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Dispensa di istituzioni e politiche culturali

Primo modulo: economia della cultura

Economia della cultura: un orizzonte transdisciplinare

Walter Santagata è uno studioso, un economista importante e precursore dell’economia della cultura che ha approfondito questo tema importante. Santagata disse: “Il binomio cultura-economia è stato considerato dall’ortodossia accademica con sospetto, se non con disprezzo, fino a qualche decennio fa. Giocavano a suo sfavore l’idea che il prezzo o il denaro rappresentassero uno svilimento della cultura oppure, tra i più avveduti, che il paradigma analitico della nuova disciplina fosse ancora scientificamente inadeguato.”

La prima domanda è: è possibile mettere insieme 2 metodologie di studio, 2 campi del sapere diversi? La risposta è sì per quanto concerne ovviamente l’economia della cultura. Ci chiediamo poi, come queste discipline diverse possono interagire per ampliare la conoscenza?

Parliamo a questo proposito di orizzonte transdisciplinare che è un tipo di sinergia che può innestarsi tra discipline e studiosi diversi. Abbiamo la multidisciplinarità che vuol dire che ci sono delle discipline che hanno la possibilità di studiare uno stesso argomento portando la propria competenza su un problema o una tematica comune. Questo può arricchire in maniera più o meno diretta la prospettiva di ciascuna disciplina, tuttavia ciascuna di esse rimarrà comunque nel proprio ambito.

Quello che succede invece con l’interdisciplinarità è un passo maggiore in cui c’è un arricchimento di prospettive, in quanto le discipline riescono qui a dialogare tra di loro, evolvendo le proprie conoscenze. Ciò però a cui ambisce l’economia della cultura (così come tutte quelle discipline che vogliono fondere più discipline) è la transdisciplinarità, che ha come ambizione creare un campo del sapere, in cui vi è un’integrazione vera tra discipline diverse per creare un nuovo modo di capire un determinato problema ed affrontare una determinata questione (questo è quello che faremo in questo corso).

Che cosa è la cultura?

Nonostante abbia un significato ovvio e scontato, è molto complesso capire che cosa sia. Vedremo quanto sia interessante cercare di approfondire il rapporto tra cultura e conoscenza (che non sono infatti sinonimi). Prendiamo in considerazione una foto di Ariel che si pettina i capelli con una forchetta, in cui pare ovvio un problema di interpretazione dello strumento e del suo scopo, c’è un problema di barriera linguistica.

Introduciamo così il concetto antropologico della cultura, a partire da una delle sue prime correnti, quella dell’evoluzionismo di fine '800, che aveva una prospettiva etnocentrica, secondo la quale una cultura si arroga il diritto e la potestà di guardare le altre dall’alto verso il basso, ritenendosi espressione più alta dell’evoluzione della civiltà. Da questo capiamo l’immagine evocativa di Ariel. Questa è la prima di una serie di letture date alla parola cultura.

L’antropologia ha infatti avuto una grande evoluzione nel corso del '900 attorno a questo concetto decisivo. L’unico tema su cui tutti gli antropologici concordano è che ciò che distingue l’uomo da tutte le altre specie viventi è la capacità di produrre cultura, lasciare dei veri e propri segni prendendo un pezzo della natura. Un pezzo di natura diventa così rappresentativo di qualcos’altro che non ha direttamente a che fare con il suo essere: un simbolo (qualcosa che tiene insieme una parte fisica con una parte spirituale, ossia il suo significato). Gli uomini creano così la loro identità a partire da questi oggetti comuni con un significato particolare che direzionerà tutte le loro vite.

Tornando all’evoluzionismo capiamo come veniva intesa la cultura: la cultura è intesa come un qualcosa da studiare in maniera oggettiva, un fenomeno scientifico ed evolutivo (nel senso che non ci sono varie culture, ma degli stadi diversi della stessa epopea umana che per step arriva al suo apice). C’è il rivelarsi quindi di questa unica esperienza culturale, di cui le società occidentali sono al vertice della gerarchia. Tylor, autore di “Primitive Culture” di fine '800, disse: “La cultura o civiltà è quell’insieme complesso che include le conoscenze, credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società.”

Ad inizio '900 lo storicismo si oppone con il suo maggior rappresentate, Boas, a questa visione evoluzionistica, secondo cui si potevano fare dei paragoni tra le diverse culture (con la cultura occidentale come quella di riferimento). Questa prospettiva etnocentrica viene rifiutata, in ragione di una prospettiva che non riconosce l’esistenza di leggi universali nell’ambito della cultura, secondo cui ciascuna cultura ha la sua unicità e valore in quanto tale. Quindi è compito delle scienze occuparsi delle legge universali, compito invece delle scienze umane è quello di studiare le singolarità, le culture nella loro autonoma natura.

Abbiamo poi il funzionalismo che fa uno step in più, sempre di critica alla corrente evoluzionista, ma con una prospettiva diversa. Malinowski introduce un metodo empirico secondo cui per conoscere realmente una cultura è fondamentale immergersi in questa tipologia di esperienza umana con tutti i suoi segni, usanze e costumi. Non è così possibile capire una cultura dal di fuori, in quanto non saremmo in grado di capire i significati più profondi di quest’ultima. È necessario quindi un punto di vista interno alle culture.

Negli anni Cinquanta arriva lo strutturalismo, rappresentato da Levi-Strauss che conferma il discorso del relativismo culturale (non ha senso porsi da un punto di vista di superiorità rispetto alle altre culture), tuttavia, basandosi sulla filosofia linguistica strutturalista, afferma che esistono delle strutture profonde cognitive con cui il pensiero organizza il reale che fungono da terreno comune di tutte le culture esistenti. Quindi, fermo restando la dignità di ciascuna di esse e la incolmabile differenza fra di loro, esiste comunque un fondo comune e delle strutture che si ripetono a prescindere dalle varie differenziazioni.

A questa prospettiva reagisce l’antropologia interpretativa degli anni Settanta, con Geertz. Geertz dice che non è vero che esiste una struttura profonda e comune che tiene insieme le diverse culture, bensì ogni cultura utilizza dei simboli e strumenti diversi, e quindi non è possibile fare una specie di sintesi trovando degli elementi comuni. Ogni oggetto infatti può essere usato per simboleggiare un mondo di esperienze diverse. Non solo questo elemento comune è impossibile da trovare, in aggiunta l’esperienza stessa dell’antropologo viene filtrata dalla sua prospettiva che può inevitabilmente distorcere ciò che viene vissuto da uno specifico popolo.

Questo è contro il funzionalismo, la cui idea viene ritenuta dall’antropologia interpretativa una pura illusione prospettica. Perfino l’interpretazione della cultura a cui uno studioso antropologo appartiene (la cultura del suo tempo) non è fino in fondo pura e oggettiva, in quanto non è possibile acquisire un punto di vista che sia neutrale rispetto a delle distorsioni prospettiche. Qui c’è una prospettiva filosofica che soggiace a questa visione, ossia la prospettiva ermeneutica secondo cui tutto è interpretativo.

Immagine slides “international arrivals”: scena buffa con una serie di equivoci di misunderstanding gestuali, derivanti dal fatto che c’è un’interpretazione diversa dei gesti e una serie di regole non scritte. C’è una persona, ad esempio, che si avvicina troppo ad un’altra che si irrita, malinterpretando il comportamento di colui che si è avvicinato (sulla base delle sue regole di comportamento).

La cultura non è una cosa

Questa impossibilità di dare una definizione univoca di cultura ci fa intravedere un aspetto decisivo: la cultura non è una cosa. Questo significa che noi abbiamo l’idea che la cultura sia un accumulo di conoscenze, episodi, movimenti provenienti dal passato abbastanza immobile per sua natura (essendo passato rimane così com’è). Questa interpretazione è una certezza che dobbiamo cercare di mettere in discussione: secondo il concetto di filiazione inversa sono i figli a generare i padri (sono le persone a vivere nel presente a ridare significato a ciò che è avvenuto). È fondamentale questo aspetto per capire il fatto che la cultura è in continuo mutamento, è dinamica, rinnovando facendo una selezione tra ciò che è importante e ciò che non lo è.

A questo proposito, secondo il concetto di filiazione inversa di Lenclud: “Il passato non è stabile ma frutto di una continua re-interpretazione da parte dei contemporanei.” Secondo Handler e Linnekin: “L’idea che una tradizione culturale esista di per sé è una miopia, un’ingenuità naturalistica che ignora il ruolo del soggetto nel processo conoscitivo.” Possiamo concludere dicendo che la cultura è ciò che viene condiviso da una comunità, la cultura è quindi collettiva rispetto alla conoscenza (legata alla nostra esperienza individuale). Sottolineiamo poi che “sono gli atti interpretativi attuali a dotare di senso gli eventi passati.”

Esempi per fissare i concetti presentati

Il duomo di Milano può essere un esempio per focalizzare il punto: nonostante noi sappiamo bene cosa sia il duomo di Milano, quest’ultimo non può essere considerato una cosa (un oggetto non ha dei significati intrinseci, dipende da che cosa ognuno vede in un oggetto). C’è quindi una stratificazione di significati nel caso anche del duomo. Sono le conoscenze individuali a dare lo spessore della varietà di significati che il duomo assume.

Uno specialista di architettura infatti avrà una determinata conoscenza di questo duomo, uno specialista di storia dell’arte un’altra e così via. La vetrata sulle slides (vetrata sempre del duomo) invece, che oggi per noi ha un valore estetico che artistico, quando fu costruita ne aveva un altro più profondo, in quanto serviva a rappresentare elementi decisivi per la cristianità, dando accesso a queste storie visivamente anche agli analfabeti. In passato si aveva la capacità di riconoscere da dettagli un determinato personaggio che noi contemporanei invece mediamente non abbiamo.

Quando noi entriamo nel duomo solitamente non prestiamo attenzione a quella linea di ottone che attraversa la basilica, che invece aveva un ruolo fondamentale al tempo, in quanto si tratta di una meridiana (c’era un foro sopra la vetrata che permetteva l’ingresso della luce). Il duomo di Milano è quindi un emblema della cristianità, ma al contempo un contenitore di simbologie enorme. I segni zodiacali infatti (con origine babilonese e reinterpretati dalle altre culture) assumono tutt’altro significato, in quanto vengono inglobati all’interno di una tradizione culturale e religiosa che ne modifica il senso. La cultura è quindi in continua evoluzione, seleziona ciò che per la maggior parte delle persone di una comunità è rilevante, conosciuto, significativo e condiviso.

La cultura rielabora gli stessi simboli in prospettive diverse (es. segni zodiacali), rendendo uno stesso oggetto o monumento ricco o povero di significati a seconda della sensibilità di ogni persona che osserva. L’idea che chiunque possa approfondire la cultura è un’illusione, così come anche il fatto che la cultura sia una cosa individuale (confusione con la conoscenza). Ogni generazione ha quindi la responsabilità di capire ciò che conviene reinterpretare, e ciò che invece è meno rilevante. Non esiste una cultura stabile, si tratta sempre e comunque di trasmissione.

Carlo Sini è un filosofo italiano molto noto, anche a livello internazionale che disse: “Il passato accade nel presente ed esso esige il futuro per il suo senso e compimento. Letteralmente: non c’è passato senza futuro.” Che non ci sia il futuro senza passato è chiaro per ovvie ragioni, mentre dire che non ci sia passato senza futuro è abbastanza strano. Qua si gioca sulla provocazione: Sini vuole dire che ciò che noi consideriamo la nostra storia, le nostre tradizioni non è un qualcosa di immutabile, ma un qualcosa che noi continuamente guardando con gli occhi del presente modifichiamo, mettendo in luce degli aspetti piuttosto che altri.

Quello che noi chiamiamo passato cambia quindi nel significato collettivo con il tempo. Diciamo che il passato accade nel presente proprio perché il passato continuamente viene reinterpretato e riscritto. I testimoni possiamo dire che hanno una responsabilità enorme di trasmettere la cultura, con la loro influenza la cultura può infatti avere un’accezione positiva oppure negativa. Secondo Sini il presente quindi non è la semplice somma del passato, in quanto il passato viene illuminato e oscurato in diversi aspetti in base allo sguardo di noi contemporanei.

Esempio Giudizio Universale della Cappella Sistina

Perché Cristo ha un braccio alzato e un abbassato? Lo specialista lo sa, così come anche il pastore del passato che entrava nella Cappella Sistina, che quindi aveva una conoscenza superiore alla nostra (braccio alzato perché Cristo è colui che giudica, braccio abbassato come richiamo affettivo ai suoi apostoli). Tutti gli altri significati attribuibili a tale dipinto (ad esempio anche il perché la Madonna ha il manto azzurro) per alcuni di noi sono ormai ovvi, tuttavia non sono spiegati esplicitamente nel dipinto stesso, bensì sono frutto di migliaia di anni di evoluzione. Tutti questi segni sono quindi conoscenza, non cultura.

Viaggiare nel tempo

Carlo Sini fa un’altra riflessione sul concetto di viaggiare nel tempo in “Il silenzio e la parola”. Secondo Sini l’anno storico in sé non esiste, in quanto è frutto dell’insieme di diverse esperienze di ognuno di noi. Un momento di un determinato anno esiste per me, ma magari non per un’altra persona. In base a questa riflessione quindi non è possibile tornare indietro nel tempo.

Il distacco dal passato, la scomparsa del futuro

Prendiamo a questo proposito La persistenza della memoria di Salvador Dalí. Se il passato è un accumulo di nozioni fisse si crea uno stacco tra quello che noi viviamo e le nostre radici, se non c’è scambio tra passato e presente è difficile infatti creare un futuro (in base a quello che ci interessa o meno). Se io non sento di appartenere ad una parte del passato si crea un problema. A questo proposito, Giorgio Agamben ci dice che nelle civiltà tradizionali non c’è separazione tra l’atto di trasmissione di un sapere e la cosa trasmessa (si ha credibilità, non si fanno delle valutazioni, ma si accolgono le nozioni in quanto tali).

Nelle società contemporanee, più evolute, occidentali invece la cosa trasmessa è come se fosse separata da un flusso di tempo che unisce il passato e il presente, come se fosse nel limbo come una cosa a sé stante e sconnessa da una storia a cui appartiene (come nel caso degli orologi di Dalí). Quando si giudica la cosa in maniera oggettiva come se non avesse niente a che fare con ciò che siamo, si perde la continuità del tempo, e scompare anche il futuro. Ci si trova così isolati in una terra di nessuno con un passato che risulta insipido, con un senso di disagio, non capendo che forma dare al futuro.

Cultura e conoscenza

Immagine slides iceberg: la conoscenza è molto profonda e ampia, mentre la cultura è superficiale, è ciò che vediamo. Se il tempo fosse però l’acqua, salendo sempre di più, può cancellare la conoscenza accumulata nel tempo. La cultura può quindi dimenticare alcuni aspetti della conoscenza ritenuti non rilevanti dalla civiltà. La cultura rappresenta il senso comune e può avere dei valori ambivalenti, in base alle convinzioni della civiltà, e alla frattura tra la conoscenza e la cultura stessa. La conoscenza è tipicamente di micro-gruppi specializzati in una certa materia, mentre la maggior parte di una popolazione condivide e ritiene uso e costume è la cultura.

C’è una complessità in più: come stabiliamo ciò che è positivo e ciò che è negativo? Possiamo dire che la conoscenza è molto profonda e appartiene ad un numero limitato di persone, la cultura è più superficiale, riguarda la stragrande maggioranza delle persone, è il sapere condiviso. Questo fatto presuppone il concetto dell’intermediazione, cioè un livello che collega la conoscenza specialista e la cultura generalista.

Realtà e rappresentazione: conoscenza individuale e cultura collettiva

Prendiamo in considerazione la mappa di un’isola. Immaginiamo “Lost”, una famosissima serie tv: ci sono dei naufraghi su un’isola sconosciuta. Cercheranno anzitutto di mappare l’isola per sopravvivere, dividendo i compiti e organizzandosi nel miglior modo possibile per unire le loro forze nel modo più efficace possibile. Ciascuno farà delle esperienze, tuttavia se la cultura è il lasciar tracce di una comunità, questa sarà univoca (esempio di tracce, di segno della...

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valentina1600 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni e politiche culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Chillemi Francesco.
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