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La Prima Guerra Mondiale

Parlare della Grande Guerra significa parlare di una profonda cesura che va dal 1914 al 1918. Vi sono cambiamenti politici, istituzionali, nella mentalità, nell’organizzazione dell’economia e della società. Questa guerra, che inizialmente era una guerra regionale tra Impero Austro-Ungarico e un paese dei Balcani, la Serbia, da locale si trasforma in europea – un qualcosa che non sarebbe accaduto se le grandi potenze avessero avuto la capacità e la lungimiranza di incapsulare questo conflitto tra Vienna e Belgrado.

Nel corso dell’ultimo decennio dell’800 e nei primi anni del ‘900 lo spazio internazionale si divide in blocchi: da un lato il Reich tedesco guidato dal cancelliere Otto von Bismarck fino al 1890, che poi si dimesse all’ascesa al trono di Guglielmo II, kaiser tedesco, e questo blocco si diresse verso una direzione di bellicismo contro la Francia, un qualcosa dovuto anche alla precedente guerra franco-prussiana dovuta perdita Alsazia e Lorena che sogna una propria revanche.

Le tensioni della Germania con il resto dell’EU si concentrano principalmente sulla Gran Bretagna, grande potenza marittima e coloniale che aveva costruito al tempo un grande impero asiatico e africano; in più la Germania era sul punto di diventare una potenza industriale e vedeva il proprio desiderio di ottenere uno spazio imperiale ostacolato da queste altre potenze, e così si forma un altro blocco, quello franco-britannico a cui poi si aggiunse anche l’impero zarista, che non era anti-tedesca ma piuttosto anti-austriaco poiché lo zar voleva ottenere un passaggio tra Balcani e Mediterraneo. Ha combattuto alcune guerre nel corso dell’800 contro l’impero ottomano per ottenere uno sbocco al sud.

L’Austria teme questa spinta balcanica esercitata dalla Russia. Dunque vanno strutturandosi questi blocchi:

  • Francia, Inghilterra, Russia;
  • Austria-Ungheria, Reich Tedesco, Impero ottomano (che però entrerà nell’ultimo momento).

C’è anche l’Italia in questa alleanza che poi si chiamerà la triplice alleanza, stipulata tra Roma, Vienna e Berlino, e ha una serie di problemi al suo interno perché nel 1882, durante il Risorgimento, l’Austria è stata nemica dell’Italia e in quel momento ancora possedeva Trento e parte del Trieste, città in cui vi era il problema dell’irredentismo (movimento politico che voleva liberare le città e unirle all’Italia).

Nel 1908 una regione dei Balcani, la Bosnia-Erzegovina, che appartiene all’impero ottomano, viene connessa a quello austro-ungarico. L’Italia porta avanti la battaglia di Libia con Giolitti, ben sapendo che l’impero ottomano non è in grado di difendersi. Nel 1912 si ha la prima guerra balcanica, che vede greci, serbi e bulgari che si uniscono contro l’impero ottomano.

La Serbia è un piccolo stato balcanico che si rafforza molto e ha costruito la sua identità sull’indipendenza dai tedeschi e adesso sta diventando un piccolo stato militare, sorretto dalla Russia, in virtù della comunanza della cultura cristiano-ortodossa e dell’identità slava. Questa corrispondenza fa della Serbia un piccolo stato molto aggressivo, votato a ‘fare come il Piemonte’, come si diceva a Belgrado in quegli anni.

A Belgrado, come a Torino i piemontesi avevano realizzato l’unificazione all’Italia, si vede creare uno stato jugoslavo formato dagli slavi del sud della Serbia, sloveni, croati; è sostenuto dalla Russia perché essa vede nella Serbia una piattaforma che gli permette di avvicinarsi al Mediterraneo, è uno stato satellite. La Serbia crea questa spinta di egemonizzare il mondo, questa parte del mondo balcanico almeno, provocando una tensione molto forte a Vienna.

L’impero austro-ungarico ha al suo interno polacchi, slovacchi, italiani, boemi, moravi, ucraini e popolazioni slave del sud che sono sensibili al richiamo della Serbia (sloveni e croati). La tensione tra Serbia e Austria è talmente forte che scoppia poi nell’attentato a Francesco Ferdinando, erede al trono di Vienna, assassinato da un terrorista serbo a Sarajevo ed è questo il momento in cui il militarismo dei tedeschi, i grandi blocchi, la crisi dell’impero ottomano, ecc. prende la forma di un piccolo stato serbo che rende nervosa Vienna, che non ha solo paura di perdere province serbe e croate ma teme che le altre nazionalità interne ai suoi confini arriveranno a ribellarsi, distruggendo l’impero.

Vi sono poi le altre nazionalità che vogliono diventare anch’esse piccoli stati nazione. In questa epoca di nazionalismo di massa, la fragilità dell’impero aumenta: la Serbia cerca di disgregare sempre più il fianco meridionale dell’Austria-Ungheria, in risposta l’Austria si irrigidisce. Inizia quindi un confronto durissimo in cui non si riesce a uscire le altre potenze alleate alla Serbia, quali la Russia, Francia e l’Inghilterra, e a Vienna, ossia la Germania, alimentano questa tensione e nell’estate del 1914 la tensione austro-serba si comunica al resto d’EU. L’Austria dà un ultimatum alla Serbia e questa minaccia di Vienna a Belgrado significa che Mosca, in difesa dei serbi, minaccia a sua volta l’Austria e così la Germania si mobilita, in un effetto domino, causando la guerra nell’agosto del 1914.

Poteva essere evitato?

No. Mancano al tempo istituzioni sovranazionali, conferenze, società internazionali dedicate ad allontanare le varie tensioni; per far sì che quella crisi non degenerasse in una guerra e anche nel caso scoppiasse che rimanesse almeno regionale, nessuno a preparare una conferenza di pace che porta i due contendenti a un compromesso politico.

Si pensava sarebbe stata una guerra lampo, ma non fu così. I francesi attaccarono per primi in Lorena, verso il Reno, ma vennero respinti, i tedeschi volevano invadere la Francia, attaccare il Belgio e marciare su Parigi. Il Belgio era neutrale da fine ‘800, e si difese con coraggio, ma venne invaso dai tedeschi; lo stupro di Lovanio colpì l’opinione pubblica e spinse gli inglesi a intervenire. Aiutata dalle truppe inglesi, la Francia riuscì a respingere l’offensiva tedesca.

Sul fronte orientale, la Germania aveva dato priorità alla Francia sottovalutando la velocità delle armate russe, ma lo zar lanciò un attacco nella Prussia orientale, cuore del Reich, e forzò le truppe tedesche a ritirarsi dal fronte occidentale, riuscendo a scacciare i russi solo dopo due battaglie. In Germania la guerra viene acclamata con clamore. La psicologia della guerra è una psicologia di fanatismo: i ragazzi che si arruolano vedono la guerra come un’avventura, un sogno a cui si sottraggono pochi. Ci sono piccole minoranze di estrema sinistra che si oppongono, come i rivoluzionari russi. L’entusiasmo per la guerra è spaventoso quando si pensa alla realtà.

I francesi invece pensano sempre di più ai tedeschi come agenti di un autoritarismo teutonico, a loro volta i tedeschi da un lato si trovano a considerare la civiltà occidentale decadente e a parlare di barbarie slave, prodotto di quegli stereotipi dei nemici che si diffondono.

La guerra di trincea

Essa è quella di una guerra che diventa subito una guerra di trincea, dove la difesa è più forte dell’attacco e ciò produce il trinceramento, un labirinto di quasi 200 km di trincee che va dal mar Baltico alla Svizzera, dove gli eserciti rimangono per 4 lunghi anni. La guerra moderna non è più eroica, produce in massa armi e proiettili, è una guerra chimica e una guerra terribile che produce solo morte in massa. D’altra parte, l’esperienza del fronte è terribile, micidiale. “No man is a land”, “la terra di nessuno” è lo spazio tra una trincea e l’altra, un mondo infernale, composta da trauma, terrore, nevrosi, autolesionismo, una vera e propria regressione psicologica, non solo quindi violenza ma anche l’irrazionalità e le fantasie arcaiche. I soldati si muovono da un fronte all’altro come fantasmi, i disertori che vivono nella terra di nessuno e saccheggiano i cadaveri.

Nel 1915 l’Italia entrò in guerra. Il governo l’anno dell’inizio del conflitto non era presieduto da Giolitti, ma dal conservatore Antonio Salandra, il quale dichiarò la neutralità dell’Italia, poiché il paese era legato agli Imperi dalla Triplice alleanza, un patto difensivo che non venne ritenuto vincolante poiché era stata l’Austria ad attaccare per prima. Sul piano politico, il fronte interventista era forte e la destra nazionalista invocava la guerra come occasione di fortificazione nazionale ed espansione imperialista. Benito Mussolini all’inizio aveva condotto una campagna per la neutralità, ma poi divenne interventista. Così in segreto il governo Italiano strinse il patto di Londra con l’Intesa, ovvero Francia, Inghilterra e Russia e nel maggio del 1915 prima la Camera votò alla guerra e dunque le truppe italiane si mossero verso il fronte.

Da una parte gli austriaci e tedeschi sul fronte orientale e meridionale annientarono la Serbia e presero la Polonia dalla Russia, mentre a occidente nonostante gli attacchi tedeschi, la Francia resistette e vi fu la controffensiva inglese sulla Somme. Furono quindi due le maggiori battaglie:

  • La battaglia di Verona (1916), nella Lorena; durante questa ben 430.000 tedeschi erano morti, tra prigionieri e soldati, contro 540.000 francesi.
  • La battaglia di la Somme (1917) in Picardie; muoiono più di 1 milione di soldati.

Queste sono battaglie epocali, terribili, con più di 10 milioni di morti. Questa fu una guerra tecnologica che diede vita a uno sviluppo tecnologico complessivo, come anche l’industria chimica. Vi furono numerosi bombardamenti, si pensi ai Zeppelin tedeschi e i bombardamenti a Londra. Vi furono numerosi combattimenti aerei, come anche navali e sui territori coloniali.

La guerra navale e coloniale

Ma poiché la Germania aveva un solo sfocio nel mare del Nord e venne bloccato dagli inglesi, vi fu un solo grande scontro navale, battaglia di Jutland. Si passò poi ai sottomarini. La Germania voleva indebolire l’Inghilterra con il blocco navale, impedendo i rifornimenti marittimi, creando una guerra di logoramento. Ma infine la Germania perse su questo fronte. La guerra nelle colonie ebbe minor risalto ma ebbe il risultato di rendere la guerra mondiale. Inglesi vs. tedeschi in Africa.

Nel 1914 entra in guerra al fianco degli Imperi Centrali l’impero ottomano e nel 1915 il contrattacco russo costrinse l’impero turco alla resa. Churchill entra in scena, volevo forzare con le navi militari gli stretti, senza riuscirvi, e pianificò lo sbarco a Gallipoli, che fallì. Quindi si spostò in Francia e divenne poi Ministro dei Rifornimenti.

Risorse tecnico-industriali, economiche e politiche degli Stati interessati erano state indirizzate alla guerra. Ma si era pensata a una guerra lampo e breve, quindi quando questo non si rivelò la verità il rapporto tra produzione e consumo si invertì. L’intera società fu coinvolta nella guerra. La libertà del mercato è messa da parte, tutta la produzione commerciale è messa in funzione alla guerra e vengono preferiti prodotti dell’industria tessile, meccanica e siderurgica e si pone un grande interesse sul sistema dei trasporti. Tutto il sistema delle comunicazioni è piegato e ciò fa sì che gli intellettuali vengano arruolati nella propaganda, sostenendo la demonizzazione del nemico.

La guerra diventa totale e questo carattere totale deriva da un processo di statizzazione, lo Stato governa tutto, che sia la società, l’economia, la cultura. L’intero comparto industriale produceva per un solo acquirente, lo Stato, che acquistava senza pensare a prezzi e costi, a inflazione (viene stampata una grande quantità di carta moneta, si altera il rapporto tra quantità di moneta e numero di beni disponibili, si alzano i prezzi che vengono bloccati) o sottoconsumo.

Molte donne sostituirono gli uomini andati al fronte, e ottennero l’ingresso in settori lavorativi prima loro preclusi, un qualcosa che comportò un’emancipazione civile e politica. Già nel 1918 in Gran Bretagna fu concesso il voto alle donne. I paesi dell’Intesa, inoltre, hanno dietro di loro gli USA, grande potenza industriale, rimasta fuori dal conflitto e per legami politici e culturali, inizia a finanziare gli inglesi e i loro alleati, ovvero Francia, Italia, Serbia, Romania. Le grandi banche degli USA finanziano la guerra; Italia, Francia e Inghilterra si indebitano per combatterla.

L'uscita della Russia e l'entrata degli USA

Nel 1917 furono due gli eventi da sottolineare, ovvero l’uscita dalla guerra della Russia e l’entrata dell’USA. Lo zar si aspettava una guerra lampo ma questo non accadde e tra la quantità di nazioni presenti nell’Impero, un governo arcaico, un’industria fragile, inflazione, inedia, e crisi produttiva, la rivoluzione fu inevitabile; nel 1917 a Pietrogrado (nome dato a San Pietroburgo nel 1914, che poi divenne Leningrado) iniziò una protesta di dimostranti, composta soprattutto da donne. Le truppe si rifiutarono di sparare contro i protestanti e i deputati rifiutarono di sciogliersi quando lo zar decise di sospendere il Parlamento, quindi lo zar, vedendo che anche la guardia imperiale fraternizzava con il nemico, abdicò, lasciando la Russia senza zar, senza governo, senza alcuna autorità.

Si tratta di una rivoluzione che investe tutte le campagne (Ucraina, Russia, Bielorussia, Baltico, ecc.). A sognare il parlamento, la democrazia, sono il partito dei cadetti (liberale, il partito socialista-democratico), i menscevichi e il partito socialista-rivoluzionario.

Siamo in mezzo a una dissoluzione totale e un’instabilità politica che in autunno sfocerà con il colpo di mano dei bolscevichi, il partito di Lenin, più radicale degli altri. Gli altri partiti socialisti non credevano fosse il momento di una rivoluzione. La situazione non fece che aggravarsi, tra sempre più disertori al fronte e il fallito tentativo di insurrezione dei bolscevichi. Entra sulla scena Lenin, uomo di formazione marxista e a capo della rivoluzione bolscevica, che affermava che in Russia la borghesia non avrebbe mai avuto la forza di abbattere lo zarismo, ma invece la rivoluzione sì, se il proletariato si fosse alleato con le masse contadino sotto la guida di un’organizzazione di rivoluzionari rigidamente organizzata, il tutto fatto con l’arma del terrore.

Fu aiutato dai nemici tedeschi a entrare in territorio russo dopo il suo esilio, i quali avrebbero fatto di tutto per destabilizzare l’impero. Quindi con le sue “tesi d’aprile” Lenin annuncia che i bolscevichi non avrebbero più dovuto appoggiare il governo provvisorio ma concentrarsi sull’abbattere il capitalismo e la sua democrazia parlamentare. Accanto a Lenin vi era Lev Trockij, la cui teoria di una riv. permanente giustificava anche scelte incoerenti, come l’appoggio alle diverse nazionalità dell’impero o la distribuzione delle terre ai contadini; infatti venne dichiarata l’uguaglianza e la sovranità delle nazionalità sull’impero, e la terra venne nazionalizzata e distribuita ai contadini, che al tempo se ne stavano appropriando con atti brutali e violenti, numerosi saccheggi, ecc. Così la Russia uscì dalla guerra.

Poco tempo dopo la Russia bolscevica firmò una pace separata a Brest-Litovsk, in Bielorussia, che comportò la perdita della Polonia e delle province baltiche (Estonia, Lituania e Lettonia) e l’indipendenza di Ucraina, Georgia e Finlandia, come anche la perdita di province alla Turchia, un qualcosa che diminuì i terreni, la popolazione e le risorse russe. Mentre questo accadeva in Russia, sul fronte austro-italiano l’Italia subì una pesante sconfitta a Caporetto, che divenne sinonimo di catastrofe, disfatta, dove sul confine tra regno d’Italia e impero austro-ungarico, l’armata austro-tedesca colpì quella italiana con un pesante bombardamento, vi fu un uso massiccio di gas che portò le armate nemiche a penetrare sul territorio e a colpire gli italiani alle spalle.

Fu richiamata la leva militare per i ragazzi dai 17-18 anni nati nel 1899, e l’atteggiamento verso le masse andate a combattere, non solo in Italia, cambiò, divenne più umano e solidale, probabilmente per mantenere il morale alto. A difendere il paese arrivarono truppe francesi e inglesi, e successivamente anche americane. Sostenuti dagli alleati, nel 1918 Armando Diaz condusse le truppe italiane attraverso il Piave, in territorio austriaco, e costrinsero insieme l’esercito imperiale alla resa, nella nota battaglia di Vittorio Veneto.

L’ultimo anno della guerra fu determinante, vi era una stasi dovuta all’attesa delle truppe americane, che entrarono nel conflitto nel 1917. Gli USA già stavano sostenendo lo sforzo bellico economicamente, ma l’espansionismo tedesco era una minaccia, soprattutto perché si pensa ai crediti nei circoli finanziari e a quello che sarebbe successo se la guerra fosse stata vinta dalla Germania; la guerra sottomarina senza regole, e dopo l’affondamento del Lusitania, attacchi a mercantili americani e la proposta della Germania di un’alleanza con il Messico promettendo in cambio territori perduti, quali l’Arizona, il New Mexico e il Texas, fu troppo. L’arrivo delle truppe e delle risorse statunitensi fu decisivo. Il presidente Wilson cercò di dare una coerenza ideologica al conflitto per spronare le truppe e gli stessi civili, fissando i 14 punti per la pace che il nemico avrebbe dovuto firmare (fine diplomazia segreta, riduzione degli armamenti, libertà di commercio e navigazione, autodeterminazione dei popoli, ecc.).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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