STORIA E CRITICA DELL’ARTE CONTEMPORANEA 03.02.2014
Libri da preparare:
L’arte in trincea, Skira, 1996. L.Vergine testo di base integrato da
Prima e dopo il 2000, Feltrinelli, 2009, R.Barilli
Pirani, che cos’è una mostra d’arte, Carocci, Carocci, 2010 integrato da
La nascita delle mostre, Haskell, Skira, 2008 collegato a
Celant, artemix, da studiare solo “una macchina visuale”, 2012, Feltrinelli, integrato con
Art power, da fare solo il saggio dedicato alla curatela, Groys, 2012
Breve storia della curatela, 2011, Obrist
Post-classici, Electa catalogo libro, Trione
Ci sarà una prova intermedia, con domande aperte.
L’esame: valutazione del test (votazione da A a D) + orale + recensione di mostre sulla loro
curatela, sullo stile del curatore e proponendo una nostra ipotesi di riallestimento. Due paragrafi,
uno descrittivo su quello che è stato fatto e uno autoriale dove si dice che avremmo fatto.
La curatela. È un’esperienza che è cambiata strada facendo.
Curatela e organizzazione sono due cose diverse.
Nasce all’inizio degli anni ’90, quando uno storico dell’arte può pensare ad un esperienza di mostra
non come organizzazione, ma come una diversa forma di critica.
All’inizio gli storici dell’arte vedono la cura di una mostra come una diversa forma di scrittura,
un’appendice di quello che fanno nello scritto. Era un lavoro archivistico-filologico.
Il sistema era quello della megaquadreria, andare a disporre su parete quello che lo storico dell’arte
aveva recuperato.
“L’anima e il volto” è stata la prima mostra Blockbuster, ma non c’era un idea di carattere
curatoriale. Non c’era un idea di costruzione di racconto visivo.
Il problema di fondo è la diffidenza, da un equivoco sbagliato sulla curatela delle mostre, senza
vedere quella esperienza come un qualcosa che integra tra la storia e la critica.
Robert Storr, “In destinazione ostinata e contraria”, ex curatore del Moma.
Come l’esperienza della curatela può essere letta con la comparazione con altre discipline,
attraverso metafore.
La metafora dello scrittore
La prima cosa su cui fa riflettere Storr è la comparazione con uno scrittore, l’esercizio di scrittura.
Cambiano gli oggetti di cui si serve, le opere altrui, si serve delle opere d’arte, con lo stesso amore
che usa uno scrittore con le parole.
Devi avere un rapporto diretto con le opere, serve saper vedere. Lo sguardo si esercita solo con la
visione costante. Devi avere qualcosa che è un ancora, che è l’opera.
Il primo contatto è il rapporto con le opere, usare le opere come parole e aggettivi, in modo da
disegnare dei periodi da cui generi frasi da cui nasce un testo, la mostra è un dispositivo testuale. Ha
delle regole che ti puoi dare, non sono ferree, devi avere uno stile.
Poi c’è l’atto finale che sta nel tagliare. Soprattutto quando ti misuri con i grandi autori o i grandi
temi.
Le mostre tematiche sono le più difficili, il rischio è più alto, lo stile della curatela emerge in modo
più forte.
Non è detto che in una grande mostra serva l’opera maggiore, perché le opere minori rivelano di
più l’autore rispetto a quelle maggiori. (Es. di Benjamin e i tic nel cinema e come la videocamera li
veda facilmente)
Le espressioni anomale, tutto questo per arrivare all’idea che il curatore debba avere una certa
libertà di pensiero e di scelta.
Una mostra ha bisogno di anni per essere pensata, oppure quelle fast food o quelle pacchetto, che
acquisisci da fuori (come sta accadendo sempre di più a Milano). Le mostre hanno bisogno di una
lunga fase di incubazione, che deve avere due elementi:
• il tuo stile
• le opere che hai
Fanno una campagna prestiti di anni per realizzare una mostra. Legato a un tema delicato che è
quello della committenza, le mostre non sono un fenomeno botteghino. Nel resto del Mondo c’è
l’idea di un museo di Stato che ha un gruppo di sostenitori che investono delle risorse affinché il
museo possa portare avanti la sua missione, a prescindere dalle regole del mercato.
In Italia non è così, è il pubblico che demanda le scelte della cultura. È impensabile per un curatore
di dedicarsi per anni di lavorare per una mostra.
La metafora del cinema
L’altra metafora indispensabile per capire il mestiere della curatela è il cinema, Nicolas Bourriaud,
che ha scritto “Estetica relazionale”, il capitoletto è “Relazioni schermo”, parla della
trasformazione del dispositivo mostra avvenuto nel corso degli ultimi anni.
Racconta di un fenomeno delicato, che è quello del passaggio della mostra canonica, ad una che
sceglie un adattamento processuale, che indica un divenire, nella quale non hai la possibilità di
racchiuderla per intero, ma la devi percorrere, sceglie come suo tempo la durata.
Nel 1990 Bourriaud scrive un saggio dedicato all’arte dei registi, un arte che presenta il luogo di
esposizione come un film senza telecamere. La mostra diventa un cortometraggio immobile.
Anche quando un autore lavora su sequenze immobili di fatto pensa come un regista.
L’opera d’arte si da come una durata da percorrere, una sequenza per sequenza, è lo spettatore
stesso che deve muoversi. È un ribaltamento di idea, della lettura. I termini restano gli stessi, io
sono in movimento e le immagini sono fisse.
Bourriaud si richiama alla definizione di immagini in movimento. Il modo di pensare alle mostre
pensa in modo registico.
Le figure messe in campo per una mostra
Abbiamo parlato di scrittore e regista, l’architetto è quello che sta più lontano dalla curatela,
perché sta al servizio del curatore.
Con lo scrittore si ha un rapporto individuale, una mostra non è in alcun modo un esperienza
solitaria.
Hitchcock afferma che “fare cinema è come fare l’amore in pubblico”, l’esperienza della curatela è
simile.
Non solo il curatore ragiona come un regista, ma anche le figure messe in campo per la costruzione
di una mostra sono le stesse per la produzione di un film. Un film si regge sulla commistione di un
interesse autoriale e produttivo. Altro aspetto è la committenza e il suo rapporto con il pubblico.
Le mostre sono anche dei prodotti, insieme a eventi culturali e spazi di riflessione.
Il rapporto con il pubblico è decisivo, devi ragionare in questo modo.
Le figure che vengono messe in campo nel cinema sono simili al mondo dell’arte:
• Il curatore è il regista, è colui che deve controllare tutte le figure che vengono coinvolte. Deve
avere un corpo legato alla dimensione del mercato e una testa legata al mondo intellettuale.
Le altre figure coinvolte che sono di pari grado.
Una mostra è saper calibrare tutte le professionalità coinvolte: da colui che si occupa della gestione
del budget.
• Il produttore deve rendere realizzabile quello che il curatore ha nella testa.
• Altro elemento è lo scenografo che è l’architetto, il progettista. Anche se ormai non lo si chiama
quasi più. Ci si avvicina molto al mondo della moda.
L’idea è del curatore, si ha poi il rapporto con l’architetto, si affiancano per pensare a degli spazi
emozionali, una mostra deve essere anche un luogo dove emerge una carica emozionale, deve
emergere un mood, un luogo che ti stacca da quello che c’è fuori. Deve trovare la strada
migliore per corrispondere all’idea del curatore.
Altro elemento fondamentale sono i sopralluoghi, per il curatore si articola in due momenti:
1. Campagna prestiti: porta il curatore a viaggiare, devi andare dai curatori dei musei
2. Set dove verrà allestita la mostra: lo si fa con il produttore e l’architetto.
C’è un grande assente, che è ancora la scrittura, questo è quello che si vede, poi c’è l’elaborazione
testuale, che si suddivide in soggetto e sceneggiatura.
• Il soggetto è ciò che tu presenti all’inizio della mostra, come se fosse una super sinossi: il taglio,
le ragioni, i musei a cui ti vuoi rivolgere, devi far capire subito il tuo obiettivo.
• La sceneggiatura è quella che porta il curatore a entrare nei dettagli, come disporre le opere,
come dividere lo spazio ecc.
La fase della sceneggiatura è l’esecutivo, dove dai tutti i dettagli, dove non devi lasciar nulla di
imprevisto.
Poi si aggiunge l’imprevisto del set, così come nel cinema non puoi prevedere tutto, la stessa cosa
accade per le mostre, anch’esse devono essere sensibili agli imprevisti che accadono nella fase di
allestimento.
Il curatore deve fare degli incontri individuali con tutte le singole professionalità.
Quanto più è preciso il soggetto della mostra tanto più le persone che lavorano per la mostra
lavoreranno meglio.
Tutto questo confluisce in un atteggiamento: amore per l’arte e violenza nei suoi confronti.
• Iconofilia : amore per l’arte, chiamato così da Groys nel suo libro, muove da una netta
differenza e affinità tra il curatore e l’artista post Duchamp, l’artista preleva un oggetto
qualsiasi, lo ribalta e lo risemantizza nel momento in cui lo porta in un ambiente museale, il
curatore fa cose simili, perché prende delle opere, le estrae dal loro contesto consueto di
appartenenza e le porta in altro contesto, in questo modo fa una prima operazione di
risemantizzazione, ma narrativizza, una mostra è innanzitutto una forma di racconto e va
incontro a una delle più forti esigenze, che è lo story telling, cioè il racconto. Devi costruire una
storia attraverso le opere. L’opera d’arte in se non è un racconto, nel momento in cui le estrapoli
le metti in un altro contesto e le accosti ad altre opere le fai diventare elementi narrativi. Devi
usare le singole opere per metterle dentro un racconto.
L’aspetto fondamentale è che ci sia un idea di crescita.
• Tutto questo è anche un forma di profanazione dell’opera d’arte stessa, compio una violenza
verso le opere d’arte che non sono state pensate per entrare in un racconto.
Groys: il curatore è un artista laico, ha una dimensione in qualche modo autoriale, non è al
servizio dell’opera d’arte, intrattiene un dialogo con l’opera d’arte. Non è un servo di scena, il
curatore ha consapevolezza enorme con se stesso e stabilisce un rapporto con le opere e come
un artista ha uno stile. È un artista perché fa quello che fanno gli artisti, ma ha perso l’aura
dell’artista. Si confronta con oggetti che sono già opere d’arte, può narrativizzare. Abusa di
oggetti, rendendoli profani.
Il curatore ha un nuovo potere. Questo potere rappresenta anche la sua dimensione ibrida, è
molto difficilmente definibile.
Definire un curatore
Per definirlo usiamo le parole di Dostoevskij, parla del conoscere e dell’essere informati, essere
informati è percepire delle notizie, conoscere è capire il perché è successo qualcosa. Oggi i canali
per essere informati sono infiniti, ma questo non basta.
Il curatore è colui che è informato, ha un bagaglio informativo sterminato, l’arte è uno dei mondi
più settoriali e segmentati per livelli dove c’è un enorme quantitativo di opere.
Ma questo non basta, questo è il primo livello, che si è importante e ti consente di essere dentro il
presente, ma quello che occorre è la conoscenza, che è quel piano che problematizza l’essere
informati, consente di entrare dentro gli argomenti e che permette di lavorare su un piano
orizzontale ma anche verticale.
Bonito Oliva si sofferma sul tema della curatela della mostre d’arte contemporanee e gli
indipendent curators, dicendo che sono tutt’altro indipendent, ricostruisce in maniera sintetica un
percorso che ha portato alla creazione degli indipendent curators dal 1900 ad oggi:
1. Inizio ‘900 : nascono i critici mentori, che hanno un ruolo decisivo sulla nascita dei
movimenti, da Zarà a Breton a Apollinaire, che sono spesso letterati. Ogni decennio c’è stata
un riemersione di queste figure.
2. Negli anni ’70: si crea una netta scissione, da un lato gli studiosi che lavorano sulla storia
dell’arte, e dall’altro i critici militanti che provano ad essere delle figure totalizzanti (ne
parla Celant).
3. Si è poi creato grande specialismo, la figura totalizzante non c’è più. L’atteggiamento che
appare con forza è lo specialismo, un sistema a compartimenti stagni. Il critico d’arte totale
deve saper saldare l’essere informato con il conoscere.
Il vero rischio è quello di trovarsi davanti a curatori che siano organizzatori di eventi.
In “Esercizi di stile” si declina un unico argomento in diversi stili, così faremo anche noi.
Focus: mostre internazionali
Mostre con importanza storico artistico e altre che hanno costituito la presentazione internazionale
del movimento, ma anche per i media.
Sensation
Breve sintesi del contesto inglese.
Caso unico nel contesto europeo, in quanto non ha avuto le avanguardie storiche. Si può parlare di
un esplosione dell’arte inglese solo a partire dagli anni ’50, la Pop art nasce a Londra nel ’56 con la
mostra di “This in Tomorrow”.
Nei College, gli insegnanti danno indicazioni su come si sviluppa il sistema dell’arte, e non più
semplicemente sulla storia dell’arte. Qui si parla di 3 periodi storici fondamentali, che
corrispondono ad altrettanti College:
1. Royal College of Art : ha una grandissima importanza per la diffusione dei movimenti.
2. Saint Martins College : fondamentale per la New Generation con Anthony Caro e per la
stagione della performance come Gilbert & George.
3. Goldsmiths College , si trova nel East End, Hirst lo frequenta. Londra aveva subito i danni
dei bombardamenti e questa zona è stata lasciata a se stessa, gli artisti intuiscono che quella
può diventare una zona di creatività, i primi sono Gilbert & George, e poi Hirst e i Giovani
Artisti, andando a sviluppare il fenomeno della gentrification.
La prima mostra: Freeze
La prima mostra in cui si riuniscono 16 artisti che costituiscono il nucleo centrale degli Young
British Artists, si chiama Freeze nel 1988, e Hirst è il curatore della mostra, è uno studente della
Goldsmith, e capisce quanto è importante l’autopromozione, che per un artista è fondamentale.
Questa mostra non fu visitata da molte persone, ma viene vista da Charles Saatchi e Norman
Rosenthal (curatore della Royal Academy) due personaggi fondamentali.
“L’arte non è solo creare una visione, ma anche imporre la visione dell’arte.” Detto da Rosenthal.
La vita di Saatchi
Saatchi nato a Baghdad da una famiglia di ricchi mercanti ebrei, inizia la sua carriera come agente
pubblicitario, il suo nome diventa importante nel ’78 nel mondo inglese perché ha l’incarico di
curare la campagna del partito conservatore, questa è la prima volta che avviene, la Thatcher vince
le elezioni.
Apre una galleria di Minimal art, un altro campo, apre la galleria con la prima moglie che ne era
appassionata, con gli anni decide di interessarsi dell’arte contemporanea ed è uno dei primi a vedere
la mostra Freeze. Saatchi ha condizionato moltissimo questo movimento artistico.
Escludendo la mostra Freeze sono artisti che Saatchi ha personalmente selezionato.
In un momento in cui la globalizzazione è imperante bisogna tornare al local, attraverso tre
elementi:
1. in un momento in cui c’è un sistema di nomadismo, è più forte creare un movimento che un
artista singolo;
2. che questo movimento faccia parte di un contesto specifico gli da un ulteriore
riconoscibilità,
3. questo gruppo ebbe un fortissimo appoggio pubblico, questo perché il governo inglese,
conservatore intuisce che l’arte contemporanea può diventare un attrattiva per il turismo.
Dietro l’ascesa di un movimento c’è un contesto molto complesso, politico sociale ed economico.
Sensation
Saatchi propone a Rosenthal di mostrare la sua collezioni dei giovani artisti inglesi, è un unicuum
perché è la prima volta che nella Royal Academy si propone una mostra del genere,
si propone come mostra Blockbuster, e diventa itinerante (Londra, Berlino, NY, Camberra ma viene
cancellata).
La mostra è la collezione di Saatchi, non ha a che vedere con un movimento.
In Sensation si raccoglie la collezione privata, ma alcune opere sono acquisite all’ultimo.
Il tema di fondo è il quotidiano, la banalità, si può parlare di gusto dell’orrido.
Sensation perché è il concetto di sensazionale. Non c’è stato uno studio particolare, è stato giocato
tutto sul concetto di ossimoro, di scontro con l’edificio.
Si servono anche di artifici, l’opera non tende mai ad un iperrealismo, un effetto teatrale, che
reggeva tutta l’esposizione.
Altro tema in comune che deve essere messo in rilevo è che sono artisti con una formazione, non
sono autodidatti. Tutti questi artisti conoscono bene la storia dell’arte e conoscono bene l’arte
minimal e pop.
Altro tema fondamentale era Londra, come alcuni fatti di cronaca che solo londinesi potevano
comprendere. E anche l’epoca vittoriana, due registri, le ossessioni e i salotti.
Altro tema importante è quello della memoria e il ruolo dei mass media.
Scandalo e giochi di ironia molto più sottili.
Il ruolo dell’io artista, un artista che da una parte come Shonibare, che mette dei manichini senza
testa e si ritrae spesso come dandy, ma lui è nero e così facendo si mette al centro.
Un io che si m
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia e critica dell'arte contemporanea, docente Trione, libro consigliato Post Classici la ripres…
-
Riassunto esame Storia e critica dell'arte contemporanea, docente Trione, libro consigliato Artmix, Germano Celant
-
Riassunto esame storia e critica dell'arte contemporanea, docente Trione, libro consigliato Prima e dopo il 2000, R…
-
Riassunto esame storia e critica dell'arte contemporanea, docente Trione, libro consigliato La nascita delle mostre…