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La questione palestinese

Convivenza pacifica in Palestina

Prima del 1879, musulmani, cristiani ed ebrei vivevano in pace in Palestina; gli ebrei erano meno numerosi degli arabi e concentrati in quattro città sacre: Gerusalemme, Hebron, Safad e Tiberiade. Il problema palestinese non esisteva. Gli ebrei erano oggetto di atroci persecuzioni in Europa. Il sionismo, ovvero il progetto di costruire uno stato ebraico in Palestina, non era ancora nato.

Interessi britannici e primi piani sionisti

Tuttavia, la diplomazia britannica aveva già i suoi piani per chiamare gli ebrei a difesa dei suoi interessi in Medio Oriente e della navigazione del Canale di Suez nel 1879. Fu proprio con l'apertura dell'occupazione militare inglese dell'Egitto nel 1882 e le rivalità imperialistiche, che conferendo alla Palestina una nuova importanza strategica nella regione, hanno creato le condizioni materiali perché si avviasse la realizzazione del piano sionista di colonizzazione.

Inizio della colonizzazione ebraica

Nel 1882, il banchiere francese Edmond de Rothschild e il milionario tedesco Maurice de Hirsch avevano iniziato a finanziare la colonizzazione della Palestina. Edmond de Rothschild aveva sfruttato le ricchezze petrolifere del Medio Oriente, e dal suo finanziamento, la Palestine Jewish Colonization Association acquistò terre in Palestina lungo i confini dei paesi arabi; de Rothschild fondò un'impresa per l'estrazione del sale, e comprò una cementifera e una compagnia di elettricità, acquistando il Muro del Pianto a Gerusalemme.

Le Aliyah e il sionismo

È sempre nel 1882, che a causa delle persecuzioni del regime zarista contro gli ebrei, si verifica la prima ondata di immigrazione verso la Palestina, la prima aliyah (ascesa), a seguito della quale solo una minoranza andrà in Palestina e la gran parte sceglierà gli USA. Le aliyah muteranno per sempre gli equilibri demografici plurisecolari della regione.

Il progetto sionista partì dagli ebrei d’Europa in risposta all’antisemitismo europeo. Il termine sionismo (da Sion, una collina vicino a Gerusalemme) viene coniato dallo scrittore e giornalista ebreo austriaco Nathan Birnbaum nel 1890 e indica l’idea di un partito che si facesse portavoce del ritorno degli ebrei nella terra promessa, Sion.

Il Movimento Sionista Mondiale

La costituzione del sionismo come movimento politico fu opera dell’intellettuale Theodore Herzl che convoca nel 1897 a Basilea in Svizzera il primo congresso del Movimento Sionista Mondiale con l’obiettivo di trovare una patria, non necessariamente in Palestina, per la diaspora ebraica.

Popolazione e tensioni in aumento

All’inizio del XX secolo, la popolazione della Palestina era di circa 800.000 persone, di cui il 90% arabi e il 10% ebrei da sempre lì residenti. Nel 1903, si verifica la seconda aliyah, sempre da parte degli ebrei russi.

Dopo la morte di Herzl, nel 1905 i dirigenti ebraici sotto la presidenza di Chaim Weizmann si accordarono sulla scelta della Palestina come patria degli ebrei. Il sionismo non poteva che comportare l’espulsione da un certo territorio dei suoi abitanti o la loro subordinazione politica. Questa situazione venne oscurata dallo slogan sionista secondo cui la Palestina sarebbe stata una terra senza popolo per un popolo senza terra.

Il progetto sionista era basato su una pianificazione dell’occupazione graduale del territorio abitato dagli arabi, su negoziati politici ai più alti livelli per ottenere gli appoggi internazionali necessari alla sua realizzazione, su una dimensione mondiale della raccolta di enormi mezzi finanziari e su una precisa valutazione del momento politico propizio per l’atto finale della colonizzazione, ovvero la conquista del territorio.

Il conflitto arabo-israeliano e gli accordi internazionali

La prima guerra mondiale ha prodotto l’inclusione definitiva del progetto sionista nei piani dell’imperialismo inglese. Nel 1915, gli inglesi e gli alleati negoziarono l’aiuto degli arabi contro i turchi che minacciavano il Canale di Suez con la falsa promessa dell’indipendenza.

Nel 1916, Gran Bretagna e Francia firmano l’accordo segreto Sykes-Picot per spartirsi il Medio Oriente e ridurre Siria, Iraq, Libano, Palestina e Giordania allo stato coloniale. L’accordo, e di conseguenza l’inganno, venne poi rivelato dai rivoluzionari russi, i quali ne ritrovarono una copia negli archivi dello zar. Grazie agli arabi, Gran Bretagna e Francia sconfissero contemporaneamente la Germania e i turchi.

Il conflitto arabo-israeliano nasce per il possesso del territorio della Palestina e si può far risalire agli eventi che seguono la prima guerra mondiale. Nel novembre 1917 era stata diramata la celebre Dichiarazione Balfour con la quale la Gran Bretagna si impegnava a favorire la nascita di una national home in Palestina per gli ebrei, indirizzata dal ministro degli esteri inglese Balfour a de Rothschild, principale referente della comunità ebraica inglese.

Occupazione e nuovi accordi

Nel dicembre 1917, Gerusalemme viene occupata dalle truppe del generale inglese Allenby. Anche l’Italia partecipò alle offensive e aderì alla dichiarazione l’8 maggio 1918.

Il 3 gennaio 1919, il capo dei sionisti Weizmann e il comandante delle truppe arabe, l’emiro Feisal, avevano sottoscritto a Londra un accordo, secondo cui nel quadro di un grande stato arabo indipendente, l’emigrazione degli ebrei in Palestina era incoraggiata. Tuttavia, l’indipendenza di un grande stato arabo era ciò che le grandi potenze europee meno desideravano. Nello stesso anno, un congresso panarabo proclamò la nascita di uno stato arabo comprendente Palestina, Siria, Transgiordania e Libano, ma la Società delle Nazioni avallò invece l’accordo Sykes-Picot, decretando lo smembramento della regione in cinque stati, i cui confini non corrispondevano alla realtà etnica e religiosa, e ponendo le basi dei molti conflitti odierni. Gli arabi non ebbero l’indipendenza e l’accordo svanì. L’occasione di pace fu perduta e le posizioni arabo-israeliane divennero inconciliabili.

Mandato britannico e politiche territoriali

La Palestina era una provincia del decadente impero ottomano. Il 1° luglio 1920, la Società delle Nazioni affida il mandato sulla Palestina alla Gran Bretagna, la quale si impegnò a renderla indipendente al più tardi per il 1949, dove 2/3 della popolazione sarebbe stata arabo-palestinese e 1/3 ebrea.

In Palestina, gli inglesi attuarono una politica di impoverimento verso gli arabi, con imposte sui piccoli contadini per costringerli a vendere le terre, e trasferirono ai sionisti grandi superfici di proprietà demaniali; fecero partecipare gli ebrei all’amministrazione civile, negando lo stesso diritto agli arabi.

Immigrazione e insediamenti

Nell’ottobre 1921, una delegazione palestinese consegnò all’allora ministro delle colonie nel governo inglese, Winston Churchill, un memorandum per chiedere l’arresto della colonizzazione sionista. Gli inglesi regolavano l’immigrazione ebraica in Palestina con delle quote mensili, che però i sionisti superavano sistematicamente, ricorrendo anche all’immigrazione illegale. Dal punto di vista arabo, quest’ultima era considerata una vera e propria invasione; gli inglesi riuscirono talvolta a intercettare le navi cariche di immigrati ebrei e a riportare gli ebrei nei campi profughi in Germania.

La popolazione ebraica comincia ad aumentare tra il 1920 e il 1932 a seguito delle persecuzioni in Europa orientale e in Russia (pogrom), e poi tra il 1932 e il 1947 in seguito all’olocausto attuato dai nazisti, raggiungendo 1/3 della popolazione. L’aumento dell’afflusso di immigrati sionisti negli anni ’30 fu favorito anche da molti stati che chiusero le porte ai profughi dell’Europa nazista, come la Francia il 4 maggio 1938 e il Belgio il 18 settembre 1939.

Il ruolo degli USA e il conflitto latente

Nel 1940 circa, gli ebrei emersero come uno dei gruppi più influenti negli USA. Adottarono la lingua del paese ospite e pur conservando la propria religione e cultura, si integrarono nella società locale; nel giugno 1941 però anche gli USA chiusero le porte a chi fuggiva dall’Europa occupata.

Gli ebrei emigrati in Palestina invece non adottarono la lingua del paese, e lungi dall’integrarsi nella società locale mirarono a sovvertirla sforzandosi di sviluppare un’economia puramente ebraica puntando alla presa del potere politico. Nel 1939, gli ebrei avevano quasi triplicato le proprietà terriere di cui disponevano nel 1920, che corrispondevano a 1/7 delle terre coltivabili in Palestina.

Si creano così le condizioni per un conflitto tra due interessi opposti: quello degli ebrei di trovare una loro patria sicura, tornando nella terra di Sion dalla quale mancavano dal 70 d.C., dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera dei Romani, o meglio dal 132 con la definitiva espulsione degli ebrei dalla Palestina; quello dei palestinesi, che vedevano le loro terre acquistate o espropriate con la forza dai nuovi arrivati, terre arabe, e musulmane, dalla conquista nel VII secolo guidato dal califfo ‘Umar.

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