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Note introduttive alla cartografia

Per il singolo individuo, come per le società sia primitive sia civilizzate, le raffigurazioni territoriali, più o meno schematiche, più o meno aderenti alla realtà e finalizzate ad usi vari e diversi, hanno avuto ed hanno tuttora un’importanza pratica e culturale di prim’ordine. La cartografia è stata considerata sin dall’antichità come espressione della geografia. Ne sono testimonianza opere descrittive corredate da riproduzioni grafiche dell’ecumene, quale la Geografia di Eratostene di Cirene (III sec. a. C.), o trattati scientifici, come l’Introduzione alla Geografia di Claudio Tolomeo, il più importante astronomo, matematico e geocartografo dell’antichità (II sec. d. C.), il quale sostanzialmente ridusse tutta la geografia a cartografia.

Non vanno altresì dimenticate le precedenti opere di Anassimandro e Ecateo di Mileto riferibili al VI-V sec. a. C., di Dicearco da Messina (Itinerario intorno al mondo) del IV sec. a. C., corredate da rappresentazioni dell’ecumene, oggi perdute e di cui resta memoria grazie alla letteratura successiva. Ma occorre sottolineare che anche numerosi autori moderni hanno inteso la cartografia come fondamento della geografia affermando che la carta è la sedimentazione delle conoscenze geografiche di un determinato momento. Pur valutandone i limiti alla luce degli sviluppi disciplinari degli ultimi decenni, tali affermazioni contengono tuttavia una sostanziale verità, poiché sottolineano il rapporto privilegiato fra geografia e cartografia.

Le topografie, come mediatrici fra immagini mentali e realtà fisica, da tempi immemorabili forniscono all’uomo un basilare aiuto per conferire senso al proprio mondo e per favorirne la comprensione. Connotate dal linguaggio grafico, esse sono senza dubbio definibili come uno dei più antichi mezzi di comunicazione conoscitiva tali da influenzare profondamente il comportamento e la vita sociale dell’umanità, dal momento che spesso sono servite come “banche-dati” spaziali e come strumenti mnemonici presso comunità che ignoravano la scrittura. Alcuni studiosi sostengono che la componente spaziale abbia fornito fondamenti strutturali e funzionali al linguaggio umano primitivo.

Il disegno, quindi anche la cartografia intesa come restituzione grafica del territorio, è infatti precedente sia al linguaggio scritto sia alla simbolizzazione numerica e tale modalità espressiva risulta già ampiamente utilizzata in epoca preistorica. Antichità e diffusione della rappresentazione territoriale lasciano supporre che sia sempre esistito nella coscienza umana un “impulso cartografico” rispondente alla naturale tendenza alla spazializzazione se, come emerge dalle numerose testimonianze superstiti, anche presso le società più primitive appare evidente l’esigenza di tradurre graficamente le realtà terrestri e di fornire informazioni su di esse.

La coscienza spaziale dei popoli che tuttora vivono in condizioni arcaiche può essere, in effetti, un buon indicatore per comprendere l’attività cartografica preistorica e quindi anche le origini della cartografia. Nel sottolineare le potenzialità espressive degli elaborati cartografici, in grado di superare le ordinarie barriere della lingua, gli studiosi sostengono che questi «costituiscono un mezzo comune usato da popoli delle più svariate appartenenze etnico-linguistiche per significare le relazioni fra le rispettive società e l’ambiente geografico».

Al di là del senso metaforico o simbolico che di frequente è stato ad esse attribuito, le carte sono efficaci indicatori di progresso e il loro valore storico deriva dal fatto che gli uomini le hanno realizzate per trasmettere ai propri simili notizie sui luoghi e gli spazi di cui avevano esperienza. Mezzi illustrativo-interpretativi del mondo come realtà fisica e come “dimora dell’uomo”, le topografie sono molto più che sussidi per gli studiosi; esse catturano il tempo e riproducono gli scenari della storia, rivelando le correlazioni e l’intimo intreccio fra aspetti naturali e vicende antropiche.

Il prodotto cartografico è, dunque, un prezioso strumento per la ricostruzione dei fatti sociali, una basilare e indispensabile chiave di lettura e di interpretazione dei fenomeni geografici e dei processi storici, poiché nello spazio disegnato è possibile leggere il tempo. Alla luce della documentazione disponibile appare evidente che la narrazione della storia e la visualizzazione degli scenari in cui questa ha avuto ed ha luogo sono esigenze primordiali, quasi connaturate nell’uomo. A darne certezza sono alcune testimonianze di rudimentali rappresentazioni, sia di aree circoscritte sia di estesi ambiti territoriali, restituite da antiche civiltà o riferibili al lontano passato preistorico e protostorico (incisioni rupestri in cui emergono campi, strade, abitazioni ecc.); identica funzione hanno anche oggetti e documenti (manufatti per guidare la navigazione realizzati dagli indigeni delle isole Marshall nel Pacifico o da abitanti della Groenlandia, abbozzi topografici tracciati su cortecce d’albero o su pelli di animali) rinvenuti presso comunità vissute sino a tempi recenti o che ancora oggi sopravvivono in forma arcaica in remote regioni del mondo (Amazzonia, Papua-Nuova Guinea, isole dell’Oceania, aree circumpolari) e che, in base al concetto di “divergenza culturale”, potremmo designare “primitivi nostri contemporanei”.

Tutto ciò conferma che la raffigurazione della superficie terrestre o dello spazio che ci circonda più da vicino è, quindi, una necessità umana, sentita in ogni tempo e a tutte le latitudini.

Le incisioni rupestri a tema cartografico in Valcamonica

Già all’inizio del Paleolitico superiore l’uomo possedeva sia la capacità cognitiva sia le competenze manuali per tradurre le immagini mentali dello spazio di vita in rappresentazioni concrete. Disegni territoriali riferibili a stadi primitivi della civiltà, sopravvissuti grazie alla lunga persistenza dell’arte rupestre, sono stati rinvenuti in varie regioni del mondo, ma soprattutto nella fascia delle medie latitudini eurasiatiche. In Europa gli esempi più rilevanti ed espressivi sono stati scoperti nell’area alpina.

Fra le più antiche testimonianze si segnalano in particolare, per il loro evidente valore topografico, alcune semplici piante di insediamenti preistorici incise su supporti rocciosi ritrovate sul Monte Bego, oggi nel Dipartimento francese delle Alpi Marittime, e riferibili all’età del Bronzo; se il loro significato geografico è stato a lungo ignorato o frainteso dagli studiosi, una mappa preistorica presente in Valcamonica (la cosiddetta “mappa di Bedolina”) è stata invece indicata come la più antica venuta alla luce in Europa.

I primitivi abitanti di questa isolata valle alpina, denominati Camuni dai Romani che li assoggettarono intorno al 16 a. C., ci hanno lasciato innumerevoli petroglifi (circa 30.000 immagini incise su oltre 600 superfici rocciose) di grande valore etnologico, ma anche storico-geografico, che narrano per immagini la storia delle genti locali, i momenti salienti della loro esistenza, i modi di vita, gli usi e le tradizioni, le attività agricole ed artigianali attraverso migliaia di dettagliate e verosimili scene, fornendo una preziosa testimonianza dello sviluppo della loro cultura e civiltà per un arco temporale di circa due millenni.

I più antichi documenti risalgono alla fine del Neolitico e si estendono oltre l’età del Bronzo e del Ferro fino alla conquista romana sotto Augusto. L’area in cui si concentrano le rocce istoriate (per una lunghezza di circa 40 km) è situata nel territorio comunale di Capo di Ponte, che occupa la parte più bassa della media valle, tra le cime della Concarena e il Pizzo Badile Camuno (3000 m circa). Tutte le figure sono state graffite su compatti supporti rocciosi composti prevalentemente da arenaria, levigati dai ghiacciai. Le magnifiche serie di lavagne naturali – ora piatte e uniformi, ora caratterizzate da ondulazioni – con le loro migliaia di iconografie risalenti a vari periodi preistorici e protostorici, caratterizzano uno dei territori più ricchi di petroglifi in ambito europeo.

Il complesso noto come “Bedolina 1” fu scoperto da alcuni pastori nel 1914 e si configura come documento unico dei tempi preistorici; rinvenuto nei pressi dell’omonima località non lontana da Capo di Ponte, è caratterizzato da una composizione topografica ascrivibile alla media età del Bronzo e all’età del Ferro (1500-1000 a. C.). La mappa occupa gran parte di una delle tante superfici rocciose presenti sul versante collinare in destra orografica dell’ampia vallata dell’Oglio; posta a circa 40 m di altitudine rispetto al fondovalle ed estesa 4,16 x 2,30 m, è fra le più famose incisioni rupestri della Valcamonica poiché, secondo gli studiosi, rievoca un territorio reale, con campi, sentieri e abitazioni.

La pianta del villaggio appare di notevole interesse per l’unicità delle sue caratteristiche e per il grado di completezza; vi sono effigiati in maniera convenzionale unità fondiarie recintate e coltivate – in cui le file di punti lasciano ipotizzare piantagioni a frutteto – linee che definiscono sentieri, limiti confinari, corsi d’acqua e canali di irrigazione alimentati da sorgenti o pozzi indicati da un cerchio con un punto al centro, forme umane stilizzate, attrezzi agricoli (aratri, carri a 4 ruote), rozze dimore e recinti con animali. Mentre gran parte dell’elaborato è stata attribuita all’età del Bronzo, all’incirca alla metà del II millennio a.C., gli schemi delle capanne sembrano un’aggiunta più tarda, probabilmente databile all’età del Ferro.

La suddivisione dei campi e il sistema di irrigazione suggeriscono una cooperazione di famiglie e di clan, rivelando l’esistenza di un’organizzazione collettiva del lavoro. Ciò potrebbe aver indotto l’antica comunità a predisporre una mappa illustrativa degli ambiti giurisdizionali dell’abitato, della distribuzione delle terre agricole, delle competenze di proprietari e coltivatori. Se ne può dedurre che questa specifica comunità, come sicuramente tutte le altre del territorio, conducesse un’esistenza abbastanza autarchica, dipendente dalle proprie attività di caccia e dai prodotti del suolo, dei campi, dei boschi, formando un’unità sociale, economica e culturale.

Il secondo insieme di petroglifi camuni, qualificabile come complessa composizione topografica, è stato scoperto sullo stesso versante vallivo, di poco a monte di Bedolina e ad una quota più elevata (oltre 100 m dal fondovalle), nei dintorni della località di Giadighe. La planimetria, ampia 2,59 x 1,25 m, presenta alcune analogie ma anche sostanziali differenze rispetto alla precedente, indizio sia di mani diverse sia di diversi livelli conoscitivi ed espressivi; qui è infatti evidenziata una fitta rete di campi chiusi che le conferisce maggior compattezza e omogeneità rispetto a quella di Bedolina. Solo in alcuni di essi, forse perché l’opera non è stata completata, si distinguono regolari file di punti che sembrano richiamare colture alberate; vi si notano, inoltre, incavi rettangolari interpretabili come fattorie situate entro le proprietà.

Sebbene la fessurazione e l’erosione del supporto litico abbiano creato discontinuità nell’immagine, una peculiarità decisamente originale è la doppia linea curva che, in guisa di grande S, attraversa verticalmente l’intera composizione e che è stato ipotizzato equivalesse al sinuoso corso del fiume Oglio. Nel margine inferiore della lastra compaiono, infine, figure antropomorfe comuni anche in altri luoghi della Valcamonica.

Ulteriori interessanti rocce istoriate, venute in luce presso Seradina, mostrano scene di aratura, abitazioni, estensioni campestri rettangolari spesso collegate da sentieri o canaletti, frutteti, greggi; altri esemplari analoghi, dislocati in luoghi vicini, propongono animali selvatici, scene venatorie o belliche, carri trainati da bovini, orme di piedi singole o appaiate, simboli riconducibili al culto solare o spesso di enigmatica interpretazione. I graffiti rupestri camuni sono connotati da un’eccezionale appropriatezza dei segni e rappresentano, quindi, significativi esempi di illustrazioni territoriali preistoriche in buona parte conformi alla simbologia e ai criteri cartografici tuttora in uso.

Successivamente alla scoperta di altri siti simili, al fine di salvaguardare e valorizzare l’antichissimo e prezioso patrimonio culturale nel 1955 la Soprintendenza Archeologica della Lombardia in collaborazione con il Comune di Capo di Ponte ha istituito nell’area il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (460 m s.l.m.), unico in Italia. Esteso a mezza costa per oltre 300.000 m2, è totalmente recintato e custodito per salvaguardare l’integrità delle oltre 30.000 testimonianze di arte rupestre e dell’ambiente naturale che le ospita. Inoltre, sono stati creati la Riserva naturale delle Incisioni Rupestri di Ceto-Cimbergo-Paspardo, i Parchi Comunali di Bedolina-Seradina, Luine, Sellero, Sonico, quello dei Massi di Cemmo. Nel 1979 le incisioni rupestri della Valcamonica sono diventate il primo sito italiano Patrimonio dell’Umanità sotto la tutela dell’Unesco.

Le prime rappresentazioni cartografiche

Le prime rappresentazioni geografiche sono dovute alla necessità, all’esigenza di dover rappresentare (impulso cartografico). In origine la cartografia non aveva niente a che fare con la geografia. Successivamente le due discipline sono andate avvicinandosi sempre di più, pur esistendo una scienza cartografica e una scienza geografica. Mappa di Bedolina: la testimonianza italiana più antica di questa tendenza a rappresentare. Si nota un numero cospicuo di quadrati, che indicano le case. Le linee rappresentano invece corsi d’acqua e sentieri. In alto sulla sinistra ci sono delle sagome che stanno a indicare gli animali. È stato un modo anche per marcare il territorio. Mappa di Giadighe: altro esempio, sempre in Valcamonica. Ricorda molto nello stile la mappa di Bedolina. Sembra poter essere possibile identificare l’area come una porzione di terra vicino al corso del fiume Oglio.

Rappresentazioni cartografiche presso le grandi civiltà mesopotamiche

Sulle grandi civiltà che hanno segnato la storia antica del Medio Oriente esistono scarse testimonianze cartografiche; tuttavia, quelle sopravvissute sono fondamentali per tentare di ricostruire il quadro delle conoscenze geografiche e tecnico-scientifiche di lontane epoche ma anche per seguire lo sviluppo sia dell’organizzazione sociale ed economica sia della pianificazione e gestione del territorio.

Oltre ad usare tavolette di argilla per tramandare testi scritti, le varie civiltà fiorite nell’area mesopotamica hanno utilizzato lo stesso supporto anche per realizzare rappresentazioni territoriali. Riportate in luce nel corso di campagne archeologiche condotte principalmente da studiosi americani, esse conservano tracce dei luoghi che sono allo stesso tempo tracce della storia. I disegni tratteggiano piante di città con mura, palazzi e templi, singoli edifici sacri, proprietà agrarie, ampie estensioni territoriali con strade, fiumi e canali. Alcuni, soprattutto di matrice babilonese, sono semplici abbozzi mentre altri appaiono accuratamente definiti secondo precise misure che lasciano ipotizzare l’impiego del rapporto di riduzione in scala.

Fra le più famose espressioni cartografiche alcune fanno riferimento a planimetrie di città altre ad ambiti territoriali più estesi. Riguardo alle prime, assai espressiva e ricca di valenze storico-archeologiche, nonostante l’incompletezza, è la pianta di Nippur, una delle più antiche città della Mesopotamia posta a sud-est di Babilonia. Il frammento di tavoletta d’argilla, che reca impresse le principali componenti urbane, ha notevolmente facilitato le campagne archeologiche, guidando le operazioni di scavo dell’antica località, e, come hanno confermato recenti foto aeree della zona, la ricostruzione della struttura insediativa: vi si notano il circuito murario, interrotto da 7 porte urbiche indicate dal relativo nome, una doppia canalizzazione dell’Eufrate, sul lato occidentale e al centro dell’abitato, il tempio principale sulla destra, alcuni imponenti edifici forse sedi del potere amministrativo, un ampio giardino addossato ad un angolo delle mura. Restano sconosciute le finalità del manufatto, anche se è stato ipotizzato un possibile riferimento al progetto di restauro dell’impianto difensivo cittadino.

Il confronto dell’immagine con moderni rilevamenti del sito di Nippur, ponendo in luce le consonanze, ha indotto a ritenere che essa fosse riprodotta in scala, a conferma del livello di sviluppo tecnico raggiunto da quel popolo. Transazioni di proprietà, vendite, dispute confinarie, stime di rendite costituivano con tutta probabilità le principali motivazioni della mappatura di aree rurali. Se alcune tavolette ritraggono singoli appezzamenti di terreno, altre evidenziano le relazioni fra proprietà terriere e corsi d’acqua, vitali per l’attività agricola nella Mesopotamia meridionale.

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/06 Topografia e cartografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher f4cteoty di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cartografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Bertini Maria Augusta.
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