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Nazionalismo, decolonizzazione e indipendenza in Africa

La fine del colonialismo verrà decretata dal nazionalismo che accompagnerà all’indipendenza, e che si autolegittima con il riferimento a una nazione o un popolo che reclama la propria emancipazione in un dato territorio. Il fine ultimo era il riscatto da tutte le forme di oppressione, discriminazione e umiliazione, sia sociale che culturale, di cui avevano sofferto i popoli africani.

La leadership dei movimenti anticoloniali sarà assunta dalle piccole borghesie burocratiche, intellettuali e commerciali cresciute all’ombra delle strutture delle potenze coloniali o comunque controllate dai bianchi: esercito, amministrazione, Chiese e missioni cristiane e istruzione formalizzata.

Etiopia e Liberia

L’Etiopia e la Liberia conservarono l’indipendenza attraverso la fase della conquista e spartizione dell’Africa. La loro organizzazione politica era basata sulla posizione privilegiata del centro ed entrambe facevano ricorso a forme di clientelismo e assimilazione per garantire il controllo sul resto del paese. L’Etiopia estese la sfera della propria giurisdizione ad altre terre, consolidando il potere politico ed economico, eccetto per la breve occupazione italiana tra il 1936 e il 1941.

L’etiopismo fu espressione di nazionalismo nero o africano e può essere ritenuto un atto politico formulato in termini religiosi. Specialmente in Africa meridionale e occidentale fiorirono in gran numero le cosiddette Chiese etiopiche, prodotto dell’attività di predicatori neri, molti dei quali originari dell’America settentrionale e delle Indie occidentali, e si prefiggevano di propagare il principio dell’autogoverno per gli africani. Il primo anniversario della Chiesa africana si celebrò a Lagos nel 1902.

Per le avanguardie afroamericane, la Liberia e la Sierra Leone erano le “Nuove Gerusalemme”. La Liberia acquisì una forza simbolica per tutti coloro che erano in ansiosa attesa dell’indipendenza dentro e fuori dell’Africa. Come colonia dall’ACS, Società di Colonialismo Americana, fondata nel 1822 con l’aiuto del governo statunitense allo scopo di installarvi gli afro-americani liberi che volevano sfuggire allo schiavismo e al razzismo in America.

Nel 1847 divenne repubblica indipendente. La capitale fu denominata Monrovia dal nome del presidente USA Monroe. Il governo apparteneva a una minoranza americano-liberiana di cultura occidentale per stili di vita, istituzioni politiche, impiego della lingua inglese, proprietà individuale della terre e professione del cristianesimo. Il sistema politico liberiano era caratterizzato da una democrazia instabile che distingueva tra i diritti degli indigeni e quelli degli ex schiavi provenienti dall’America. Di conseguenza, quest’ultimi nutrirono molte ostilità nei confronti degli stessi governanti tanto da rivolgersi per bisogno di terra per l’agricoltura, aiuto alle potenze europee che premevano alle frontiere.

I creoli aumentarono la superficie della Liberia espandendosi dagli appezzamenti isolati nella regione costiera che inizialmente erano stati dati loro in affitto da alcuni capi locali. Nonostante la Liberia fosse un paese libero continuava ad essere soggetta ad interferenze da parte delle potenze europee. Il suo governo, col fatto della richiesta dei prestiti e di consulenze finanziarie, si poneva in una posizione di dipendenza nei loro confronti. Veniva anche percepita come una colonia dagli inglesi e dagli USA per molti motivi: l’origine americana dell’élite dominante, i capitali americani investiti nella repubblica e gli interessi della Firestone nel campo dello sfruttamento della gomma.

La Sierra Leone fu usata saltuariamente in precedenza come stazione schiavistica. Nel 1787 fu scelta da Londra per reinsediare dopo la liberazione gli ex schiavi che vivevano in Inghilterra e Canada e con il procedere dell’abolizionismo vide aumentare la comunità originaria con nuovi arrivi dalla Gran Bretagna, dalle Indie occidentali e dalla cattura delle navi negriere. Nel 1876 fu fondata la prima università africana, il Fourah Bay College.

Movimenti intellettuali e politici

Lo scopo degli intellettuali neri di questa generazione era di affrancare gli africani e i neri dalla loro soggezione all’Occidente. L’ecclesiastico Boilat predicava la resurrezione dell’Africa ed era convinto che la fine dello schiavismo si sarebbe accompagnata con la fine del cannibalismo e del feticismo e altri usi molto deplorati dell’opinione corrente in Europa e dagli stessi africani figli della cultura europea.

Blyden, ministro presbiteriano, docente e politico, è il più importante statista-filosofo nero della sua generazione ed era convinto che la salvezza non poteva venire che dall’Africa e dai neri rielaborando nozioni come dignità, popolo o autonomia. Hayford era d’accordo nell’abolire l’indipendenza africana, come anche Diagne in Senegal che nel primo congresso panafricano fra le due grandi guerre si pronunciò contro una mozione di condanna del colonialismo sostenendo che alla Francia si doveva il progresso sul suolo africano.

Nel 1912 venne fondata l’Associazione dei giovani senegalesi; nel 1913 il settimanale “Democratie du Senegal” diffuso a Dakar, a Saint-Louis e nei principali centri dell’AOF. Diagne fu anche deputato ma i suoi successori presero le distanze dalla Francia e abbracciarono il nazionalismo.

Panafricanismo e negritudine

Decisivo fu il contributo del panafricanismo e della negritudine. Precursore assoluto del panafricanismo fu Williams che nel 1900 convocò a Londra un congresso in cui dovrebbe essere stato evocato per la prima volta il termine. Du Bois ricorreva a una serie di congressi in città europee a partire da Parigi nel 1919 per abituare i leader africani a discutere dei problemi del progresso e della libertà. Questi erano i cosiddetti congressi panafricani. Garvey fu il fautore del ritorno dei neri in Africa. Per mobilitare i neri in America e nel mondo fondò la UNIA, Associazione per il Miglioramento dei Neri nel Mondo, e costituì una compagnia di navigazione per organizzare il trasporto. Il tracollo finanziario delle sue imprese però fu il pretesto per una persecuzione allo scopo di mettere a tacere il suo estremismo.

Il panafricanismo si colloca in una dimensione politica a differenza della negritudine dove prevale il momento culturale. La negritudine agisce sulla considerazione che i neri hanno di sé e della loro civiltà. Inevitabile è il riscontro politico in quanto l’indipendenza culturale non può non presupporre l’emancipazione politica. Punta a riammetterli indipendenti e sicuri di sé nella civiltà universale. Il panafricanismo e la negritudine sono stati contestati dalla corrente dei radicali del movimento anti-imperialista che giudicano come tali concettualizzazioni abbiano messo troppa enfasi sulle divisioni geografiche o razziali a vantaggio delle élite dominanti.

Le polemiche esplodono quando la decolonizzazione rese ancora più evidente che le società colonizzate sono al proprio interno ordinate gerarchicamente. Per vincere il colonialismo bisognava che i neri resistessero alle tentazioni dell...

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Scienze politiche e sociali SPS/13 Storia e istituzioni dell'africa

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sandrauselli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e Istituzioni dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Carcangiu Bianca.
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