Che cos'è la storia economica?
Ci sono due differenti approcci alla storia economica: da un lato una maggiore vicinanza alla storia (grande attenzione alle peculiarità di ogni avvenimento e utilizzo della scienza economica per stabilire relazioni di causa/effetto), dall'altro una maggiore vicinanza all'economia (utilizzo dei fatti storici e dei dati per testare modelli teorici applicabili anche a contesti diversi).
Modelli originali
Ci sono poi due modelli originali che hanno una visione d'insieme: quello di Gerschenkron, che spiega perché il modello di sviluppo di alcuni paesi arretrati è diverso; e quello di Chandler, che contestualizza nel modello USA la sua spiegazione del funzionamento della grande azienda americana.
La storia economica può far luce sulle origini degli ineguali tassi di sviluppo che caratterizzano determinate aree geografiche. È un sotto-settore delle discipline storiche che studia la capacità dell’uomo nel corso della storia di impiegare le risorse disponibili per creare ricchezza e produrre beni e servizi necessari. Si occupa di alcuni problemi inerenti la sfera economica come lo sfruttamento di risorse limitate, la produzione, la distribuzione, il consumo, gli scambi commerciali e le istituzioni che danno forma al mercato.
L’efficienza nell’impiego delle risorse è determinata dalla tecnologia di produzione e dalle istituzioni che definiscono le possibilità di accesso all’uso delle risorse; la storia economica infatti ricostruisce l’evoluzione dell’efficienza delle istituzioni studiando lo sviluppo dei mercati e delle leggi che regolano il lavoro. Nel corso del tempo i mercati sono diventati più spessi ed efficienti, mentre i livelli di apertura al commercio internazionale sono aumentati, anche se si sono verificate talvolta battute d’arresto.
L’efficienza viene declinata come produttività: essa consiste nel produrre più output, e quindi più reddito dagli stessi input oppure produrre un output costante con minor input. A determinare il grado di efficienza sono la tecnologia (il cambiamento tecnologico è resource saving, soprattutto considerando il settore agricolo e industriale) e le istituzioni, in quanto le riforme istituzionali possono contribuire a migliorare l’efficienza nell’allocazione delle risorse, favorendo il processo produttivo con sistemi di tassazione favorevoli oppure con la definizione di diritti di proprietà.
L’efficienza si manifesta nella crescita della produttività totale dei fattori TFP = incremento del prodotto - incremento ponderato dei fattori produttivi (capitale, lavoro, terra). L’incremento deve essere ponderato perché i diversi fattori contribuiscono in diverso modo alla produzione.
Mentre tra 800 e 1800 la TFP è stata mediamente pari al 0,1% annuo, dopo il 1800 è cresciuta allo 0,75% annuo. Ciò vuol dire che per produrre lo stesso reddito, oggi utilizziamo solo l’8% delle risorse che avremmo utilizzato nel 800. Inoltre, mentre prima della rivoluzione l’aumento della popolazione era direttamente proporzionale all’aumento delle risorse, poi invece si è realizzato di fatto un superamento del modello maltusiano di sviluppo: la popolazione è cresciuta con un fattore 10 mentre il reddito pro-capite con un fattore 40. La tendenza generale della tecnologia è stata la diminuzione delle risorse necessarie per generare una data quantità di prodotto. Ci sono risorse materiali, come i beni strumentali e le risorse naturali che sono detti beni rivali (non possono essere consumati o utilizzati da più di una persona contemporaneamente e pongono pertanto dei vincoli); la tecnologia e le istituzioni sono invece beni non rivali (l’uso di una conoscenza comune da parte di un individuo non impedisce agli altri di ricorrervi, sono inoltre in grado di incrementare l’efficienza del processo economico). Alcuni beni non rivali sono beni pubblici, cioè beni non escludibili.
Con il tempo, specialmente dopo il 1800, la rilevanza dei beni non rivali nei processi di sviluppo è aumentata considerevolmente.
“Le economie riccamente dotate di risorse non sono necessariamente ricche, mentre le economie che ne fanno un uso efficiente lo sono quasi sempre, a prescindere dalla dotazione iniziale di cui dispongono.”
Crescita, sviluppo e progresso
La crescita fa riferimento ai mutamenti meramente quantitativi: indica l’incremento dell’offerta di beni e servizi prodotti da una determinata economia. Lo sviluppo si riferisce al mutamento strutturale di un sistema economico, implicando trasformazioni di carattere qualitativo, che coinvolgono anche la sfera sociale, politica e culturale. Il progresso implica un giudizio di valore, a differenza di crescita e sviluppo che sono termini neutri, riferiti a qualcosa di misurabile.
Dal momento che non vi può essere crescita senza sviluppo, perché la crescita non può perpetuarsi senza trasformazioni delle strutture sociali, la storia economica deve occuparsi anche delle istituzioni. Benedetto Croce: “Ogni vera storia è storia contemporanea”: bisogna immedesimarsi nel periodo.
Produzione e produttività
La produzione è il processo mediante il quale i fattori di produzione vengono messi in relazione per produrre beni e servizi. La produttività è il rapporto tra il risultato di un processo produttivo e la quantità di fattori di produzione impiegati; in assenza di progressi tecnologici o istituzionali, la produttività marginale è destinata a calare (Ricardo). L’innovazione è quindi una determinante fondamentale dello sviluppo.
Curva logistica e crescita della popolazione
Analizzando le curve logistiche che descrivono la crescita della popolazione europea notiamo che all’inizio essa è quasi esponenziale, successivamente rallenta, diventando quasi lineare, per raggiungere una posizione asintotica dove non c'è più crescita. Tuttavia, a partire dalla fine del 1800 la crescita non sembra più trovare ostacoli. Thomas Malthus sottolineò come alla fine del 18° secolo gli incrementi della popolazione tendessero a superare i mezzi di sussistenza, perché mentre la popolazione aumentava in progressione geometrica, le risorse si accrescevano solo in progressione aritmetica. Per sostenere la crescita della popolazione quindi si sarebbe dovuto impiegare una quota sempre maggiore di fattori produttivi, ma a frenare la crescita demografica sono stati una serie di ‘freni positivi’ come carestie, epidemie e guerre.
Tuttavia in seguito al 18° secolo, ciò non appare più vero: si verifica infatti una transizione demografica con la modernizzazione dell’agricoltura e la rivoluzione industriale. La storia conferma che l’umanità ha accresciuto nel corso del tempo il grado di efficienza nell’uso delle risorse disponibili in quantità fisse e delle risorse rinnovabili. Inoltre nel corso dei secoli i vincoli posti alla produzione di una certa quantità di beni dalla dotazione di risorse disponibili si sono allentati e l’impiego di risorse per unità di prodotto si è ridotto in modo considerevole.
La formazione dell'Europa
‘L’Europa commercia quindi esiste’: il commercio è stata una forza economica rilevante nella formazione dell’Europa, in quanto ha esercitato una forza coesiva quando i conflitti politici e militari ne minacciavano la distruzione. Possiamo identificare le origini di questa entità geografica all'impero romano e in seguito a quello carolingio (9° secolo), quando i popoli germanici unirono le proprie tradizioni alla cultura dei predecessori romani.
Il commercio è favorito dalla prossimità e dalla somiglianza tra i partner commerciali, sia per i costi di trasporto inferiori, sia perché livelli di reddito simili, preferenze, vicinanza linguistica e culturale, istituzioni e normative commerciali simili favoriscono gli scambi. Secondo la teoria gravitazionale del commercio, le economie di grandi dimensioni tendono ad esercitare una sorta di forza di gravità sulle economie limitrofe più piccole, creando aree di commercio centrali e frontiere ai margini commerciali dovute anche alla loro distanza dalle grandi economie centrali europee che generavano i commerci. Ci sono quindi degli effetti frontiera, che riducono gli scambi commerciali mantenendo la diversità tra economie limitrofe nelle aree di confine. Questo discorso in realtà non è sempre applicabile perché, ad esempio, c’era commercio tra Europa e Medio Oriente.
Fasi del commercio europeo preindustriale
- Il commercio medioevale, cioè la rete che si struttura dalla caduta dell’impero romano alla fine del 15° secolo.
- L’epoca delle scoperte geografiche, che si apre con la fine del 15° secolo e si protrae fino al secolo dopo.
- Lo spostamento del baricentro economico europeo verso Nord tra 1600-1700.
Il commercio medioevale si svolgeva su tre scale differenti: il commercio minuto di prodotto agricoli e di semplici manufatti scambiati localmente, il commercio organizzato in fiere e mercati, i grandi commerci internazionali organizzati soprattutto via mare (è soprattutto in quest’ambito che si assiste a cambiamenti rilevanti in questo periodo). Il Mediterraneo era centrale sotto questo aspetto, perché legava l’Italia (e quindi l’Europa) al Levante. Dall’estremo Oriente provenivano prodotti di lusso come sete, porcellane, spezie, cotone grezzo; in direzione opposta muovevano panni di lana e lino, pellicce dall’Europa settentrionale, prodotti di metallo e manufatti in vetro da Venezia. C’erano poi i commerci dei prodotti alimentari come i cereali siciliani, che però erano meno ricchi. Il Mare del Nord stava diventando sempre più importante; mentre nell’alto medioevo il commercio si svolgeva soprattutto nella Frisia, all’aumentare dell’importanza del mar Baltico nei commerci europei i frisino vennero sostituiti dagli scandinavi e poi dall’Hansa, un’alleanza di città commerciali tedesche, originatasi nel 1367.
Avvennero poi due eventi che modificarono gli equilibri commerciali che si erano andati consolidando: a est l’espansione ottomana, che nel 1453 portò alla caduta di Costantinopoli e alla fine dell’impero bizantino → questa influì negativamente sulle capacità commerciali delle città italiane; a ovest la conclusione del processo di reconquista della penisola iberica con la sconfitta del 1492 dell’ultimo sultanato di Granada, rafforzando la posizione delle due principali potenze europee, Spagna e Portogallo, a discapito dell’Italia.
L'età delle scoperte geografiche
È dominata dalla superiorità di Spagna e Portogallo, la cui intraprendenza economica fu favorita: d rendimenti terrieri in calo che indussero alla ricerca di attività più redditizie, dalla disponibilità di credito grazie alla presenza di banchieri genovesi e fiorentini, dall’abitudine alla navigazione oceanica, dalla presenza di cantieri specializzati da cui uscirono le prime caravelle in grado di trasportare grande carico, dall’iniziativa delle case regnanti che finanziarono le spedizioni esplorative. Con il trattato di Tordesillas del 1494 Spagna e Portogallo si dividono le aree di influenza del globo; in realtà il trattato non funziona ma dà un’idea dello sviluppo dei commerci in quel periodo.
Il Portogallo era da decenni presente nei commerci internazionali con le spezie provenienti dall’Africa, ma voleva raggiungere l’India via mare così nel 1488 Diaz doppia il capo di Buona Speranza e nel 1498 De Gama giunge in India circumnavigando l’Africa. Il principale obiettivo erano i metalli preziosi, in particolare l’oro, che si trovava in un’area situata nell’attuale Mozambico: le spezie dell’Oriente venivano acquistate con quest’oro, riducendo così gli effetti negativi che il loro acquisto aveva sullo stock aureo nazionale; questo avveniva tramite un percorso a triangolo Portogallo-Mozambico-Oriente.
La Spagna si spinge invece verso il continente americano, dove la nobiltà iberica voleva trovare nuovi possedimenti terrieri: nel 1521 Cortes sconfisse l’impero Azteco, conquistando il Messico, nel 1533 Pizarro vinse gli Inca in Perù. Così si creò un sistema a triangolo anche in America, portando schiavi dall’Africa alle miniere del nuovo mondo.
Progressivamente il Mediterraneo perde di importanza e con esso si coniuga il declino economico italiano: la rivoluzione delle rotte commerciali incise sulle fortune economiche delle principali città italiane e l’elevato costo dei prodotti italiani, dovuto al controllo delle corporazioni, al costo del lavoro e all’elevata pressione fiscale, rafforzò il declino. Poi anche l’importanza della penisola iberica si affievolì per i problemi esistenti sul lato dell’offerta di beni: aumentò la domanda di manufatti a seguito dell’incremento della popolazione, senza che l’artigianato locale fosse in grado di farvi fronte; i prezzi salirono perciò aumentarono le importazioni. Inoltre il mantenimento di questo grande impero richiedeva ingenti risorse, anche a causa delle spese militari.
Il ribaltamento degli equilibri economici del 17° secolo
Nel corso del 17° secolo ci fu un processo di modificazione degli equilibri economici a favore dei paesi dell’Europa settentrionale. Mentre nel 15° secolo l’area più sviluppata fu quella mediterranea (soprattutto l’Italia settentrionale) e nel 16° quella spagnola grazie all’afflusso di metalli preziosi dalle colonie, con il secolo seguente il nuovo centro dell’economia mondiale divengono prima le Fiandre (Anversa) e poi le Provincie Unite Olandesi (Amsterdam).
Nel 1579 viene sottoscritta l’Unione di Utrecht, che avviò un travagliato processo di indipendenza politica: nel 1581 si costituì una repubblica federale, dopo una rivolta contro la politica accentratrice e anti-calvinista dei sovrani spagnoli. Questa era governata da un’assemblea legislativa, gli Stati generali, che aveva il compito di gestire la politica estera (era formata principalmente da commercianti perciò era favorevole al commercio), mentre la politica interna era lasciata ai singoli Stati Provinciali governati dalla borghesia cittadina. Il commercio olandese crebbe a dismisura, soprattutto nel Mare del Nord e nel golfo di Biscaglia: circa 3/4 delle merci trasportate tra Baltico e Mediterraneo era su navi olandesi; Amsterdam divenne il principale emporio commerciale e il maggior centro finanziario europeo, anche grazie all’afflusso di popolazioni perseguitate per motivi religiosi, come gli ebrei nella penisola iberica e gli Ugonotti in Francia, che ridussero notevolmente i costi di transazione. Era quindi un’area con libertà di religione, verso la quale affluì un processo di emigrazione, con conseguente arricchimento di conoscenze e ricchezza. Per questi motivi quindi i Paesi Bassi diventarono sempre più importanti; inoltre delle trasformazioni profonde si produssero anche sul piano delle produzioni agricole e manifatturiere, trasformazioni che si distribuirono in maniera difforme tra i vari paesi europei.
Si creò una nuova forma di colonialismo: mentre in Spagna e Portogallo il commercio d’oltremare era considerato monopolio reale, gli Stati Generali olandesi delegarono a società per azioni private il controllo del commercio ma anche i poteri di governo sui territori coloniali (alla Compagnia orientale unita dei Paesi Bassi, 1602, fu riconosciuto il monopolio dei traffici con il Levante; la Compagnia delle indie occidentali, 1621, condusse azioni di pirateria contro i convogli spagnoli che solcavano l’Atlantico e per alcuni anni occupò porzioni di territorio brasiliano).
Anche gli altri paesi europei si orientarono secondo il modello olandese: l’Inghilterra costituì nel 1600 la East India Company ponendo le basi dell’impero inglese, mentre la Francia fondò la Compagnia statale delle indie orientali e altre Compagnie che avevano il compito di colonizzare i territori. Proprio quest’ultima era la caratteristica che distingueva queste nuove esperienze da quelle olandesi, che avevano come obiettivo quello di incrementare i commerci internazionali: lo scopo principale delle compagnie privilegiate inglesi e francesi era quello di stabilire un duraturo controllo sui territori d’oltremare.
L'alba dell'industria moderna
Il ribaltamento degli equilibri economici del 17° secolo fu influenzato dall’apertura di nuove rotte commerciali e dall’impassibilità di mantenere in vita i rapporti economici tra l’Europa meridionale e il medio oriente. Ma ci furono profonde trasformazioni sul piano delle produzioni agricole e delle produzioni manifatturiere, che si distribuirono in maniera diversa tra i paesi europei.
La trasformazione agraria
La trasformazione agraria avvenne in riferimento alla modifica del regime agrario, cioè con l’introduzione di nuove tecniche di produzione del sistema agrario e l’introduzione di relative norme giuridiche.
C’erano diversi metodi di coltivazione: nell’Europa continentale veniva praticato l’open field, cioè la coltivazione collettiva di campi non recintati: veniva usato l’aratro pesante che comportava elevate spese che venivano quindi divise, inoltre si alternavano le diverse culture permettendo di incrementare la produttività dei campi. Perché il sistema potesse funzionare era necessario che su tutto il territorio del villaggio esistessero dei diritti collettivi per regolare le tipologie di culture da inserire, l’organizzazione delle principali fasi del processo produttivo e il libero pascolo del bestiame durante i periodi di maggese. La struttura stessa degli insediamenti dipendeva dalle esigenze tecniche dell’aratro pesante, da pratiche agricole, dall’organizzazione feudale e dai diritti collettivi. Nell’Europa mediterranea l’agricoltura rimase quella tradizionale dell’epoca romana, caratterizzata dalla presenza di rotazioni estensive delle culture, continue arature per evitare perdite di umidità da parte del terreno, inserimento nelle aree destinate a culture arative di varie specie di piante da frutto (come ulivo e vite), lo spezzettamento dei terreno e a volte la loro recinzione.