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Scienza politica

La politica è importante perché può fare la differenza in questioni estremamente rilevanti, come tra pace e guerra, tra libertà e oppressione, tra giustizia ed ingiustizia. La politica cerca infatti di risolvere le controversie tra comunità senza ricorrere alla guerra.

Definizioni filosofiche di politica

Aristotele: introduzione al pensiero politico classico

Nel pensiero classico c’è una distinzione tra il piano descrittivo e il piano prescrittivo: per gli antichi greci, fare politica significava "descrivere", cioè spiegare come è organizzata la realtà della "polis" per cercare di migliorarla. Una domanda che i filosofi antichi si ponevano era: "qual è la miglior forma di governo?". Di conseguenza, l’analisi filosofica classica era positiva perché volta a migliorare le città. Secondo i classici, politica e morale sono perfettamente in sintonia: una buona azione politica è una buona azione morale. Per Aristotele, la "polis" è un’"organizzazione orizzontale", cioè si basa sulla partecipazione diretta dei cittadini. Nell’Atene classica, la società e la politica erano la stessa cosa. Lo spazio riservato ai cittadini che partecipavano alla politica era lo stesso di quello di chi prende le decisioni, mentre oggi c’è una distinzione tra società civile e politica.

Il "corpus" letterario di Aristotele comprende anche opere di politica ("Politica", "Etica Nicomachea"), in cui, come lui stesso afferma, scrive di "cose politiche", ovvero di tutto ciò che riguarda la "polis" e che conviene alla comunità. Aristotele fa una distinzione fra le cose che avvengono sulla Terra e quelle che avvengono in Cielo: la politica è una delle principali attività legate alle "cose terrestri". Le "cose politiche" sono tutte quelle che riguardano la gestione della "cosa pubblica", e rientrano nella filosofia che studia le "cose umane", le quali, per Aristotele, sono confuse e complicate e si realizzano in tre aspetti principali:

  • Organizzazione della società: riguarda chi ha il potere e come lo esercita.
  • Analisi dei costumi di una società: capire quali cose una società considera nobili e quali sono i suoi valori.
  • Individui: come fare perché gli individui diventino buoni cittadini, cioè trovare la forma sociale che permetta loro di realizzarsi.

Dalle "cose politiche" emerge una chiara visione di Aristotele di come funzionano le comunità: egli dice che l’uomo è fatto apposta per vivere in comunità, ed afferma che esistono tre tipi di comunità:

  • Famiglia: ogni uomo aspira a trovare un partner con l’obiettivo di sopravvivere.
  • Villaggio: più famiglie si uniscono in un villaggio per sopravvivere al meglio.
  • Polis: più villaggi danno luogo alla "polis", la "città-Stato".

Questi sono i tre livelli di associazione umana. Infatti, per Aristotele, l’uomo è un "animale sociale", cioè è dotato di istinti che lo portano a vivere pacificamente insieme agli altri per poter sopravvivere (egli dice che chi non fa parte di una comunità, o ne è al di sopra, ma solo gli Dei lo sono, o ne è al di sotto, e quindi è una bestia).

La politica quindi, nella visione di Aristotele, rappresenta ordine e pace. Egli riconosce che per gestire i rapporti all’interno di una comunità c’è bisogno di una "dialettica del potere". Aristotele dice che ci sono 3 tipi di potere:

  • Potere paterno: si ha all’interno della famiglia, dove il padre comanda. È un potere legittimato dalla natura, poiché il padre non comanda per realizzare i propri interessi, ma quelli dei suoi figli.
  • Potere dispotico: si può avere all’interno della famiglia, del villaggio e della "polis". È un potere che lega uno schiavo ad un padrone, il quale esercita il suo potere mediante la minaccia di un castigo, e lo fa per realizzare i propri interessi, motivo per cui non è un potere legittimato. Si può trovare anche in un tipo di regime che agisce solo per se stesso e non per gli interessi del popolo.
  • Potere politico: si può trovare all’interno della "polis", poiché ne regola le questioni al suo interno. È un potere legittimato, poiché avviene per consenso di chi ritiene opportuno affidarlo a qualcuno.

Dal momento che la politica è una cosa naturale che rientra in tutti i tipi di comunità, e che è "pacifica", essa serve al fine più elevato, serve per dare a tutti gli individui la possibilità di pensare (che per Aristotele è l’attività che più avvicina l’uomo agli Dei), cioè serve al bene comune.

Hobbes: "Il Leviatano" e la guerra dei trent'anni

Hobbes scrive qualche anno dopo la Guerra dei Trent'anni (definita dal filosofo come "un male che non deve ripetersi"), la cui fine è sancita dalla pace di Vestfalia del 1648. Il 1648 sancisce anche l’inizio del sistema dello Stato moderno, che è una forma politica diversa da quelle precedenti. Hobbes dice che è proprio in funzione di quelle differenze tra forme politiche e religiose che ebbe origine la guerra. Quindi, per Hobbes, bisogna trovare un rimedio a tutto ciò: applica perciò l’espressione "cuius regio, eius religio" (è il sovrano a decidere la confessione religiosa a cui la popolazione deve adattarsi), che in senso lato implica l’inviolabilità del principio di sovranità. La sua opera "Il Leviatano" è la giustificazione teorica del principio di sovranità, che è ciò che contraddistingue lo Stato moderno dagli Stati-nazione del passato. Hobbes dice che inizialmente gli uomini vivevano in uno "stato di natura", che era una situazione paradossale, perché se da una parte si godeva di una libertà estrema, dall’altra c’era la spiacevolezza della costante preoccupazione per la propria sicurezza (se chiunque può fare ciò che vuole, allora ci si può anche uccidere).

Per Hobbes, è nella natura dell’uomo essere spregevoli (antropologia negativa). Infatti egli dice che il primo istinto dell’uomo è sopravvivere, quindi si insediano in lui sospetto e diffidenza verso tutti. Il secondo istinto dell’uomo è il guadagno, che è un istinto che non verrà mai soddisfatto, poiché più cose l’uomo ha, più ne vorrebbe. Il terzo istinto è la gloria, cioè il desiderio di essere rispettato e stimato. Questi istinti creano competizione fra gli uomini, e questa situazione naturale non è bilanciata né frenata da alcuna legge. Secondo Hobbes, Dio ha dato all’uomo solo alcuni imperativi morali (es: ricercare la pace), ma non funzionano perché non c’è nessuno in grado di farli rispettare.

A differenza di quanto diceva Aristotele, Hobbes dice che nello stato di natura tutti gli uomini sono uguali (mentre per il filosofo greco ogni uomo nasce per natura guerriero, schiavo, ecc..), cioè hanno tutti gli stessi diritti e le stesse facoltà, ragion per cui, secondo la visione negativa che Hobbes ha della natura umana, chiunque può sopraffare un altro per i propri interessi. Da questa antropologia negativa deriva quindi la necessità di uscire dallo stato di natura, nel quale, per Hobbes, non c’è una contrapposizione tra bene e male o lecito ed illecito, cioè non esiste qualcosa che sia bene per natura. Per avere una morale quindi, l’unica soluzione è abbandonare lo stato di natura, e lo si può fare con il Leviatano, che rappresenta lo Stato: gli uomini sottoscrivono un patto di unione in cui dicono di costruire un artificio per poter sopravvivere, e rinunciano a parte della propria libertà, quella di poter possedere qualsiasi cosa.

Questo crea differenza tra pubblico e privato, poiché gli individui si ritagliano così il loro spazio privato, cedendo parte della loro libertà al Leviatano (lo Stato), perché possa, grazie alla sua forza, porre fine all’anarchia. Per Hobbes quindi, la politica serve per promuovere la pace e l’ordine. Tuttavia, se gli individui sono così deboli e lo Stato così forte, si potrebbe pensare che essi siano in un rapporto di sottomissione nei confronti dello Stato. Questo problema viene risolto con il principio di rappresentanza: gli individui non sono sottomessi allo Stato, poiché essi hanno sottoscritto un patto di unione e non di sottomissione, ragion per cui il Leviatano, ovvero lo Stato, opererà per gli interessi degli individui. La politica è quindi, nella visione di Hobbes, lo strumento di pacificazione delle relazioni, strumento che richiede però sacrificio.

Machiavelli: "Il Principe" e "I Discorsi"

Machiavelli definisce la figura del Principe come una "scorciatoia" per fare politica, è un "male necessario". Machiavelli dice che l’umanità, in alcuni momenti, è vittima della decadenza dei costumi. Il problema delle "cose umane" è che in esse tutto è caos, non c’è un ordine. Egli dice che solo il Principe può trovare una soluzione alla condizione di corruzione e decadenza in cui versa lo Stato. Il modo in cui lo Stato può ritrovare l’ordine e riacquisire la propria virtù sta nelle armi. Il Principe deve infatti guardarsi dai pericoli interni ed esterni per poter riportare l’ordine nello Stato, e deve capire che tipo di armi utilizzare. Machiavelli dice che esistono tre tipi di armi:

  • Mercenari: sono incapaci e pusillanimi, se il Principe si affida a loro è un vile.
  • Truppe ausiliarie: truppe prese in prestito da un altro Signore, ma se il Principe ricorre alle truppe di un altro, ne diventa poi dipendente.
  • Armi proprie: il bravo Principe deve armare i propri cittadini, poiché, dice Machiavelli, questo dà loro la possibilità di combattere per quello in cui credono, cioè gli permette di realizzarsi.

Combattendo, un cittadino agisce per se stesso, per difendere la propria famiglia e le proprie ricchezze, ma, oltre agli interessi personali, combatte anche per una causa più nobile, cioè la propria patria. Attraverso il combattimento si realizza la virtù, e così facendo si fa grande lo Stato. Secondo Machiavelli, l’importanza delle armi è uguale a quella delle leggi. Per Machiavelli, se lo Stato non ha le armi non sarà mai libero, ma solo se possiede le armi potrà far valere i propri diritti ed esercitare la virtù, che è espressione di buona politica.

Quindi, nella visione di Machiavelli, la politica è "polemofila", cioè abbraccia la guerra e la ritiene l’attività principale dello Stato. Questa visione ritorna anche nei momenti rivoluzionari: Napoleone, per esempio, può essere considerato la realizzazione del Principe di Machiavelli, poiché tenta di porre fine alla decadenza dello Stato attraverso le armi.

Cosa è la politica?

La politica si presenta in una varietà di forme e componenti. La complessità della politica comporta, per poterla analizzare, una riduzione di tutte le sue componenti. Come si fa a ridurre questa complessità della politica? Bisogna darne una "definizione empirica", cioè basata sulla realtà, cercando di cogliere quelle componenti che sono presenti in tutte le manifestazioni della politica. Si deve vedere quindi quali sono le caratteristiche necessarie perché un’azione possa definirsi politica. Una definizione empirica, perché sia valida, necessita anche di chiari confini, cioè deve avere ben chiaro che cosa resta fuori dalla politica. Per fare tutto ciò, occorre un "approccio politologico".

Approccio politologico

Serve a definire cosa è la politica. L’approccio politologico risponde a quattro quesiti:

  • CHI?: gli attori coinvolti nei processi politici, cioè i politici di professione. C’è tuttavia un problema, perché l’idea di politica di professione non è facilmente osservabile dal punto di vista empirico (ci sono politici i cui interessi o compiti sfociano anche in altri ambiti, per esempio economici). Il ruolo del politico è quindi quello di mediare alle differenze nei vari ambiti che possono esserci nella politica. Quindi è fuorviante definire la politica solamente in base a chi fa politica, anche se, così facendo, si possono distinguere diverse forme di politica (es: teocratiche, tecniche).
  • COME?: le modalità d’esecuzione della politica, cioè le regole e i criteri di comportamento che valgono in politica e non in altri ambiti. La prima caratteristica propria del processo politico è che esso deve essere basato sul dialogo, non sulla violenza, quindi tutti coloro che sono coinvolti nella politica devono cooperare pacificamente (tuttavia, nei rapporti fra Stati è più difficile che si vengano a creare rapporti basati sulla cooperazione e sulla pace). Un'altra caratteristica del processo politico è l’autorità, ovvero in politica c’è chi comanda e chi ubbidisce (vedi Hobbes, che nel "Leviatano" dice che in politica ci sono due livelli diversi, ma non un rapporto di sudditanza). In politica ci sono quindi governanti e governati, dove chi governa ha però dei limiti. C’è una forma di scambio, poiché chi governa deve dare qualcosa a chi è governato, pur restando il principio di autorità (rapporto verticale). In politica, il fine ultimo è volto al bene comune, cioè il processo politico deve essere volto al bene di tutti, senza massimizzare l’utile soggettivo di alcuni. Bisogna trovare soluzioni nell’interesse di tutti (perché la politica è "res publica"). Tuttavia, la realtà non è così, poiché nei vari processi (es: tassazione) si viene per forza incontro agli interessi di qualcuno, ma non potrebbe essere altrimenti. Le decisioni in ambito politico sono prese da una collettività di persone (es: Parlamento, Consiglio dei ministri), e quando le decisioni sono prese da uno solo, costui deve avere il consenso di un’assemblea, quindi non sono decisioni indipendenti ma coinvolgono anche altri. C’è quindi il principio di pluralismo e non quello di monismo nelle decisioni politiche. Nelle varie manifestazioni della politica ci sono però dei processi diversi che non dovrebbero appartenere propriamente alla politica, come quelli di violenza (es: Primavere arabe). In questi processi si può notare come la politica si ponga quasi all’intersezione fra ambiti diversi. Un processo fondamentale della politica è il fatto che questa sia volta alla ricerca del potere, mezzo che rende la politica diversa da altri ambiti. Si può vedere che in ogni collettività ci sia un aspetto di ricerca del potere. In politica si ha una definizione del potere molto precisa, cioè esso è definito da una serie di caratteristiche. Il potere è una serie di strumenti e capacità (es: potere economico). Il potere è anche la capacità di un attore di modificare il comportamento di un altro. Un’altra caratteristica del potere in politica è che esso si basa su "risorse di coercizione" (o coazione), ovvero la minaccia di una ritorsione per ottenere un determinato comportamento e per fare sì che questo potere possa perdurare nel tempo. Infatti nella politica ci si aspetta che una classe di dominanti possa esercitare il potere per un tempo indeterminato. Quello che il processo politico mira a ottenere è una conformità garantita, ovvero che chi ubbidisce ubbidisca sempre. Ma chi comanda non comanda solo perché minaccia con ritorsioni, ma perché riesce ad ottenere un consenso quindi il potere politico non si basa solo sulla "potestas" ma anche sulla "auctoritas". L’autorità è quell’elemento che rende il potere legittimo (l’azione consensuale, per chi la impone, comporta costi molto più bassi). Il problema di ogni leader è sempre stato quello di ricercare l’autorità. Un sociologo tedesco, Max Weber, dice che nella storia si sono realizzati tre diversi tipi di autorità: autorità carismatica, basata sul carisma e non sulla minaccia. È la convinzione (non importa se fondata oppure no) per cui il leader è dotato di qualità straordinarie. Si ritiene quindi un’autorità legittima perché basata sull’eccezionalità. Il leader realizza le sue politiche attraverso un apparato amministrativo, che egli sceglie fra i suoi discepoli più fedeli. Questo tipo di autorità è quindi tipica di forme autoritarie. C’è poi l’autorità tradizionale, basata sulla tradizione, ovvero legittimata dal fatto che da sempre si è fatto in un certo modo. È quella delle dinastie. L’amministrazione di questa autorità è scelta dal sovrano fra i suoi servitori. C’è l’autorità legale, basata sulla legge e da essa legittimata. Chi comanda rispetta delle regole e delle procedure, per questo è l’autorità tipica delle democrazie. L’amministrazione del potere legale si basa sulla burocrazia, elemento imprescindibile non solo dello Stato, ma di tutto il processo democratico.
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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher smarta19 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Locatelli Andrea.
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