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Le riforme democratiche tra continuità e mutamento

Gli stati africani continuano ad essere caratterizzati da livelli complessivamente bassi di vita democratica. Per lungo tempo la ricerca di una democrazia africana si è dovuta accontentare di isolate storie di successo, come Ghana, Mozambico e Benin che hanno accresciuto la responsabilità dei governanti nei confronti dei cittadini o come quella del Botswana spiegata in genere con la relativa omogeneità etnica del paese o con il continuo consenso elettorale ottenuto dal partito dominante.

Il via alla cascata di transizioni africane può essere fatto coincidere con le elezioni del novembre 1989 in Namibia o con gli scioperi e le manifestazioni indette nello stesso anno in Benin. Seguirono tentativi più o meno credibili di riforma politica in Mali, Tanzania e Zambia. Nel 1994 non vi era più in Africa alcun regime che si proclamasse a partito unico. Negli anni seguenti vennero adottati regimi elettorali anche in Nigeria, Uganda e Ruanda. Il risultato fu oltre 150 elezioni multipartitiche organizzate in Africa nell’ultimo decennio contro le 70 indette negli ultimi 30 anni. Solo Eritrea, Somalia e La RDC non hanno preso parte a queste tentate trasformazioni.

Processi di democratizzazione

Come rileva Huntington, non esiste una singola variabile esplicativa, tanto universale nel tempo e nello spazio quanto necessaria, che riesca a spiegare i processi di democratizzazione che si sono verificati nell’ultimo quarto del XX secolo. Una di queste è la graduale erosione della legittimità dei regimi non democratici. In Africa, i regimi a partito unico vennero instaurati dalla metà degli anni ’60 con la pretesa di porre fine alle conflittualità interne, accelerare i processi di sviluppo e sradicare la corruzione. L’eccessiva estensione dell’intervento statale e l’indebitamento pubblico hanno prodotto crisi fiscali che hanno portato all’impoverimento delle popolazioni.

Non avendo più interessi strategici in Africa, i due blocchi degli USA e dell’URSS ridussero o eliminarono i loro finanziamenti ai paesi africani; si ricorse quindi ai programmi di aggiustamento strutturale promossi dal FMI e dalla BM vincolati al ridimensionamento del settore pubblico, alla liberalizzazione delle economie e a riforme politiche, mentre gli APS promossi da USA, Canada, Gran Bretagna, Norvegia, Germania, Olanda, Danimarca e Svezia, premevano elezioni multipartitiche e il rispetto delle libertà politiche.

Credenze e sviluppo socioeconomico

Altri due fattori sono il ruolo delle credenze indigene e il livello di sviluppo socioeconomico. In primo luogo, le transizioni più pienamente compiute includono tanto paesi in cui domina l’Islam o ha grande rilevanza, che paesi in cui prevalgono culti indigeni. In secondo luogo, per quanto il consolidamento di un neonato regime democratico sia più probabile in contesti socio-economicamente avanzati e la democrazia divenga quasi incontrollabile in paesi con un reddito pro capite superiore a 40.000 dollari, i tentativi di instaurare questi regimi avvengono in genere in modo sostanzialmente indipendente dal livello di sviluppo di una società.

Ruolo dei leader politici

Le scelte individuali dei diversi leader politici hanno spesso contribuito a innescare o bloccare i processi di rinnovamento democratico. Ad esempio, Alfonso Dhlakama, leader dei ribelli in Mozambico, che accettò di porre fine alla guerra civile pagando con la sua sconfitta elettorale del 1994, o il capo della guerriglia Jonas Savimbi in Angola, che fece deragliare il processo di pace rifiutando i risultati delle elezioni presidenziali del 1992 e riaccendendo il conflitto civile per ulteriori 10 anni; solo la sua morte nel 2002 ha aperto una nuova possibilità di pacificazione a Luanda.

In molti casi africani, la transizione ha seguito la direzione in cui sono andati i militari. Dove questi si sono opposti, come in Nigeria e Burundi, il mutamento di regime è stato bloccato o manipolato; dove si sono mostrati favorevoli o almeno non contrari, come in Ghana, le riforme sono andate più facilmente a buon fine.

Esiti delle transizioni degli anni '90

Gli esiti delle transizioni africane degli anni ’90 sono stati: il mutamento di regime attraverso elezioni libere e corrette fino all’instaurazione di un governo legittimato dalle urne e dunque di un regime multipartitico seppure imperfettamente democratico, e l’incompiutezza della transizione democratica dovuta a mancata introduzione delle urne, manipolazione del passaggio a un regime di elezioni multipartitiche (Burkina Faso, Kenya, Camerun), conflitti civili (Ruanda, Zaire, Somalia) e intervento dei militari (Nigeria, Burundi).

Per altri casi, la classificazione è incerta. Ad esempio, la Tanzania dove ci sono stati scontri e frodi elettorali in particolare sull’isola di Zanzibar, l’Uganda che da quasi 20 anni sperimenta con controversi risultati un modello di democrazia senza partiti, la Liberia e il Congo-Brazzaville dove le elezioni sono state seguite da sviluppi violenti e di chiaro stampo autoritario, il Zambia dove sono risultate irregolari le seconde elezioni e il Ghana e il Kenya dove le riforme sono arrivate a compimento solo dopo due tornate elettorali.

Tuttavia, ai regimi riformati vanno riconosciuti evidenti elementi di continuità come leader sopravvissuti alla transizione, ex partiti unici che restano dominanti, pratiche clientelari mantenute integre, importanti aspetti di mutamento come l’apertura competitiva di alcuni regimi e la sostituzione delle leadership politiche nelle nuove regole costituzionali. Gran parte degli stati africani offre maggiori libertà politiche di quelle presenti 20 anni fa. Il ricorso alle elezioni è oggi una pratica diffusa e non raggirabile facilmente da parte dei leader; anche se questi ultimi riescono talvolta a controllare l’intero processo elettorale a proprio vantaggio, le elezioni hanno portato alla rappresentazione delle opposizioni se non alla vera e propria sostituzione del governo.

Tipologie di regimi

Oltre ai regimi che si mantengono non democratici anche nelle forme, si possono distinguere regimi elettorali di facciata o pseudodemocrazie in cui la consultazione e l’esito elettorale sono controllati dall’alto, regimi di democrazia elettorale in cui una competizione elettorale libera non è integrata da un pieno rispetto delle libertà dell’individuo e regimi che presentano i requisiti minimi per poter parlare di democrazia liberale.

Consolidamento e deconsolidamento democratico

Il consolidamento democratico è la possibilità che una democrazia ha di durare nel tempo. Può essere ridotto al solo processo elettorale, ma nel lungo periodo occorre che si sviluppi un più ampio consenso e rispetto delle norme alla base della convivenza politica. Le regole democratiche devono essere riconosciute come l’unica alternativa possibile. La legittimazione delle norme deve coinvolgere sia le élite politiche che gli attori intermedi organizzati e la popolazione. Il processo di deconsolidamento, ovvero il processo opposto, si ha col mancato rispetto di tali regole, pratiche illiberali, violazioni dei diritti fondamentali, ricorso alla violenza come arma per prendere il potere.

Il cosiddetto test di avvicendamento al governo è positivo quando un partito di governo bocciato alle elezioni cede il potere a un’opposizione vincente e questa lo cede a sua volta in modo pacifico a una tornata elettorale successiva. Applicato ai paesi africani, il test dimostrerebbe l’accettazione del metodo democratico in Benin, Mauritius e Madagascar.

La riduzione nei tassi di successo dei colpi di stato militari potrebbe indicare una relativa legittimità acquisita dai nuovi regimi multipartitici. Nel periodo 1958-1979 sono andati a buon fine 47 su 93, nel periodo 1990-2001 33 su 95 e in quest’ultimo periodo solo 13 su 50. Rilevante è anche il numero di militari che hanno dimesso l’uniforme per continuare o ritornare a governare in abiti civili, fenomeno altamente diffuso nei paesi francofoni.

Misurare la democraticità

Un diverso tentativo di misurare la democraticità di un paese è quello proposto dall’istituto di ricerca statunitense FH che ogni anno stima il grado di rispetto dei diritti politici e delle libertà civili. A ciascun paese vengono assegnati due valori numerici lungo scale che vanno da 1 (punteggio massimo) a 7 (punteggio più negativo). I due dati sono poi combinati in modo da permettere una classificazione di ogni singolo sistema politico come libero (punteggio tra 1 e 2,5 indicati con la lettera L), parzialmente libero (punteggio tra 3 e 5,5 e indicati con la sigla PL) e non libero (punteggio tra 5,5 e oltre).

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Scienze politiche e sociali SPS/13 Storia e istituzioni dell'africa

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sandrauselli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e Istituzioni dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Carcangiu Bianca.
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