La Grande Guerra: caratteri generali
Estate del 1914
L'estate del 1914 è un periodo di festa e di entusiasmo. Folle inneggianti alla grandezza della patria si riversano per le strade, intellettuali come Rilke e Marinetti inneggiano alla guerra e partono persino volontari. Addirittura Gandhi invita i suoi connazionali ad arruolarsi nell'esercito inglese. Perfino i partiti socialisti sono travolti dalla febbre patriottica: allo scoppio della guerra, tutti i partiti socialisti europei (ad eccezione del Partito Socialista Serbo e del Partito Socialdemocratico Russo), votano i crediti di guerra oppure entrano in maggioranze e governi di unione nazionale. Questa decisione porta allo scioglimento di fatto della Seconda Internazionale.
Carattere della guerra
Nell'agosto del 1914 però, non molti hanno chiaro che tipo di guerra sia quella che ci si sta apprestando a combattere. L'idea che ancora si ha della guerra è quella di uno scontro cavalleresco, con tecniche simili a quelle utilizzate dagli eserciti di Napoleone I. La cultura ottocentesca aiuta a fantasticare la guerra in questo modo:
- Il neomedievalismo cavalleresco fa pensare ai soldati come ad altrettanti paladini, immagine che la grafica della propaganda bellica sfrutta ampiamente.
- La cultura profonda dell'occidente è una cultura bellica, si nutre di letture, dalla Bibbia a Omero, da Ariosto ai romanzi storici, che parlano di battaglie e di massacri.
- La mascolinità ottocentesca è costruita intorno all'immagine dell'uomo combattente e della donna da difendere.
- Gli imperativi nazional-patriottici (la difesa della patria, l'onore della nazione, l'obbligo di sacrificarsi per la comunità nazionale) sono doveri a cui risulta difficile sottrarsi.
Col passare dei mesi appare però chiaro che l'idea di una guerra rapida, una guerra di movimento, si rivela uno dei più tremendi errori di valutazione che si potessero fare. Dal 1914 al 1918, 70 milioni di giovani uomini (18-30 anni) partecipano alla guerra: di questi, circa 10 milioni muoiono in battaglia o per le ferite riportate. Un numero mai raggiunto in nessuna guerra precedente. I feriti arrivano a 30 milioni, di cui 8 gravemente invalidi. E poi ci sono le devastazioni economiche e sociali, che si fanno sentire anche negli anni successivi alla guerra.
La guerra di trincea
La guerra fu lunga e sanguinosa per vari motivi. Innanzitutto, gli eserciti contrapposti si equivalgono, quindi quasi nessuno riesce a sfondare le linee nemiche. I combattenti si fronteggiano scavando trincee nel terreno. Le trincee nemiche distano poco le une dalle altre, da qualche decina ad un centinaio di metri. Gli stati maggiori utilizzano perciò la tecnica dell'assalto di sfondamento alle trincee nemiche (si percorre di corsa lo spazio mediano, riversandosi nelle trincee avversarie), che non viene abbandonata per tutta la guerra e provoca tantissimi morti.
Poi ci sono i nuovi ritrovati tecnologici bellici: le mitragliatrici, i cannoni, le granate, i gas asfissianti, gli aerei da combattimento. Inoltre le condizioni igieniche e psicologiche all'interno delle trincee lasciano molto a desiderare. Più appare chiara l'atrocità della guerra, più la propaganda ufficiale esaspera i toni a cui fa ricorso per motivare i combattenti. Tutte le atrocità commesse dagli eserciti, che hanno accompagnato tutte le guerre del passato, sono per la prima volta oggetto di una clamorosa e risentita propaganda.
Propaganda e percezione del nemico
Non c'è nazione belligerante che non istituisca una commissione d'inchiesta per accertare l'esistenza di violenze sui civili, che vengono documentate e largamente pubblicizzate. Qualche volta vengono considerati veri anche dei fatti non documentati, purché gettino discredito sui nemici. Regolarmente, poi, si assiste a una degradazione dell'immagine del nemico, descritto come un essere mostruoso e pericolosissimo, che proprio per questo merita di essere ucciso senza alcun rimorso.
Ci sono anche le allucinazioni collettive, le false notizie, dicerie che si spargono tra i combattenti, fino a che non si ritiene siano dotate effettivamente di veridicità. L'appello al patriottismo bellicista ha successo: l'idea di combattere per difendere la propria terra, insieme col disprezzo verso gli stranieri, si basa su una mentalità che decenni di nazional-patriottismo hanno radicato profondamente in ogni paese europeo.
Effetti della guerra sulla società
La valorizzazione della morte come martirio e della guerra come crociata sono tutte immagini accettabili perché appartengono intimamente al linguaggio nazional-patriottico pre-bellico, e una parte essenziale di questo linguaggio sta proprio nella fusione fra la tradizione cristiana e l'ideale del sacrificio affrontato in nome della nazione, inteso come comportamento che fa sacra, superiore un'intera vita. Una simile nobilitazione della violenza e disponibilità alla morte sono fondamentali per capire come milioni di soldati abbiano potuto sopportare la guerra. E la quotidianità della ferocia ha come effetto la brutalizzazione della mentalità europea degli anni di guerra, l'assuefazione alla violenza diventa la normalità.
Opposizione alla guerra
Contro tutta la morte e la violenza solo poche voci si fanno sentire, peraltro non sortendo nessun effetto sui governi, né sull'opinione pubblica:
- I pochi partiti socialisti che hanno rifiutato la guerra e quelli dei paesi neutrali indicono due conferenze in Svizzera, a Zimmerwald e a Kienthal. L'invito è ad abbandonare le armi o a impiegarle per una rivoluzione sociale.
- Papa Benedetto XV. Fin da subito aveva espresso la sua contrarietà alla guerra, posizione che ribadisce nel 1917, quando fa pervenire ai capi degli Stati belligeranti una nota nella quale avanza proposte per una pace che non abbia né vincitori né vinti, né annessioni né risarcimenti.
Impatto sulla popolazione civile
In Europa, che è il principale teatro di guerra, l'esperienza bellica è ovunque, i civili non ne sono risparmiati. Le donne sono reclutate massicciamente come forza lavoro. In ogni paese che partecipa alla guerra, i governi assumono un coordinamento quasi completo del sistema economico. Tutte le industrie coinvolte nel materiale bellico hanno una spinta notevolissima che non si riverbera solo sui profitti degli imprenditori, ma anche sui salari degli operai. Nelle zone rurali invece, i contraccolpi negativi si fanno sentire pesantemente. I prezzi dei prodotti alimentari crescono a dismisura per:
- La diminuzione della produzione e dell'offerta.
- Prima che sui mercati civili gli acquisti vengono effettuati dai governi per le necessità degli eserciti al fronte.
- Le banche centrali hanno emesso più carta moneta, causando l'inflazione e l'aumento dei prezzi.
Il 1917 e le rivolte
Il peggioramento delle condizioni economiche spiega perché il 1917 diventa uno degli anni più difficili di tutta la guerra. È un anno importante per le sorti della guerra e particolarmente inquieto, perché scoppiano un po' ovunque rivolte, insubordinazioni, scioperi (ammutinamento, autolesionismo). Per far fronte alle ribellioni si migliora il trattamento delle truppe al fronte, si fa più sistematicamente appello alla resistenza e alla difesa patriottica, e si punisce severamente un certo numero di soldati. L'insieme di queste misure ha successo. Nel 1918 tutti gli eserciti e tutte le società nazionali dei principali paesi combattenti riescono a ricompattarsi. Eccezione fatta per la Russia, dove, proprio nel 1917, scoppiano due rivoluzioni, che causano prima la fine del regime degli zar, e poi l'uscita anticipata della Russia dalla guerra.
Le prime fasi della guerra e l'intervento dell'Italia
Potenze in conflitto
La guerra pone le potenze dell'Intesa (Francia, Regno Unito e Russia, alleate della Serbia) contro gli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria e Impero Ottomano). Nella fase iniziale, i stati maggiori dei vari eserciti nutrono la speranza di riuscire a concludere la guerra in poco tempo. Sul fronte occidentale la Germania occupa il Belgio, paese neutrale, per attraversarlo e attaccare la Francia che, contando sulla neutralità belga, non ha rafforzato la frontiera.
L'esercito tedesco attacca quindi da una posizione di vantaggio, tanto che arriva quasi a Parigi; ma poi la controffensiva francese blocca i tedeschi e li costringe ad una parziale ritirata. A novembre il fronte si stabilizza lungo una linea che va da Ypres (in Belgio) ad Arras, Reims, Verdun. E lì, o poco distante da lì, resta fin quasi alla fine della guerra.
Sul fronte orientale, i russi inizialmente danno l'impressione di riuscire a sfondare le linee tedesche e austro-ungariche, ma i tedeschi bloccano l'offensiva e spingono il fronte di nuovo verso la Polonia, dentro i confini dell'Impero Russo. Più a sud i russi controllano la Galizia, territorio austro-ungarico, ma non riescono ad andare oltre.
Guerra di posizione
Nell'autunno del 1914, l'ipotesi di una guerra rapida tramonta definitivamente: la guerra di movimento, dinamica, di attacco, diventa una guerra di posizione, cioè di trincea, con i fronti stabilizzati per lunghissimi periodi di tempo. Nel 1915 la Bulgaria entra in guerra a fianco degli Imperi Centrali. Intanto in Italia si dibatteva sull'opportunità o meno di entrare in guerra.
Nonostante allo scoppio della guerra la Triplice Alleanza fosse ancora in vigore, il governo italiano, presieduto da Antonio Salandra, opta per la neutralità, nonostante le reazioni furibonde degli alleati, che si sentono traditi dalla decisione. La ragione ufficiale è che la Triplice ha un carattere difensivo e non offensivo. Avendo l'Austria-Ungheria attaccato per prima la Serbia, il governo italiano non si sente obbligato a intervenire. I motivi sostanziali, però, sono altri:
- Il governo non è sicuro di poter ottenere le terre irredente (Trento e Trieste) dall'Austria-Ungheria come compenso per l'ingresso in guerra.
- Il governo ritiene che l'esercito non sia pronto, essendo appena uscito dalla guerra contro l'Impero Ottomano.
- C'è preoccupazione per le conseguenze militari dell'ingresso in guerra. La particolare conformazione geografica dell'Italia, con una lunghissima linea costiera, la esporrebbe agli attacchi della Marina britannica, e le difese marittime e costiere italiane sono impreparate ad affrontare una simile eventualità.
Neutralisti e interventisti
Tuttavia, l'alternativa tra neutralità e intervento è largamente dibattuta dall'opinione pubblica italiana. I due schieramenti sono molto compositi al loro interno. Tra i neutralisti vi sono:
- Liberali, tra i quali spicca Giovanni Giolitti che raccoglie intorno a sé la maggioranza dei deputati in Parlamento.
- Socialisti (con l'eccezione del direttore dell'Avanti, Benito Mussolini), in favore della neutralità assoluta.
- Mondo cattolico, che segue l'orientamento di papa Benedetto XV.
L'area interventista comprende:
- Interventisti democratici (tra cui spicca Gaetano Salvemini), a favore dell'intervento a fianco di Francia e Inghilterra, contro l'autoritarismo degli Imperi Centrali e per il riscatto delle terre irredente.
- Interventisti rivoluzionari (posizione su cui converge Mussolini), ex sindacalisti o socialisti o anarchici, che vedono nella guerra la possibilità di rovesciare le vecchie istituzioni politiche e sociali.
- Interventisti liberali, rappresentati dal Corriere della Sera, da Salandra e dal Ministro degli Esteri Sidney Sonnino. Mescolano calcoli di politica interna (ostilità verso Giolitti, possibilità di intraprendere politiche anti-socialiste e anti-sindacali) con considerazioni tipicamente nazional-patriottiche (riscatto delle terre irredente).
- Interventisti nazionalisti, che fondono l'idea della guerra come momento cruciale di una rivoluzione nazionale con più classiche tematiche patriottiche.
L'intervento italiano
A far pendere la bilancia a favore dell'interventismo cooperano due fattori: l'orientamento del governo e l'attivismo della propaganda interventista. Sin dall'autunno 1914, Salandra e Sonnino avviano trattative segrete bilaterali con entrambi gli schieramenti combattenti. L'intento è di vedere chi offre di più nel caso di un ingresso in guerra italiano, intanto che si dà tempo e modo all'esercito di organizzarsi.
L'Intesa è quella che fa l'offerta più allettante: in caso di vittoria, all'Italia andrebbero Trentino e Friuli, più il Sud Tirolo fino al Brennero, l'Istria (ad eccezione di Fiume), la Dalmazia, il protettorato sull'Albania, la base di Valona e la provincia turca di Antalia. Queste promesse vengono formalizzate in un accordo segreto, siglato dal governo a Londra, nella primavera del 1915 (Patto di Londra, 26 aprile).
Il 3 di maggio il governo notifica all'Austria la disdetta della Triplice Alleanza. Il 7 di maggio Sonnino informa il Consiglio dei ministri della firma del patto di Londra. A norma dell'art. 5 dello Statuto Albertino i trattati che comportano un onere alle finanze o variazioni al territorio dello stato devono essere approvati dal Parlamento. Ma il governo si rende conto che la maggioranza dei deputati segue Giolitti, che vuole mantenere l'Italia neutrale.
Il 13 maggio Salandra, prima ancora di esporsi ad un voto negativo del Parlamento, si presenta dal re per rassegnare le proprie dimissioni. È a quel punto che il dibattito politico assume toni di un esaltazione fino ad allora sconosciuta, dovuta soprattutto all'intensa propaganda interventista, che alla fine è capace di condizionare l'esito della crisi parlamentare.
D'Annunzio, personaggio pubblico molto influente, inizia una sorta di tour patriottico tenendo discorsi bellicisti in varie città italiane. I gruppi nazionalisti organizzano per le strade numerose manifestazioni favorevoli all'intervento. Sulla spinta di questi esempi, il 16 maggio il re conferma l'incarico di Presidente del Consiglio a Salandra. La maggioranza di liberali giolittiani, intimiditi, il 20 maggio votano a favore del conferimento al governo di pieni poteri in caso di guerra. I socialisti confermano la loro neutralità, sia pur con l'ambigua formula "né aderire, né sabotare". Dopo l'approvazione in Parlamento, il 23 maggio il governo presenta la dichiarazione di guerra all'Austria-Ungheria. Il 24 si aprono ufficialmente le ostilità. Il comando dell'esercito italiano è affidato al generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore.
Dalle trincee alla fine della guerra
Espansione del conflitto
Tra il 1915 e 1917 il quadro del conflitto si amplia ulteriormente, con l'ingresso in guerra del Portogallo, della Romania e della Grecia (tutte a fianco dell'Intesa). La dinamica degli scontri però non cambia di molto. Gli eserciti sono attestati su fronti lunghi centinaia di chilometri, lungo i quali sono state scavate trincee fortificate. Ciascuno degli eserciti prova a sfondare le trincee nemiche con scarsi successi militari e catastrofiche per quanto concerne il costo in vite umane.
Il fronte italiano
Il fronte italiano è situato lungo la linea che segue l'Isonzo e il Carso. Nel 1915 gli italiani sferrano quattro offensive, che costano 250 mila morti e pressoché nessun risultato. Nel 1916 sono gli austro-ungarici a tentare una controffensiva dal Trentino (Strafexpedition, spedizione punitiva). L'esercito italiano è costretto ad arretrare, pur riuscendo a bloccare l'attacco. L'evento costringe il governo Salandra a dimettersi. Viene sostituito da un governo di coalizione nazionale presieduto da Paolo Boselli.
Il fronte francese
Sul fronte francese la situazione è analoga. Nel 1916 i tedeschi scatenano una terribile offensiva contro la piazzaforte di Verdun, che si risolve in un massacro e nessun risultato decisivo. Francesi e inglesi contrattaccano sulla Somme, offensiva durante la quale gli inglesi perdono 60 mila uomini.
I movimenti sul fronte orientale
Sul fronte orientale ci sono movimenti più significativi. Nel corso del 1915 i tedeschi riescono a sconfiggere i russi, occupando la Polonia, mentre l'esercito austro-ungarico occupa definitivamente la Serbia.
Guerra navale e sottomarina
Sul mare i tedeschi mettono in atto un'efficacissima guerra corsara. Gli incrociatori tedeschi attaccano ovunque, sia le navi mercantili sia i porti e i navigli britannici e francesi nelle colonie. Così facendo i tedeschi vogliono sia indebolire le flotte avversarie, sia disturbare il traffico mercantile che porta materie prime e beni alimentari ai porti britannici.
Il governo inglese di conseguenza predispone il blocco navale nel Mare del Nord, che impedisce ai mercantili tedeschi di raggiungere i porti della Germania. Questa reagisce utilizzando indiscriminatamente i sottomarini contro le navi mercantili dirette in Gran Bretagna. Il 7 maggio 1915 un sottomarino tedesco affonda il transatlantico inglese Lusitania, con a bordo 128 passeggeri statunitensi.
In seguito alle proteste del governo statunitense e di altri governi di stati neutrali, che avevano visto affondare i loro mercantili, conducono l'Ammiragliato tedesco a porre fine a questa prima fase di guerra sottomarina. In seguito l'Ammiragliato tedesco decide di forzare il blocco navale imposto dagli inglesi in una grande battaglia navale, che viene combattuta tra il 31 maggio e il 2 giugno 1916 allargo della costa occidentale dello Jutland. La flotta tedesca riporta una vittoria non decisiva. Di conseguenza il blocco non viene interrotto e nel 1917 la Germania ricorre nuovamente alla guerra sottomarina indiscriminata.
Tuttavia, poiché molte delle navi affondate battono bandiera statunitense, la ripresa della guerra sottomarina suscita la reazione del governo degli Stati Uniti, che rompe le relazioni diplomatiche con la Germania e all'inizio di aprile dichiara guerra alla Germania e ai suoi alleati. L'ingresso degli Stati Uniti in guerra era sì dovuto alla guerra sottomarina, ma era anche un intervento a tutela e garanzia degli interessi economici nordamericani in Europa: nel corso della guerra l'economia statunitense si era legata molto strettamente...
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