PRIMA SETTIMANA
1 Presentazione del corso. Storia economica ed economia. Lo sviluppo economico tra teoria e storia. Divergenza o no?
Differenze PIL-HDI.
2 Sperequazioni interne e di genere. Come spiegare il miracolo europeo? La popolazione e le sue relazioni con la crescita
economica. Le tendenze di lungo periodo: pro e contro Malthus
3 L’età preindustriale: uno stato stazionario dell’economia. I diversi settori e i meccanismi della crescita, produttività e
vincoli. I salari e la distribuzione del reddito. Quando avviene il sorpasso dell’Europa rispetto alla Cina?
4 Alle radici del successo europeo: istituzioni e crescita. Dalla teoria alla pratica. L’efficienza delle istituzioni. I mercati nella
storia. Cooperazione, contratti e asimmetrie informative
5 Alle radici del successo europeo: conoscenza e trasferimento tecnologico. La tecnologia e le rivoluzioni industriali. Il ruolo
della scienza. L’impatto delle nuove conoscenze. Trasferimento tecnologico e convergenza
6 Moneta credito e sistema bancario. Origini e sviluppi della moneta. I tassi d’interesse. La moneta cartacea. Nascita e
funzione delle banche. Banche e crescita economica. I regimi monetari internazionali
7 Commercio, dazi e crescita. Dall’antico regime ai vantaggi comparati. Struttura dei flussi commerciali e sua evoluzione.
Politica commerciale e crescita: protezionismo e liberismo in prospettiva storica
8 L’intervento dello Stato: dallo Stato minimo allo Stato sociale. La sfida della globalizzazione
9 Il caso italiano: l’evoluzione economica di lungo periodo 1860-2000. Il lungo addio all’agricoltura e i caratteri di
un’industrializzazione tardiva. L’industria moderna
10 Moneta e banca: dal corso forzoso a oggi. Uno Stato interventista: dall’Unità all’Iri, dall’economia mista alle privatizzazioni
Alcune questioni di metodo
Partire dal termine STORIA e dalla sua stratificazione di significati. In greco historía=indagine, ricerca da hístõr=che ha visto,
testimone, dalla radice indoeuropea weid=vedere, sapere
L’importanza del passato e della memoria, il passato spiega il presente e il presente spiega il passato (Esempio del miglior amico:
conoscendo una persona da molto tempo si conosce molto meglio che persona è)
La storia come strumento di conoscenza e come misura delle cose (TV fornisce informazioni che potrebbero non essere nozioni di cui
non necessitiamo)
La variabile tempo: tempo soggettivo (percezione personale dello scorrere del tempo) e tempo della storia (tempo misurato, che però
dipende dalla cultura e dalla civiltà; CRISTIANESIMO; ISLAM da Maometto, EBREI fuga dall’Egitto) (noi misuriamo le fasi solari mentre
i cinesi le fasi lunari)
I tempi della storia (le cose non vanno alla stessa velocità all’interno dello stesso film della storia)
- una storia quasi immobile: le strutture (elementi che non cambiano o cambiano molto lenti) [es. tetti sulle alpi sono a punta per la
neve—in Sicilia i tetti sono piatti]
- i tempi della società e dell’economia (c’è una sorta di movimento; cicli economici di diversa lunghezza)
- gli eventi: i fatti annotati (DATE)
Perché la cronologia è rilevante tra il passato e il presente c’è una relazione causa-effetto (la causa avviene prima dell’effetto)
L’importanza di uno sguardo temporalmente distaccato (11 settembre, sappiamo che è stato il più grande attentato terroristico di
sempre – ma non sappiamo se ha realmente cambiato la storia)
La storia economica: una storia specialistica che studia gli avvenimenti economici passati e presenti in uno o più paesi. Si tratta di una disciplina
relativamente recente con grande sviluppo tra anni 30 e 70 del Novecento. Le domande sono le stesse dell’economista: cosa produrre, come
produrre, come distribuire.
L’approccio metodologico è però diverso e ha portato la storia economica a ricercare uno statuto autonomo, dando vita a un rapporto con
l’economia spesso conflittuale (storia subordinata?)
Le differenze tra storia economica ed economia
Lo storico economico ha un approccio diacronico,(analizzati successivamente) osserva cioè i fenomeni nel corso del tempo, a
differenza ad esempio del sociologo e dell’economista che hanno un approccio sincronico e studiano quindi i fenomeni mentre
avvengono
Si studia il passato per cercare di comprenderlo. La fondamentale differenza tra descrizione (la storia-racconto) e interpretazione
Per interpretare occorre cercare di ricostruire la complessità dei processi e per farlo è necessario prendere in considerazione il
maggior numero possibile di variabili
Il problema del rapporto della storia economica con la teoria: il filo e le perle; (filo unisce le perle ma le perle vanno messe
nell’ordine giusto)
L’importanza di valutare le diverse realtà iuxta sua propria principia. Non c’è nulla di più sbagliato che fare parti uguali tra diseguali.
Il dilemma ragionevole/razionale (Libro: lettera a una professoressa, esame di 5 elementare; il figlio del dottore sa, il figlio del
contadino non sa lo boccio… lei fa parti uguali tra disuguali visto che i figli dei contadini devono anche lavorare ai campi)
L’economista invece cerca in genere di costruire dei modelli e di formulare leggi con una valenza predittive (dato X succederà Y) e
quindi deve di necessità prendere in considerazione un numero limitato di variabili
Si ricercano quindi le regolarità e si punta a compiere delle generalizzazioni. L’ambizione è quella di costruire una fisica della società.
Il ricorso alla formalizzazione e i limiti della razionalità pura. Razionalità come coerenza interna, come perseguimento dell’interesse
proprio e razionalità limitata (più realistica per via della asimmetria informativa)
Lo storico quindi cerca soprattutto di spiegare, l’economista di prevedere
Come opera lo storico?
La distanza temporale dai fatti studiati (come diceva Keynes “nel lungo periodo siamo tutti morti”) e le sue implicazioni: il problema
delle fonti, ovvero di uno studio condotto su una documentazione diligentemente raccolta e criticamente valutata. La distonia tra
consumatori e produttori di fonti
Il primo passo: la raccolta delle fonti. Le domande di partenza e i problemi che si incontrano: documentazione non prodotta,
distrutta o dispersa volontariamente e no. In buona sostanza quanto rimane è il frutto di scelte logiche, ma soggettive, e della
capricciosa casualità. La negligenza e il caso (il dio-coccodrillo Sobk). In buona sostanza quanto rimane è il frutto di scelte logiche, ma
soggettive, e della capricciosa casualità.
Ovviamente più si va indietro nel tempo più le fonti scritte sono rare quindi si ricorre ad altre disciplina: l’archeologia, la fotografia
area, la numismatica(MONETE), la linguistica (es. onorario e salario) ecc.
Lo storico è come il detective che cerca indizi in tutte le direzioni per rispondere alle sue domande
Una differenza fondamentale: fonti primarie e fonti derivate
La raccolta delle fonti e il loro esame critico
Decifrazione (es. lineare B)
Interpretazione contenutistica
Autenticità
Attendibilità
Molte opzioni e molte sfumature intermedie: fonte falsa con contenuto falso (es. donazione di Costantino)[secondo cui Costantino avrebbe
donato alla Chiesa grandi possedimenti, ma il testo è stato scritto successivamente in un periodo in cui c’è un grave conflitto fra imperatore e
papa per il dominio non solo spirituale ma anche temporale.] , falsa con contenuto veritiero (es. documento distrutto e riscritto) [amanuensi e
monaci trascrivevano nel medioevo molti documenti], documento genuino con contenuto falso (es. dichiarazioni redditi), documento genuino
con contenuto veritiero.
Il problema delle fonti quantitative. Impossibilità di valutare le distorsioni dei dati e importanza di individuare gli errori (es. contraddizioni
interne, confronto con altre fonti). Passare dal mondo del pressappoco all’universo della precisione non elimina i problemi (es. contrabbando
ed emigrazione clandestina)
I problemi delle risorse elettroniche: come avviene la selezione, come è possibile sapere l’attendibilità, l’illusione di sapere. Tema
fondamentale: l’attendibilità delle fonti., e la selezione delle informazione e la loro completezza.
Lo sviluppo: un tema fondamentale per storici ed economisti. TEMA FONDAMENTALE DEL CORSO. Teoria economica e sviluppo. ECONOMIA E
SVILUPPO.
1) I classici fra metà del settecento e la metà dell’ottocento (Smith, Ricardo e Marx) prestano grande attenzione al problema
dell’espansione economica perché hanno sotto gli occhi la crescita della produzione causata dalla rivoluzione industriale. Cercano
quindi di cogliere i meccanismi di funzionamento dei processi a cui stanno assistendo, mettendoli a confronto con i sistemi
economici precedenti (es. sistema feudale nel capitale di Marx)
2) I marginalisti (teoria marginalista) neoclassici, cioè gli economisti che scrivono da metà ottocento in poi, spostano invece l’interesse
dallo sviluppo all’equilibrio statico riferendosi alla teoria dell’equilibrio economico generale. Tale teoria afferma sostanzialmente che
in una situazione di concorrenza perfetta il sistema economico, se libero da interferenze esterne, è in grado di assicurare, attraverso i
comportamenti massimizzanti degli imprenditori (riguardo al profitto) e dei consumatori (riguardo all’utilità) l’equilibrio tra domanda
e offerta. Si indaga quindi in genere la riallocazione di risorse date all’interno del sistema economico. Lo sviluppo invece deriva solo
dalla tecnologia quindi non viene studiato in quest’epoca.
3) Keynes: La differenza tra stato stazionario (costanza del prodotto netto, invariabilità dei processi produttivi, assenza di
accumulazione e crescita) e stato progressivo.
Alcuni concetti-base :
Produzione: è un obiettivo preciso ovvero un processo finalizzato ad ottenere in termini di valore un output (beni o servizi) superiore
1) agli inputs (fattori naturali, lavoro, beni durevoli) utilizzati per produrlo
Fattori della produzione: risorse utilizzate dall’impresa per la produzione di beni e servizi. Secondo J.B. Say sono la terra, il capitale e
2) il lavoro. Il compenso per l’impiego di questi fattori è rispettivamente la rendita, l’interesse, il salario. Marshall aggiunge un (4)
quarto fattore la capacità organizzativa (IMPRESA E IMPRENDITORE) il cui compenso è il profitto
Produttività: rapporto tra l’output ottenuto dal processo produttivo e i fattori impiegati. La produttività agricola ad esempio si calcola
3) con il rapporto Grano/Superfice. Nel caso ci sia un aumento di domanda se si riesce a ottenere la quantità maggiore dalla stessa
quantità di superficie sarà aumentata la Produttività. (ACCADUTO NELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE) Un suo incremento consente
una crescita della produzione di tipo intensivo e non più estensivo (es. produttività della terra)
Crescita: aumento del valore totale di beni e servizi prodotti da una società attraverso un processo cumulativo, può essere
4) reversibile.(esempio della Peste). La crescita è molto lenta e quasi sempre costante.
Sviluppo o crescita economica moderna: crescita economica con elevati tassi accompagnata da un sostanziale cambiamento
5) strutturale ed organizzativo non solo dell’economia ma anche demografico e sociale. (AD ESEMPIO LA CINA) Tende a essere
irreversibile. Lo sviluppo si denota dallo spostamento della popolazione dalla campagna alla città. Negli Stati Uniti l’80 % della
popolazione lavora nei servizi, ed è impensabile che ritorni ad un lavoro di tipo agricolo.
Il PIL (prodotto interno lordo) è il valore, a prezzi di mercato, di tutti i beni e i servizi finali prodotti all’interno dei confini di un Paese
6) in un certo periodo di tempo (in genere un anno). Non vengono quindi contabilizzati nel PIL tutti quei beni o servizi intermedi che
sono stati distrutti o comunque incorporati in altri prodotti durante il processo produttivo (questo per evitare duplicazioni)
Il PNL (prodotto nazionale lordo) si ottiene sommando al PIL i redditi percepiti all’estero dai fattori produttivi nazionali, ad esempio,
7) nel caso dell’Italia, profitti di filiali di imprese italiane all’estero, le rimesse degli emigrati italiani, le rendite da attività finanziarie
acquistate all’estero
PIL pro capite e PPP. Per confrontare il PIL di più Paesi occorre convertirlo in una valuta comune (di solito il dollaro) e poi, per isolare
8) l’influenza della popolazione, calcolare il PIL pro capite (PIL diviso il n° degli abitanti). Tuttavia questo valore nulla ci dice su come la
ricchezza sia effettivamente distribuita fra gli abitanti (es. dei paesi arabi). Inoltre bisogna compiere delle ulteriori rielaborazioni per
tenere conto del reale potere d’acquisto nei diversi paesi (quello che si acquista con un dollaro negli Stati Uniti è molto diverso da
quello che si acquista in Etiopia) In Etiopia con un dollaro si compra molto di più.
Un problema: lo sviluppo accentua il divario tra i paesi? Catching up (i paesi tendono a convergere verso ad un processo di crescita simile) o
divergence? (tende ad allargarsi la forbice tra paesi poveri e paesi ricchi).
Il seguente grafico mostra lo sviluppo Usa convertendo in dollari a parità di potere d’acquisto , poi ha stimato ( imputed) il livello minimo di
sopravvivenza per non morire di fame nei paesi più poveri) Ciò che emerge dallo sviluppo è la chiara divergenza e la disuguaglianza aumenta.
Nel 2010 il divario tra il paese con il PIL pro capite più alto (il Lussemburgo con 105.000 $) e quello più basso (Somalia con 110$) è quasi di
1:1000. E anche considerando la PPP il divario resta forte perché tra il paese più ricco (Qatar) e quello più povero (Congo) è di 255 volte
Un altro modo di vedere le cose: la disuguaglianza globale che tiene conto del reddito di tutti gli abitanti del pianeta (si possono fare solo
stime data la non precisione dei dati di molti paesi). L’idea è semplice: siccome non tutti i paesi hanno la stessa popolazione si utilizza sempre il
PIL pro capite dei singoli paesi ma a ognuno di essi si assegna un peso proporzionato alla popolazione. Se si procede così si rileva una leggera
diminuzione del divario a scala mondiale tra 1950 e 2000 perché Cina e India stanno risollevando le stime in quanto sono insieme un quarto
della popolazione mondiale.
La compresenza di tempi diversi: un concetto importante perché lo sviluppo ha interessato una parte ancora limitata del pianeta, es. dell’età
preindustriale
Confronto tra paesi sviluppati (Italia), in via di sviluppo (Turchia) e a basso sviluppo (Zimbabwe) nel 2010.
Come si vede dalla tabella nello stesso momento convivono sul pianeta sistemi demografici, economici e sociali completamente diversi, con
divari che non sono univoci. Ne deriva l’importanza, ai fini della comprensione dei processi, di abbandonare una visione unicamente
eurocentrica
I problemi del PIL pro capite e l’indice di sviluppo umano
Il PIL, nonostante sia molto utilizzato, è comunque un indicatore che presenta dei problemi. In primo luogo non prende in considerazione tutto
ciò che accade al di fuori del regno degli scambi monetari e quindi non tiene conto di
costi sociali (es. crimine) e ambientali (es. esaurimento delle risorse naturali)
economie non di mercato cioè tutti gli scambi che non danno luogo a flussi finanziari (es. la cura dei bambini e degli anziani a casa
oppure il volontariato)
economia sommersa (ca. 30% del PIL italiano e 10% di quello statunitense). Ci sono transazioni che violano la legislazione (es. lavoro
in nero) e transazioni illegali (nel 2008 il fatturato della criminalità organizzata in Italia è stato stimato in 130 miliardi di euro 59 dei
quali derivanti dal traffico di droga)
Indice di sviluppo umano (ISU)
E’ un indicatore composito, elaborato dall’Onu a partire dal 1990, che fa riferimento a una situazione dello sviluppo umano sotto un profilo
non solo economico e che perciò considera anche altri fattori:
speranza
livello di sanità di vita alla nascita
livello di istruzione, indice di analfabetismo della pop. adulta e della media del numero di anni di studi
reddito PIL pro-capite a parità di potere di acquisto
L’indice di sviluppo umano (dati 2011)
Nelle prime venti posizioni troviamo essenzialmente paesi occidentali con l’accezione di Giappone e Corea del Sud. Il nostro paese è 23° con
87,4. Un livello inferiore a 35 rappresenta basso sviluppo. In questa fascia ci sono 25 paesi tutti localizzati in Africa (i primi paesi africani sono
oltre il centesimo posto). I dieci paesi con l’indice più basso si collocano tra il 28,6 del Congo e il 34,4 della Guinea.
Degno di nota è il fatto che, mentre il divario in termini di reddito pro capite tra paesi sviluppati e non tende ad aumentare, per quanto
riguarda invece l’ISU c’è invece una maggiore convergenza, grazie ai progressi dell’alfabetizzazione e alla crescita della speranza di vita nei
paesi in via di sviluppo. Nel grafico di lungo periodo qui riportato si nota che la crescita esponenziale in Europa è dovuta al PIL Pro Capite
mentre il divario dell’ISU tra Europa e India si assottiglia perché l’ISU si basa su fattori su cui incide l’investimento pubblico ed in Paesi come
l’India questo sta diventando rilevante con il passare degli anni, convergendo con i valori europei; al contrario del PIL pro capite che rispetto
all’Europa prende una posizione divergente.
SECONDA SETTIMANA
Un altro problema: la concentrazione della ricchezza
Il PIL pro capite non dice nulla su come si distribuisca la ricchezza all’interno di un paese. Per affrontare questo problema uno strumento molto
utilizzato è l’indice di Gini che stima la distribuzione della r
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