimento letterario. Assomiglia per certi versi a Pietro Aretino, pratica le stesse intemperanze contenutistiche e di argomenti, si fa forte della sua mancata appartenenza alla cultura arte del tempo che, dopo Bembo, non ha problemi a convertirsi alla pratica della scrittura in volgare.

Doni pubblica l’opera a Venezia da Francesco Marcolini, I marmi, una serie di dialoghi intervenuti sui marmi della chiesa di Santa Reparata a Firenze (ora Santa Maria del Fiore). Nel VI dialogo si parla di lingua letteraria e delle sue denominazioni. Doni ricapitola il problema linguistico come si era prospettato dopo il Trissino. Arriva ad elaborare l’argomento paradossale per cui fanno bene coloro che non sono fiorentini, che scrivono nel volgare letterario, a dire che scrivono in italiano e non in fiorentino.

Il Doni recupera l’argomento della naturalità espressiva molto importante per i fiorentini. Essi, nel 1524, oppongono la naturalità della loro lingua che, essendo naturale, rappresenta un universo. Questa naturalità il Doni la trasferisce anche all’ambito dei dialetti, delle espressioni dialettali che hanno conosciuto una divulgazione letteraria e sono state trasferite in letteratura.

Da Colocci, fino agli anni Venti del Cinquecento, è dunque accaduto un cambiamento: nel panorama letterario d’Italia, vicino alla lingua a statuto forte, hanno cominciato a emergere nuove riflessioni e considerazioni sui dialetti e le loro potenzialità letterarie.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Erichto di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e dialettale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Drusi Riccardo.
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