Marocco: il nazionalismo marocchino
Il nazionalismo marocchino sin dalle origini fu connotato in senso islamico. Nel paese si diffusero presto le idee salafite che contrastarono con il marabutismo, cioè il culto dei santi diffuso nell’ambiente popolare sufi. Abdelkrim si pose alla testa di una sollevazione anti-spagnola nel Rif marocchino e tra il 1921 e il 1926 diresse una repubblica che mirava alla creazione di una società islamica progressista. Gli spagnoli vennero più volte sconfitti fino a quando vennero appoggiati dai francesi e Abdelkrim dovette arrendersi.
Negli anni ’30 il nazionalismo marocchino si organizzò in vere e proprie formazioni politiche. Nel Blocco d’azione nazionale 1932 sorse tra cui spiccava Allal al-Fasi; nel 1937 venne sciolto. I nazionalisti si riorganizzarono nel Partito nazionale per la realizzazione delle riforme. Negli anni ’40 il partito si ricostituì in Partito dell’indipendenza che puntava all’indipendenza totale o Istiqlal del Marocco.
Istiqlal, l’indipendenza del Marocco, ebbe come protagonista il sultano Muhammad V. Asceso al trono nel 1927, tre anni dopo firmò il dahir berbero sostenendo indirettamente la politica coloniale francese. Dopo la seconda guerra mondiale aderì al programma Istiqlal diventando il portavoce del nazionalismo marocchino. In un discorso del 1952 aveva richiesto l’indipendenza del Marocco; i francesi nel 1951 avevano messo al bando il partito, lo deposero, lo mandarono in esilio in Madagascar e insediarono il nuovo sultano Muhammad Ibn Arafa che i marocchini rifiutarono di riconoscere.
L’intensità della resistenza contribuì a promuovere i negoziati tra le autorità francesi e i nazionalisti marocchini per la fine del protettorato. Il 16 novembre 1955 Muhammad V rientrò in Marocco e il 2 marzo 1956, alla proclamazione dell’indipendenza, divenne il primo re del Marocco indipendente conservando il suo nome. Seguì l’abolizione del protettorato spagnolo nell’aprile 1956 nella zona settentrionale del paese e sull’enclave di Tangeri. Le città di Ifni, Ceuta e Melilla restarono sotto il dominio spagnolo.
La monarchia marocchina sin dagli inizi ha goduto di legittimità sorretta su basi islamiche. I re del Marocco pretendevano di essere sceriffi, ovvero discendenti del profeta Maometto. Questa legittimità islamica potrebbe spiegare lo scarso attecchimento dell’islamismo militante; anche se vi sono varie organizzazioni, il Marocco non ha mai conosciuto la radicalizzazione estremista tipica dell’Egitto e dell’Algeria.
Nel 1961 a Muhammad V succede suo figlio Hasan II, un sovrano stabile e rispettato nonostante governasse in modo autocratico. Gli anni dal ’60 al ’90 circa sono infatti chiamati anni di piombo per il suo rigido sistema dittatoriale. Senza con ciò togliere i poteri discrezionali di cui godeva il re in caso di emergenza, la costituzione venne emendata tre volte tra gli anni ’60 e ’70, la prima volta nel 1962. Nel 1970 la costituzione non venne ampiamente accettata.
Seguiranno 26 anni di monocameralismo; il bicameralismo viene introdotto nel 1996. Venne avviata la marocchizzazione delle terre allo scopo di riconquistare la fiducia della popolazione, in particolare dei notabili rurali molto legati al sovrano. Nel 1975 fu proclamata l’annessione dell’ex Sahara spagnolo, causando la reazione dei sahariani che si sono costituiti nel Fronte Polisario e che tuttora lotta per l’indipendenza del Sahara occidentale dal Marocco. Inoltre tale questione è stata la causa di attriti con l’Algeria che ha sempre appoggiato il Fronte.
Dalla morte di Hasan II nel 1999 regna il figlio Maometto VI.
Algeria: la rivoluzione algerina
La sconfitta della Francia nella guerra con la Prussia nel 1870-1871 e la caduta di Napoleone III rese favorevoli le condizioni per una rivolta araba in Algeria. Le pessime condizioni economiche, le carestie e l’ingerenza francese in Algeria spinsero gli algerini nel 1871 a un’insurrezione guidata da Muhammad al-Muqrani che fu repressa con durezza. I francesi si impadronirono delle terre algerine promuovendo una politica di assimilazione. Nel 1881 venne messo in atto il Code de l’indigenat che consentiva di perseguire i musulmani per vari reati senza che ci fosse una procedura legale che tutelasse i loro diritti. L’Algeria venne trasformata in una colonia di popolamento: i coloni francesi (pieds noir) erano concentrati nella zona di Algeri e Orano e gestivano l’amministrazione, praticavano le professioni liberali e si dedicavano alle attività agricole. Si tentò anche di convertire i musulmani al cristianesimo. Si fece una netta distinzione fra popolazione arabo-berbera ed ebraica e infatti solo agli ebrei veniva consentito di diventare cittadini francesi.
Il nazionalismo algerino fu per lungo tempo moderato e transigente. Ferhat Abbas era uno degli animatori del movimento dei Giovani Algerini; arrivò negli anni ’40 a ritenere il progetto impossibile. Fondò l’Organizzazione degli Amici del manifesto della libertà orientando le sue richieste verso la creazione di una repubblica federata con la Francia. Massali Hajj fu il vero padre di un nazionalismo autenticamente algerino. Fu il principale dirigente dell’Étoile nord-africaine, un’organizzazione nata in Francia tra gli operai immigrati nel 1926 e radicatasi in Algeria.
Quindi tra gli anni ’20 e ’40 l’Algeria conobbe un nazionalismo desideroso di colloquiare con la Francia pur mantenendo la specificità algerina. Fu il persistente rifiuto dei francesi, in particolare dei coloni, di considerare gli algerini degni se non di assimilazione, almeno di parificazione, a far fallire le speranze dell’accesso a una reale uguaglianza con i colonizzatori. La legge Blum-Violette proposta dal governo socialista del Fronte popolare nel 1936 che prevedeva la concessione della cittadinanza francese ad alcune categorie di algerini incontrò forti opposizioni da parte dei coloni e durante la seconda guerra mondiale il governo di Petain non sarebbe andato in quella direzione.
Ciò portò a un ritorno dell’islamismo e a una radicalizzazione dell’opposizione politica. La continuità dell’islamismo fu garantita soprattutto dall’Associazione degli ulama algerini e dal suo fondatore Ben Badis. La rivoluzione algerina fu l’esito inevitabile della rigidità del colonialismo francese e dell’incapacità dei nazionalisti moderati di ottenere se non l’indipendenza piena, almeno l’autonomia.
Dopo la seconda guerra mondiale le organizzazioni tradizionali del nazionalismo algerino operarono una nuova trasformazione. Ferhat Abbas fondò nel 1946 l’Unione democratica del manifesto algerino (UDMA) e pubblicò un appello sui giornali in cui chiamava la Francia a liberarsi del loro complesso colonialista e i musulmani a rinunciare a un improduttivo nazionalismo islamico. Massali Hajj fondò il Movimento per il trionfo delle libertà democratiche (MTLD) la cui principale richiesta era il ritiro della Francia dall’Algeria e il popolo algerino avrebbe deciso il proprio futuro attraverso un’assemblea costituente.
Gli sforzi dei vecchi nazionalisti risultavano agli occhi di molti inutili. Nel 1948 all’interno del MTLD si formò un’organizzazione segreta paramilitare dalle aspirazioni rivoluzionarie. Il nazionalismo algerino trovava nuovi capi che con la loro azione condussero alla formazione del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) comportando il distacco dei nazionalisti più attivi dalle formazioni tradizionali dell’UDMA e del MTLD. Il 1º novembre 1954 venne proclamata ufficialmente l’insurrezione del FLN che agli inizi ebbe un carattere elitario e circoscritto.
Nel 1956 la lotta popolare divenne di massa per rispondere alla brutalità della repressione francese che colpiva i musulmani e tutti i villaggi. Grande importanza ha avuto la battaglia di Algeri che comportò alcuni mesi di cruenta guerriglia con attentati e sabotaggi che sconvolsero la capitale. Alla guerriglia, i francesi opposero l’intervento dei paracadutisti del generale Massu che alla lunga ebbe la meglio sugli insorti. Riuscendo a catturare e uccidere gli esponenti più prestigiosi dell’intellighenzia del FLN i francesi lasciarono inconsapevolmente mano libera ai militari. La progressiva militarizzazione della rivoluzione la radicalizzò indebolendo chi avrebbe preferito una soluzione maggiormente politica. Si creò poi un divario netto che distinse coloro che combattevano in patria la guerra civile (interni) e coloro che facevano politica dall’estero soprattutto dal Cairo appoggiati da Nasser (esterni).
Nel 1956 alla conferenza di Summam si era formato il Consiglio nazionale della rivoluzione algerina (CNRA) con funzioni di parlamento sovrano. Nel 1958 il FLN proclamò la nascita di un governo provvisorio. Nel 1960 il nuovo presidente della repubblica francese Charles de Gaulle si espresse in favore di un’Algeria algerina. Era convinto che la Francia non poteva più gestire un impero coloniale come aveva fatto prima della seconda guerra mondiale e che dovesse concedere l’indipendenza alle sue colonie per poi conservare i rapporti economici con le nuove organizzazioni statali.
Questi intenti contrastavano con quelli dei pieds noir che si opposero sollevando attentati sia in Algeria che in Francia. Nell’aprile 1961 il generale Raoul Salan cercò di prendere il potere ad Algeri con un colpo di stato, ma fallì. Il FLN uscì dalla lotta accumulando credibilità e prestigio. Vennero avviati i colloqui di pace e con gli accordi di Evian del 1962 l’Algeria diventava indipendente. Il primo presidente della repubblica fu Ahmad Ben Bella. Egli cercò di riportare il FLN a dimensioni costituzionali pur sempre nel quadro di un assoluto monopartitismo; impresse un forte marchio statalista all’azione governativa dove il movimento rivoluzionario algerino sping
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