Nascita delle lingue romanze
Il basso Medioevo coincide con il secolo XI ed è un periodo di grande fermento culturale durante il quale nascono i volgari nazionali. La prima lingua volgare è nata in Francia intorno all’anno 1000. All’epoca gli intellettuali avevano a disposizione due lingue, latino e volgare, e questo fece nascere il bilinguismo. Tutto ciò avviene in Francia perché l’ambiente cortese prevedeva un pubblico formato soprattutto da donne e laici che richiedevano un intrattenimento non in latino perché non lo conoscevano.
In Italia la letteratura volgare è legata alla corte di Federico II che governava il Regno delle Due Sicilie, mentre nel resto d’Italia nascevano i comuni che volevano svincolarsi dal papato e dall’Impero e cambiavano il volto di autori e lettori. I comuni erano composti da notai, medici, mercanti, cioè un’élite con fisionomia protoborghese.
Il potere era nelle mani dei feudatari, la società aveva struttura gerarchica e si basava sulla teoria dei tre ordini: quelli che pregavano, quelli che lavoravano e quelli che combattevano. La visione feudale della società si pensava fosse voluta da Dio. L’intellettuale in realtà era generalmente un ecclesiastico anche perché la cultura si diffondeva nei monasteri. I laici erano quasi sempre analfabeti, salvo il raro caso di Federico II.
Gli studi erano incentrati sulla Bibbia e sugli scritti dei santi padri della Chiesa e dovevano essere letti in maniera stratificata, cioè interpretando il significato letterale, morale, allegorico e anagogico. Notiamo dunque essere diffusa come materia la teologia, ma anche l’enciclopedismo, l’allegorismo e l’universalismo.
Gli intellettuali avevano alle loro spalle i testi del mondo pagano con i quali avevano rapporti particolari perché apprezzavano stile e pensieri, ma trovavano incongruenti con la cristianità dal punto di vista contenutistico. Così leggevano solo quelli che poteva leggere in chiave allegorica cristiana come la Bucolica IV di Virgilio, mentre altri come il De rerum natura di Lucrezio erano del tutto ignorati.
Università e intellettuali impegnati
Un altro carattere della cultura medievale è la mancanza di prospettiva storica; nel secolo XI nascono le università, luogo di produzione e diffusione di cultura, frequentate da chi conosceva il latino che era la lingua europea. Nel 1200 nasce la figura dell’intellettuale impegnato politicamente come Dante Alighieri.
La filosofia medievale era quella scolastica derivante dalla teoria aristotelica che avvicinava la religione al razionalismo; era diffuso anche il platonismo secondo il quale la fede è come uno slancio mistico ed era una filosofia diffusa grazie a Sant’Agostino.
In Francia nascono Les chansons de geste, leggende legate alla corte di Carlo Magno che narravano delle gesta di paladini e della guerra contro i saraceni; la più famosa è La Chanson de Roland, dove abbiamo Orlando come protagonista, personaggio che incontreremo anche nella letteratura italiana con Boiardo e Ariosto. Queste chansons erano scritte in lingua d’Oil (lingua del nord) e allo stesso modo erano prodotti i romanzi cortesi che traevano spunto dal ciclo carolingio delle armi e da quello bretone dell’amore.
In lingua d’Oc nasce la lirica provenzale dei trovatori che avevano come fulcro l’amore cortese (prendevano spunto dal trattato di Cappellano, il De amore). Questi romanzi parlavano sempre di un uomo innamorato di una donna già sposata che spesso era la signora di corte che non veniva mai nominata per evitare le malelingue. Questa poesia era recitata a corte dai trovatori e nelle piazze dai giullari che si accompagnavano con la musica.
Altre forme del periodo erano i “laids” di Maria di Francia che erano delle elegie delle sofferenze d’amore ed i “falieaux” di materia comica dai quali prese spunto Boccaccio per le sue novelle.
I primi volgari italiani
I primi volgari italiani risalgono al secolo X con L’indovinello veronese e la Sentenza a Placito Capuano. I primi testi poetici volgari sono collegabili alla cultura religiosa del 1200 con San Francesco e Jacopone da Todi. Il papa Innocenzo III aveva fatto una crociata contro gli albigesi che aveva provocato la distruzione delle corti provenzali e così i trovatori, stabilendosi al nord dell’Italia, diffusero la loro cultura.
La scuola siciliana
La prima scuola poetica italiana fu quella siciliana, basata su un siciliano illustre. Gli scrittori di questa scuola si muovevano intorno alla corte di Federico II e vedevano la letteratura come un svago dal lavoro. Mentre nelle corti francesi il tema amoroso era affiancato da quello politico, qui è totalmente assente e si tratta solo l’amor cortese secondo i canoni dei trovatori.
Il tema dell’amore era costantemente affiancato al dolore, per questo abbiamo immagini come quella del poeta naufrago della tempesta dell’amore, oppure quella del poeta pittore che dipinge la donna amata. Possiamo parlare di una scuola perché ci sono pervenuti circa 150 componimenti dalle forme metriche simili e dagli stessi temi; la forma metrica più utilizzata era la canzone polistrofica, costituita da più stanze, e la nuova forma metrica tutta d’invenzione italiana: il sonetto.
Fra i vari poeti siciliani ricordiamo lo stesso Federico II che scrisse un sonetto e tre canzoni e Iacopo da Lentini, inventore del sonetto e perseguitore della poetica del “trobar plus” come il trovatore francese Daniel, che consiste in versi complessi e rime interne. Verso il 1250 la poetica della scuola siciliana comincia a diffondersi al centro Italia dando origine alla lirica siculo-toscana.
La scuola toscana
In Toscana si traducono alcuni sonetti di Iacopo da Lentini ed emergono le figure di Brunetto Latini e Guittone d’Arezzo che sono impegnati moralmente e civilmente. Visto l’aumentare dei temi, aumentano anche le forme metriche e nasce la tenzone: scambio polemico di sonetti fra due personaggi (famosa è la tenzone fra Forese Donati e Dante).
Guittone d’Arezzo vive forte l’impegno all’interno del suo comune e ne è testimonianza una canzone dove parla della sconfitta dei guelfi a Montaperto, considerata da alcuni studiosi manifesto del suo impegno politico. Successivamente prese gli ordini minori e questo comportò anche un cambiamento nella sua poetica. Le sue poesie sono raggruppate in un corpus detto Canzoniere anche se il primo vero e proprio sarà quello di Tetrarca. Guittone diede vita alla scuola guittoniana superata poi dal Dolce Stilnovo.
Il dolce stilnovo
Il Dolce Stilnovo nasce a Bologna ad opera di Guido Guinizzelli e si diffonde poi fino a Firenze con Guido Cavalcanti e Dante Alighieri. Prende il nome dal canto XIV del Purgatorio dove Dante incontra Bonagiunta Orbicciani che lo riconosce per essere autore della canzone “Donne che avete intelletto d’amore” di Vita Nuova, dove Dante dice di essere ispirato dall’amore.
Tema fondamentale di questa corrente è proprio lo stretto legame fra provare amore, esserne ispirato ed essere poeta. Dolce Stilnovo è un termine che può essere spiegato dividendo in due parti: Dolce = utilizzo del “trobar leu” cioè di una poesia semplice; Novo = avanguardia e poi metaforicamente aveva il compito di rinnovare la vita.
Dietro l’idea dell’amore vi è una sostanza filosofica che per Guinizzelli era quella scolastica derivante dal rapporto atto/potenza secondo il quale se l’uomo non ama non può rendere atto la gentilezza d’animo che già possiede in potenza. Guido Cavalcanti era molto più negativo, seguiva l’averroismo e credeva che l’amore, offuscando l’anima razionale, lasciava il poeta solo in preda all’anima sensitiva.
Con il Dolce Stilnovo abbiamo la spiritualizzazione della donna vista come un angelo e l’importanza della gentilezza d’animo che non dipende dalla classe sociale d’appartenenza. La donna che incontrano gli stilnovisti appare per strada, casualmente, come un miracolo. L’amore per Guinizzelli era come una potenza benefica, per Cavalcanti come una potenza distruttiva.
Anche fra Guinizzelli e Dante notiamo varie differenze, una fra tutte la concezione della donna che per Guinizzelli era come un angelo (metaforico) per Dante è un angelo (ontologico). Le prime opere di Dante sono considerate appartenenti a questa corrente, che poi lui rinnega facendone parlare a Francesca, la dannata del canto V dell’Inferno.
La poesia giocosa
Ogni periodo storico ha i generi più di punta, ma anche dei sottogeneri che devono essere considerati per poter parlare meglio del periodo in cui si ci trova. Nel Duecento, in contemporanea con il Dolce Stilnovo si sviluppa la poesia giocosa, basata sulla gamma del comico, ma comunque con una perizia tecnica alle spalle (figure retoriche e studio delle parole).
Il maggiore esponente di questa poesia è indubbiamente Cecco Angiolieri che ebbe una vita particolare, dedita all’eros, al cattivo rapporto col padre e alla storia con Becchina, considerata l’anti-Beatrice perché anziché rendere gentile l’animo del poeta, tendeva ad allontanarlo dal divino.
Con Cecco parliamo di “enueg” che è la lista dei fastidi, in contrapposizione alla lista dei piaceri dei trovatori, il “blazer”. La sua opera più nota è “Se io fossi foco” dove notiamo una punteggiatura incalzante ed un’insistente anafora che viene a mancare negli ultimi tre versi per rendere tutto più leggero e comico.
Dante Alighieri
Dante è considerato il padre della letteratura italiana perché il suo fiorentino era come una lingua ufficiale e la sua maggiore opera, la “Divina Commedia” è considerata un’opera enciclopedica. Fu allievo di Brunetto Latini ma anche dei provenzali, dei siciliani e dei guittoniani. Indubbiamente fu forte l’influenza degli amici stilnovisti che lo portarono ad interessarsi maggiormente alla poesia.
Come avvenimento importante della sua vita ricordiamo la morte di Beatrice avvenuta nel 1290 che lo spinse ad interessarsi maggiormente alla filosofia ed alla politica, tant’è vero che nel 1295 prese i suoi primi impegni politici. Essendo un guelfo bianco difendeva la libertà di Firenze dal potere della Chiesa ed era contro il Papa Bonifacio VIII. Fu accusato di baratteria e condannato all’esilio dunque dovette cercare asilo di corte in corte.
Dante constata la decadenza di Firenze ad opera di una nascente borghesia che mirava solo al capitale. Il sogno di Dante era quello dell’arrivo di un imperatore che potesse portare pace e confidava nell’arrivo di Enrico VII di Lussemburgo, ma la morte improvvisa di quest’ultimo provocò la fine dei suoi sogni. Dante è un intellettuale laico, ma con una cultura teologica, filosofica e politica ed inoltre era legatissimo al bene del suo comune.
La prima opera è “Vita Nova”, una raccolta di liriche giovanili scritte fra il 1293-1295 ed è un prosimetro: insieme di versi e prosa. Quest’opera è composta da 31 poesie con allegati i commenti del poeta. Per la prosa non vi erano modelli nelle nuove liriche dell’epoca. In quest’opera Dante vuole sfruttare la simbologia del numero 9 che innanzitutto è multiplo di 3 e rimanda alla trinità e poi perché ricorre spesso nella sua vita: a 9 anni incontra per la prima volta Beatrice che poi rivede dopo 9 anni.
La salute del poeta innamorato si soddisfa nel saluto di Beatrice. Dopo il secondo incontro sogna il Dio Amore che ha fra le braccia Beatrice e le dà in pasto il suo cuore; interpreta questo sogno come un presagio di negatività e così decide di far finta di non amare Beatrice ma un’altra donna. Questo provoca il non saluto di Beatrice e lui sta male; è la scena del gabbo dove le amiche di Beatrice lo prendono in giro. Qui avviene una svolta tematica molto importante: la svolta della loda: Dante capisce di dover lodare Beatrice.
Ha poi il preannuncio della morte dell’amata e una volta avvenuta cercherà di consolarsi con un’altra gentil donna, gli appare Beatrice in sogno fra i beati e così capisce di dover aspettare di essere più tranquillo per poter parlare di lei. In quest’opera quindi, negli ultimi versi vi è l’anticipazione della “Divina Commedia”. I nuclei del racconto riproducono l’itinerario verso Dio come inteso dai mistici con le tre tappe: extra nos, inter nos e supra nos e coincidono con il saluto, la non salute e la lode.
Dopo quest’esperienza si dedica a politica e filosofia e abbandona le rime d’amore per altre più aspre: anni della tenzone contro Forese Donati, delle rime petrose, del Convivo, del De Monarchia e del De Vulgari Eloquentia. Il De Vulgari Eloquentia è un trattato di retorica dove Dante vuole fissare le regole del volgare illustre che dev’essere curiale, cardinale ed aulico. L’opera è scritta in latino perché indirizzata ai dotti, ai quali dice che il volgare è in grado di parlare di argomenti filosofici e teologici; inoltre deriva dalla natura che è diretta figlia di Dio quindi è superiore all’arte prodotta dall’uomo.
Nel De Monarchia esprime il suo parere politico e nel primo libro parla del desiderio dell’arrivo di un imperatore che sovrasti tutti i regnanti per portare pace. Nel secondo libro parla del suo punto di riferimento che è il principato di Augusto e mette a contrasto con la teoria del sole e della luna quella dei due soli secondo la quale non devono essere in competizione papato e impero perché si occupano di mansioni differenti e sono sullo stesso piano. Al termine di quest’opera accenna anche all’insicurezza delle donazioni di Costantino alla Chiesa.
La “Divina Commedia” nacque da una visione tragica ed apocalittica del comune di Firenze poiché tutto è stato sottoposto al degrado soprattutto morale. Dante sente di essere investito da una forza rigeneratrice e quindi deve effettuare un viaggio personale dal peccato dell’Inferno alla purificazione del Paradiso.
L’opera può essere considerata enciclopedica perché in essa fluisce tutta l’esperienza stilnovistica di Dante e spinge all’azione, inoltre è come una reinterpretazione in chiave onirica della Bibbia. La Divina Commedia è una sorta di romanzo denso di elementi tipici medievali. I personaggi sono presi dal reale ma hanno compiti metaforici. È tutta scritta in terzine di endecasillabi e nel verso centrale si anticipa il verso successivo secondo lo schema metrico ABABCBCDC. La terzina è presa dal sirventese dei trovatori francesi perché dava l’idea di progresso e faceva visualizzare l’itinerario del pellegrino.
Il narratore è anche personaggio anche se spesso cede la parola ai personaggi che incontra. Lo spazio è fondamentale ed è verticale perché va dal basso dell’Inferno fino all’alto del Paradiso. Il tempo si basa su due livelli: abbiamo quello che Dante compie per effettuare il viaggio e quello che troviamo nelle tre cantiche: Il tempo non è presente nell’Inferno dove c’è la dannazione eterna e manca anche nel Paradiso dove c’è la beatitudine eterna, ma c’è nel Purgatorio dove le anime devono aspettare del tempo per poter accedere al Paradiso.
Notevole è la perfetta architettura non solo stilistica ma anche dovuta alle simmetrie interne: i canti VI sono tutti politici e i canti XI e XII del Paradiso hanno come protagonisti San Tommaso Domenicano e San Bonaventura Francescano.
Francesco Petrarca
Francesco Petrarca è un intellettuale molto differente rispetto a Dante, considerato un intellettuale di transizione dalla cultura medievale sulla quale si è formato e quella umanistica che sta giungendo. Petrarca nasce nel 1304, anno particolare per il crollo dei comuni che passarono nelle mani delle famiglie aristocratiche che diedero vita alle signorie; questo non avvenne a Firenze che ebbe il dominio mediceo successivamente.
Petrarca è considerato un intellettuale cosmopolita perché viaggiò molto e visse per lungo tempo ad Avignone che era sede papale. Quando decise di tornare in Italia, con dispiacere di Boccaccio non andò a Firenze che era ancora devastata dalle guerre interne, ma andò presso la signoria dei Visconti a Milano dove si poté dedicare all’otium letterario. Non era legato molto al suo comune ma comunque sostenne il tentativo repubblicano di Cola di Rienzo e difendeva la pace in Italia.
La sua personalità era totalmente scissa: lacerata dal culto per i classici ed il bisogno di spiritualità cristiana che aumentò quando il fratello Gherardo si chiuse in convento; lacerato dai suoi desideri mondani che viveva come colpe (l’amore per Laura e per la gloria); lacerato anche dalla scelta di preferire i viaggi non di piacere durante i quali scoprì testi andati persi ed i momenti di tranquillità nella sua villetta ad Arquà dove poi morì dove poteva dedicarsi alla scrittura.
Petrarca amava la civiltà mondana e l’idea di letteratura classicista che lo portò a riflettere sull’imitazione che doveva essere di tutti gli autori, secondo la metafora dell’ape che va di fiore in fiore per raccogliere vari pollini e dare poi origine al nettare. Segnale forte dell’uscita dalla cultura medievale è il suo pensiero filosofico: seguiva Platone filtrato da Sant’Agostino e dunque credeva in una spiritualità del tutto interiore.
A differenza di Dante che andava avanti sempre nei suoi scritti, Petrarca ritornava sempre sulle sue opere, inseguendo la purezza della lingua. Utilizzava il bilinguismo e l’unistilismo, ma considerava le opere scritte in volgare con la parola latina “nugae” cioè cose di poco conto.
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