Analisi, pianificazione e salvaguardia delle risorse territoriali
Definizioni: territorio, paesaggio, ambiente
I tre termini territorio, paesaggio e ambiente, erroneamente, vengono spesso usati in maniera intercambiabile. In realtà, queste tre entità si sovrappongono parzialmente e interagiscono fra loro, creando una triade strutturale e una sequenza gerarchica in cui il territorio costituisce il macro-involucro che ingloba le definizioni di paesaggio e ambiente.
Territorio
Il territorio è qualcosa di fisicamente definito da un punto di vista spaziale (delimitato da confini geografici e/o amministrativi), che comprende tutta una serie di componenti, naturali, antropiche e socio-economiche, che lo identificano. Nell’ambito di un territorio, il paesaggio diviene una risorsa, un elemento caratterizzante. Per definire un territorio vanno considerati tutti i suoi aspetti (naturali, culturali e antropici, socio-economici). È l’entità di cui ci si interessa nella pianificazione territoriale.
Il territorio è, in definitiva, un insieme di caratteri/elementi che possono suddividersi in:
- Risorse, che generano una potenzialità d’uso (positiva). La gran parte delle risorse territoriali sono assimilabili a risorse ambientali non rinnovabili, caratterizzate da disponibilità limitata, irriproducibilità, valore identitario (culturale), valore collettivo (come bene comune), potere astrattivo. Spesso possono presentare natura mutabile a seconda della funzionalità a loro assegnata (tipo d’uso) e in relazione al contesto territoriale e in funzione del potenziale fruitore (effetto Dr. Jekyll e Mr. Hyde).
- Detrattori d’uso, limitazioni d’uso che generano negatività. I detrattori possono distinguersi in base alla loro natura, che se ritenuti necessari e convenienti, consente di mettere in atto degli interventi di “bonifica” e pianificare l’uso delle risorse con i detrattori d’uso.
Nel processo di analisi territoriale, sia le risorse che i detrattori devono essere individuati, ad essi vanno assegnate specifiche funzionalità in base all’uso e al contesto territoriale, devono essere valutati, eventualmente riconosciuti giuridicamente, tutelati e valorizzati.
Paesaggio
Per definire il paesaggio, oggi prevale l’approccio percettivo, quindi il paesaggio è ciò che noi percepiamo di un determinato territorio, attraverso i sensi. Si può fare una distinzione della percezione in base all’osservatore, es. un paesaggio che può essere esterno (outsider, turista che gode del paesaggio momentaneamente) o interno (ad es. un agricoltore del luogo); l’osservatore esterno è spesso un decision-maker la cui soggettività è, dunque, diversa da quella di chi costruisce e vive il paesaggio (insider). Il paesaggio è quindi da considerare come un’area così come percepita dal fruitore di questo spazio.
Ogni paesaggio risponde a esigenze d’identificazione e riconoscibilità (stratificazione e deposito collettivo dei valori). È un prodotto dei segni della cultura di un luogo (percezione identitaria). L’accezione percettiva “paesaggio” è sancita dalla Convenzione Europea del Paesaggio. In definitiva, si può considerare come paesaggio tutto ciò che ci circonda, ogni luogo, urbano o rurale, degradato o di qualità, risultato dell’evoluzione/involuzione culturale della società, dell’economia, dell’organizzazione sociale delle comunità.
Il paesaggio è l’insieme di elementi costitutivi di natura geomorfologica (rilievi, pianure, laghi), naturalistica (boschi, macchie, spiagge), antropica (infrastrutture; elementi del paesaggio agrario come siepi, filari e muri a secco; sistemi insediativi come centri urbani, tipi edilizi come case isolate o a schiera). Un altro approccio per definire il paesaggio sarebbe quello ecologista, che tende a considerarlo come oggetto in sé, come insieme di sistemi naturali e culturali legati fra loro da mutui rapporti funzionali. Il paesaggio va inteso come “bene comune”, un patrimonio collettivo, di cui ogni individuo ha diritto d’uso.
Dalla sua esistenza e dalla sua qualità, dipende la vita di intere collettività (animali e vegetali). Il paesaggio può anche definirsi come “bene culturale”, la cui gestione richiede la funzionalità di un sistema complesso che, partendo dal suo riconoscimento (catalogazione), sia capace di attuare azioni in grado di tutelarlo e valorizzarlo. Al pari di altre risorse territoriali, il paesaggio non può essere depauperato, dissolto e reso indisponibile per le generazioni future (sostenibilità ambientale del paesaggio). Ogni attività antropica deve tutelarlo in relazione alle esigenze prioritarie della collettività.
Il paesaggio è un bene mutevole, non può essere tutelato al pari di un bene museale, essendo così irrigidito. È dinamico, frutto della millenaria modificazione indotta dagli agenti naturali e dai fattori antropici. Richiede politiche di “salvaguardia attiva”, che permettano la trasformazione dei luoghi senza che gli aspetti identitari siano compromessi o persi per sempre.
Ambiente
Per definire l’ambiente prevale una visione più ecologica di ciò che ci circonda. L’ambiente è l’insieme di quelle interazioni ecologiche con l’uomo visto come elemento centrale. Quindi l’ambiente è l’insieme dei fattori biotici e abiotici e delle loro interazioni ecologiche che hanno influenza diretta e significativa sull’organismo o gli organismi a cui ci si riferisce. Dunque è un’entità relazionale definita dalle interazioni che un organismo (soggetto) ha con gli elementi che lo circondano.
Nel frame operativo del pianificatore, ossia il territorio, il paesaggio diviene un carattere (una risorsa) del territorio stesso, da sottoporre a specifica valutazione al pari delle altre risorse territoriali. L’ambiente, invece, assume significato semplificato in cui l’uomo (organismo di riferimento) ha una posizione centrale nel sistema delle interazioni ecologiche fra le varie componenti biotiche e abiotiche. Il paesaggio, a differenza di una tipica risorsa ambientale, territoriale è per sua definizione mutabile, cangiante nel tempo.
Pianificazione territoriale e urbanistica: origine delle discipline ed evoluzione del territorio urbano
La pianificazione territoriale e l’urbanistica nascono come discipline riguardanti il territorio urbano e sono caratterizzate da contenuti che trascurano la componente extraurbana del territorio. La matrice comune fa sì che i due termini vengano spesso impropriamente usati per definire le stesse attività di pianificazione. L’oggetto della pianificazione territoriale è il territorio. Con la pianificazione si deve cercare di razionalizzare (ottimizzare) l’uso e la gestione del territorio, elaborando indicazioni che puntino alla realizzazione di un equilibrio tra forze antropiche e sistema territoriale.
La pianificazione territoriale consente, attraverso la redazione di un piano, di ottenere un corretto assetto del territorio, che permetta di ottimizzare l’uso delle risorse territoriali, anche attraverso scelte ubicazionali (localizzazione e zonizzazione). In altre parole, la pianificazione può definirsi come la traduzione tecnico-operativa della programmazione che direttamente o indirettamente riguarda la politica e la gestione del territorio. La pianificazione, attraverso la zonizzazione, assegna a ciascun punto del territorio una norma che ne regola la destinazione d’uso (trasformabilità, salvaguardia, ecc.), sempre in modo da utilizzare ogni zona, ogni area in modo ottimale (ottimizzazione d’uso).
L’urbanistica accentra la sua attenzione sulle norme tecniche per l’edificazione dei suoli, quindi si interessa delle modalità di trasformazione edilizia del territorio. Quindi, in un certo senso, l’urbanistica si colloca a un piano inferiore rispetto alla pianificazione; infatti essa entra in gioco dove si è già stabilito, mediante pianificazione territoriale, che è possibile edificare. Dunque, una volta individuate le zone edificabili nel territorio, l’urbanistica stabilisce come, dove e in che quantità è possibile edificare.
L’origine moderna delle discipline è legata allo sviluppo industriale (rivoluzioni industriali), nel corso del quale l’antico equilibrio città/campagna, fondato sull’impronta medievale della città, ha subito una profonda crisi. La città medievale era idealmente isolata dalla campagna circostante mediante le alte mura, dietro le quali trovava asilo e protezione la popolazione. All’interno del perimetro murario si sviluppavano strade, per lo più anguste e tortuose, con un agglomerato di costruzioni pubbliche o private, tutte più o meno raccolte intorno alle sedi del potere politico e religioso (castello, chiesa). L’impianto e l’ubicazione della città medievale tendevano a due essenziali finalità, la capacità di difesa e la disponibilità di risorse primarie.
Tra XV e XVI secolo, nasce l’esigenza di dare maggiore regolarità e salubrità alla città. Nelle concrete realizzazioni, emerge, prima in Italia e poi in Europa, la necessità di vie più larghe e spazi pubblici più regolari e la ricerca di simmetria e di decoro urbano. Diventa ricorrente la regolarità anche nelle norme urbanistiche degli statuti cittadini quattrocenteschi. Si effettuano interventi di rettifica e ampliamento delle strade esistenti e si realizzano nuovi spazi pubblici con una certa regolarizzazione geometrica di quelli esistenti. Allo stesso tempo c’è un miglioramento degli standard funzionali e igienici e vengono realizzati acquedotti, canali e pavimentazioni lapidee.
Nel periodo rinascimentale la città viene intesa come il luogo in cui elevare la natura e la storia dell’uomo. Si teorizza dunque la città ideale, dove si punta a coniugare le esigenze funzionali con quelle estetiche (arte, architettura, ecc.). Il disegno urbanistico si ispira a schemi geometrici e principi di razionalità.
Con le rivoluzioni industriali (1760-1880) si assiste ad un incremento repentino della popolazione nei centri urbani-industriali, dove la richiesta di manodopera, richiama verso la città masse di operai. Si ha dunque un esodo dalle campagne verso le città (urbanesimo). La richiesta sempre crescente di manodopera si tradusse in un incontrollato incremento demografico e uno smisurato sviluppo delle città, con elevate densità di popolazione e impellenti esigenze tecnologiche per la realizzazione di infrastrutture. Le città, realizzate per accogliere un certo numero di persone, si ritrovano sovraffollate, con produzioni maggiori che devono essere gestite (fenomeno che oggi si può osservare in maniera estremizzata nei PVS).
Nacque così l’esigenza di governare l’edificazione degli spazi urbani (urbanistica) e di ottimizzare l’assetto del territorio (pianificazione territoriale).
Modelli urbanistici delle città
Esistono diversi modelli teorici di città.
- Città giardino: forse il modello in cui si è cercato di combinare maggiormente i vantaggi della vita di campagna e di quella di città, è quello della città giardino. Teorizzata nella seconda metà del 1800, abbina gli agi e le comodità della vita urbana agli aspetti sani e genuini della vita in campagna. Le prime applicazioni le troviamo all’inizio del 1900 in Inghilterra. In questo modello, la densità abitativa è molto bassa. La tipologia edilizia abitativa più frequente è quella di casa isolata (non edifici, palazzoni, ecc.). Ogni abitazione ha una superficie fondiaria abbondante, in cui si possono soddisfare i fabbisogni ricreazionali o, in alcuni casi, produttivi (orto). Nello stesso tempo, in tali città, si realizzavano zone di verde collettivo.
- Città razionale: modello che, negli anni ’20 e ’30 del XX secolo, riprende un po’ i principi di città ideale del rinascimento. La città deve garantire le funzioni vitali (funzionalismo), ossia abitabilità, produttività, svago, viabilità, nel rispetto di schemi geometrici e razionali (razionalismo). Tali funzionalità erano garantite costruendo strade più larghe, con viabilità adeguata, generando spazi ricreazionali adeguati (piazze), realizzando infrastrutture facilmente raggiungibili (stazioni, ponti, lungomari, ecc.). In molte grandi città (Roma, Milano, Torino, cittadine tedesche) ci sono zone così modellate.
- Città liberistica: nel primo dopoguerra si svilupparono modelli liberistici intesi a garantire libertà ai processi privati di trasformazione dello spazio nel rispetto delle esigenze della collettività. In questo il buon senso, la politica, la capacità di autogestirsi della collettività, sono sufficienti a creare la città. Si tratta di un modello teorico, poco applicato e poco applicabile.
- Città etica e sostenibile: si basa sull’idea di ridurre l’impatto della città tramite modelli sostenibili di edilizia, trasporti, consumi, produzioni di energia, ecc.
I modelli appena visti, difficilmente sono stati utilizzati per formare città ex novo. Questo perché ovviamente i processi di formazione e di evoluzione delle città si sono già verificati; solo l’evoluzione continua ad avvenire nel tempo. Quindi si possono utilizzare questi modelli per plasmare in maniera più efficace le varie zone delle città già esistenti.
Modelli strutturali delle città
Nei primi decenni del secolo scorso sono stati elaborati vari modelli strutturali delle città. In ognuno di essi si può osservare come possono articolarsi le varie zone a destinazione d’uso diversa all’interno di una città:
- Modello a struttura concentrica: le zone a destinazione d’uso diversa sono disposte in maniera concentrica intorno al nucleo cittadino;
- Modello a settori: le zone a destinazione d’uso diversa si dipartono a raggera, partendo dal nucleo centrale della città, costituendo degli spicchi veri e propri;
- Modello a nuclei multipli: qui la disposizione è più casuale, sempre intorno a un nucleo cittadino, con le varie zone che costituiscono delle sorta di tessere di un puzzle.
Si può notare come in tutti e tre i casi, la zona residenziale abitata dal ceto elevato, sia collocata distante dal centro, dalle aree più caotiche della città. Inoltre, le zone residenziali abitate dal ceto basso, spesso costituito dalla classe operaia, si ritrovano frequentemente adiacenti alle zone industriali e commerciali.
Indipendentemente dal modello di sviluppo ispiratore, la vita di una città segue un percorso ciclico di 5 fasi:
- Urbanizzazione: la città si accresce in modo abnorme per l’afflusso di popolazione richiamata da una spinta offerta lavorativa, dal settore secondario nella fase di industrializzazione e dal terziario nella fase postindustriale;
- Suburbanizzazione: a causa dello scadimento della qualità ambientale e dell’aumento dei costi, lo sviluppo della città e le esigenze residenziali tendono a spostarsi verso la periferia, interessando i cosiddetti comuni di prima fascia;
- Connurbazione: la città e i comuni di prima fascia tendono a fondersi in un unico agglomerato urbano;
- Disurbanizzazione: la città si estende verso i comuni di seconda fascia;
- Riurbanizzazione: la città principale torna a crescere grazie a flussi demografici di ritorno, attratti da servizi di qualità superiore (riqualificazione urbana).
Le aree rurali come risorsa complessa
La pianificazione territoriale e l’urbanistica, essendo nate come risposta alle problematiche urbane, per molti decenni, hanno considerato le aree rurali come un territorio residuale, da usare in maniera incontrollata. Si tratta di una visione troppo restrittiva per essere accettata da un approccio integrale tendente a considerare il territorio come risorsa e, quindi, come bene da tutelare e valorizzare.
Le aree rurali, intese come risorsa territoriale, hanno tre caratteristiche fondamentali:
- Scarsezza;
- Irriproducibilità;
- Tipicità. Un territorio agricolo, nella sua globalità, è comunque scarso e non è riproducibile, in quanto una volta perso, non è recuperabile; inoltre genera una tipicità e diviene quindi un forte attrattore verso un uso particolare (ricreazionale, sportivo, turistico, agrituristico, ecc.).
Inoltre, esse esprimono una valenza territoriale complessa perché svolgono una doppia funzionalità:
- Produttiva: nel senso che ha un valore socio-economico nel settore primario e un valore identitario, non solo dal punto di vista paesaggistico, ma anche in termini agroalimentari;
- Ambientale: nel senso che le aree agricole sono intimamente connesse all’ecosistema naturale preesistente. Tale legame è tanto più debole quanto più alto è il grado di semplificazione del sistema agricolo in esame; la stabilità e la potenzialità di reversibilità di un agroecosistema verso l’ecosistema naturale preesistente, sono funzione della sua complessità ambientale.
Gli agroecosistemi più complessi, ad alta biodiversità, più prossimi all’ecosistema naturale di origine, presentano un significativo valore ambientale che porta all’elaborazione di norme legislative di tutela; viceversa, gli agroecosistemi più semplificati, caratterizzati da scarsa capacità di reversibilità e da basso potere di autoregolazione, assumono maggiore importanza produttiva. Spesso il pianificatore, nel... [testo troncato per lunghezza]
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