Il dibattito sul modello cinese
Specialmente a partire dal 2008, con la crisi finanziaria globale e dopo il 60° anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese (RPC), c'è stata un'ampia discussione sul cosiddetto modello Cina. In particolare, si è discusso se questo esista o meno, se la sua eventuale esistenza sia positiva o negativa e se si limiti solo alla Cina o riguardi anche altri paesi. Joseph Fewsmith ha argomentato questa discussione, proponendo vari e importanti contributi dei maggiori partecipanti.
Il dibattito, che vede la partecipazione di studiosi di tutto il mondo, è in gran parte una discussione sull'identità culturale cinese, su come la Cina potrebbe adottare concetti e pratiche occidentali e su come dovrebbe resistere a tali tendenze. I contributi vedono la nuova sinistra ritiene che il modello cinese esista e che abbia delle virtù. I liberali, al contrario, e coloro che cercano di evitare la politicizzazione attraverso un atteggiamento agnostico verso l'esistenza di un modello cinese.
La discussione sul modello Cina è ricorrente in precedenti dibattiti su socialismo contro capitalismo, sul Beijing consensus (consenso di Pechino) e sulla storia dell'unicità della civiltà cinese. Sia il modello Cina, sia il Beijing Consensus, sono termini nati in Occidente. Quest'ultimo era stato usato per la prima volta da Josh Ramo nel 2004 in contrapposizione al Washington Consensus. All’epoca, i dibattiti in Cina ruotavano intorno al management buyout (MBO), l'operazione di acquisizione di un'azienda da parte di un gruppo di manager interni che assumono la figura di manager/imprenditori, e alla tutela della proprietà privata, ma in realtà vertevano sui temi della privatizzazione e del socialismo.
Rappresentavano un'estensione del dibattito socialismo contro capitalismo emerso a seguito della repressione di piazza Tian’anmen del 1989 e che è stato messo a tacere nel 1992 dopo il viaggio di Deng Xiaoping a Shenzhen e in occasione del 14° Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC). L'appello di Xiaoping per il ritorno alla riforma economica aveva portato a un'impennata di attività di mercato e a un eccesso di investimenti. In questo frangente, un gruppo di giovani intellettuali dà vita alla nuova sinistra.
La loro analisi di base partiva dal fatto che il capitale straniero stava lavorando con l'élite politica ed economica cinese per formare una nuova élite dirigente che ha soppresso le richieste populiste nazionali e riportato in modo saldo la Cina nell'ordine internazionale. Le critiche populiste riguardo alla politica estera della Cina guidate da "La Cina può dire no" hanno chiesto una politica estera maggiormente nazionalistica, mentre altri critici hanno chiesto che una nuova attenzione venga data alle categorie svantaggiate del paese, questione che alla fine è diventata una piattaforma importante.
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