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Appunti di sociologia dell'ambiente e del territorio

Il rischio

Nell’ambito economico, il rischio si collega alla necessità di prevedere l’esito di investimenti in condizioni di incertezza; le prime rappresentazioni matematiche derivano dalla necessità di quantificare la possibilità di un guadagno e sono usate come base nelle decisioni di investimento. L’attore razionale ha lo scopo di ottimizzare il proprio beneficio e sceglie fra possibili opzioni a lui tutte note e fra loro confrontabili numericamente, grazie alla riduzione dei costi e dei benefici ad un’unica unità di misura, il denaro. Il concetto di rischio si presenta come opportunità di un esito positivo e voluto: maggiore è il rischio, maggiore è la possibilità di guadagno.

In altri ambiti, come quello degli incidenti, fenomeni naturali, malattie, il rischio rimanda a un esito negativo, non voluto, associato all’idea di perdita, danni, catastrofi. Tale concetto emerge solo nel momento in cui si realizzano saperi specifici, capacità d’azione e modi di concepire l’azione stessa. La distinzione tra rischio e pericolo è stata formulata da Luhmann: si ha pericolo quando un evento dannoso si verifica indipendentemente da una qualsiasi decisione; si ha rischio quando il verificarsi di un evento dannoso o vantaggioso è connesso a una decisione. Vi è poi un altro elemento che entra in gioco, l’incertezza, che si ha quando non è possibile calcolare la probabilità che un evento si verifichi.

L’analisi del rischio comporta lo sforzo di individuare catene di cause ed effetti a partire da un insieme di eventi o da uno solo che si ritiene rilevante. Tali catene possono essere analizzate anche in assenza di certezze sui meccanismi di causazione, mediante il ricorso alla statistica e allo sviluppo del calcolo delle probabilità. Ciò ha favorito lo sviluppo di attività di previsione e gestione dei rischi che garantiscono la loro accettabilità sociale e individuale.

Nel XX secolo le trasformazioni ambientali indotte dalla tecnologia fanno apparire improbabile controllare in modo efficace ogni fonte di rischio; è sempre meno credibile l’ipotesi di una loro neutralizzazione generalizzata. L’interazione tra le cause e gli effetti può essere rappresentata solo con modelli molto complessi disponibili per un numero ristretto di specialisti.

Valutazione del rischio

In ogni valutazione del rischio entrano almeno 4 ordini di fattori:

  • Ambito: fenomenico entro cui si intende condurre l’analisi del rischio.
  • Probabilità: possibilità di accadimento di un evento al quale si cercherà di associare una probabilità P di accadimento; può essere espressa in termini probabilistici, anche se tale calcolo risulta insufficiente in caso di sistemi e fenomeni complessi.
  • Magnitudo: conseguenze indesiderate che potrebbero essere causate da un evento; è una misurazione della gravità del danno atteso M. Tale calcolo è difficile quando l’evento non è puntuale e circoscritto nel tempo e nello spazio.
  • Utilità: l’analisi del rischio presuppone la presenza di criteri di valore che consentano di valutare l’utilità delle attività rischiose e l’indesiderabilità delle conseguenze attese.

La formula del rischio è: R = ƒ (P, M, U)

Quando si misura la probabilità che una decisione possa generare dei rischi, occorre impostare il problema su: contestualizzazione e delimitazione dell’ambito in cui collocare il rischio, analisi della percezione e accettabilità sociale dello stesso, multidisciplinarietà nell’affrontare i problemi che derivano dalla decisione e il coinvolgimento dei soggetti interessati attraverso comunicazione e partecipazione. Questo modo di operare consente di agire in un ambito di consapevolezza.

Percezione del rischio

Lo studio sulla percezione del rischio nasce dalla necessità di capire perché alcune tecnologie provochino tante obiezioni nell’opinione pubblica. Le variabili che influenzano la percezione sono: volontarietà o meno dell’esposizione, distribuzione dei rischi e benefici, controllo che si ritiene di avere di fronte a un rischio, conoscenza scientifica e personale, fenomeni naturali o attività umane. Si assiste a una perdita di fiducia nelle istituzioni scientifiche e politiche. La gente non si sente più protetta dagli esperti che non sono più capaci di controllare i rischi ma soprattutto ne amplificano gli effetti.

Sette stadi della comunicazione del rischio

  1. La comunicazione del rischio non esiste perché gli esperti lavorano in isolamento.
  2. Gli esperti comunicano i numeri in quanto percepiscono la sfiducia della gente a causa del loro silenzio.
  3. Gli esperti spiegano il significato dei numeri.
  4. Gli esperti spiegano che la gente ha già affrontato rischi simili.
  5. Gli esperti comunicano alla gente che sarebbe un buon affare.
  6. Gli esperti trattano la gente gentilmente.
  7. Gli esperti rendono la gente partner.

Campi problematici

I campi problematici sono il rischio tecnologico, il rischio sociosanitario, il rischio sociale e il rischio ambientale.

Rischio tecnologico

Il rischio tecnologico è derivato dagli impatti generati dalla produzione e dall’uso di tecnologie; questi sono studiati nei loro effetti negativi su persone, attività economiche e ambiente. È un filone di studio sviluppatosi a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, e pone enfasi sulle ricerche finalizzate a stabilire l’affidabilità degli impianti e a garantire condizioni di sicurezza a chi li usa.

Rischio sociosanitario

Il rischio sociosanitario si basa su studi su cause, dinamica epistemologica, conseguenze individuali e sociali di fenomeni patologici che mettono in pericolo salute, integrità fisica e psichica e possibilità di sopravvivenza. Sviluppatosi nel XX secolo, si concentra sull’analisi dei rischi connessi alle grandi manifestazioni patologiche e in particolare ai tumori.

Rischio sociale

Il rischio sociale si basa su studi che minacciano coesione sociale, qualità di vita delle persone e possibilità di sopravvivenza, disoccupazione, povertà, criminalità ed emarginazione.

Rischio ambientale

Il rischio ambientale si basa su studi in cui l’attenzione è posta sui possibili effetti dannosi che colpiscono popolazioni e ambienti in cui esse si collocano. Le cause del danno possono essere catastrofi naturali o effetti di trasformazione dell’ambiente ad opera dell’uomo. La relazione tra rischio ambientale e società può essere spiegata mediante una serie di fasi.

Fasi della storia del rischio ambientale

La prima fase è quella degli anni ’50-’60. Nel 1949 l’Unione Sovietica fa esplodere la prima bomba atomica, nel 1951 gli USA lanciano il loro programma di test nucleari, seguiti da URSS, Gran Bretagna e Francia e nel 1954 una bomba all’idrogeno esplode all’atollo di Bikini.

Nel 1967, vengono riversate 118.000 tonnellate di petrolio in mare per l’impatto della Torrey Canyon contro una scogliera e nel 1969 si verifica lo scoppio di una piattaforma in California con il conseguente riversamento di petrolio. Nel 1962, Rachel Carson aveva pubblicato Silent Spring denunciando i danni dei pesticidi per l’ambiente e nel 1960 faceva la sua ascesa l’ambientalismo.

La seconda fase è quella degli anni ’70 che mostra i limiti dello sviluppo e vede l’ascesa di nuovi movimenti di protesta, la crisi energetica del ’73 e dei sistemi di sicurezza sociale, e il sovrappopolamento. Nel 1972 a Stoccolma si svolge la prima conferenza mondiale sull’ambiente e nel 1973 la Comunità Europea avvia una propria politica ambientale. Si registrano una fuga di diossina da un impianto chimico a Seveso vicino Milano nel 1976, un incidente in una centrale nucleare negli USA nel 1978, e il trasferimento degli abitanti di Love Canal nel 1979 per aver scoperto di vivere sopra una discarica di pesticidi.

La terza fase è quella degli anni ’80 caratterizzata da una società industriale che riacquista fiducia nella crescita, politiche ambientali ripensate e movimenti vicino alle istituzioni.

La quarta fase è quella degli anni ’90 caratterizzata da una società del rischio. Le politiche hanno ridotto gli impatti ambientali e nuovi problemi attirano l’attenzione dell’opinione pubblica quali il cambiamento del clima, il buco nella fascia dell’ozono, la perdita della biodiversità, l’ingegneria genetica, l’inquinamento elettromagnetico, la gestione delle scorie radioattive e l’alimentazione.

Fasi della manifestazione del rischio

Le tre fasi della manifestazione del rischio sono la prevenzione, la gestione e la reintegrazione.

La prevenzione è il momento in cui si può pensare al rischio come a una potenzialità, probabilità di accadimento di eventi che non sono ancora attuali e che si ipotizza di poter evitare. In essa, si colloca il dibattito sull’accettabilità sociale ed ecologica dei rischi individuati e quello relativo ai criteri da usare per la sua valutazione.

La gestione si colloca in un momento in cui è imminente una decisione ritenuta connessa all’attivazione di fonti di pericolo, o che assume che certe categorie di eventi negativi siano già in parte attuali e che si tratti di minimizzarne le conseguenze rimuovendone le cause.

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Scienze politiche e sociali SPS/10 Sociologia dell'ambiente e del territorio

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sandrauselli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'ambiente e del territorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Meloni Benedetto.
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