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Rapporti con altri artisti

Gadda e Caravaggio (e Manzoni)

Caravaggio rappresenta una scena sacra ma non secondo le modalità tradizionali (stanza buia, finestra chiusa e oscurata). Viene rappresentata una tavola con carte e monete. Vengono sottolineate due persone: una in piedi (Cristo vestito secondo il '600) che allunga la mano; la luce illumina un lato del volto e la mano di Cristo. Cristo indica una persona seduta al tavolo che a sua volta indica se stesso (Matteo). Caravaggio sintetizza il momento in cui Cristo cerca gli apostoli tra la gente povera. Non c'è nulla di religioso in questa immagine; solo la luce sottolinea l'importanza della scena e crea il legame tra Cristo e Matteo. Ci sono poi altre figure.

Caravaggio aveva una concezione romanzesca della realtà per questo inserisce nella scena altre figure (tavolo, carte, soldi) e persone comuni oltre ai protagonisti. → tecnica narrativa “caravaggesca”. Gadda è il primo a capire veramente Caravaggio e legge il quadro come un riassunto dei Promessi Sposi. Secondo Gadda, Caravaggio ha vestito i compagni di gioco di San Matteo come i bravi del Manzoni → triplo rapporto tra parole e immagini:

  • Promessi Sposi
  • Opera di Caravaggio (collegato con il luogo e il tempo)
  • Gadda che utilizza il quadro per spiegare un romanzo e viceversa

Analizza la figura del ragazzo in primo piano: il modo in cui guarda Gesù, come reagisce (con sorrisetto bolognese), come sta seduto (postura mai dipinta prima), guance rosse dal vino, l'energia che trasmette la sua giovane età. → collegamento con Renzo, giovane adolescente energico e impulsivo. Gadda descrive una scena da cui è meglio stare lontani, una scena illecita a cui Cristo si unisce e porta all'interno della luce.

Gadda e Calvino

Non presenta una struttura rigida: è tutto un miscuglio. La scrittura di Gadda, secondo Roscioni, è riconoscibile. Per lui la scrittura segue delle regole precise dell'ordine che culminano in una struttura prestabilita perché tale è nella realtà, non l'ha inventata prima Gadda. L'operazione attuata da Gadda non è praticabile poiché è basata sulla confusione. All'origine c'è sempre il disordine. Secondo Roscioni, Gadda è lo scrittore più vero perché mantiene la complessità e il disordine della realtà: Liliana già da viva (ma anche da morta) è l'esempio della dissociazione; il taglio della gola era un taglio che già si portava dentro da viva.

Gadda attraverso i suoi personaggi rappresentava il male che lui stesso si portava dentro. Gadda: scrittore barocco.

Romanzo

All'inizio del 1946, Gadda, prendendo spunto da un caso di cronaca (l'omicidio, a opera di una ex-domestica, di due vecchie signore romane), inizia a scrivere un racconto giallo, che si dilaterà presto in romanzo. Nello stesso 1946, sulla rivista Letteratura ne escono 5 puntate. Per anni anche se discontinuamente, Gadda da una parte va avanti nella stesura, dall'altra sottopone quello che ha già scritto a un'accurata revisione.

L'intenzione era presentarlo in due parti, ma la seconda non è mai uscita. La prima parte rimane divisa in 10 capitoli, che si dividono in altre due parti: la prima parte è ambientata a Roma, la seconda in una zona fuori Roma (dove sono avvenuti i crimini), la zona dei Castelli (dove potrebbero stare i criminali). Quer pasticciaccio brutto de via Merulana esce in volume nel 1957. Il “pasticciaccio” a cui allude il titolo è il delitto che si consuma in via Merulana e il groviglio degli eventi inestricabilmente correlati, il caos e la terribilità delle cose.

La vicenda del romanzo è ambientata a Roma, nel marzo del 1927 (anno che segna un cambiamento nel regime fascista: diventa più feroce). Il commissario Francesco Ingravallo (don Ciccio) – molisano, 35enne – sta indagando su un furto perpetrato ai danni della contessa Menegazzi, in via Merulana (al Palazzo degli Ori – doppio riferimento: alla copertina gialla del libro e alla gente ricca che vi abitava). Ma dopo pochi giorni, di fronte all'appartamento del furto, si consuma un delitto. Venne scoperto, orrendamente sgozzato, il cadavere di Liliana Balducci. L'indagine sull'omicidio si dipana – o si aggroviglia – senza che si arrivi allo scioglimento del giallo. Nessuno dei sospettati, dal primo (Giuliano Valdarena, il cugino della vittima) fino all'ultima (Assunta Crocchiapani, cameriera dei Balducci) può essere individuato con certezza come l'assassino. Il romanzo resta dunque privo di soluzione.

Il Pasticciaccio inizia con la presentazione dell'investigatore e delle sue teorie: e tuttavia quelle stesse teorie minano la struttura tradizionale del giallo. In questa, infatti, la ricostruzione dei fatti avviene grazie all'individuazione di un movente e alla linearità del percorso investigativo. Ma Ingravallo non crede a questa linearità. Si prepara in tal modo una trama aggrovigliata, un intreccio che diventa un intrico nel quale è facile smarrirsi. In altre parole, Gadda programma da subito l'impossibilità di chiudere il suo racconto (carattere realista che segue la verosimiglianza dei fatti). Le cose sono troppo invischiate nel male perché Gadda possa asserire alla morale rassicurante del giallo, in cui il semplice atto di comprensione degli eventi, se non ristabilisce la giustizia, riporta almeno l'ordine intellettuale. Conoscere il reale è, per lui, deformare il reale. Il Pasticciaccio è la summa di diversi stili, che vede la compresenza dell'aulico e del triviale, del tragico e del comico.

Il romanzo poliziesco ha sempre avuto al suo interno l'elemento di inchiesta, tra dove sta il male e il bene, e riflette anche la realtà del tempo in cui è stato scritto.

Capitolo I

Francesco Ingravallo è uno stimato funzionario della sezione investigativa del commissariato di Santo Stefano del Cacco, a Roma. Di tanto in tanto frequenta la casa di Liliana e Remo Balducci, in via Merulana 219. Ha avuto così modo di conoscere la malinconia di Liliana, il suo vano tentativo di sopperire alla mancanza dei figli con una sorta di adozione di “nipoti” e domestiche, tutte giovani che Liliana stessa incoraggia e sostiene economicamente per assicurare loro un futuro di progenie; anche durante l'ultimo pranzo, ospiti don Lorenzo Corpi (padre spirituale di Liliana) e Giuliano Valdarena (il cugino), Ingravallo non ha potuto fare a meno di notare una nuova domestica, Assunta Crocchiapani, e una nuova nipote, Gina, il cui aspetto acerbo era ben lontano dalla procacità della precedente Virginia Troddu.

Il 14 marzo 1927, Ingravallo viene incaricato dal capo della investigativa, il dottor Fumi, di condurre l'indagine su una rapina ai danni di Teresa Menegazzi, al terzo piano di via Merulana: la Menegazzi, vedova contessa veneziana è stata aggredita nel proprio appartamento da un giovane, il viso coperto da una sciarpa verde, che l'ha derubata delle gioie. Durante il sopralluogo nell'appartamento, Ingravallo trova un biglietto del tram sfuggito al ladro nel corso della rapina. Il biglietto del tram, per i Castelli, è bucato alla fermata del Torraccio (località della frazione Due Santi del Comune di San Marino): Ingravallo informa i carabinieri di Marino dell'accaduto e trasmette loro l'elenco delle gioie rubate.

In seguito alle testimonianze degli inquilini dello stabile, si scopre inoltre che il rapinatore è stato aiutato da un palo, un ragazzino vestito da garzone. Garzoni, secondo la portiera, che vengono talvonta a consegnare prodotti di gastronomia al commendator Filippo Angeloni. Anche per le sue reticenze, Angeloni viene condotto al commissariato. Nel corso della giornata, i contatti coi confidenti della polizia non portano a nulla. In serata, Fumi, nell'elenco delle fermate nota il nome di una certa Ines Cionini, del Torraccio, pantalonaia disoccupata.

Palazzo di via Merulana

“In quer palazzo der ducentodiciannove nun cestavano che signori grossi: quarche famija der generone: ma soprattutto signori novi de commercio, de quelli che un po' d'anni aventi li chiamaveno ancora pescicani. E il palazzo, poi, la gente der popolo lo chiamaveno er palazzo dell'oro. Perché tutto er casamento insino ar tetto era come imbottito de quer metallo. Dentro poi, c'erano du scale, A e B, co sei piani e co dodici inquilini cadauna, due per piano. Ma il trionfo più granne era su la scala A, piano terzo, dove che cestaveno de qua li Balducci ch'ereno signori co li fiocchi pure loro, e in faccia a li Balducci ce steva na signora, na contessa, che teneva nu sacco 'e sorde pure essa, na vedova: la signora Menecacci: che acacciaje na mano in quarziasi posto ne veniva fori oro, perle, diamanti: tutta roba più de valore che cesia”.

→ la parola “ori” è in riferimento alla copertina gialla del libro, ma anche al fatto che fosse abitato da gente ricca.

Personaggio di Liliana Balducci

“Un tratto cordiale, un tono così alto, cosi nobilmente appassionato, così malinconico! Una pelle incantevole. […] occhi profondi, una luce di antica gentilezza […] E lei era ricca: ricchissima. Unione tra bellezza e malinconia (elemento della psicoanalisi freudiana, che Gadda attribuisce a Liliana) dalla quale deriva un ostacolo psicofisico a diventare madre. Per superare questo disagio, Liliana chiamava a casa sua ragazze molto giovani, delle domestiche (che chiamava “nipoti”), nelle quali lei vede quello che lei non è mai riuscita ad essere. Ciononostante queste ragazze, secondo lo scrittore, possono risultare oggetti del desiderio per il marito. Si aggiunge, poi, un altro aspetto: Liliana potrebbe proiettare in loro una sorta di rapporto lesbico.

Signor Balducci

“Suo marito stava bene, viaggiava tredici mesi l'anno, sempre in un gran da fare con quelli là di Vicenza”.

“Durante il pranzo Balducci aveva assunto, verso la Gina (la cameriera), un contegno paterno […] la voce maschia e baritonale, la voce del padre: lei (riferendosi a Liliana), moglie e sposa del papà, era dunque la mamma. […] quel maritone rubizzo tutto affari e tutto lepri che ora cianciava così fragorosamente, sotto la lauta inspirazione albana”.

“Si sarebbe detto, a voler fantasticare, ch'egli, il Balducci, non avesse valutato, non avesse penetrato tutta la bellezza di lei: quanto vi era in lei di nobile e di recondito: e allora... i figli non erano arrivati […] lei però lo amava: era il padre in imagine, il maschio e padre in virtù se non in facto, in potenza se non in atto. Era stato il possibile padre di una prole sperata. Della fedeltà di lui, forse, neppure era certa”.

Commissario Francesco Ingravallo – don Ciccio

Francesco Ingravallo è un molisano trentacinquenne, capelli neri e “cresputi”, un po' scorbutico e incline alla meditazione. È un investigatore anomalo, che segue una filosofia e una logica diversa dalla quella di causa-effetto (similitudini con Sherlock Holmes, Agatha Christie, Montalbano). L'aspetto di Ingravallo è quello tipico della sua epoca:

  • Moccione
  • Sguardo poco partecipe
  • Capelli neri e molto folti (parrucca)

“Comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po' tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d'Italia, aveva un'aria un po' assonnata, un'andatura greve e dinoccolata, un fare un po' tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d'olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana”.

→ Gadda si identifica nella figura di Ingravallo.

Capitolo II

La mattina di giovedì 17 marzo, il commissario Ingravallo, mentre sta salendo su un tram per recarsi a Marino, viene informato dell'omicidio di Liliana Balducci. Il marito in viaggio d'affari non è a casa quando Liliana viene trovata sgozzata in casa. A scoprire l'omicidio per primo fu il cugino Giuliano Valdarena che, in procinto di trasferirsi a Genova per lavoro, era andato a salutarla.

Ingravallo si reca sul luogo del delitto. Viene appurato che la vittima si trovava sola, nella propria abitazione, al momento del delitto. Ingravallo decide per il fermo di Giuliano Valdarena. Il giorno seguente, il 18 marzo, il fermo di Valdarena si tramuta in arresto provvisorio.

Fascismo

Il secondo capitolo si apre con una riflessione personale di Gadda nei riguardi del fascismo. Partendo dalle teorie della psicoanalisi freudiana, l'autore si chiede come un uomo possa giungere al potere; lo spiega con la teoria dell'adorazione specialmente da parte del pubblico femminile.

“dell'era dell'egira, l'arti papaveri della fezzeria” → era dell'egira = abbandono della Mecca da parte di Maometto; arti papaveri = uomini che comandano; fezzo = copricapo dei gerarchi durante le riunioni fasciste.

Mussolini viene chiamato in diversi modi, tra cui “testa di morto” – il teschio è un simbolo del fascismo (la paura, lo spavento riescono a creare il controllo, ma esiste anche un'altra prospettiva: l'unione tra vivi e morti, riuscire a dominare anche il mondo dei morti – culto di una nazione, rapporto con chi non c'è più). Mussolini è descritto con una caricatura, ma anche attraente verso il popolo per il popolo femminile.

→ ciò è collegato anche con Liliana (probabilmente anche lei sognava, come tutte le altre, una relazione con il duce).

Ciò che caratterizza il secondo capitolo è la morte di Liliana e come Gadda sceglie di descrivere il corpo. Ci da tre descrizioni del corpo della vittima:

  • La prima è il breve resoconto di un agente, Pompeo Porchettini detto lo Sgranfia, al commissario.

    “Sor dottó, l'ha trovata suo cugino, il dottor Vallerena...Vadassena […] dice ch'era annato a trovalla. Pe salutalla, perché ha d'annà a Genova. Salutalla a quell'ora? dico io. Dice che l'ha trovata stesa a terra, in un lago di sangue, Madonna! Dove l'avremo trovata puro noi, sul parquet, in camera da pranzo: stesa de traverso co le sottane tirate su, come chi dicesse in mutanne. Il capo rigirato un tantino... co la gola tutta segata, tutta tajata da una parte. […] Mbè, un orrore: du occhi! Che gurdaveno fisso fisso la credenza. Una faccia stirata, stirata, bianca da paré un panno risciacquato...che, era tisica?...come avesse fatto una fran fatica a morì...”

  • La seconda segue lo sguardo di Ingravallo, giunto sul luogo del delitto, e ne riferisce le prime impressioni.

    “Entrati appena in camera da pranzo, sul parquet, tra la tavola e la credenza piccola, a terra...quella cosa orribile. Il corpo della povera signora giaceva in una posizione infame, supino, con la gonna di lana grigia e una sottogonna bianca buttate all'indietro, fin quasi al petto: come se qualcuno avesse voluto scoprire il candore affascinante di quel dessous, o indagarne lo stato di nettezza. […] quelle due cosce un po' aperte, che i due elastici – in tono di lilla – parevano distinguere in grado, avevano perduto il loro tepido senso, già si adeguavano al gelo: al gelo del sarcofago, e delle taciturne dimore. L'esatto officiare del punto a maglia, per lo sguardo di quei frequentatori di domestiche, modellò inutilmente le stanche proposte d'una voluttà il cui ardore, il cui fremito, pareva essersi appena esalato appena esalato dalla dolce mollezza del monte, da quella riga, il segno carnale del mistero... quella che Michelangelo (don Ciccio ne rivide la fatica, a San Lorenzo) aveva creduto opportuno di dover omettere. Pignolerie! Lassa perde! […] le calze incorticavano di quel velo di lor luce modellato dalle gambe, dei meravigliosi ginocchi: delle gambe un po' divaricate, come ad un invito orribile. Oh, gli occhi! Dove, chi guardavano? Il volto!... Oh, era sgraffiata, poverina! Fin sotto un occhio, sur naso!...Oh, quel viso! Com'era stanco, stanco, povera Liliana, quel capo, nel nimbo, che l'avvolgeva, dei capelli, fili tuttavia operosi della carità. Affilato nel pallore, il volto: sfinito, emaciato.”

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher toni.jacopo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Bazzocchi Marco Antonio.
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