Appunti di letteratura italiana
Università Cattolica del Sacro Cuore
Corso di laurea in lettere
a.a. 2015-16
Docente: G. Frasso
Gli appunti si riferiscono al corso istituzionale del prof. Frasso e, quindi, sono validi per tutti gli anni accademici poiché le lezioni del primo semestre tendono a ripetersi nei medesimi concetti. Il corso verte principalmente attorno alla figura delle tre corone: Dante, Petrarca e Boccaccio, escludendo la Commedia a cui viene riservato uno studio approfondito nel secondo semestre o in laboratori per questioni di tempo. Il superamento dell’esame prevede lo studio di questi appunti in unione ai manuali che approfondiscono alcune tematiche e integrano i brani antologizzati.
La scuola siciliana
La scuola siciliana è il primo fenomeno letterario italiano sorto tra il 1230 e il 1266 in Sicilia presso Federico II, sovrano appassionato di arte e cultura. Egli riunì attorno a sé una schiera di burocrati laureati in materie giuridiche con la passione per la poesia e creò un vero e proprio circolo culturale. Essi composero opere poetiche in volgare siciliano a noi pervenute secondo trascrizione dei copisti toscani i quali avevano un alfabeto vocalico differente e, per questo motivo, si venne a creare la rima siciliana. Essi riprendono i poeti provenzali e, in particolare, l’amore cortese; viene esaltata la donna (domina) della corte e se ne descrivono le caratteristiche stereotipate, il poeta è in perpetua sofferenza per l’amore non corrisposto. Per questo ceto di funzionari la poesia è evasione dalla realtà.
La scuola toscana di transizione
Con il tramonto della corte di Federico II, la poesia siciliana traghettò in Toscana. Qui l’ambiente politico è molto diverso; non vi è una monarchia assoluta ma liberi Comuni in lotta tra loro. Pertanto le tematiche acquisiscono anche valore civile e morale ignoto ai poeti precedenti. Un grande esempio è quello di Guittone d’Arezzo il quale, mediante uno stile complesso e arduo, si espone anche su fatti contemporanei.
Caratteri generali del dolce stil novo
La definizione di Dolce Stil Novo attinge a Dante Pg. 24 in cui egli, dialogando con Bonagiunta, dice di essere un poeta che scrive quello che Amore gli detta da dentro, ovvero si dichiara completamente ispirato da Amore. A questo punto Bonagiunta, poeta toscano della generazione precedente, sostiene di aver individuato il nodo che allontana Iacopo da Lentini, Guittono e lui stesso dai poeti del dolce stil novo.
Il dolce stil novo non è una scuola, ma un movimento culturale che fa capo alle figure di Guinizzelli, Cavalcanti e, soprattutto, Dante. Esso si sviluppa a Firenze negli ultimi decenni del 1200 ed è stato così definito per la cura formale e la gentilezza dello stile limpido, luminoso, grazioso e fluente dei componimenti. Le tematiche sono relative al mondo amoroso; viene rappresentata la donna, fonte di beatitudine e salvezza, inserita in un contesto urbano in compagnia di altre sue amiche per nulla paragonabili a lei in bellezza e gloria. La donna, in genere, saluta il poeta innamorato di lei (ma non ricambiato) e questo saluto diventa fonte di salute, salvezza, per l’innamorato stesso. La donna ha potere di ingentilimento dell’amante, di renderlo da rozzo a nobile interiormente arrivando a migliorarlo dal punto di vista morale e spirituale.
Dante Alighieri
Vita
Nasce a Firenze nel 1265 da una famiglia della piccola nobiltà cittadina di parte guelfa. Non abbiamo notizie certe sulla sua formazione, ma come lui stesso ci dice, considera Brunetto Latini come suo maestro e fu anche autodidatta. Dopo la morte di Beatrice si dedica agli studi di filosofia. La nobiltà cittadina, per poter partecipare alle cariche politiche, doveva essere iscritta a una corporazione e Dante scelse quella degli speziali e dei medici. Nel 1300 fu eletto Priore, suprema magistratura. Quando i guelfi neri entrarono a Firenze lui era a Roma ma venne condannato all’esilio. Cominciò un pellegrinaggio per le corti del nord Italia e si allontanò dagli altri bianchi. Sognò che il nuovo imperatore Enrico VII potesse formare un impero e scendere in Italia, ma poi egli morì. Dante muore a Ravenna nel 1321.
La vita nuova
Opera di Dante scritta in latino la cui stesura si colloca tra il 1293-95, ovvero dopo la morte di Beatrice. La forma scelta è quella del prosimetro, cioè un’alternanza di prosa e poesia in cui la prima ha funzione di approfondire e spiegare la seconda, integrando gli episodi tra una poesia e l’altra. Dante ha come modelli soprattutto le Confessioni di Agostino, utili per l’impianto autobiografico, e la Consolazione della Filosofia (Consolatio philosophiae) di Boezio da cui ricava l’impianto strutturale.
Per quanto riguarda la trama, Dante ci vuole trascrivere delle informazioni che sono contenute nel libro della memoria, chiara metafora per intendere il suo passato, la sua memoria interiore. Egli comincia a narrare l’incontro avvenuto all’età di nove anni con Beatrice, la quale è stata rivista 9 anni dopo. Questo incontro suscitò in Dante parecchio scompiglio al punto che sognò Amore che teneva Beatrice tra le braccia la quale si nutriva del cuore di Dante per poi allontanarsi verso il cielo. Il significato del sogno appariva oscuro a Dante il quale, quindi, chiese ai suoi colleghi poeti di fornirgli una spiegazione. Molti risposero, tra cui Cavalcanti; a partire da questa risposta si instaura un forte rapporto di amicizia tra i due.
Dante ha l’esigenza, dettata dai valori cortesi, di non comunicare apertamente il nome della donna amata, quindi rivolge le sue attenzioni ad un’altra donna, detta la donna dello schermo. Beatrice è indignata da ciò e nega il saluto al poeta. Questa privazione porta Dante in un profondo stato di confusione e depressione; egli è smarrito in quanto l’equazione saluto=salute era venuta meno. La svolta avviene con Donne che avete intelletto d’amore, un componimento in cui il poeta dialoga con altre donne e comprende che il fine dell’amore per Beatrice non deve essere il saluto ma la lode fine a se stessa. A questo punto si apre una sezione dedicata alle poesie della lode in cui, oltre alla ripresa dei temi stilnovisti, vi è anche un loro approfondimento in quanto la donna è definita come un miracolo divino.
Ad un tratto muore il padre di Beatrice; questo evento genera in Dante il pensiero che anche Beatrice potrebbe morire. Non riuscendo a sopportare questo pensiero si ammala. Effettivamente Beatrice muore poco dopo; Dante disperato cerca consolazione nelle attenzioni di un’altra donna detta “donna pietosa”, allegoria della filosofia. Beatrice sdegnata lo rimprovera apparendogli in sogno e inducendolo al pentimento. L’opera si chiude con il sonetto “Oltre la Spera” in cui l’animo del poeta è condotto in Paradiso e lì vede Beatrice, di ritorno sulla terra riferisce a Dante lo stato di beatitudine provato e visto. Nel paragrafo successivo il poeta racconta di avere avuto una mirabile visione della quale dirà in seguito. Alcuni pensano si tratti della commedia, ma non ne siamo certi.
L’amore nella Vita Nova passa attraverso tre fasi qui delineate:
- Amore cortese; il poeta spera in una ricompensa da parte dell’amata (ovvero il saluto) per questo la loda e corteggia
- Amore fine a se stesso; l’amore trova appagamento unicamente nella contemplazione della donna e nella sua lode, non servono ricompense
- Amore mistico; l’amore per la donna innalza l’animo del poeta fino alla contemplazione di Dio. La donna diventa un mezzo per arrivare a Dio.
Le rime
Dante aveva incluso nella Vita Nova solo i componimenti che apparivano idonei alla trama e al contesto, escludendo quindi gli altri. Tutte le rime di Dante sono state raccolte dagli editori moderni nell’omonima raccolta che, quindi, non è mai stata organizzata né strutturata da Dante. Non sempre è possibile datare le opere. Possiamo identificare, quindi, diversi gruppi e tipologie di poesie:
- Le rime giovanili, in cui ci sono rime che risentono dell’influsso della poesia cortese toscana e guittoniana, come i sonetti scambiati con Dante da Maiano.
- Rime di ispirazione Cavalcantiana basate su una concezione dolorosa e pessimista dell’amore.
- Tenzone con Forese Donati, tre coppie di sonetti dove si scambiano accuse comiche, giocose ma taglienti (incapacità sessuale di Forese, furto, debiti..). Nella Commedia prende le distanze, tanto è vero che nel purgatorio, nel cerchio dei golosi, incontra Forese e ricordano con vergogna l’episodio. Quasi per contrasto la moglie di Forese viene ricordata con rispetto e gentilezza. Anche nell’Inferno ascolta uno scambio di accuse tra Mastro Adamo e Sinone, tuttavia Virgilio lo rimprovera e lo intima a non udire.
- Le rime petrose; Dante canta l’amore per una donna aspra, crudele che definisce attraverso la metafora della Pietra che potrebbe anche essere il nome con funzione di senhal. La sua figura e lo stile con cui viene cantata sono opposti a quelli relativi a Beatrice, tanto è vero che questo amore non innalza il poeta a livelli divini ma lo abbassa ad un amore carnale, passionale, a tratti animalesco. Il modello per questo linguaggio così aspro e crudo è Daniel e del suo trobar clus di cui si riprende in alcune petrose anche la forma della sestina, invenzione di Daniel. È da ricordare la petrosa “Così nel mio parlar...” in cui immagina uno scontro tra lui e la donna amata, a cui poi si sostituisce Amore; in entrambi i casi è il poeta a soccombere. Tuttavia immagina un ribaltamento di scena e spera di poter annientare la donna, vederla ferita con colpi di frecce d’amore, arriva addirittura a sognare di possederla brutalmente. Le rime petrose sono assai significative per lo sviluppo del linguaggio e del plurilinguismo dantesco manifestato nella Commedia. In passato la critica ha identificato la donna petrosa con una donna da cui Dante era stato rifiutato, dando alla poesia un significato autobiografico; oggi si tende a pensare che sia la personificazione di un’arte poetica difficile.
- Poesie dell’esilio, in particolare si tratta di “Tre donne intorno al cor mi son venute” che sarebbe dovuta confluire nel Convivio. Essa narra di tre donne personificazione di giustizia divina, umana e legge positiva che, esiliate dal mondo, si rifugiano presso Dante. Egli ritiene che se sono esiliati i valori più sacri al mondo lui non deve sentirsi male nel vedersi esiliato. Viene aggiunto più tardi un secondo congedo, dove il poeta, riaccesasi la speranza di un ritorno a Firenze, non è più orgoglioso del suo esilio ma si attiene a toni di perdono e umiltà. Altra lirica è la cosiddetta montanina in cui dice di trovarsi solo in un luogo di montagna isolato e sperduto, anche culturalmente, legato ad una donna che non lo ricambia. Chiede alla canzone di recarsi a Firenze, dove lui non tornerà mai perché legato a questa donna. Quando invia l’opera a Malaspina la fa precedere da un’epistola (ep. IV) dove sottolinea la centralità dell’amore nella sua poetica e il desiderio di continuare a cantarlo, nonostante il proposito di tenersi alla larga da esso e dedicarsi a cose più elevate.
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