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marmo che pian piano si anima, si trasforma e diventa uomo. Alfieri è simile alla statua di Condillac

che non accoglie ancora bene quello che lo circonda. Michelangelo sarà per Alfieri un punto di

riferimento a cui dedicare poesie. Santa Croce sarà poi il luogo dove Alfieri verrà sepolto.

L’importanza e il fascino che Michelangelo esercita su Alfieri viene evocato dal luogo in cui

troviamo i suoi manoscritti, cioè nella Biblioteca Laurenziana a Firenze, sorta su progetto di

Michelangelo. Nella Biblioteca c’è un quaderno di firme dove in una pagina Alfieri firma il suo

ingresso in Biblioteca, circa un mese prima della sua morte.

Nel suo viaggio in Olanda, Alfieri viene colpito dall’incontro con un diplomatico, più precisamente

era il console portoghese in Olanda. Alfieri familiarizza col console, che regala ad Alfieri una copia

delle opere di Machiavelli. La copia delle opere di Machiavelli sono anch’esse conservati nella

Biblioteca Laurenziana. Alfieri annotava via via pensieri e date di lettura a lato del libro.

Nel capitolo decimoquarto della Giovinezza intitolato Malattia e ravvedimento, Alfieri soffre di una

malattia somatica, attraverso la quale esprime il rifiuto della vita che ha condotto fino a quel

momento (1774-1775). Quando Alfieri esce dalla malattia che si manifesta con sintomi di vomito,

comincia a scrivere i primi versi. Dopo la malattia, Alfieri inizia a sentire vergogna della relazione

che lo umili perché non è data da un sentimento. In delle visite che Alfieri fa alla dama, comincia a

scrivere la prima tragedia Antonio e Cleopatra, chiamata Cleopatraccia. I primi versi della tragedia

furono scritti e appuntati in delle pagine sparse e poi nascoste sotto il cuscino della poltrona. La

composizione della prima tragedia fu rappresentata con successo e rappresenta con successo la

liberazione dell’Alfieri. Ciò avviene anche con l’aiuto del fidato servo: il momento della liberazione

viene rappresentato da Alfieri in termini mitici. Alfieri, per poter liberarsi dalla schiavitù del rapporto

amoroso, si legherà alla sedia: ciò ricorda Ulisse che si legò ad un tronco della nave per resistere

al canto delle sirene.

Alfieri, conosciuto soprattutto per le sue tragedie, negli anni fiorentini vicino alla sua morte e quindi

dopo il 1782, scrisse e compose anche delle commedie. Le commedie sono delle satire nei

confronti della società del suo tempo.

Alfieri, alla fine della Giovinezza, sa cosa vuol fare da grande: l’attore teatrale. Con questo

proposito entra nell’Epoca quarta: virilità. Abbraccia trenta più anni di composizioni, traduzioni, e

studi diversi. La Virilità costituisce l’ultima sezione della parte prima e tutta la parte seconda. Il

momento della Virilità è contrassegnato dall’assunzione di responsabilità e dalle nozze. Con le

nozze, l’uomo ha dei figli e delle responsabilità nei confronti di chi lo circonda. Alfieri spicca nella

sua singolarità e individualità e si inoltra in quest’epoca col proposito di raggiungere la fama.

«Eccomi ora dunque, sendo in età di quasi anni venzette, entrando nel duro impegno e col

pubblico e con me stesso, di farmi autor tragico. Per sostenere una sí fatta temerità, ecco quali

erano per allora i miei capitali.».

Il fatto di entrare nella tragedia, voleva dire stabilire un confronto con i grandi autori classici latini e

greci. Gli strumenti con i quali affronta la tragedia sono «Un animo risoluto, ostinatissimo, ed

indomito; un cuore ripieno ridondante di affetti di ogni specie tra' quali predominavano con bizzarra

mistura l'amore e tutte le sue furie, ed una profonda ferocissima rabbia ed abborrimento contra

ogni qualsivoglia tirannide.». La rabbia contro la tirannide si trasformerà come coscienza politica.

«Aggiungevasi poi a questo semplice istinto della natura mia, una debolissima ed incerta

ricordanza delle varie tragedie francesi da me viste in teatro molti anni addietro; che debbo dir per

il vero, che fin allora lette non ne avea mai nessuna, non che meditata; aggiungevasi una quasi

totale ignoranza delle regole dell'arte tragica, e l'imperizia quasi che totale (come può aver

osservato il lettore negli addotti squarci) della divina e necessarissima arte del bene scrivere e

padroneggiare la mia propria lingua.». Alfieri non ha mai letto le tragedie francesi e tende quindi a

mettere in risalto la sua originalità. Alfieri non possiede quindi una lingua per poter dare

espressione ai propri sentimenti interiori. Alfieri possiede un francese che gli dà noia e quindi sente

la necessità di impossessarsi di una lingua. In questo momento fa un solenne giuramento.

«Cadutomi dunque pienamente dagli occhi quel velo che fino a quel punto me gli avea sí

fortemente ingombrati, io feci con me stesso un solenne giuramento: che non risparmierei oramai

né fatica né noia nessuna per mettermi in grado di sapere la mia lingua quant'uomo d'Italia. E a

questo giuramento m'indussi, perché mi parve, che se io mai potessi giungere una volta al ben

dire, non mi dovrebbero mai poi mancare né il ben ideare, né il ben comporre. Fatto il giuramento,

mi inabissai nel vortice grammatichevole». Alfieri conia vocaboli, come quello di

“grammatichevole”, e si inabissa “nel vortice grammatichevole” che è fatto di letture dei classici. In

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un periodo estivo che trascorre in Provenza, Alfieri abbozza le due tragedie Filippo e Polinice.

Queste due tragedie erano una specie di prova in lingua francese perché non possiede l’italiano.

Ma rimane insoddisfatto della lingua e quindi si reca per un periodo in Provenza, dove traduce in

italiano la stesura in prosa de le due tragedie Filippo e Polinice. Ma la traduzione non corrisponde

alle sue esigenze e quindi compie il primo viaggio letterario in Toscana. Alfieri c’era già stato in

Toscana dove però studiò l’inglese. Anche se questo è il secondo viaggio in Toscana, è però il

primo viaggio in Toscana in senso letterario. Alfieri continua le letture dei classici. «In quel

frattempo non tralasciava però di leggere e postillare sempre i poeti italiani, aggiungendone

qualcuno dei nuovi, come il Poliziano, il Casa, e ricominciando poi da capo i primari; talché il

Petrarca e Dante nello spazio di quattr'anni lessi e postillai forse cinque volte. E riprovandomi di

tempo in tempo a far versi tragici, avea già verseggiato tutto il Filippo. […] Quella lungaggine e

fiacchezza di stile, ch'io attribuiva assai piú alla penna mia che alla mente mia, persuadendomi

finalmente ch'io non potrei mai dir bene italiano finché andava traducendo me stesso dal francese,

mi fece finalmente risolvere di andare in Toscana per avvezzarmi a parlare, udire, pensare, e

sognare in toscano, e non altrimenti mai piú.». Il soggiorno in Toscana permette di stabilire un

contatto con i professori dell’Università di Pisa. Successivamente Alfieri arriva a Firenze. «Appena

ebbi stesa l'Antigone in prosa, che la lettura di Seneca m'infiammò e sforzò d'ideare ad un parto le

due gemelle tragedie, l'Agamennone, e l’Oreste.». Il viaggio in Toscana fu proficuo perché durante

esso concepisce anche altre tragedie, cioè l'Agamennone, e l’Oreste. «Non mi parea con tutto ciò,

ch'elli mi siano riuscite in nulla un furto fatto da Seneca. Nel fin di giugno sloggiai da Pisa, e venni

in Firenze, dove mi trattenni tutto il settembre. Mi vi applicai moltissimo all'impossessarmi della

lingua parlabile; e conversando giornalmente con fiorentini, ci pervenni bastantemente. Onde

cominciai da quel tempo a pensare quasi esclusivamente in quella doviziosissima ed elegante

lingua; prima indispensabile base per bene scriverla. Nel soggiorno in Firenze verseggiai per la

seconda volta il Filippo da capo in fondo, senza neppur piú guardare quei primi versi, ma

rifacendoli dalla prosa. Ma i progressi mi pareano lentissimi, e spesso mi parea anzi di scapitare

che di migliorare.». C’è differenza tra la prima e la seconda volta ce Alfieri viene a Firenze. Se la

prima volta si prende un maestro di inglese, la seconda volta parla con i fiorentini. Prima di scrivere

una lingua, è importante saper parlarla bene. Alfieri affronta quindi l’impresa dello studio della

lingua attraverso il colloquio con le persone del luogo. «Onde in quell'estate m'inondai il cervello di

versi del Petrarca, di Dante, del Tasso, e sino ai primi tre canti interi dell'Ariosto; convinto in me

stesso, che il giorno verrebbe infallibilmente, in cui tutte quelle forme, frasi, e parole d'altri mi

tornerebbero poi fuori dalle cellule di esso miste e immedesimate coi miei propri pensieri ed

affetti.». Alfieri legge, studia e annota i classici della poesia convinto che questa lingua sarebbe

riaffiorata. Questo primo viaggio è dunque fondamentale per la formazione tragica e per la

produzione di Alfieri.

Al capitolo quarto abbiamo un secondo viaggio nel 1777. E’ un viaggio fondamentale perché grazie

a questo viaggio Alfieri matura il proposito di abbandonare definitivamente la lingua madre

piemontese, stringerà legami amicali fortissimi e scoprirà il vero amore. E’ un momento decisivo

che lo porterà alla svolta decidila del 1778. Concluso il soggiorno in Toscana, Alfieri torna nella

capitale del regno sabaudo e riparte del maggio del 1777. Per partire ha bisogno di un permesso

da parte delle autorità statali per attraversare confini da un regno all’altro. «Partii nei primi di

maggio, previa la consueta permissione che bisognava ottener dal re per uscire dai suoi felicissimi

stati.». “Felicissimi” è usato in senso ironico. «Il ministro a chi la domandai, mi rispose che io era

stato anco l'anno innanzi in Toscana. Soggiunsi: «E perciò mi propongo di ritornarvi quest'anno».

Ottenni il permesso; ma quella parola mi fece entrar in pensieri, e bollire nella fantasia il disegno

che io poi in meno d'un anno mandai pienamente ad effetto, e per cui non mi occorse d'allora in

poi mai piú di chiedere permissione nissuna. In questo secondo viaggio, proponendomi di starvi

piú tempo, e fra i miei deliri di vera gloria frammischiandone pur tuttavia non pochi di vanagloria, ci

volli condur piú cavalli e piú gente, per recitare in tal guisa le due parti, che di rado si meritano

insieme, di poeta e di signore.». Alfieri si muove verso la Toscana e fissa la sua dimora a Siena,

che, a detta sua, è una zona più conservativa, da un punto di vista linguistico, e appartata dove ci

sono meno forestieri. Alfieri racconta questo viaggio nel suo diario personale, descrivendo anche le

difficoltà. «Con un treno dunque di otto cavalli, ed il rimanente non discordante da esso, mi avviai

alla volta di Genova. Di là imbarcatomi io col bagaglio e il biroccino, mandai per la via di terra

verso Lerici e Sarzana i cavalli. Questi arrivarono felicemente avendomi preceduto. Io nella filucca

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essendo già quasi alla vista di Lerici, fui rimandato indietro dal vento, e costretto di sbarcare a

Rapallo, due sole poste distante da Genova. Sbarcato quivi, e tediandomi di aspettare che il vento

tornasse favorevole per ritornare a Lerici, lasciai la filucca con la roba mia, e prese alcune camicie,

i miei scritti (dai quali non mi separava mai piú) ed un sol uomo, per le poste a cavallo a traverso

quei rompicolli di strade del nudo Appennino me ne venni a Sarzana, dove trovai i cavalli, e dovei

poi aspettar la filucca piú di otto giorni. Ancorché io ci avessi il divertimento dei cavalli, pure non

avendo altri libri che l'Orazietto e il Petrarchino di tasca, mi tediava non poco il soggiorno di

Sarzana.». Qui Alfieri concepisce un’altra opera, la Virginia. Parlando del suo arrivo in Siena, Alfieri

parla dell'amicizia che stringe con Francesco Gori Gandellini.

Alfieri si innamora poi di una donna con cui può stabilire un rapporto che rompe le regole sociali. E’

un rapporto d’amore con una donna che è già sposata e quindi, sotto questo aspetto, è un

rapporto scandaloso. Il marito era violento e ubriaco con il quale faceva una vita infelice. Ad un

certo momento il marito muore e quindi Alfieri avrebbe avuto la possibilità di sposarsi con la donna

amata. Alfieri rifiuta il matrimonio perché, secondo lui, i sovrani dei suo tempo, anche se erano

sovrani illuminati, erano dei tiranni. In un regime del genere, secondo Alfieri, era meglio astenersi

dal matrimonio per poi dover far nascere dei figli infelici. Alfieri decise di convivere con l’amata

senza dover essere legati dai vincolo matrimoniale. Nel Settecento, il matrimonio era equivalente

ad un contratto economico tra le famiglie di lui e di lei.

«Quel soggiorno di circa cinque mesi in Siena fu dunque veramente un balsamo pel mio intelletto e

pel mio animo ad un tempo. Ed oltre tutte le accennate composizioni, vi continuai anche con

ostinazione e con frutto lo studio dei classici latini, tra cui Giovenale, che mi fece gran colpo, e lo

rilessi poi sempre in appresso non meno di Orazio. Ma approssimandosi l'inverno, che in Siena

non è punto piacevole, e non essendo io ancora ben sanato dalla giovanile impazienza di luogo,

mi determinai nell'ottobre di andare a Firenze, non ancora ben certo se vi passerei pur l'inverno, o

se me ne tornerei a Torino. Ed ecco, che appena mi vi fui collocato cosí alla peggio per provarmici

un mese, nacque tale accidente, che mi vi collocò e inchiodò per molti anni; accidente, per cui

determinatomi per mia buona sorte ad espatriarmi per sempre, io venni fra quelle nuove spontanee

ed auree catene ad acquistare davvero la ultima mia letteraria libertà, senza la quale non avrei mai

fatto nulla di buono, se pur l'ho fatto.». La libertà letteraria è legata all’amore per l’amata. «Fin

dall'estate innanzi, ch'io avea come dissi passato intero a Firenze, mi era, senza ch'io 'l volessi,

occorsa piú volte agli occhi una gentilissima e bella signora, che per esservi anch'essa forestiera e

distinta, non era possibile di non vederla e osservarla; e piú ancora impossibile, che osservata e

veduta non piacesse ella sommamente a ciascuno. Con tutto ciò, ancorché gran parte dei signori

di Firenze, e tutti i forestieri di nascita da lei capitassero, io immerso negli studi e nella malinconia,

ritroso e selvaggio per indole, e tanto piú sempre intento a sfuggire tra il bel sesso quelle che piú

aggradevoli e belle mi pareano, io perciò in quell'estate innanzi non mi feci punto introdurre nella di

lei casa; ma nei teatri e spasseggi mi era accaduto di vederla spessissimo. L'impression prima me

n'era rimasta negli occhi, e nella mente ad un tempo, piacevolissima. Un dolce focoso negli occhi

nerissimi accoppiatosi (che raro adiviene) con candidissima pelle e biondi capelli, davano alla di lei

bellezza un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito e conquiso. Età di anni venticinque;

molta propensione alle bell'arti e alle lettere; indole d'oro; e, malgrado gli agi di cui abondava,

penose e dispiacevoli circostanze domestiche, che poco la lasciavano essere, come il dovea,

avventurata e contenta. Troppi pregi eran questi, per affrontarli.

In quell'autunno dunque sendomi da un mio conoscente proposto piú volte d'introdurmivi, io

credutomi forte abbastanza mi arrischiai di accostarmivi; né molto andò ch'io mi trovai quasi senza

avvedermene preso. Tuttavia titubando io ancora tra il sí e il no di questa fiamma novella, nel

decembre feci una scorsa a Roma per le poste a cavallo; viaggio pazzo e strapazzatissimo, che

non mi fruttò altro che d'aver fatto il sonetto di Roma, pernottando in una bettolaccia di Baccano,

dove non mi riuscí mai di poter chiuder occhio. L'andare, lo stare, e il tornare, furono circa dodici

giorni. Rividi nelle due passate da Siena l'amico Gori, il quale non mi sconsigliò da quei nuovi

ceppi, in cui già era piú che un mezzo allacciato; onde il ritorno in Firenze me li ribadí ben tosto per

sempre. Ma l'approssimazione di questa mia quarta ed ultima febbre del cuore si veniva

felicemente per me manifestando con sintomi assai diversi dalle tre prime. In quelle io non m'era

ritrovato allora agitato da una passione dell'intelletto la quale contrapesando e frammischiandosi a

quella del cuore venisse a formare (per esprimermi col poeta) un misto incognito indistinto, che

meno d'alquanto impetuoso e fervente, ne riusciva però piú profondo, sentito, e durevole. Tale fu la

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fiamma che da quel punto in poi si andò a poco a poco ponendo in cima d'ogni mio affetto e

pensiero, e che non si spegnerà oramai piú in me se non colla vita. Avvistomi in capo a due mesi

che la mia vera donna era quella, poiché invece di ritrovare in essa, come in tutte le volgari donne,

un ostacolo alla gloria letteraria, un disturbo alle utili occupazioni, ed un rimpicciolimento direi di

pensieri, io ci ritrovava e sprone e conforto ed esempio ad ogni bell'opera; io, conosciuto e

apprezzato un sí raro tesoro, mi diedi allora perdutissimamente a lei. E non errai per certo, poiché

piú di dodici anni dopo, mentr'io sto scrivendo queste chiacchiere, entrato oramai nella sgradita

stagione dei disinganni, vieppiú sempre di essa mi accendo quanto piú vanno per legge di tempo

scemando in lei quei non suoi pregi passeggieri della caduca bellezza. Ma in lei si innalza,

addolcisce, e migliorasi di giorno in giorno il mio animo; ed ardirò dire e creder lo stesso di essa, la

quale in me forse appoggia e corrobora il suo.». In Toscana, Alfieri realizza il suo desiderio di

essere autore tragico. Inoltre avviene l’incontro con Francesco Gori Gandellini, decisivo per la sua

produzione letteraria e per la sua scelta amorosa: infatti chiede il parere a Francesco Gori

Gandellini prima di lasciarsi andare al sentimento amoroso. Nel 1778, Alfieri compierà l’ultimo

passo per realizzare un’indipendenza assoluta che consiste nella sua spiemontizzazione: Alfieri

consegna i propri documenti e rinuncia ad essere piemontese facendo una donazione dei beni.

«Mi erano sempre oltre modo pesate e spiaciute le catene della mia natia servitú». Alfieri nasce

all’interno di un sistema oppressivo che lo rinchiude come dentro ad una gabbia. «e quella tra

l'altre, per cui, con privilegio non invidiabile, i nobili feudatari sono esclusivamente tenuti a chiedere

licenza al re di uscire per ogni minimo tempo dagli stati suoi». Alfieri è diventato scrittore e quindi

ha bisogno di pubblicare le proprie scritture. Per pubblicare c’era il bisogno di avere il permesso

del re. «Quattro o cinque volte mi era accaduto di doverla chiedere, e benché sempre l'avessi

ottenuta, tuttavia trovandola io ingiusta sempre con maggior ribrezzo mi vi era piegato, quanto piú

in quel frattempo, mi si era rinforzata la barba. L'ultima poi, che mi era, venuta chiesta, e che,

come di sopra accennai mi era stata accordata con una spiacevol parola, mi era riuscita assai dura

a inghiottirsi. […] l'avere steso quel libro della Tirannide come se io fossi nato e domiciliato in

paese di giusta e verace libertà; il leggere, gustare, e sentir vivamente e Tacito e il Machiavelli, e i

pochi altri simili sublimi e liberi autori; il riflettere e conoscere profondamente quale si fosse il mio

vero stato, e quanta l'impossibilità di rimanere in Torino stampando, o di stampare rimanendovi;

l'essere pur troppo convinto che anche con molti guai e pericoli mi sarebbe avvenuto di stampar

fuori, dovunque ch'io mi trovassi, finché rimaneva pur suddito di una legge nostra, che quaggiú

citerò; aggiunto poi finalmente a tutte queste non lievi e manifeste ragioni la passione che di me

nuovamente si era, con tanta mia felicità ed utilità, impadronita». A questa scelta di

spiemontizzazione, concerne anche un diverso modo di vita e di vestire. «E da quel punto in poi,

benché io fossi già assai parco nel vitto, contrassi l'egregia e salutare abitudine di una sobrietà non

comune; lasciato interamente il vino, il caffè, e simili, e ristrettomi ai semplicissimi cibi di riso, e

lesso, ed arrosto, senza mai variare le specie per anni interi. Dei cavalli, quattro ne avea rimandati

a Torino perché si vendessero con quelli che ci avea lasciati partendone; ed altri quattro li regalai

ciascuno a diversi signori fiorentini, i quali benché fossero semplicemente miei conoscenti e non

già amici, avendo tuttavia assai meno orgoglio di me gli accettarono. Tutti gli abiti parimenti donai

al mio cameriere, ed allora poi anche sagrificai l'uniforme; e indossai l'abito nero per la sera, e un

turchinaccio per la mattina, colori che non ho poi deposti mai piú, e che mi vestiranno fino alla

tomba.». Alfieri compie la costruzione del poeta tragico attraverso una vita già sobria, un’altra

alimentazione e un altro modo di vestire. Alfieri rinuncia alla sua uniforme militare del regno

sabbatico e quindi la liberazione piena si realizza quando Alfieri riuscirà a rinunciare all’uniforme.

Anche se lo rendeva più avvenente, Alfieri rinuncia all’uniforme per indossare un abito nero che gli

conferisce un aspetto più severo.

Nel 1777, Alfieri inizia a concepire delle tragedie, dove a Siena scrive un trattato sulla tirannide

intitolato Della tirannide. Nel 1778 dona i suoi beni alla sorella. Sulla produzione di Alfieri si proietta

il suo pensiero di carattere politico, soprattutto in Della tirannide del 1777 e Del principe e delle

lettere. In Della Tirannide parla di cosa sia la tirannide e il tiranno, mente in Del principe e delle

lettere Alfieri prende in considerazione la condizione dello scrittore, cosa sia il libero scrittore e

quale sia il rapporto tra il principe e il letterato.

«TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla

esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od

anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario,

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o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una

forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni

popolo, che lo sopporta, è schiavo.». La tirannide consiste nell’accentramento dei poteri legislativo,

esecutivo e giudiziario in una sola persona. Non c’è quindi un bilanciamento del potere, che non è

diviso in diverse istituzioni. Prima di Alfieri c’era stato Montesquieu che parlò della divisione dei

poteri in Lo spirito delle leggi. Montesquieu stabilì la divisione dei poteri sui quali ancora oggi si

reggono molti stati moderni. Per Alfieri il tiranno è l’infrangilegge che non rispetta la legge perché è

al di sopra di essa. Alfieri sostiene che la tirannide è una malattia invasiva che si espande in tutti gli

strati della società. La tirannide invade anche i rapporti familiari e impedisce all’individuo di

realizzare la propria individualità. La tirannide, per estendere il suo potere, si serve della religione.

«La religion pagana, col suo moltiplicare sterminatamente gli Dei; e col fare del cielo una quasi

repubblica, e sottomettere Giove stesso alle leggi del fato, e ad altri usi e privilegj della corte

celeste; dovea essere, e fu in fatti, assai favorevole al viver libero. La giudaica, e quindi la cristiana

e maomettana, coll'ammettere un solo Dio, assoluto e terribile signor d'ogni cosa, doveano essere,

e sono state, e sono tuttavia assai più favorevoli alla tirannide.». Nel caso della religione cattolica,

Alfieri vede nella religione uno dei sacramenti che servono ad esercitare un potere sugli individui.

«Ma, che dirò io poi della CONFESSIONE? Tralascio il dirne ciò che a tutti è ben noto; che la

certezza del perdono di ogni qualunque iniquità col solo confessarla, riesce assai più di sprone che

di freno ai delitti; e tante altre cose tralascio, che dall'uso, o abuso di un tal sacramento

manifestamente ogni giorno derivano. Io mi ristringo a dire soltanto; che un popolo che confessa le

sue opere, parole, e pensieri ad un uomo, credendo di rivelarli per un tal mezzo a Dio; un popolo,

che fra gli altri peccati suoi è costretto a confessare come uno dei maggiori, ogni menomo

desiderio di scuotere l'ingiusto giogo della tirannide, e di porsi nella naturale ma discreta libertà; un

tal popolo non può esser libero, né merita d’esserlo.». Alfieri riuscirà a sfuggire a questo

sacramento anche al momento della morte perché morirà prima che il sacerdote arrivi a dargli

l’estremo saluto.

Lo scontro tra eroe e tiranno avviene all’interno della famiglia. La tragedia di Alfieri Il Filippo

accompagnerà lo scrittore durante tutto il suo percorso creativo. Filippo II di Spagna è l’imperatore

di Spagna che ha sposato una principessa destinata ad essere la moglie del figlio Carlo. Il

contrasto che si concluderà con la morte dell’eroe avviene all’interno del rapporto padre-figlio. I

due giovani si amavano, ma sono costretti a vivere il loro amore in modo incestuoso: per quanto

non ci sia un legame familiare, tra la matrigna e il padre si è instaurato comunque un legame.

Filippo è un vero e proprio tiranno ed esercita la propria superiorità attraverso il ricatto.

Il tiranno esercita il suo potere anche sul lettore, il quale non è libero di dare libera espressione al

proprio pensiero. Alfieri si è liberato dai rapporti diretti col proprio principe per poi realizzare il suo

desiderio d’indipendenza. Lo scrittore che è sciolto da legami che lo rendono legati al potere è

anche libero dalla tiranne. Fu avvertito il valore politico e d’indipendenza di queste tragedie: il

letterato voleva essere libero da costrizioni di carattere servile. Chi scrive per soldi tradisce la

professione del letterato.

Nei suoi autografi, alla fine di ogni riga, Alfieri annota giorno, mese e anno. Grazie a questo, la

scrittura di Alfieri ha carattere di autobiografia. Le rime costituiscono un’autobiografia in versi

attraverso le rime su modello petrarchesco. Questi libri sono postillati, cioè su questi libri Alfieri ha

lasciato delle annotazioni di carattere temporale. Grazie ad essi possiamo ricostruire la giornata di

Alfieri. La stesura delle tragedie di Alfieri avviene “in tre respiri”, cioè le tragedie sono il suo respiro,

sono vitali. I tre respiri sono l’ideazione, la stesura e la versificazione. Nell’ideazione, l’autore

sceglie un argomento in cui dà l’ossatura in prosa. Nella stesura, il tema è fatto in prosa e viene

diviso in atti e scene. Nella versificazione, il testo viene trasformato in versi con tutte quelle che

sono le complicazioni nel passare dall’uno all’altro. La versificazione è soggetta ad essere

modificata ed è la fase più lunga e complessa. Il passaggio dalla prosa al verso, implica tutta una

diversa costruzione della frase e il verso è più cantabile perché ha un accento molto marcato.

L’accompagnamento musicale fa sì che si venga a creare una specie di rapporto tra testo poetico

e musica. Ma nella tragedia che viene recitata senza accompagnamento musicale, Alfieri vuole

imitare l’effetto di cantilena. Gli endecasillabi sono sciolti e franti, cioè spezzati. Parlando della

lingua italiana del Trecento, essa è nata tutto ad un tratto ed è particolarmente forte e potente. La

lingua fa creare un rapporto empatico tra lo scrittore e il lettore. Quando manca l’empatia tra chi

scrive o chi parla e chi legge o chi ascolta, lo scrittore o l’attore lo avverte. 8

Il documento più lacunoso da un punto di vista autobiografico sono le lettere di Alfieri, in cui

mancano del tutto quelle d’amore.

Ne La vita di Vittorio Alfieri, la fine di ogni capitolo non combacia con la fine di un anno.

Prendendo in considerazione l’introduzione, comincia con la citazione latina di Tacito che

possiamo tradurre «In più ritennero che narrare la propria vita fosse un segno piedi fiducia che di

arroganza». Alfieri ricorre spesso alle citazioni. Il titolo dell’opera latina Vita di Agricola ha

un’impostazione che corrisponde al titolo della vita di Alfieri. Se la citazione è in latino, il titolo è in

italiano: questo è un accorgimento a cui ricorre Alfieri e non si tratta quindi di una svista. Attraverso

l’introduzione, stabilisce un patto col lettore, rivolgendosi a quest’ultimo. Nella prima parte

introduttiva, Alfieri rivela quale è la spinta che induce a scrivere una propria autobiografia: «Il

parlare, e molto piú lo scrivere di sé stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di sé stesso.

Io dunque non voglio a questa mia Vita far precedere né deboli scuse, né false o illusorie ragioni,

le quali non mi verrebbero a ogni modo punto credute da altri; e della mia futura veracità in questo

mio scritto assai mal saggio darebbero. Io perciò ingenuamente confesso, che allo stendere la mia

propria vita inducevami, misto forse ad alcune altre ragioni, ma vie piú gagliardo d'ogni altra,

l'amore di me medesimo». “L'amore di me medesimo” è la considerazione che qualcuno ha di sé e

il desiderio di non far brutta figura nei confronti degli altri. Questo desiderio è particolarmente forte

in uno scrittore. «quel dono cioè, che la natura in maggiore o minor dose concede agli uomini tutti,

ed in soverchia dose agli scrittori, principalissimamente poi ai poeti, od a quelli che tali si tengono.

Ed è questo dono una preziosissima cosa; poiché da esso ogni alto operare dell'uomo proviene,

allor quando all'amor di sé stesso congiunge una ragionata cognizione dei propri suoi mezzi, ed un

illuminato trasporto pel vero ed bello, che non son se non uno.». L’amore di sé è ciò che spinge

l’uomo ad ogni alto operare. La persona, nel momento stesso che possiede un’autostima, deve

anche saper misurare le proprie forze.

Nel pezzo successivo «Senza proemizzare dunque piú a lungo», “profetizzare” significa “dilungarsi

molto nei poemi”.

«Avendo io oramai scritto molto, e troppo piú forse che non avrei dovuto, è cosa assai naturale che

alcuni di quei pochi a chi non saranno dispiaciute le mie opere (se non tra' miei contemporanei tra

quelli almeno che vivran dopo) avranno qualche curiosità di sapere qual io mi fossi.». Questa è la

prima manifestazione dell’autostima di Alfieri, consapevole di essere diventato famoso. E’ anche

convinto che le generazioni futuri avrebbero letto le sue opere. Le ultime edizioni di Alfieri furono

indirizzate al popolo italiano futuro perché era convinto che ciò che diceva non era destinato al

popolo contemporaneo perché non era ancora pronto. Alfieri pensa ad un’Italia in cui gli stati di

carattere regionale, attualmente sottomessi all’influenza straniera. Alfieri si rivolge al popolo

italiano che potrà chiamarsi tale quando si sarà superata la divisione in tanti stati.

«Io ben posso ciò credere, senza neppur troppo lusingarmi, poichè, di ogni altro autore anche

minimo quanto al valore, ma voluminoso quanto all'opere, si vede ogni giorno e scrivere e leggere,

o vendere almeno la vita. Onde quand'anche nessun'altra ragione vi fosse, è certo pur sempre

che, morto io, un qualche libraio per cavare alcuni piú soldi da una nuova edizione delle mie opere,

ci farà premettere una qualunque mia vita.». Il libraio che venderà le opere di Alfieri, per rispondere

alla richiesta dei lettori, secondo lo scrittore, premetterà una vita, ma quella di Alfieri sarà una vita

data a scrivere su commissione. Alfieri era contrario alle opere su commissione perché in essa

l’individuo non poteva esprimere se stesso. Questo libraio sarebbe quindi mosso solo

dall’interesse di vendere la vita e falsificherà la sua vita. Per prevenire i danni di sue biografie

commissionate di un editore, Alfieri stesso decise di scrivere la sua vita. «Onde quand'anche

nessun'altra ragione vi fosse, è certo pur sempre che, morto io, un qualche libraio per cavare

alcuni piú soldi da una nuova edizione delle mie opere, ci farà premettere una qualunque mia vita.

E quella, verrà verisimilmente scritta da uno che non mi aveva o niente o mal conosciuto, e che

avrà radunato le materie di essa da fonti o dubbi o parziali; onde codesta vita per certo verrà ad

essere, se non altro, alquanto meno verace di quella che posso dar io stesso.». Ecco che la

decisione di scrivere la propria vita, nasce dal desiderio di non mettere la propria esistenza in mani

diverse dalle sue. «Affinchè questa mia vita venga dunque tenuta per meno cattiva e alquanto piú

vera, e non meno imparziale di qualunque altra, verrebbe scritta da altri dopo di me; io, che assai

piú largo mantenitore che non promettitore fui sempre, m'impegno qui con me stesso, e con chi

vorrà leggermi, di disappassionarmi per quanto all'uomo sia dato; e mi vi impegno, perché

esaminatomi e conosciutomi bene, ho ritrovato, o mi pare, essere in me di alcun poco maggiore la

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somma del bene a quella del male.». Alfieri si descrive come una persona che non promette, ma

mantiene la sua parola. Lo scrittore assume l’impegno di fronte a sé e ai suoi lettori di cercare di

essere il più obiettivo possibile. Fissato e stabilito il motivo interiore che lo spinge a scrivere la vita,

espone quindi come impostare il proprio racconto in modo da rendere il meno possibile noiosa per

il lettore la lettura.

«Quanto poi al metodo, affine di tediar meno il lettore, e dargli qualche riposo e anche i mezzi di

abbreviarsela col tralasciare quegli anni di essa che gli parranno meno curiosi; io mi propongo di

ripartirla in cinque Epoche, corrispondenti alle cinque età dell'uomo e da esse intitolarne le

divisioni: puerizia, adolescenza, giovinezza, virilità e vecchiaia.». La divisione in epoche, in capitoli

e l’indicazione cronologica in margine dei capitoli corrisponde ad una ripartizione della materia che

risponde ad esigenze narrative. La ripartizione corrisponde ad esigenze di carattere comunicativo:

il destinatario della sua opera ha diritto di non annoiarsi e di concedergli riposo durante un capitolo

e l’altro. La pausa serve al lettore a riflettere o a chiudere il libro e riprendere la lettura

successivamente. Delle cinque epoche nominate ne ha trattate solo quattro dato che manca la

vecchiaia. «Ma già dal modo con cui le tre prime parti e piú che mezza la quarta mi son venute

scritte, non mi lusingo piú oramai di venire a capo di tutta l'opera con quella brevità, che piú d'ogni

altra cosa ho sempre nelle altre mie opere adottata o tentata;». Alfieri ci rimanda ancora una volta

alla citazioni di apertura di Tacito. Tacito fu uno degli autori latini che contraddistingue il proprio

discorso per il fatto di suggerire delle parole al lettore che non scrive direttamente sulla pagina.

Questa esigenza di brevità non è sempre rispettata nel racconto della vita, ma è molto apprezzata,

secondo Alfieri, quando una persona racconta la propria vita. Alfieri teme che si dilungherà molto

nella vecchiaia, momento in cui le persone anziane si dilungano molto sui discorsi: «Onde tanto

piú, temo che nella quinta parte (ove pure il mio destino mi voglia lasciar invecchiare) io non abbia

di soverchio a cader nelle chiacchiere, che sono l'ultimo patrimonio di quella debole età.». La

persona anziana, non avendo più l’energia sufficiente per agire, si abbandona alle chiacchiere.

«Se dunque, pagando io in ciò, come tutti, il suo diritto a natura, venissi nel fine a dilungarmi

indiscretamente, prego anticipatamente il lettore di perdonarmelo, sí; ma, di castigarmene a un

tempo stesso, col non leggere quell'ultima parte.».

«Aggiungerò, nondimeno, che nel dire io che non mi lusingo di essere breve anche nelle quattro

prime parti, quanto il dovrei e vorrei, non intendo perciò di permettermi delle risibili lungaggini

accennando ogni minuzia; ma intendo di estendermi su molte di quelle particolarità, che, sapute,

contribuir potranno allo studio dell'uomo in genere; della qual pianta non possiamo mai individuare

meglio i segreti che osservando ciascuno sé stesso.». L’opera di Alfiere viene offerta ai suoi lettori

come studio utile per affrontare la conoscenza dell’uomo in generale.

In ultima istanza dell’introduzione, affronta la questione dello stile della sua opera: «Quanto poi allo

stile, io penso di lasciar fare alla penna, e di pochissimo lasciarlo scostarsi da quella triviale e

spontanea naturalezza, con cui ho scritto questa opera, dettata dal cuore e non dall'ingegno; e che

sola può convenire a cosí umile tema.».

La fine di quest’introduzione può essere legata ad altri punti dell’autobiografia perché nel capitolo

19º, Alfieri prende congedo dalla prima parte della vita e dice di aver steso la parte della sua

autobiografia e pensa di non rileggerla fino a quando avrà 60 anni. Successivamente detta alcune

regole nel caso in cui lui dovesse morire e non potesse affrontare la senilità. Dà quindi delle

disposizioni all’amico che prenderà in mano le sue carte, che le pubblicherà e che deciderà se fare

delle aggiunte o no. «Ma se io poi in questo frattempo venissi a morire, che è il piú verisimile; io

prego fin d'ora un qualche mio benevolo, nelle cui mani venisse a capitar questo scritto, di farne

quell'uso che glie ne parrà meglio. S'egli lo stamperà tal quale, vi si vedrà, spero, l'impeto della

veracità e della fretta ad un tempo; […] Né, per finire la mia vita, quell'amico vi dovrà aggiunger

altro di suo, se non se il tempo il luogo ed il modo in cui sarò morto.». Alfieri dice che, nel caso in

cui morisse prima, l’amico dovrà soltanto aver cura di aggiungere il tempo, il modo e il luogo in cui

morirà. Ciò sarà fatto dall’abate Tommaso di Caluso quando Alfieri morirà. «Ma se poi l'amico

qualunque a cui capitasse questo scritto, stimasse bene di arderlo, egli farà anche bene. Soltanto

prego, che se diverso da quel ch'io l'ho scritto gli piacesse di farlo pubblico, egli lo raccorcisca e lo

muti pure a suo piacimento quanto all'eleganza e lo stile, ma dei fatti non ne aggiunga nessuni, né

in verun modo alteri i già descritti da me. Se io, nello stendere questa mia vita, non avessi avuto

per primo scopo l'impresa non volgarissima di favellar di me con me stesso, di specchiarmi qual

sono in gran parte, e di mostrarmi seminudo a quei pochi che mi voleano o vorranno conoscere 10

veramente; avrei saputo verisimilmente anch'io restringere il sugo, se alcun ve n'ha, di questi miei

quarantun anni di vita in due o tre pagine al piú, con istudiata brevità ed orgoglioso finto disprezzo

di me medesimo taciteggiando.».

Se confrontiamo ciò che ha scritto nell’introduzione e ciò che ha scritto nell’ultima parte della vita,

capiamo quanto cambino le cose. Alfieri ripercorre la propria vita dopo aver scritto alla fine di un

percorso durante il quale ha scritto e ha operato molto. Quanto ha scritto e quanto ha fatto si

riflette poi sulla vita, mandando su di essa una luce retrospettiva.

Se volessimo fare un confronto con altre biografie, l’altro grande autore di teatro del Settecento

Carlo Goldoni, ci ha lasciato una grande autobiografia ed ha premesso anche lui un’introduzione

nella quale si rivolge al lettore. La prefazione del Goldoni è di tenore diverso rispetto a quella di

Alfieri: Goldoni arriva a fare un bilancio della propria esistenza e parla di offrire le sue memorie ai

lettori in funzione della propria carriera teatrale. Alfieri invece scrisse la propria autobiografia per

conoscere se stesso e vuole arrivare a conoscere l’uomo in generale. Goldoni dice che scrive la

sua autobiografia perché qualcuno potrebbe esserne interessato: se Alfieri non immagina che

siano numerosi i propri lettori, Goldoni dichiara apertamente il proprio successo e quindi, secondo

lui, è più facile che i lettori volessero aver notizie sulla propria esistenza. Anche Goldoni si dichiara

il depositore della propria esistenza in modo da non lasciare a nessun altro il diritto di prendere in

mano la narrazione della sua vita.

Il sottotitolo dell’Epoca prima: puerizia è Nascita e parenti. Con “parenti”, Alfieri intende i genitori e

deriva dal latino “parentes”. La lingua italiana usa invece il termine “genitori” nel senso più vasto

che equivale a “famiglia”. Alfieri continua la sua autobiografia scrivendo chi sono i suoi genitori, ma

prima indica l’ambiente in cui è nato. «Nella città d'Asti in Piemonte, il dí 17 di gennaio dell'anno

1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti.». Alfieri costruisce questa frase in modo da porre

il soggetto e il predicato nella seconda parte della frase, creando una sorta di sospensione nella

prima parte. La nobiltà, l’agiatezza (economica) e l’onestà sono tre caratteristiche dei parenti di

Alfieri. Originariamente c’era solo la caratteristica dell’onestà, poi Alfieri aggiunse la nobiltà e

nell’ultima stesura l’agiatezza. «Il nascere della classe dei nobili, mi giovò appunto moltissimo per

poter poi, senza la taccia di invidioso e di vile, dispregiare la nobiltà di per sé sola, svelarne le

ridicolezze, gli abusi ed i vizi; ma nel tempo stesso mi giovò non poco la utile e sana influenza di

essa, per non contaminare mai in nulla la nobiltà dell'arte ch'io professava.». Il fatto di nascere da

una classe di nobili gli ha consentito di criticare i costumi della stessa classe nobile. Ciò avviene in

delle satire, dove prende di mira i costumi e i vizi della classe nobiliare. Alfieri intende la nobiltà

riferita a se stesso nel senso più alto, cioè intesa come nobiltà d’animo. Alla nobiltà si legava il

concetto di altezza dei sentimenti e, nel primo libro Della Tirannide, dedica un intero capitolo alla

nobiltà. In Della Tirannide, libro I, capitolo XI, Alfieri scrive: «E questa è la nobiltà. In ogni tirannide

è sempre la più corrotta; ella è perciò l’ornamento principalissimo delle corti, il maggiore obbrobrio

della servitù, e il giusto ludibrio dei pochi che pensano». Per Alfieri, il suo tempo è un tempo di

tirannide e rifiuta i sovrani illuminati, anch’essi tiranni. «Il nascere agiato, mi fece libero e puro; né

mi lasciò servire ad altri che al vero.». Alfieri, essendo nato con grandi disponibilità economiche,

non ha bisogno di mettere la propria penna a servizio di un nobile, ma la sua condizione

economica gli garantisce di poter essere libero da vincoli economici che lo potrebbero mortificare.

«L'onestà, dei parenti fece sí, che non ho dovuto mai arrossire dell'esser io nobile.». In questa

nobiltà corrotta, i genitori di Alfieri sono onesti e non si è quindi mai dovuto vergognare di essere

nobile. «Onde, qualunque di queste tre cose fosse mancata ai miei natali, ne sarebbe di necessità

venuto assai minoramento alle diverse mie opere; a sarei quindi stato per avventura o peggior

filosofo, o peggior uomo, di quello che forse non sarò stato.».

Alfieri passa a presentare i suoi genitori. «Il mio padre chiamavasi Antonio Alfieri; la madre, Monica

Maillard di Tournon. Era questa di origine savoiarda, come i barbari di lei cognomi dimostrano: ma i

suoi erano già da gran tempo stabiliti in Torino.». La qualificazione “barbari” deriva dal fatto che i

suoi genitori sono francesi. Il padre, tutte le volte che Alfieri lo introduce e lo rammenta, è introdotto

dal possessivo “mio”. Il possessivo verrà usato anche per la madre ma in misura minore. «Il mio

padre era un uomo purissimo di costumi, vissuto sempre senza impiego nessuno, e non

contaminato da alcuna ambizione; secondo che ho inteso dir sempre da chi l'avea conosciuto.». Il

padre non aveva mai ricoperto incarichi a corte, considerata come luogo di corruzione e vizi,

secondo il giudizio di Alfieri e degli intellettuali e dei letterati del Settecento. Del padre, di cui esalta

le qualità di carattere morale, censura un aspetto che comprometteva la sua immagine. 11

«Provveduto di beni di fortuna sufficienti al suo grado, e di una giusta moderazione nei desideri,

egli visse bastantemente felice. In età di oltre cinquantacinque anni invaghitosi di mia madre, la

quale, benchè giovanissima, era allora già vedova del marchese di Cacherano, gentiluomo

astigiano, la sposò.». C’è differenza tra “invaghirsi” e “innamorarsi” perché il primo termine si

riferisce ad un innamoramento più superficiale. “Invaghitosi” ha quindi una sfumatura meno

profonda di “innamorarsi”. «Una figlia femmina che avea di quasi due anni preceduto il mio

nascimento» qui Alfieri parla di sua sorella «avea piú che mai invogliato e insperanzito il mio buon

genitore di aver prole maschia: onde fu oltre modo festeggiato il mio arrivo. Non so se egli si

rallegrasse di questo come padre attempato, o come cavaliere assai tenero del nome suo e della

perpetuità di sua stirpe: crederei che di questi due affetti si componesse in parte eguale la di lui

gioia.». Il padre è felice della nascita di Alfieri, ma lo scrittore non si ricorda della felicità materna al

momento della sua nascita. In generale, il bambino non viene allattato subito dalla madre, ma

veniva allontanato ad affidato a delle balie. La mortalità durante il parto e quella infantile erano

molto diffuse e l’allattamento poteva implicare un indebolimento fisico del corpo della madre. Molti

sconsigliavano l’allattamento al seno e c’erano molte possibilità che il bambino non sopravvivesse

al primo anno di vita: per questo il bambino veniva allontanato in modo da non far subire un trauma

alla madre per la morte del figlio. Alfieri si ricorda che il padre si recava a trovarlo molto spesso

ma, ad un certo punto, si ammala e muore. «Fatto si è, che datomi ad allattare in un borghetto

distante circa due miglia da Asti, chiamato Rovigliasco, egli quasi ogni giorno ci veniva a piedi e

vedermivi, essendo uomo alla buona e di semplicissime maniere. Ma ritrovandosi già oltre l'anno

sessagesimo di sua età, ancorchè fosse vegeto e robusto, tuttavia quello strapazzo continuo, non

badando egli né a rigor di stagione né ad altro, fe' sí che riscaldatosi un giorno oltre modo in quella

sua periodica visita che mi faceva, si prese una puntura di cui in pochi giorni morí.». La puntura

era un termine medico che era usato per indicare la pleurite. «Io non compiva allora per anco il

primo anno della mia vita. Rimase mia madre incinta di un altro figlio maschio, il quale morí poi

nella sua prima età.». La madre ha un altro figlio che si chiamava Giuseppe Maria che morì

precocemente. «Le restavano dunque un maschio e una femmina di mio padre, e due femmine ed

un maschio del di lei primo marito, marchese di Cacherano.». Alfieri si sta qui sbagliando perché

erano due i figli di primo letto della madre, Angela Maria e Vittorio Antonio, e altri due figli di

secondo letto. «Ma essa, benchè vedova due volte, trovandosi pure assai giovine ancora, passò

alle terze nozze col cavaliere Giacinto Alfieri di Magliano, cadetto di una casa dello stesso nome

della mia, ma di altro ramo. Questo cavaliere Giacinto, per la morte poi del di lui primogenito che

non lasciò figli, divenne col tempo erede di tutto il suo, e si ritrovò agiatissimo. La mia ottima madre

trovò una perfetta felicità con questo cavalier Giacinto, che era di età all'incirca alla sua, di

bellissimo aspetto, di signorili ed illibati costumi: onde ella visse in una beatissima ed esemplare

unione con lui; e ancora dura, mentre io sto scrivendo questa mia vita in età di anni quarantuno.

Onde da piú di 37 anni vivono questi due coniugi vivo esempio di ogni virtú domestica, amati,

rispettati, e ammirati da tutti i loro concittadini; e massimamente mia madre, per la sua

ardentissima eroica pietà con cui si è assolutamente consecrata al sollievo e servizio dei poveri.».

Da come viene ritratta da Alfieri, la madre è completamente assente alla nascita del figlio. La

madre è ammirata per la sua carità cristiana, cioè per l’interesse con cui assiste gli altri. La virtù

della carità è considerata una delle virtù fondamentali. E’ da notare che Alfieri non esalta la virtù

dell’amore per i figli, ma per altre persone più bisognose. Questa virtù veniva esaltata nelle

dediche delle opere. Ogni commedia di Goldoni è accompagnata da una dedica e, tra le dediche

che scrisse, alcune furono indirizzate a delle dame, come ad esempio la dedica de Il teatro comico

di Goldoni.

«Ella ha successivamente in questo decorso di tempo perduti e il primo maschio del primo marito e

la seconda femmina; cosí pure i due soli maschi del terzo, onde nella sua ultima età io solo di

maschi le rimango; e per le fatali mie circostanze non posso star presso di lei; cosa di cui mi

rammarico spessissimo: ma assai piú mi dorrebbe, ed a nessun conto ne vorrei stare

continuamente lontano, se non fossi ben certo ch'ella e nel suo forte e sublime carattere, e nella

sua vera pietà ha ritrovato un amplissimo compenso a questa sua privazione dei figli. Mi si perdoni

questa forse inutile digressione, in favor di una madre stimabilissima.».

Nel capitolo primo dell’epica prima, Alfieri descrive la madre: «Ma essa, benchè vedova due volte,

trovandosi pure assai giovine ancora, passò alle terze nozze col cavaliere Giacinto Alfieri di

Magliano, cadetto di una casa dello stesso nome della mia, ma di altro ramo.». E’ una prospettiva

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problematica quella in cui viene descritta la figura della madre perché viene descritta in modo da

far nascere in chi legge la domanda di quale fosse il sentimento di Alfieri verso di essa. Alfieri

insiste sulla descrizione della sua solitudine: le figure che Alfieri ha durante l’infanzia compaiono e

scompaiono. L’infanzia di Alfieri è priva di un rapporto affettivo perché il padre è morto e la madre

non è disposta a dare affetti, ma è una figura con la quale Alfieri si contrappone. Gli accorgimenti

di carattere affettivo ed emotivo verso un Alfieri bambino vengono dagli zii e dai fratelli da parte del

padre. Dalla parte materna, le figure che entrano in gioco sono la nonna materna e i fratelli uterini.

C’è poi il legame con la sorella Giulia, che Alfieri avverte con molta intensità: inoltre, la separazione

della sorella gli permetterà di conoscere sé stesso e la dinamica dei suoi affetti. La mancanza di

presenze e di punti di riferimento forti, fa sì che nell’infanzia cominci a rappresentarsi il suo

carattere, di cui è caratteristica la tendenza alla solitudine e la dedizione allo studio.

Il capitolo secondo è intitolato Reminiscenze dell’infanzia. Alfieri non usa l’espressione “ricordi”, ma

“reminiscenze”. Il ricordo è un qualcosa del passato che è ben presente alla nostra mente, mentre

la reminiscenza è un qualcosa che viene provocata dall’esterno che riaccende in noi la memoria e

ci riporta alla mente fatti che erano sepolti. La reminiscenza ha di per sé la caratteristica di essere

frammentaria e composta appunto da tasselli disordinati. In questo capitolo, Alfieri condensa tre

anni di vita. Il primo ricordo dell’autore è di quando lo zio gli dà dei confetti, il secondo ricordo è di

una malattia e il terzo ricordo è di quando il precettore di Alfieri gli dice che gli insegnerà a leggere

e a scrivere. Questi ricordi sono dei frammenti che si presentano alla memoria. La prima

reminiscenza d’infanzia riguarda lo zio «il quale avendo io tre anni in quattr'anni, mi facea por ritto

su un antico cassettone, e quivi molto accarezzandomi mi dava degli ottimi confetti. Io non mi

ricordava quasi punto di lui, né altro me n'era rimasto fuorch'egli portava certi scarponi riquadrati in

punta. Molti anni dopo, la prima volta che mi vennero agli occhi certi stivali a tromba, che portano

pure la scarpa quadrata a quel modo stesso dello zio morto già da gran tempo, né mai piú veduto

da me da che io aveva uso di ragione, la subitanea vista di quella forma di scarpe del tutto oramai

disusata, mi richiamava ad un tratto tutte quelle sensazioni primitive ch'io aveva provate già nel

ricevere le carezze e i confetti dello zio, di cui i moti ed i modi, ed il sapore perfino dei confetti mi si

riaffacciavano vivissimamente ed in un subito nella fantasia. Mi sono lasciata uscir di penna questa

puerilità, come non inutile affatto a chi specula sul meccanismo delle nostre idee, e sull'affinità dei

pensieri colle sensazioni.». La prima memoria è di tipo visivo ed alcuni studiosi hanno accostato il

primo ricordo di memoria involontaria ad un ricordo involontario. Alfieri, che parla dell’infanzia e

della puerizia come anni di vegetazione in cui l’individuo non ha coscienza di sé e non possiede

ancora idee, dice che ha rievocato questo episodio perché serve per capire come le idee si

formano attraverso le sensazioni per associazione. Questa è una giustificazione che ci rimanda

alle pagine introduttive della Vita, dove ha detto che la sua opera serve per lo studio dell’uomo in

generale. In questo caso, quest’episodio serve per capire come nascono le idee nell’uomo. Nel

momento in cui Alfieri rievoca quest’episodio, cerca anche di rievocare le sensazioni infantili. Dalla

prima alla seconda stesura ci sono delle modifiche importanti nel testo. Nella prima stesura, il

cassettone e i confetti di cui parla nel testo sono semplicemente un dato. Nella seconda stesura, il

cassettone viene descritto come “antico” e i confetti vengono descritti come “ottimi”. Alfieri

recupera le sensazioni e i sapori di vivere quel momento visto da parte del bambino. «Mi facea por

ritto sopra un cassettone e quivi molto mi accarezzava, e mi dava dei confetti» diventa «mi facea

por ritto su un antico cassettone, e quivi molto accarezzandomi mi dava degli ottimi confetti». Nella

prima versione, le azioni sono coordinate attraverso la congiunzione “e” e si susseguono l’un

l’altra. Sembrano azioni che vengono compiute in successione. Invece, nella seconda versione,

mentre lo accarezzava, lo zio gli dava dei confetti: questo è una gestualità più lenta, coinvolgente e

molto più affettuosa. Dà più l’idea della fisicità e dello stretto rapporto tra lo zio e il bambino.

L’affiorare di questo ricordo è segnato anche da un brusco cambiamento di tempo nel periodo.

Questo sta ad indicare la presenza viva del ricordo nel momento in cui scrive. Alfieri passa poi ad

un altro frammento di cinque anni: «Nell'età di cinque anni circa, dal mal de' pondi fui ridotto in

fine». Il pondo indica “lo stimolo d’andar di corpo, doloroso e di gran peso”. Alfieri che ricorda se

stesso fanciullo, punta molto sugli aspetti fisici e dell’organismo. La dissenteria, a quanto scrive, lo

portò quasi in fin di vita, ma di esse ha solo un ricordo lontano. Al ricordo di questa prima malattia

associa l’idea della morte che porta con sé fin dall’infanzia ed è legato ad un temperamento

introverso. «Mi pare di aver nella mente tuttavia un certo barlume de' miei patimenti; e che senza

aver idea nessuna di quello che fosse la morte, pure la desiderava, come fine di dolore; perché 13

quando era morto quel mio fratello minore avea sentito dire ch'egli era diventato un angioletto.».

Alfieri giustifica poi la presenza dei due ricordi che ha appena riferito: «Per quanti sforzi io abbia

fatto spessissimo per raccogliere le idee primitive, o sia le sensazioni ricevute prima de' sei anni,

non ho potuto mai raccapezzarne altre che queste due.» Alfieri innesca ora un altro ricordo, cioè il

fatto che lui e la sorella seguirono la madre nella casa del patrigno e poi la separazione dalla

sorella. «La mia sorella Giulia, ed io, seguitando il destino della madre, eramo passati dalla casa

paterna ad abitare con lei nella casa del patrigno, il quale pure ci fu piú che padre per quel tempo

che ci stemmo. La figlia ed il figlio del primo letto rimasti, furono successivamente inviati a Torino,

l'uno nel collegio de' Gesuiti, l'altra nel monastero; e poco dopo fu anche posta in monastero, ma

in Asti stessa, la mia sorella Giulia, essendo io vicino ai sett’anni.». La separazione della sorella è

per Alfieri origine di disperazione e pianti. «E di quest'avvenimento domestico mi ricordo

benissimo, come del primo punto in cui le facoltà mie sensitive diedero cenno di sé. Mi sono

presentissimi i dolori e le lagrime ch'io versai in quella separazione di tetto solamente, che pure a

principio non impediva ch'io la visitassi ogni giorno.». La separazione dalla sorella è fonte di

lacrime, nonostante il monastero non era lontano da casa e Alfieri poteva recarsi lì ogni giorno. Se

nella prima stesura il fratello e la sorella di primo letto non c’erano, nel secondo vengono citati per

sottolineare la differenza di affetti che aveva nei riguardi dei diversi fratelli e sorelle. Alfieri

manifesta gelosie nei confronti del fratello perché ha avuto più carezze di lui: le uniche carezze che

Alfieri ha avuto erano state dallo zio morto, mentre il fratellastro ha più esperienza, libertà, soldi e

carezze dai genitori. «Rimasto dunque io solo di tutti i figli nella casa materna, fui dato in custodia

ad un buon prete, chiamato Don Ivaldi, il quale m'insegnò cominciando dal compitare e scrivere,

fino alla classe quarta, in cui io spiegava non male, per quanto diceva il maestro alcune vite di

Cornelio Nipote, e le solite favole di Fedro.». Don Ivaldi è l’istitutore privato, una figura diffusa nelle

case nobiliari, ma Alfieri è comunque rimasto solo. Ciò non sarà per lui fonte di maggior affetto. Ma

il buon prete aveva il difetto di essere un por ignorante: «Ma il buon prete era egli stesso

ignorantuccio, a quel ch'io combinai poi dopo; e se dopo i nov'anni mi avessero lasciato alle sue

mani, verisimilmente non avrei imparato piú nulla.». Alfieri viene tolto dalle mani di Don Ivaldi

grazie allo zio. «I parenti erano anch'essi ignorantissimi, e spesso udiva loro ripetere, quella usuale

massima dei nostri nobili di allora: che ad un signore non era necessario di diventare un dottore.»

Alfieri critica quindi i costumi educativi del suo tempo e l’educazione che veniva impartita ai figli dei

nobili.

Il capitolo terzo comincia ad essere più esteso perché cominciano ad esserci ricordi veri e propri e

non più semplici reminiscenze. Il primo ricordo è la manifestazione della sensualità legata poi alla

separazione della sorella. La mancanza della sorella farà sì che lui trovi piacere ad andare il

chiesa. Nella Chiesa del Carmine, Alfieri trova consolazione per la mancanza della sorella. La

musica che può ascoltare e la celebrazione degli uffici religiosi gli daranno conforto. In questa

frequentazione della Chiesa del Carmine, si sviluppa in Alfieri i primi sintomi di una sensualità

ancora incerta e ambigua perché la solitudine con cui conduce i suoi giorni fa sì che la sua fantasia

venga attratta dai giovani che celebrano i riti religiosi insieme al sacerdote nella chiesa. Questa

attrazione nasce da una non conoscenza di sé. I volti dei chierichetti sono quelli di individui ancora

in fase di trasformazione che portano con sé un qualcosa di ancora femminile, quei tratti femminili

che Alfieri non aveva più avuto modo di vedere dopo l’allontanamento della sorella. «Dal viso di

mia sorella in poi, la quale aveva circa nov'anni quando uscí di casa, non avea piú veduto altro

viso di ragazza, né di giovane, fuorché certi fraticelli novizi del Carmine, che poteano avere tra i

quattordici e sedici anni all'incirca, i quali coi loro roccetti assistevano alle diverse funzioni di

chiesa; questi loro visi giovanili, e non dissimili da' visi donneschi, aveano lasciato nel mio tenero

ed inesperto cuore a un di presso quella stessa traccia e quel desiderio di loro, che mi vi avea già

impresso il viso della sorella.». La lontananza dalla sorella e il fatto che i volti dei bambini portano

in sé qualcosa di femminile suscitano in Alfieri un amore che ancora non sa bene come orientare

ma che rivendica la sua innocenza. «Perché di quanto io allora sentissi o facessi nulla affatto

sapeva, ed obbediva al puro istinto animale. […] Un giorno fra gli altri, stando fuori di casa il mio

maestro, trovatomi solo in camera, cercai ne' due vocabolari latino e italiano l'articolo frati, e

cassata in ambedue quella parola, vi scrissi Padri: cosí credendomi di nobilitare, o che so io

d'altro, quei novizietti, ch'io vedeva ogni giorno, e da cui non sapeva assolutamente quello ch'io mi

volessi. L'aver sentito alcune volte con qualche disprezzo articolare la parola Frate, e con rispetto

ed amore quella di Padre, erano la sola cagione per cui m'indussi a correggere quei dizionari». 14

Alfieri alternerà la parola frate a quella di padre per esprimere un sentimento di forte

anticlericalismo. Alfieri commenta l’episodio dicendo: «Chiunque vorrà riflettere alquanto su

quest'inezia, e rintracciarvi il seme delle passioni dell'uomo, non la troverà forse né tanto risibile né

tanto puerile, quanto ella pare.». Qui Alfieri rintraccia l’origine delle passioni dell’uomo: il seme

della passione di Alfieri è l’assenza, la lontananza e la solitudine. «Da questi siffatti effetti d'amore

ingnoto intieramente a me stesso, ma pure tanto operante nella mia fantasia, nasceva, per quanto

ora credo, quell'umor malinconico assai, che a poco a poco s'insignoriva di me». La disposizione

alla solitudine e a fantasticare aumenta l’umore nero. Se questo episodio dell’innamoramento per i

fraticelli era avvenuto intorno ai sette anni, tra i sette e gli otto anni c’è un’altra manifestazione

della sua malinconia che si voleva risolvere con un tentativo di suicidio. Alfieri non ha

consapevolezza di cosa sia il suicidio di cui ha sentito parlare. Esce dalla stanza a piano terra, si

reca in giardino: «E tosto mi misi a strapparne colle mani quanta ne veniva, e ponendomela in

bocca a masticarne e ingoiarne quanta piú ne poteva, malgrado il sapore ostico ed amarissimo. Io

avea sentito dire non so da chi, né come, né quando, che v'era un'erba detta cicuta che

avvelenava e faceva morire; io non avea mai fatto pensiero di voler morire, e poco sapea quel che

il morire si fosse; eppure, seguendo cosí un non so quale istinto naturale misto di un dolore di cui

m'era ignota la fonte, mi spinsi avidissimamente a mangiar di quell'erba, figurandomi che in essa vi

dovesse anco essere della cicuta.» Ma gli effetti di quest’erba che Alfieri mastica si limitano a degli

effetti fisici quali il vomito: «Ma ributtato poi dall'insopportabile amarezza e crudità d'un tal pascolo,

e sentendomi provocato a dare di stomaco, fuggii nell'annesso giardino, dove non veduto da chi

che sia mi liberai quasi interamente di tutta l'erba ingoiata». L’episodio parrebbe risolversi con del

vomito, ma ci saranno poi delle complicazioni nei confronti della madre, che si accorgerà del

malessere fisico del figlio. La madre farà al figlio una specie di processo: «Poco dopo si dovè

andare a tavola, e mia madre vedendomi gli occhi gonfi e rossi, come sogliono rimanere dopo gli

sforzi del vomito, domandò insistendo e volle assolutamente sapere quel che fosse; ed oltre i

comandi della madre mi andavano anche sempre piú punzecchiando i dolori di corpo, sí ch'io non

potea punto mangiare, e parlar non voleva. Onde io sempre duro a tacere, ed a vedere di non mi

scontorcere, la madre sempre dura ad interrogare e minacciarmi; finalmente osservandomi essa

ben bene, e vedendomi in atto di patire, e poi le labbra verdiccie, che io non avea pensato di

risciacquarmele, spaventatasi molto, s'alza, si approssima a me, mi parla dell'insolito color delle

labbra, m'incalza e sforza a rispondere, finchè vinto dal timore e dolore io tutto confesso

piangendo. Mi vien dato subito un qualche leggiero rimedio, e nessun altro male ne segue; fuorché

per piú giorni fui rinchiuso in camera per castigo; e quindi nuovo pascolo, e fomento all'umor

malinconico.». La madre domanda, insiste e vuole assolutamente sapere cosa è successo al figlio.

I tre predicati indicano domande sempre più incalzanti da parte della mamma. La costruzione

parallela della frase è utile a mettere a confronto una specie di lotta che Alfieri inscena con la

madre. Alla fine Alfieri confessa tutto e gli viene dato il castigo che consiste nel non poter più uscire

di casa.

Il capitolo quarto è intitolato Sviluppo dell'indole indicato da vari fattarelli. Alfieri usa molti diminuitivi

e vezzeggiativi per indicare il suo atteggiamento nei confronti degli episodi dell’infanzia, come se

non volesse dare ad esse gran peso. L’avvio del quarto capitolo serve da anello di passaggio tra

capitolo precedente e successivo. Il quadro capitolo raccoglie tre episodi: la reticella, la visita della

nonna e la prima confessione. Anche il capitolo secondo ha funzione di ponte tra il primo e il

secondo perché comincia con «Ripigliando adunque a parlare della mia primissima età». Fino ad

ora, i tratti che distinguono il carattere di Alfieri sono la sensibilità, la solitudine e la malinconia. Nel

primo confronto con la madre ha dimostrato il fatto di voler essere forte caratterialmente. All’inizio

del quarto capitolo, quando ormai ha 6-7 anni, si rappresenta così: «L'indole, che io andava

manifestando in quei primi anni della nascente ragione, era questa.». Alfieri cessa di essere nella

vegetazione. «Taciturno e placido per lo piú; ma alle volte loquacissimo e vivacissimo; e quasi

sempre negli estremi contrari; ostinato e restío contro alla forza, pieghevolissimo agli avvisi

amorevoli; rattenuto piú che da nessun'altra cosa di essere sgridato; suscettibile di vergognarmi

fino all'eccesso, e inflessibile se io veniva preso a ritroso.». Alfieri si dipinge come un ragazzino

perlopiù silenzioso e taciturno, ma a volte che ama molto parlare.

Il capitolo quarto della prima epoca assomiglia al sonetto Sublime specchio di veraci detti sempre

scritto da Vittorio Alfieri. Sette anni dopo la scrittura del sonetto, viene ricopiato su un figlio e

incollato dietro il ritratto di Alfieri del 1793. Alfieri trascrive questo sonetto dietro il suo ritratto quasi

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per stabilire una gara tra la poesia e l’arte. Il sonetto è diviso in due parti: due quartine, dove

abbiamo la rappresentazione fisica, e due terzine, dove abbiamo la rappresentazione morale. Il

“sublime specchio" è il sonetto nel quale si riflette e dove pensa di essere ritratto nella sua vera

dimensione. Alfieri chiede di rivelare al sonetto quale lui sia nella dimensione fisica e morale. Dal

terzo verso del sonetto inizia la rappresentazione fisica di Alfieri. Alfieri, come scritto nel sonetto,

cammina a testa bassa. Questa particolarità fisica è il segno di un atteggiamento di una persona

che è immerso nei pensieri. La ragione e il cuore sono sempre in contrasto e in conflitto in Alfieri

tra la dimensione razionale e quelle che sono le passioni del cuore. In Alfieri bambino, il momento

passionale e razionale non è ancora avvertibile, ma possiede tutti i presupposti per svilupparli da

adulto. Alfieri si ritiene l’eroe più valoroso, come Achille. Tanto Achille è forte, tanto Tersite, suo

antagonista, è vile e menzognero. Alfieri conclude il sonetto con una domanda che rivolge a se

stesso «uom, se' tu grande, o vil?»: il momento della morte è conoscitivo di sé e l’individuo si rivela

a sé e a gli altri, affrontando l’ultima prova dell’esistenza dove rivela la sua vera natura.

Per dare prova delle sue qualità originarie e primitive, nel capitolo quarto, allega delle “storiette”.

La conversazione dei salotti era colta e il discorso veniva alleggerito attraverso la narrazione di

storie. Qui, Alfieri, nel momento in cui sta parlando di sé, non usa il termine “storiette” nel senso

che veniva usato per la conversazione nel salotto settecentesco, ma le “storiette” servono per

costruire la sua immagine. Alfieri le definisce “sciocche”. La prima storia che narra è quella del

castigo della reticella: «Di quanti gastighi mi si potessero dare, quello che smisuratamente mi

addolorava, e da segno di farmi ammalare, e che perciò non mi fu dato che due volte sole, era di

mandarmi alla messa colla reticella da notte in capo; assetto che nasconde quasi interamente i

capelli. La prima volta ch'io ci fui condannato (né mi ricordo piú del perché) venni dunque

strascinato per mano dal maestro alla vicinissima Chiesa del Carmine; chiesa abbandonata, dove

non si trovavano mai quaranta persone radunate nella sua vastità». In questo episodio della

reticella, Alfieri usa il predicato “che io fui condannato”: il castigo della reticella non è una

punizione, ma addirittura una condanna. Sulla punizione intesa come condanna, Alfieri insiste

ripetutamente. La punizione viene avvertita in modo particolarmente intenso e lui si rivolge al

lettore dicendo: «Or mira, o lettore, in me omiccino il ritratto e tuo e di quanti anche uomoni sono

stati o saranno; che tutti siam pur sempre, a ben prendere, bambini perpetui.». Il lettore può

rispecchiarsi nel comportamento di Alfieri. Per un lungo periodo di tempo dopo il castigo, Alfieri fu

un buon bambino. «Ma l'effetto straordinario in me cagionato da quel gastigo, avea riempito di

gioia i miei parenti e il maestro; onde ad ogni ombra di mancamento, minacciatami la reticella

abborrita, io rientrava immediatamente nel dovere, tremando.» Alfieri non viene più mandato nella

Chiesa del Carmine ma in quella di San Martino: «e di piú, che in vece della deserta Chiesa del

Carmine, verrei condotto cosí a quella di S. Martino, distante da casa, posta nel bel centro della

città e frequentatissima su l'ora del mezzo giorno da tutti gli oziosi del bel mondo.».

Alfieri parla poi della nonna materna: «Altra storietta. Era venuta in Asti la mia nonna materna,

matrona di assai gran peso in Torino, vedova di uno dei barbassori di corte, e corredata di tutta

quella pompa di cose, che nei ragazzi lasciano grand’impressione.». Alfieri non riesce ad entrare in

sintonia affettuosa con la nonna. Questa è l’unica parente da parte di madre che entra in scena.

C’è una specie di separazione tra il mondo materno e paterno: se nel mondo paterno Alfieri riesce

ad avere rapporti, nel mondo paterno no.

Nell’ultima “storietta”, avviene prima la preparazione per la confessione, poi la confessione vera e

propria e infine la penitenza che gli viene data. «Questa penitenza mi riusciva assai dura da

ingoiare; non già, perché io avessi ribrezzo nessuno di domandar perdono alla madre; ma quella

prosternazione in terra, e la presenza di chiunque vi potrebbe essere, mi davano un supplizio

insoffribile.». Alfieri rifiuta la penitenza che gli è stata data dal frate perché la considera umiliante

per se stesso. «Tornato dunque a casa, salito a ora di pranzo, portato in tavola, e andati tutti in

sala, mi parve di vedere che gli occhi di tutti si fissassero sopra di me; onde io chinando i miei me

ne stavo dubbioso e confuso ed immobile, senza accostarmi alla tavola, dove ognuno andava

pigliando il suo luogo; ma non mi figurava per tutto ciò, che alcuno sapesse i segreti penitenziali

della mia confessione. Fattomi poi un poco di coraggio, m'inoltro per sedermi a tavola; ed ecco la

madre con occhio arcigno guardandomi, mi domanda se io mi ci posso veramente sedere; se io ho

fatto quel ch'era mio dovere di fare; e se in somma io non ho nulla da rimproverare a me stesso.

Ciascuno di questi quesiti mi era una pugnalata nel cuore». In questa scena quasi teatrale, la

madre guarda il figlio e le parole della madre sono una specie di arma con la quale trafigge 16

l’orgoglio del figlio. «Rispondeva certamente per me l'addolorato mio viso». Alfieri tace e risponde

per lui la mimica del volto. Nelle tragedie di Alfieri, spesso accade che le espressioni del volto

parlino più delle parole. Nella tragedia del Filippo, abbiamo il re II di Spagna che aveva destinato la

sorella ad essere consorte di Carlo. Ma il padre si invaghisce della figlia e la sposa, nonostante

quest’ultima fosse innamorata di Carlo. Mentre incalza con le domande Isabella, il suo volto

esprimerà quello che lei non dice attraverso le parole. Questa è la stessa situazione in cui si trova

l’Alfieri bambino.

Lo zio paterno Pellegrino Alfieri è tutore di Vittorio Alfieri dal momento che il padre è morto. Lo zio

Pellegrino è presentato da Vittorio Alfieri come uomo di molto ingegno. Con la morte dello zio

Pellegrino c’è un cambiamento totale nella vita dell’adolescente Vittorio. Lo zio capisce subito che

l’ambiente in cui vive Vittorio non è quello più idoneo a lui e quindi vuole che il ragazzo venga via

dalla casa paterna. La descrizione dello zio è la seguente: «In quel frattempo il mio zio paterno, il

cavalier Pellegrino Alfieri, al quale era stata affidata la tutela de' miei beni sin dalla morte di mio

padre, e che allora ritornava di un suo viaggio in Francia, Olanda e Inghilterra, passando per Asti

mi vide; ed avvistosi forse, come uomo di molto ingegno ch'egli era, ch'io non imparerei gran cosa

continuando quel sistema d'educazione, tornato a Torino, di lí a pochi mesi scrisse alla madre, che

egli voleva assolutamente pormi nell'Accademia di Torino.». Alfieri lo descrive come un viaggiatore

e ricorda alcuni particolari dei suoi viaggi. C’è poi la descrizione di un fatterello che riguarda le

poste, cioè le fermate delle carrozze per far riposare e abbeverare i cavalli e per far salire e

scendere i passeggeri. Durante una di queste fermate, Alfieri narra un avvenimento: racconta di

quanto fosse assetato e, sceso dalla carrozza, si reca alla fontana. Lì beve levandosi il tricorno, un

cappello di moda del Settecento, da cui beve l’acqua. «[…] tuffatovi rapidamente il maggior corno

del mio cappello, tanta ne bevvi quanta ne attinsi. L'aio fattore, avvisato dai postiglioni, subito vi

accorse sgridandomi assai; ma io gli risposi, che chi girava il mondo si doveva avvezzare a tai

cose, e che un buon soldato non doveva bere altrimente. Dove poi avessi io pescate queste idee

achillesche, non lo saprei; stante che la madre mi aveva sempre educato assai mollemente, ed

anzi con risguardi circa la salute affatto risibili. Era dunque anche questo in me un impetino di

natura gloriosa, il quale si sviluppava tosto che mi veniva concesso di alzare un pocolino il capo da

sotto il giogo.». Alfieri ci dice quindi che è accompagnato da un fattore, incaricato di occuparsi di lui

durante il viaggio. Il fatterello è collegato all’episodio precedente che ha narrato sempre nel quinto

capitolo, che narra della caduta durante i giochi con il fratello, che gli insegnava a fare la marcia

militare. Alfieri chiude il capitolo dicendo: «E qui darò fine a questa prima epoca della mia puerizia,

entrando ora in un mondo alquanto men circoscritto». Qui preannuncia il passaggio da un

ambiente familiare a uno “men circoscritto”. Prima di scrivere “mondo alquanto men circoscritto”,

scrisse “mondo alquanto men ristretto”. Il significato, più o meno, è lo stesso, ma la sfumatura è

diversa. “Ristretto” dà la sensazione di qualcosa che è chiuso, mentre “circoscritto” è più descrittivo

ed è un ambiente intorno al quale si determina un limite. Alfieri continua: «e potendo con maggior

brevità, spero, andarmi dipingendo anche meglio. Questo primo squarcio di una vita (che tutta

forse è inutilissima da sapersi) riuscirà certamente inutilissimo per tutti coloro, che stimandosi

uomini si vanno scordando che l'uomo è una continuazione del bambino.».

La seconda epoca, l’Adolescenza, viene definita come l’epoca che Abbraccia otto anni

d’ineducazione. Il decimo capitolo si chiude con delle parole rivolte al lettore: «consiglierò anche al

lettore di non arrestarvisi molto, o anche di saltarla a piè pari; poiché, a tutto ristringere in due

parole, questi otto anni della mia adolescenza altro non sono che infermità, ed ozio, e ignoranza.».

Nell’ultimo capitolo, Alfieri riprende il motivo del viaggio. Dal primo al decimo capitolo della

seconda epoca sono trascorsi otto anni. La seconda epoca inizia con un Alfieri di 9 anni e si chiude

con un Alfieri di 16 anni, preso dalla voglia di viaggiare. Con l’aiuto del commiato riesce ad

organizzare il suo primo viaggio in Italia con dei suoi compagni d’accademia. Nel primo capitolo, il

viaggio apre a lui nuovi orizzonti e prospettive. Quel viaggiare non è semplicemente uno spostarsi

da un luogo all’altro perché Alfieri ci descrive questo spostamento come se il suo corpo,

compresse nell’ambiente ristretto della famiglia, finalmente può respirare l’aria a pieni polmoni e

godere della velocità con cui si muove. Viene sottolineata la differenza tra il modo in cui si era

spostato con la madre nella carrozza e la lentezza dei cavalli e invece la velocità con cui si muove

il calesse. La velocità è dovuta anche al lezzo di trasporto: «Eccomi or dunque per le poste

correndo a quanto piú si poteva; in grazia che io al pagar della prima posta aveva intercesso

presso al pagante fattore a favore del primo postiglione per fargli dar grassa mancia; il che mi avea

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tosto guadagnato il cuor del secondo.». Alfieri ha dato una mancia all’uomo che guida i cavalli

perché possa andare più veloce. In questo modo Alfieri conquista la fiducia e stabilisce un’intesa

col postiglione che obbedisce alla sua richiesta. «Onde costui andava come un fulmine,

accennandomi di tempo in tempo con l'occhio e un sorriso, che gli farei anche dare lo stesso dal

fattore; il quale per esser egli vecchio ed obeso, esauritosi nella prima posta nel raccontarmi delle

sciocche storiette per consolarmi, dormiva allora tenacissimamente e russava come un bue.». Il

corpo di Alfieri, che fino ad ora era sottoposto alle malattie, finalmente si libera e gode della

velocità e della novità del paesaggio. Il piacere di Alfieri è fisico e legato ai sensi: «Quel volar del

calesse mi dava intanto un piacere, di cui non avea mai provato l'eguale; perché nella carrozza di

mia madre, dove anche di radissimo avea posto il sedere, si andava di un quarto di trotticello da

far morire; ed anche in carrozza chiusa, non si gode niente dei cavalli; ma all'incontro nel calesse

nostro italiano uno ci si trova quasi su la groppa di essi, e si gode moltissimo anche della vista del

paese.». I cavalli sono la passione dell’Alfieri della seconda epoca. Liberato da tutti i vincoli di

caratteri familiari, dalla presenza del tutore e da un segretario che amministrava i suoi beni, Alfieri,

ormai sedicenne, interrompe gli studi universitari, si compra un cavallo e poi successivamente altri

otto. Il mezzo di trasporto del Settecento era proprio il cavallo. Questo argomento sarà affrontato

anche nel secondo capitolo dell’epoca seconda, dopo la morte dello zio. Nel momento in cui lo zio

Pellegrino muore, finisce la vita di collegio e quindi Alfieri può dare una svolta alla propria vita,

rinunciando agli studi legali che lo avrebbero portato ad avere una laurea in giurisprudenza.

Essendo nobile e agiato e predestinato a diventare un autore tragico, Alfieri non ha bisogno di

seguire la carriera di formazione degli altri giovani. All’interno dell’accademia di Torino, i giovani

erano destinati ad una formazione di carattere militare e legale, dove si formava la classe dirigente

del Regno del Piemonte e di altri paesi europei. L’accademia era frequentata sia da giovani

piemontesi, sia da giovani inglesi e di altri paesi europei.

«Dopo alcuni dí, avvezzatomi poi alla novità, ripigliai e l'allegria e la vivacità in un grado assai

maggiore ch'io non avessi mostrata mai; ed anzi fu tanta, che allo zio parve assai troppa; e

trovandomi essere un diavoletto, che gli metteva a soqquadro la casa, e che per non avere

maestro che mi facesse far nulla, io perdeva assolutamente il mio tempo, in vece di aspettare a

mettermi in Accademia all'ottobre come s'era detto, mi v'ingabbiò fin dal dí primo d'agosto

dell'anno 1758.». L’immagine della gabbia nasce in Alfieri con la descrizione dell’accademia.

L’accademia viene rappresentata in una descrizione particolareggiata come una specie di

quadrilatero con al centro un cortile. All’interno di questa gabbia si svolgerà l’educazione, o come

la chiama lui l’“ineducazione”, di Alfieri. «In età di nove anni e mezzo io mi ritrovai dunque ad un

tratto traspiantato in mezzo a persone sconosciute, allontanato affatto dai parenti, isolato, ed

abbandonato per cosí dire a me stesso; perché quella specie di educazione pubblica (se chiamarla

pur vorremo educazione) in nessuna altra cosa fuorché negli studi, e anche Dio sa come, influiva

su l'animo di quei giovinetti. Nessuna massima di morale mai, nessun ammaestramento della vita

ci veniva dato. E chi ce l'avrebbe dato, se gli educatori stessi non conoscevano il mondo né per

teoria né per pratica?». Quella di Alfieri nell’accademia è un’educazione del tutto inutile, fatta di

studi a memoria, completamente slegata dall’esperienza della vita. Tanto Alfieri quanto Goldoni

rimproverano alla scuola del proprio tempo il fatto di non aver dato la possibilità di ricavare

esperienze utili, che potevano farli maturare come individui. Alfieri passa quindi alla descrizione del

luogo dove si muoverà durante gli anni della sua adolescenza e durante i quali lo attenderanno

altri confronti nella casa del patrigno. Alfieri ha avuto lì il primo conflitto con la madre e poi con la

nonna materna. Il primo conflitto ha segnato la sua sconfitta, ma nel secondo conflitto Alfieri

riuscirà a vincere. Anche nel collegio lo attenderanno altri conflitti con i compagni: i competitori

saranno diversi e dovrà quindi imparare a difendersi. Il confronto con i compagni accendono in lui

lo spirito di gara. La prima gara è quella che stabilisce con un compagno nel mandare a memoria

dei versi. Gli studi erano privi di qualsiasi base e di carattere mnemonico. Alfieri si confronta con un

altro compagno che ha maggiore abilità di lui nel ripetere a memoria i versi delle Georgiche di

Virgilio. Il senso di sfida in Alfieri si accende e non si sente mortificato perché se il compagno è più

bravo nel ripetere a memoria i versi, Alfieri lo supera nella composizione in latino di temi: «Io credo,

che la mia non piccola ambizioncella ritrovasse consolazione e compenso dell'inferiorità della

memoria, nel premio del tema, che quasi sempre era mio; ed inoltre, io non gli poteva portar odio,

perché egli era bellissimo; ed io, anche senza secondi fini, sempre sono stato assai propenso per

la bellezza, sí degli animali che degli uomini, e d'ogni cosa». 18

Alfieri riesce a barattare quattro volumetti delle opere dell’Ariosto con un compagno di studi al

patto che lo scrittore desse metà del suo pollo che veniva servito a tavola per mangiare. Un altro

compagno invece era abilissime nel raccontare storie, ma solo dietro compenso, e anche lui

voleva il pollo. «Comunque accadesse dunque questa mia acquisizione, io m'ebbi un Ariosto. Lo

andava leggendo qua e là senza metodo, e non intendeva neppur per metà quel ch'io leggeva. Si

giudichi da ciò quali dovessero essere quegli studi da me fatti fin a quel punto; poiché io, il principe

di codesti umanisti, che traduceva pur le Georgiche, assai piú difficili dell'Eneide, in prosa italiana,

era imbrogliato d'intendere il piú facile dei nostri poeti. Sempre mi ricorderò, che nel canto d'Alcina,

a quei bellissimi passi che descrivono la di lei bellezza io mi andava facendo tutto intelletto per

capir bene: ma troppi dati mi mancavano di ogni genere per arrivarci. Onde i due ultimi versi di

quella stanza, Non cosí strettamente edera preme, non mi era mai possibile d'intenderli; e

tenevamo consiglio col mio competitore di scuola, che non li penetrava niente piú di me, e ci

perdevamo in un mare di congetture. Questa furtiva lettura e commento su l'Ariosto finí, che

l'assistente essendosi avvisto che andava per le mani nostre un libruccio il quale veniva

immediatamente occultato al di lui apparire, lo scoprí, lo confiscò, e fattisi dar gli altri tomi, tutti li

consegnò al sottopriore, e noi poetini restammo orbati d'ogni poetica guida, e scornati.». A questo

capitolo seguirà il terzo, dove s’interrompe la narrazione della vita del collegio per introdurre un

altro personaggio che fa parte del ramo maschile della famiglia: lo zio Benedetto Alfieri.

«Il mio zio paterno il cavalier Pellegrino Alfieri, era stato fatto governatore della città di Cuneo,

dove risiedeva almeno otto mesi dell'anno; onde non mi rimaneva in Torino altri parenti che quei

della madre, la casa Tornone, ed un cugino di mio padre, mio semi-zio, chiamato il conte

Benedetto Alfieri.». Quando lo zio Pellegrino è assente arriva lo zio Benedetto Alfieri. Vittorio scrive

una specie di scheda biografica dello zio Vittorio. Il terzo capitolo della seconda epoca è

interamente dedicato e lui. Vittorio ci dice che lo zio è l’architetto del re di Sardegna, colto ed

amante dell’arte: fu il primo a nominargli Michelangelo. Lo zio è nato a Roma e fu il primo che

cominciò a far sì che, con la sua presenza, fece sviluppare alcuni profondi interessi culturali in

Alfieri, come quello per Michelangelo. Lo zio gli parla del padre di Alfieri, in particolare di un viaggio

che il padre intraprese a Napoli: «Questo mio zio aveva anche fatto il viaggio di Napoli insieme con

mio padre suo cugino, circa un par d'anni prima che questi si accasasse con mia madre; e da lui

seppi poi varie cose concernenti mio padre. Tra l'altre, che essendo essi andati al Vesuvio, mio

padre a viva forza si era voluto far calar dentro sino alla crosta del cratere interno, assai ben

profonda; il che praticavasi allora per mezzo di certe funi maneggiate da gente che stava sulla

sommità della voragine esterna. Circa vent'anni dopo, ch'io ci fui per la prima volta, trovai ogni

cosa mutata, ed impossibile quella calata. Ma è tempo, ch'io ritorni a bomba.». La visita del padre

al Vesuvio esalta la componente coraggiosa di quest’uomo.

Nel quarto capitolo, Alfieri parla della continuazione dei suoi non-studi e di alcune letture negli anni

dell’accademia, tra cui l’Eneide e delle opere di Goldoni.

Nel quinto capitolo, ritornano le figure dei due zii e la loro azione viene ad intrecciarsi. Lo zio,

tornato da Cuneo, provvede a trasferire a Torino anche la sorella di Alfieri Giulia per regolare la vita

sentimentale di questa ragazza che, mentre era in collegio, aveva stabilito una relazione

sentimentale che lo zio non approvava data l’età della ragazza e la condizione dell’innamorato. In

tal modo, Alfieri, che aveva sofferto per la perdita della sorella, potrà vedere nella cugina una figura

di conforto. Abbiamo inoltre la presenza attiva di Benedetto che si occupa di Vittorio. Alfieri narra

un episodio molto importante: facendo un sotterfugio e dicendo ai gestori del collegio che avrebbe

tenuto a casa il ragazzo, lo portò a teatro a vedere Il mercato di Malmantile. Il mercato di

Malmantile è un’opera comica tratta dal libretto giocoso e divertente di Carlo Goldoni. Con questo

spettacolo, Alfieri scopre la sua sensibilità musicale. Infatti quest’episodio viene commentato

dall’Alfieri adulto: «Quell'opera buffa ch'io ebbi dunque in sorte di sentire, mediante il sotterfugio

del pietoso zio, che fece dire ai superiori che mi porterebbe per un giorno e una notte in una sua

villa, era intitolata il Mercato di Malmantile, cantata dai migliori buffi d'Italia, il Carratoli, il Baglioni, e

le di lui figlie; composta da uno dei piú celebri maestri. Il brio, e la varietà di quella divina musica mi

fece una profondissima impressione, lasciandomi per cosí dire un solco di armonia negli orecchi e

nella imaginativa, ed agitandomi ogni piú interna fibra, a tal segno che per piú settimane io rimasi

immerso in una malinconia straordinaria ma non dispiacevole; dalla quale mi ridondava una totale

svogliatezza e nausea per quei miei soliti studi, ma nel tempo stesso un singolarissimo bollore

d'idee fantastiche, dietro alle quali avrei potuto far dei versi se avessi saputo farli, ed esprimere dei

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vivissimi affetti, se non fossi stato ignoto a me stesso ed a chi dicea di educarmi. E fu questa la

prima volta che un tale effetto cagionato in me dalla musica, mi si fece osservare, e mi restò

lungamente impresso nella memoria, perch'egli fu assai maggiore d'ogni altro sentito prima. Ma

andandomi poi ricordando dei miei carnovali, e di quelle recite dell'opera seria ch'io aveva sentite,

e paragonandone gli effetti a quelli che ancora provo tuttavia, quando divezzatomi dal teatro ci

ritorno dopo un certo intervallo, ritrovo sempre non vi essere il piú potente e indomabile agitatore

dell'animo, cuore, ed intelletto mio, di quel che lo siano i suoni tutti e specialmente le voci di

contralto e di donna. Nessuna cosa mi desta piú affetti, e piú vari, e terribili. E quasi tutte le mie

tragedie sono state ideate da me o nell'atto del sentir musica, o poche ore dopo.». Alfieri

attribuisce alla scoperta degli effetti della musica sul suo animo, un potere fortissimo. Dice

addirittura di aver composto le sue opere maggiori proprio sotto l’effetto della musica. Il merito di

tutto ciò spetta allo zio Benedetto che funziona quasi da allevatrice e riesce a tirar fuori da Alfieri le

prime sensazioni fondamentali per la sua esistenza. A questo episodio dello zio Benedetto segue

l’episodio delle vacanze estive presso lo zio Pellegrino, dove, in una villa, lo zio corteggia una

dama e il ragazzo scrive il suo primo sonetto. Questi due fatti sono posti vicino come se l’uno fosse

determinato dall’altro. Quando lo zio legge questo sonetto, lo rimprovera e spegne emotivamente

la manifestazione del genio di Alfieri. «In quel mio breve soggiorno in Cuneo, io feci il primo

sonetto, che non dirò mio, perché egli era un rifrittume di versi o presi interi, o guastati, e

riannestati insieme, dal Metastasio, e l'Ariosto, che erano stati i due soli poeti italiani di cui avessi

un po' letto. Ma credo, che non vi fossero né le rime debite, né forse i piedi; stante che, benché

avessi fatti dei versi latini esametri, e pentametri, niuno però mi avea insegnato mai niuna regola

del verso italiano. […] Codesto sonetto, non poteva certamente esser altro che pessimo. Con tutto

ciò mi venne lodato assai, e da quella signora, che non intendeva nulla, e da altri simili; onde io già

già quasi mi credei un poeta. Ma lo zio, che era uomo militare, e severo, e che bastantemente

notiziato delle cose storiche e politiche nulla intendeva né curava di nessuna poesia, non incoraggí

punto questa mia Musa nascente; e disapprovando anzi il sonetto e burlandosene mi disseccò

tosto quella mia poca vena fin da radice; e non mi venne piú voglia di poetare mai, sino all'età di

venticinque anni passati.». Mentre lo zio Benedetto sollecita le tendenze naturali, lo zio Pellegrino

le spegne. Per adesso, l’ambiente non favorisce il manifestarsi delle qualità di Alfieri.

Nel capitolo sesto, Alfieri riprende la vita dell’accademia e i rapporti con i compagni.

Nel capitolo settimo, lo zio Pellegrino Alfieri morirà. Lo zio Benedetto non ritornerà più nella Vita e

in questo momento muore anche il tutore Pellegrino. Alfieri comincia quindi ad avere una maggiore

libertà derivata dal fatto di non avere più un tutore. «Io non fui dunque molto afflitto di questa morte

lontana dagli occhi, e già preveduta da tutti gli amici suoi, e mediante la quale io acquistava quasi

pienamente la mia libertà, con tutto il sufficiente patrimonio paterno accresciuto anche dall'eredità

non piccola di questo zio.». Il tutore verrà sostituito da un curatore che avrà un potere limitato: il

ragazzo entra in possesso di una grande disponibilità economica: «Questo nuovo mio stato di

padrone del mio in età di quattordici anni, mi innalzò dunque molto le corna, e mi fece con la

fantasia spaziare assai per il vano. In quel frattempo mi era anche stato tolto il servitore aio

Andrea, per ordine del tutore; e giustamente, perché costui si era dato sfrenatamente alle donne,

al vino, e alle risse, ed era diventato un pessimo soggetto pel troppo ozio, e non avere chi lo

invigilasse.». Alfieri cerca di liberarsi dagli studi giuridici a cui era stato destinato e che non

sopportava. Addirittura Alfieri attribuisce agli studi giuridici una malattia cutanea della quale ci dà

una descrizione dettagliata ma della quale non fa il nome. «Nel finire dell'anno '62, essendo io

passato allo studio del diritto civile, e canonico; corso, che in quattr'anní conduce poi lo scolare

all'apice della gloria, alla laurea avvocatesca; dopo alcune settimane legali, ricaddi nella stessa

malattia già avuta due anni prima, quello scoppio universale di tutta la pelle del cranio; e fu il

doppio dell'altra volta, tanto la mia povera testa era insofferente di fare in sé conserva di

definizioni, digesti, e simili apparati dell'uno e dell'altro gius, né saprei meglio assimilare lo stato

fisico esterno di quel mio capo, che alla terra quando riarsa dal sole si screpola per tutti i versi,

aspettando la benefica pioggia che la rimargini. Ma dal mio screpolío usciva in copia un umore

viscoso a tal segno, che questa volta non fu possibile ch’io salvassi i capelli dalle odiose forfici; e

dopo un mese uscii di quella sconcia malattia tosato ed imparruccato.». Questa manifestazione

cutanea viene da lui spiegata come una reazione psicosomatica allo studio della giurisprudenza.

La disponibilità economica e la mancanza di un tutore portò ad Alfieri ad una perdita di controllo

delle spese economiche: questo tema sarà dominante dal settimo al decimo capitolo. Da essere 20

asino tra gli asini, Alfieri passa ad una vita di dissipazione. Attraverso i conflitti con i compagni,

Alfieri scopre le leggi che regolano l’esistenza. Se da una parte ci sono le gare di carattere

scolastico, nel momento stesso che Alfieri ci viene a dire che la sua vita d’accademia è insulsa. Un

compagno si fa addirittura fare i temi da Alfieri: «In quegli spessi e lunghi intervalli in cui per via di

salute io non poteva andare alla scuola con gli altri, un mio compagno, maggiore di età, e di forze,

e di asinità ancor piú, si faceva fare di quando in quando il suo componimento da me, che era o

traduzione, o amplificazione, o versi ecc.; ed egli mi ci costringeva con questo bellissimo

argomento. Se tu mi vuoi fare il componimento, io ti do due palle da giuocare; e me le mostrava,

belline, di quattro colori, di un bel panno, ben cucite, ed ottimamente rimbalzanti; se tu non me lo

vuoi fare, ti do due scappellotti, ed alzava in ciò dire la prepotente sua mano, lasciandomela

pendente sul capo. Io pigliava le due palle, e gli faceva il componimento. Da principio glie lo facea

fedelmente quanto meglio sapessi; e il maestro si stupiva un poco dei progressi inaspettati di

costui, che erasi fin allora mostrato una talpa. Ma io teneva religiosamente il segreto; piú ancora

perché la natura mia era di esser poco comunicativo, che non per la paura che avessi di quel

ciclope. Con tutto ciò, dopo avergli fatto molte composizioni, e sazio di tante palle, e noiato di

quella fatica, e anche indispettito un tal poco che colui si abbellisse del mio, andai a poco a poco

deteriorando in tal guisa il componimento, che finii col frapporvi di quei tali solecismi, come il

potebam, e simili, che ti fanno far le fischiate dai colleghi, e dar le sferzate dai maestri. Costui

dunque, vistosi cosí sbeffato in pubblico, e rivestito per forza della sua natural pelle d'asino, non

osò pure apertamente far gran vendetta di me; non mi fece piú lavorare per lui, e rimase frenato e

fremente dalla vergogna che gli avrei potuta fare scoprendolo. Il che non feci pur mai; ma io rideva

veramente di cuore nel sentire raccontare dagli altri come era accaduto il fatto del potebam nella

scuola; nessuno però dubitava ch'io ci avessi avuto parte. Ed io verisimilmente era anche

contenuto nei limiti della discrezione, da quella vista della mano alzatami sul capo, che mi

rimaneva tuttora sugli occhi, e che doveva essere il naturale ricatto di tante palle mal impiegate per

farsi vituperare. Onde io imparai sin da allora, che la vicendevole paura era quella che governava il

mondo.». Da questo episodio, Alfieri capisce la regola che governa il mondo: la paura. Andrea era

invece bravissimo nel narrare storie: «Quel mio affetto per Andrea che mi avea pur dato tanti

dolori, era in me un misto della forza abituale del vederlo da sett'anni sempre dintorno a me, e

della predilezione da me concepita per alcune sue belle qualità; come la sagacità nel capire, la

sveltezza e destrezza somma nell'eseguire; le lunghe storiette e novelle ch'egli mi andava

raccontando, ripiene di spirito, di affetti e d'imagini; cose tutte, per cui, passato lo sdegno delle

durezze e vessazioni ch'egli mi andava facendo, egli mi sapea sempre tornare in grazia. Non

capisco però, come abborrendo tanto per mia natura l'essere sforzato e malmenato, mi fossi pure

avvezzato al giogo di costui. Questa riflessione in appresso mi ha fatti talvolta compatire alcuni

principi, che senza essere affatto imbecilli si lasciavano pure guidare da gente che avea preso il

sopravvento sovr'essi nell'adolescenza; età funesta, per la profondità delle ricevute impressioni.».

Dalla sua esperienza, Alfieri ricava delle regole generali. Alfieri narra la sua vita perché vuole

studiare il comportamento umano, ma in realtà è funzionale alla costruzione del suo personaggio.

Il confronto con i compagni è poi legato alle sue condizioni fisiche perché il suo corpo in crescita è

soggetto a delle malattie, come quella cutanea. La malattia diventa poi uno dei motivi che lo

espongono allo scherno dei compagni. Solo prevenendo questi scherni, Alfieri riesce a tener testa

al bullismo. «Quest'accidente fu uno dei piú dolorosi ch'io provassi in vita mia; sí per la privazione

dei capelli, che pel funesto acquisto di quella parrucca, divenuta immediatamente lo scherno di tutti

i compagni petulantissimi. Da prima io m'era messo a pigliarne apertamente le parti; ma vedendo

poi ch'io non poteva a nessun patto salvar la parrucca mia da quello sfrenato torrente che da ogni

parte assaltavala, e ch'io andava a rischio di perdere anche con essa me stesso, tosto mutai di

bandiera, e presi il partito il piú disinvolto, che era di sparruccarmi da me prima che mi venisse

fatto quell'affronto, e di palleggiare io stesso la mia infelice parrucca per l'aria, facendone ogni

vituperio. Ed in fatti, dopo alcuni giorni, sfogatasi l'ira pubblica in tal guisa, io rimasi poi la meno

perseguitata, e direi quasi la piú rispettata parrucca, fra le due o tre altre che ve n'erano in quella

stessa galleria. Allora imparai, che bisognava sempre parere di dare spontaneamente, quello che

non si potea impedire d'esserti tolto.». Fino a quando Alfieri non entra in possesso dell’eredità, il

suo è un fisico gracile che è soggetto a malattie, nonostante il cibo che veniva dato in accademia

era molto abbondante. Il fisico di Alfieri cambia dopo la morte dello zio: Alfieri può abbandonare gli

studi legali ed accedere alla cavalleria. I giovani collegiali erano divisi in tre appartamenti o 21

“gallerie”: il primo, il secondo e il terzo appartamento. Alfieri, appena entrato in accademia, risiede

nel terzo appartamento che è quello dei ragazzi più giovani. Una volta morto lo zio, abbandona gli

studi di giurisprudenza e passa nel primo appartamento, dove ci sono ragazzi che hanno un corso

di studio più leggero che mirava non tanto all’apprendimento delle discipline ma all’esercizio fisico.

In questo modo Alfieri può passare alla scuola di equitazione, comprarsi fino ad otto cavalli e il suo

corpo riesce a superare le malattie legate all’infanzia e alla prima adolescenza per svilupparsi

pienamente. Lo sviluppo del corpo e il superamento delle malattie infantili avviene a scapito di

quella che è poi una maturazione di carattere culturale. Le malattie, oltre ad essere prodotte dagli

effetti degli studi, erano prodotti nella vita anche da un eccesso di alimentazione. «Nello spazio di

questi due primi anni d'Accademia, io imparai dunque pochissimo, e di gran lunga peggiorai la

salute del corpo, stante la total differenza e quantità di cibi, ed il molto strapazzo, e il non

abbastanza dormire».

Attraverso alcune strategie, Alfieri supera lo scherno dei compagni e conquista il rispetto degli altri

accademici. In quest’affermazione di sé, abbiamo un crescendo, il cui punto massimo si tocca

all’ottavo capitolo dell’epoca seconda, quando, dopo aver superato gli scontri con i compagni

dell’appartamento ed aver affermato la propria personalità, la sfida viene lanciata più avanti. La

sfida è ora diretta contro i superiori: vuole uscire dall’accademia ed avere maggiori libertà, come il

fratello di cui Alfieri è invidioso. Appena quattordicenne, Alfieri entra a far parte del primo

appartamento ed avere tutte le libertà che desidera, cosa che non accadeva quando era segregato

nel terzo appartamento. Alla fine Alfieri viene condannato e punito con una reclusione di tre mesi in

camera. «Dopo tutte queste mie arroganze mi toccò un arresto cosí lungo, che ci stetti da tre mesi

e piú, e fra gli altri tutto l'intero carnevale del 1764. Io mi ostinai sempre piú a non voler mai

domandare d'esser liberato, e cosí arrabbiando e persistendo, credo che vi sarei marcito, ma non

piegatomi mai. Quasi tutto il giorno dormiva; poi verso la sera mi alzava da letto, e fattomi portare

una materassa vicino al caminetto, mi vi sdraiava su per terra; e non volendo piú ricevere il pranzo

solito dell'Accademia, che mi facevano portar in camera, io mi cucinava da me a quel fuoco della

polenta, e altre cose simili. Non mi lasciava piú pettinare, né mi vestiva ed era ridotto come un

ragazzo salvatico. Mí era inibito l'uscire di camera; ma lasciavano pure venire quei miei amici di

fuori a visitarmi; i fidi compagni di quelle eroiche cavalcate. Ma io allora sordo e muto, e quasi un

corpo disanimato, giaceva sempre, e non rispondeva niente a nessuno qualunque cosa mi si

dicesse. E stava cosí delle ore intere, con gli occhi conficcati in terra, pregni di pianto, senza pur

mai lasciare uscir una lagrima.». Nel sottotitolo del capitolo otto Ozio totale. Contrarietà incontrate,

e fortemente sopportate, si sottolinea la condizione di totale ozio da parte di lui e la descrizione del

modo in cui ha sopportato tutta l’oziosità. Il testo ha subito un cambiamento rispetto alla prima

versione: l’ottavo capitolo è dedicato a uno scontro tra le autorità dell’accademia, mentre il nono è

dedicato, come dice il sottotitolo, al Matrimonio della sorella. Reintegrazione del mio onore. Primo

cavallo. Precedentemente, questi due capitoli ne costituivano uno solo.

Il nono capitolo affronta il matrimonio della sorella diciottenne, che è poi anche l’occasione di altre

libertà nel quale scopre il modo in cui è riuscito a liberarsi dalle punizioni. Grazie all’intervento del

cognato viene meno la reclusione di tre mesi in camera sua. Negli anni del passaggio

dall’adolescenza alla giovinezza, Alfieri fu sottoposto a diverse sollecitazioni dalle quali si costruirà

il carattere dello scrittore. Si sviluppano alcuni aspetti della carattere quali l’orgoglio, la giustizia,

l’uguaglianza e la libertà. Alfieri è generoso d’animo e condivide i cavalli e la sua passione per essi

con i suoi compagni. «Esaminando io spassionatamente e con l'amor del vero codesta mia prima

gioventú, mi pare di ravvisarci fra le tante storture di un'età bollente, oziosissima, ineducata, e

sfrenata, una certa naturale pendenza alla giustizia, all'eguaglianza, ed alla generosità d'animo,

che mi paiono gli elementi d'un ente libero, o degno di esserlo.».

Il capitolo decimo, col sottotitolo Primo amoruccio. Primo viaggetto. Ingresso nelle truppe, è l’ultimo

capitolo dell’epoca seconda. Tra tutte le esperienze, ancora non ne ha mai narrata una di tipo

amoroso: la seconda epoca si conclude infatti con un innamoramento. Il primo amore non viene

vissuto completamente, ma il suo amore, più che vissuto, viene immaginato. Alfieri s’innamora di

uno dei compagni d’accademia. «In una villeggiatura ch'io feci di circa un mese colla famiglia di

due fratelli, che erano dei principali miei amici, e compagni di cavalcate, provai per la prima volta

sotto aspetto non dubbio la forza d'amore per una loro cognata, moglie del loro fratello maggiore.».

L’amore si manifesta attraverso una profonda malinconia, non viene dichiarato e nemmeno

consumato. Alfieri vive da solo in una contemplazione della donna oggetto del suo desiderio, ma

22

davanti alla quale gli mancano le parole e perciò l’amore non viene dichiarato. A questo suo amore

segue l’uscita dall’accademia, la nomina di alfiere del suo paese d’origine e l’inizio della carriera di

militare. La nomina di alfiere comportava dei seri impegni e così, per evadere da questa

situazione, organizza con due ex compagni d’accademia un viaggio in Italia sotto la guida di un

servitore. In questo modo Alfieri può uscire dal Regno del Piemonte grazie all’aiuto del suo

cognato. Il cognato interviene presso il re in modo che quest’ultimo possa dare il permesso ad

Alfieri di uscire dal regno del Piemonte. Di questa cosa, Alfieri dice di aver provato una certa

vergogna: «La cosa riuscí, ma in me mi vergognava e irritava moltissimo di tutte le pieghevolezze,

e simulazioni, e dissimulazioni che mi conveniva porre in opera per ispuntarla. […] E qui darò fine

a questa seconda parte; nella quale m'avvedo benissimo che avendovi io intromesso con piú

minutezza cose forse anco piú insipide che nella prima, consiglierò anche al lettore di non

arrestarvisi molto, o anche di saltarla a piè pari; poiché, a tutto ristringere in due parole, questi otto

anni della mia adolescenza altro non sono che infermità, ed ozio, e ignoranza.».

Con queste parole Alfieri chiude il capitolo e la seconda epoca. Col viaggio che aveva organizzato

per l’Italia, Alfieri aprirà l’epoca successiva, la terza, della Giovinezza.

Notiamo però una mancanza, un qualcosa che viene oscurato e taciuto da Alfieri. Lo scrittore non

ha fatto nessuna parola sulla formazione religiosa, che in accademia veniva data. Questa è una

scelta molto precisa perché si presenta come un uomo laico. Alfieri parla della religione solo

quando questa viene messa in confronto con delle punizioni o con delle minacce. La denigrazione

e il ricordo negativo degli anni di collegio al negativo è un’idea che appartiene non solo ad Alfieri,

ma anche a Manzoni. Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785. Non abbiamo ricordi autobiografici dove parla della

sua infanzia o della sua adolescenza, ma esistono documenti che possano testimoniare la

gioventù di Manzoni scritti da parenti e amici. Manzoni parla più che altro dell’educazione che ha

ricevuto in collegio. Da giovanissimo fu allontanato dalla madre Giulia Beccaria ed affidato subito

ad una balia. Il bambino fu allontanato dalla casa paterna. In questo allontanamento possiamo

ritrovare delle implicazioni di carattere esistenziale e culturale. In realtà questo bambino è frutto

dell’amore e del rapporto di Giulia e Giovanni Verri, che non era il suo vero padre. Giulia, quando

si sposa nel 1782, è una giova e colta donna ventenne che stabilisce un rapporto con Giovanni

Verri. Il padre di Giulia, il famoso Cesare Beccaria che scrisse Dei delitti e delle pene, non fu un

padre esemplare per la figlia. All’età di vent’anni il padre decise di far maritare la figlia con Pietro

Manzoni che era addirittura più vecchio di Cesare. La differenza di classe esisteva tra Giulia e

Pietro era notevole, perché Giulia apparteneva da tempo alla casta della nobiltà, mentre Pietro ne

era entrato da poco. Giulia continua a mantenere il suo rapporto con Giovanni Verri anche dopo le

nozze. Alessandro Manzoni era consapevole dei rapporti della madre. Una volta sposata, Giulia

entra a far parte nella famiglia di Pietro, ma trova un ambiente chiuso dove si sente prigioniera e

ferrata. Quando nasce, Alessandro viene messo a balia e Giulia avverte anche la necessità di

troncare il legame familiare col marito. Giulia scrive a Pietro Verri per esprimerle il suo disagio e

sarà dunque una figura di mediatore durante il matrimonio tra Giulia e Pietro Manzoni.

Alessandro Manzoni viene messo nel collegio di Merate all’età di 11 anni e, durante l’invasione

francese, tutti i ragazzi del collegio vennero trasferiti da Merate a Lugano, dove la situazione

politica era più tranquilla. Manzoni conserva dei ricordi col collegio grazie alle confessione che

annotava il genero Giambattista Giorgini. Quello di Manzoni non è un bel ricordo, ma svolge una

critica nei confronti dei rigidi sistemi educativi, che prevedevano anche l’uso di punizioni fisiche. I

ricordi di Manzoni sono un misto di odio nei confronti dei collegiali e di paura nei confronti degli

ecclesiastici. Quando Manzoni lavora al Fermo e Lucia, al margine al passo in cui parla

dell’educazione di Geltrude, ricorda il collegio di Merate dove era stato messo la prima volta. E’

significativo anche il modo in cui Manzoni entra nel collegio: la madre approfitta del momento in cui

Manzoni sta parlando con una persona per scappare e lasciarlo nell’istituto. Dopo questo gesto

d’abbandono, Giulia si stava preparando per la divisione con marito e aveva già stretto un legame

col Carlo Imbonati. Su quest’ultimo Manzoni scriverà il carme In morte di Carlo Imbonati. Giulia si

trasferirà poi a Parigi. Solo nel 1805 Manzoni recupererà il rapporto con la madre. Il legame tra

Giulia Beccaria e Carlo imbonati suscitò scalpore, ma per Giulia era un modo per dare un’impronta

diversa alla propria vita. Nel carme In morte di Carlo Imbonati viene rievocata la figura della madre,

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ma non si parlerà per niente della figura del padre. Manzoni dedica il carme alla madre con una

citazione molto significativa che recita: «Ch'ambo i vestigi tuoi cerchiam piangendo». Nel momento

in cui Manzoni si trasferisce a Parigi e Imbonati muore, recupera l’importantissimo legame con la

madre. In nel carme In morte di Carlo Imbonati ci sono dei versi in cui Manzoni ricorda gli anni del

collegio e della sua formazione. Riprende quindi un tema che aveva affrontato anche in altre

poesie precedenti. Fin dal tempo in cui era in collegio e il precettore insegnava a Manzoni,

tremante delle punizioni alle quali sarebbe potuto andare incontro, l’esercizio della retorica grazie

alla quale da tante parole si ricavava poco significato. Inoltre il precettore insegnava forme

retoriche e ragionamenti di scarso significato. Nonostante un’educazione vuota e inutile, Manzoni

era distratto dalla musa della poesia e quindi tralasciava i giochi. Manzoni era attratto dai dialoghi

coi morti di tradizione classica e recente.

Anche Alfieri scrisse un dialogo coi morti, intitolato La virtù sconosciuta. La virtù sconosciuta è un

dialogo in prosa che l’autore scrive per onorare la memoria e la morte di Francesco Gori

Gandellini, un amico con cui stringe un forte legame a Siena, nel secondo viaggio in Toscana.

Francesco Gori Gandellini era figlio di un mercante con cui Alfieri stringe amicizia andando oltre le

divisioni di classe. Nel dialogo tra Vittorio e l’amico Francesco, il valore di Francesco è la virtù, che

è sconosciuta perché è praticata in un secolo che non riconosce il valore di nobiltà di sentimenti. Il

carme In morte di Carlo Imbonati si collega all’opera di Alfieri perché abbiamo in entrambi i casi il

dialogo con un defunto di cui vengono esaltati i valori di carattere morale.

L’ode In morte di Carlo Imbonati appartiene alla prima fase manzoniana, in cui siamo prima della

conversione religiosa di Alessandro Manzoni. Questo modello di vita che gli offre Carlo Imbonati è

composto da principi a cui Manzoni rimarrà sempre fedele. Questa poesia è composta da Manzoni

con un metro particolare: gli endecasillabi sciolti si sono affermati nel corso del Settecento e, in

questo carme, ci sono dei versi in cui Manzoni ricorda Omero. Questi versi saranno citati in nota ai

Sepolcri come quelli di un giovane che promette di diventare un grande poeta.

Nel carme In morte di Carlo Imbonati ci sono dei versi in cui Manzoni ricorda i propri studi nei

collegi ecclesiastici nei quali si è formato. Svolge quindi una critica molto serrata dei metodi

educativi dei suoi insegnanti. Manzoni rievoca gli anni della sua formazione con un linguaggio che

non apparterrà al Manzoni degli anni successivi a quelli della conversione del 1810. In questo

carme usa ancora un linguaggio classicheggiante. Il collegio viene paragonato ad uno zozzo e

lurido ovile. Il cibo di cui si è nutrito in questo ovile viene è secco, insipido, insapore e non nutre la

persona. Manzoni si rivolse dunque al sorso della fontana della poesia. In particolare si rivolse agli

scritti degli antichi poeti. La formazione di Manzoni è quello di un autodidatta perché gli

insegnamenti che ha appreso nei primi anni di vita non gli sono serviti a niente.

Manzoni si sposerà con Enrichetta Bondel. I due sono più o meno coetanei e c’è una differenza di

sei anni tra i due. Questo matrimonio sarà molto prolifico: dal 1809 al 1830, Enrichetta ebbe 10

gravidanze, anche se i figli non sopravvissero tutti. Enrichetta è di famiglia calvinista, di origine

svizzera trasferitasi a Milano, con la quale Giulia Beccaria entra in conoscenza al momento in cui

vende gli immobili che sono stati lasciati ad Alessandro da Pietro Manzoni. Le nozze vengono

contratte tra famiglie di tradizioni diverse: Enrichetta appartiene al ramo della religione del

protestantesimo e quindi le nozze vengono celebrate a Milano prima con un rito civile e poi

benedette con un rito calvinista.

La famiglia partirà poi per Parigi nel 1808-1810, momento in cui stanno maturando i presupposti

della conversione di Manzoni. Si dice che la conversione fosse stata incitata dalla moglie. La

conversione avviene attraverso una riflessione e un’elaborazione di tipo intellettuale di alcune

problematiche. La conversione di Manzoni avviene come un qualcosa d’improvviso. Si narra che la

conversione avvenne nel 1810, durante le feste di Napoleone. Dei fuochi d’artificio non

scoppiarono regolarmente e produssero un gran fumo. Le persone comunicarono a fuggire e a

spaventarsi. Manzoni perse Enrichetta ed ebbe la manifestazione più forte di agorafobia, cioè la

paura di trovarsi da solo in spazi aperti. In seguito a questo attacco, Manzoni si sarebbe rifugiato in

una chiesa dove avrebbe trovato la pace e la rivelazione della grazia divina. In realtà il processo fu

molto più lento e passò attraverso Enrichetta, la quale lasciò il protestantesimo per aderire al

cattolicesimo. La figlia venne accusata dai genitori di tradimento dell’educazione dei genitori stessi,

che accusarono Giulia. In realtà la conversione di Enrichetta fu spontanea per avvicinarsi più

profondamente al proprio consorte. Manzoni seguì la conversione di Enrichetta, fino a quando nel

1810 si convertì. Questa scelta coinvolse tutto l’individuo e portò Manzoni ad una svolta nella sua

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produzione letteraria. La poesia precedente fu avvertita come non più idonea a dare espressione

al suo modo di sentire e di essere. Avverte quindi la necessità di contenuti di fondo nuovi e di un

linguaggio diverso. E’ con la conversione che abbiamo il ritorno definitivo di Manzoni in Italia,

distaccandosi dall’ambiente culturale parigino. Le prime opere che segnano la conversione di

Manzoni sono gli Inni sacri che compone tra il 1812 e il 1815 e saranno poi ripresi e conclusi

successivamente.

Manzoni risente di una nuova e diversa revisione dei principi illuministici. Nel romanticismo italiano

e europeo ha una forte implicazione un dato di carattere politico e un dato di carattere religioso.

Politicamente, i romantici che hanno assistito all’esperienza napoleonica hanno sviluppato una

critica nei confronti di Napoleone. Manzoni stesso aveva assimilato questa critica. C’era inoltre una

forte componente religiosa nel romanticismo. Anche la componente religiosa assume caratteri

diversi da letteratura a letteratura. Nel caso di Manzoni abbiamo una sorta di religiosità ne I

promessi sposi. Nei personaggi de I promessi sposi che appartengono al clero ci sono esempi

positivi, come don Abbondio e la monaca di Monza, e negativi, come Federico Borromeo e don

Rodrigo. La Chiesa è di tipo militante: fra Cristoforo, una volta convertito, era figlio di una famiglia

agiata e benestante che, in seguito alla regole del Seicento e dopo essersi coperto da un delitto, si

convertirà in difesa dei principi della giustizia e della solidarietà. A Renzo e Lucia venivano negati i

diritti e i potenti potevano esercitare i loro poteri. Il principio della dignità dell’individuo era sorto

durante l’illuminismo e durante il Settecento. Manzoni riporta quindi principi elaborati

precedentemente all’interno della religione cattolica. Nella visione del Manzoni, il cattolicesimo ha

delle sfumature molto diverse e particolari. Essa non è una religione accomodante, ma viene

vissuta in una dimensione quasi eroica e di conflitto con le istituzioni del potere civile e religioso. Il

cattolicesimo è influenzata dal giansenismo, cioè una corrente all’interno del cattolicesimo

caratterizzata da uno stile di vita particolarmente rigido e in qualche modo più vicino allo stile di

vita praticato dai calvinisti.

Nel 1815, quando inizia la polemica tra classici e romantici, Manzoni ha già iniziato a comporre e

pubblicare i suoi Inni sacri. In questa polemica che agita l’ambiente culturale milanese, c’è un dato

che segna l’inizio della discussione che ha radici settecentesca. Madame de Staël inviò al direttore

di una rivista una lettera che fu poi pubblicata a Milano nel 1816. Siamo quindi in piena

restaurazione, Napoleone è stato definitivamente sconfitto a Waterloo e c’è stato il Congresso di

Vienna, in cui i singoli stati italiani furono spartiti tra le diverse potenze europee. Nell’introduzione a

I promessi sposi, Manzoni ci dice che la storia è fatta da persone da principi e da uomini potenti di

alto linguaggio. Tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento si comincia ad avere una

percezione diversa: anche la gente di umile affare, come Renzo e Lucia, entreranno a far parte

della storia perché essa riguarda tutti e non soltanto le sfere alte della società. Durante il

romanticismo, gli autori voglio scrivere e pubblicare non per una piccola cerchia di lettori, ma per

una più ampia. Madame de Staël aveva invitato gli scrittori italiani a tenersi in contatto con la

cultura europea e rinunciare alla mitologia, cioè a quel bagaglio di immagini che erano legate alla

letteratura classica perché quelle immagini di dei e dee non rispondevano più alla religiosità

contemporanea. Nacque una netta polemica tra classici e romantici che si protrasse per molti anni.

Da una parte intervennero i classici a difesa della tradizione letteraria e dall’altra i romantici

difesero le posizioni di Madame de Staël e la nuova letteratura.

Uno degli interventi più significativi fu quelli di Giovanni Berchet, un intellettuale molto vicino a

Manzoni. Attorno a Manzoni, una volta stabilitosi a Milano a seguito della sua attività di poeta, si

riuniscono una collettività di scrittori tra cui anche Giovanni Berchet, il quale pubblicò una Lettera

semiseria di Grisostomo al suo figliolo. Crisostomo, che finge di scrivere una lettera a suo figlio che

è in prigione, si rivolge al padre in modo tale che gli possa mandare la traduzione di alcune ballate

di un poeta tedesco. In questa occasione, il padre parla al figlio di come debba essere la

letteratura e a quale pubblico debba rivolgersi. In questa sua lettera, si distinguono nella società tre

classi sociali: i parigini, gli ottentotti e il popolo. I parigini sono quegli uomini che hanno

un’educazione raffinata, che vivono in grande agiatezza e che quindi hanno una sensibilità che si è

ridotta e atrofizzata. Gli ottentotti hanno invece bisogni materiali e di soddisfare le prime necessità.

Il destinatario della prima letteratura deve invece essere quella classe di mezzo che ha ancora la

capacità di avere una sensibilità abbastanza fresca e viva: il popolo. E’ per loro che gli scrittori

devono produrre le proprie opere. Tutto il sistema letterario viene messo in discussione, aggiornato

e modificato. Anche se Manzoni non si espose e non partecipò direttamente alla polemica dei 25

classici e romantici. In Manzoni sorsero nuove esigenze dal fatto di aver vissuto l’esperienza

napoleonica e di essersi sempre interessato alla vita politica e religiosa del proprio tempo.

L’esperienza napoleonica fece germogliare sentimenti politici in tutte le persone e un desiderio di

indipendenza. Nel 1815 nasce la rivista intitolata La biblioteca italiana, mentre nel 1818, a Milano,

sorgerà rivista Il Conciliatore. Sul primo numero della rivista de Il Conciliatore verrà pubblicata la

lettera di Madame de Staël. In queste riviste vengono messi a fuoco i temi di discussione sul

romanticismo che vanno dal 1816 fino al 1821. Queste due date sono molto importanti: il 1816

segna un nuovo assetto dell’Italia dopo Napoleone, mentre il 1821 segna i nuovi moti carbonari

dove molte persone furono condannati all’esilio o al carcere. Nel 1821 Manzoni scrive un’ode in

occasione dei moti carbonari di questo periodo. Scrive poi Il 5 maggio in occasione della morte di

Napoleone a Sant’Elena, finisce la stesura dell’Adelchi e poi inizia il suo romanzo che verrà

pubblicato nel 1827 col titolo I promessi sposi.

Madame de Staël, personaggio di grandissimo rilievo europeo, è un’accesa antinapoleonica e una

scrittrice di romanzi e di testi di teoria e storia letteraria. Già nel 1815 aveva pubblicato il trattato

De l’Allemagne, tradotto in italiano Della Germania, dove parla della cultura letteraria della

Germania e Della letteratura considerata nei suoi rapporti con le istituzioni sociali. Quest’ultima è

una delle basi della critica storicistica della letteratura italiana. Sulla biblioteca italiana, Madame de

Staël interviene con l’articolo Sulla maniera e utilità delle traduzioni dove invita i letterati italiani a

riprendere un loro rapporto con la letteratura europea. Esiste una letteratura dalla quale si è

costituita una cultura che va oltre le dimensioni nazionali. Nasce qui il confronto tra le letterature,

molto importante per gli anni del romanticismo. Madame de Staël invita a riprendere un dialogo

che avviene facendo circolare nelle lingue dei diversi paesi la traduzione delle opere che vengono

prodotte. Le pagine di Madame de Staël suscitarono reazioni polemiche e critiche, ma anche

interventi di appoggio. Giordani risponde alla lettera di Madame de Staël sulla biblioteca italiana

difendendo la specificità della tradizione letteraria italiana. Giordani si pone la domanda di quale

possa essere il destino della tradizione dei classici che l’Italia possiede come un contrassegno

della sua traduzione. In appoggio della posizione di Madame de Staël arriva l’intervento di

Giovanni Berchet: lo scrittore assume le vesti di un padre che ha un figlio giovane che si trova in

collegio per compiere la sua formazione. Il figlio scrive una lettera al padre chiedendo la traduzione

di due ballate del poeta di lingua tedesca Bürger che aveva pubblicato Il cacciatore feroce e

Eleonora. Nel momento che il padre traduce queste ballate per il proprio figlio si chiede se

potessero aver successo in Italia. Con questa lettera, Berchet sollecita la necessità di un

rinnovamento e pone la questione del rapporto tra i letterati e il pubblico dei lettori. Brecht distingue

tre livelli di lettore: ottentotti, parigini e popolo. L’intervento di Berchet del 1816 è l’ultimo a favore di

Madame de Staël. Oltre alla questione del pubblico e della mitologia, si pose la discussione intorno

al sistema tragico che è stato a più riprese oggetto di dibattito e di discussione. Il fatto che si

traducano e circolano in Europa le tragedie di Shakespeare e di Schiller e le lezioni sulla

letteratura drammatica di Schlegel che vengono tradotte in italiano nel 1817.

In questi anni in cui sta svolgendosi la polemica tra classi e romantici, Manzoni non interviene. Si

riserverà di esprimere il proprio giudizio solo una volta interpellato e in una lettera privata. Nel 1815

Manzoni pubblica i primi Inni sacri, comincia a lavorare alle tragedie, stende il primo abbozzo de Il

Conte di Carmagnola, compone gli Adelchi, scrive e pubblica L’osservazione sulla memoria

cattolica in Italia e l’ode Il 5 maggio in occasione della morte di Napoleone. Nel 1821 Manzoni

inizia a scrivere la prima stesura del suo romanzo I promessi sposi. Quando I promessi sposi

verranno pubblicati, Manzoni è già conosciuto come un grande scrittore. Viene letto da vari

intellettuali e la sua opera non viene capita subito. Nel momento in cui escono I promessi sposi

uno dei lettori di Manzoni, Tommaseo, dice che l’autore si è abbassato a donarci un romanzo

perché il romanzo stesso viene sentito come un genere letterario di carattere minore e attraverso il

quale uno scrittore non raggiunge la fama. Il romanzo presuppone un tipo di pubblico di cui ha

parlato Berchet. Il genere narrativo che avrebbe dovuto dare al poeta una fama letteraria era il

poema epico in versi, come l’Orlando furioso o La Gerusalemme liberata. Una delle esigenze che

Manzoni avverte in maggior misura è il fatto di poter disporre di un linguaggio attraverso il quale

poter esprimere il suo pensiero. L’italiano di Manzoni è un toscano che ha imparato attraverso i libri

e quindi non è la lingua quotidiana e d’uso. Per poter dare espressione al proprio pensiero, la

propria narrativa e raggiungere i proprio pubblico è necessario elaborare al meglio il linguaggio del

romanzo. I promessi sposi conoscono tre tappe: la prima va dal 1821al 1823, in cui Manzoni 26

compie la prima stesura che rimarrà inedita. Il titolo è Fermo e Lucia e la materia narrativa è divisa

in quattro volumi con dei forti blocchi narrativi che sono caratterizzati da due storie all’interno della

storia: la storia portante è sempre quella dei promessi sposi Fermo e Lucia, ma all’interno ci sono

dei blocchi che raccolgono la storia della Monaca di Monza Gertrude e dell’Innominato. Di questa

stesura Manzoni non resta soddisfatto e , mentre lui scrive, chiede dei giudizi ai letterati che

conosce. Manzoni chiede loro un parere se era il caso o no di inserire la storia di Gertrude.

Manzoni ha dei dubbi sotto un punto di vista di spazi narrativi perché la storia della monaca

occupa ben 5 capitoli. Per questo Manzoni, una volta finito la storia di Fermo e Lucia, precede a

una nuova stesura. Fra il 1826 e il 1827 Manzoni pubblica I promessi sposi, un romanzo che ha un

gran successo ma che viene guardato dai critici ufficiali con sospetto. Manzoni viene accusato di

aver scelto come protagonisti dei personaggi non adatti perché sono due ignoranti popolani che

non sanno né leggere, né scrivere. Nel 1827, nonostante tutto, Manzoni non è ancora soddisfatto

del risultato raggiunto: appena finito di stamparlo ed uscito nelle librerie lo scrittore arriva a Firenze

per ragioni linguistiche ed inizia la “risciacquatura in Arno”. Inizia la terza e ultima fase di revisione

linguistica de I promessi sposi che si protrarrà fino al 1840 quando Manzoni darà l’edizione

definitiva del romanzo. Dopo il 1827 Manzoni non si cementerà più nella narrativa, ma nel 1830

scriverà un testo intitolato Del romanzo storico e, in genere, de' componimenti misti di storia e d'

invenzione dove sostiene che non è possibile mescolare storia e invenzione e quando nel 1840

pubblicherà I promessi sposi nello stesso volume mette Storia della colonna infame, cioè la storia

del processo agli untori per dare segno tangibile al superamento della narrativa che mescola

invenzione con storia.

Manzoni si serve di una lingua che attinge parole dal francese. Inoltre si serve del vocabolario

della Crusca e di dizionari dialettali, cioè che danno l’equivalente della parola italiana in dialetto.

Dopo aver pubblicato I promessi sposi nel 1827, Manzoni già scriveva al suo corrispondente

Tommaseo di avvertire la mancanza di un dizionario della lingua italiana. Se manca un dizionario

della lingua italiana, ne esiste un altro che è non stampato e che costituisce l’unico e autentico

serbatoio della lingua moderna, cioè il toscano che si parla a Firenze. Questo è un dizionario che

ha una bella copertina rilegata da Porta San Niccolò a Porta San Frediano fino a Porta al Prato.

Manzoni ha dovuto affrontare dei problemi per scrivere I promessi sposi e col fermo proposito di

comporlo, se gli riuscisse, in una lingua viva e vera. Il toscano di Manzoni è calato dall’alto con

insegnanti che non sono toscani e non conoscono il toscano. La scelta di Manzoni ha determinato

un’identificazione col fiorentino parlato dalle classi colti. L’ultima edizione de I promessi sposi viene

pubblicata da Manzoni con l’aggiunta di vignette che ritiene fondamentali. I mutamenti avvengono

da un punto di vista linguistico, come l’aggiunta della Storia della colonna infame. Nell’ambiente

milanese circolava la voce che Manzoni stava ascrivendo un saggio nel quale negava la possibilità

di inserire in un testo storia e invenzione: entrambi richiedevano al lettore due tipi di approccio

diverso. La Storia della colonna infame ha una significato molto forte e verrà pubblicata insieme a I

promessi sposi in segno di un superamento del romanzo stesso. Dopo I promessi sposi, Manzoni

non riprese più in mano opere di carattere narrativo o poetico. Le successive opere saranno di

carattere teorico.

L’ambientazione e la trama di Fermo e Lucia è la stessa de I promessi sposi, cioè quella del

matrimonio di due giovani promessi sposi che viene impedito da un signorotto. I due testi

differenziano nella struttura, cambiando e tagliando alcune parti.

Negli anni in cui Manzoni scrive, lo scrittore non era libero di dire sempre ciò che voleva, ma c’era

una censura di carattere ecclesiastico e politico. Manzoni comincia a scrivere I promessi sposi

all’indomani della sconfitta dei moti carbonari del 1829. A Milano c’era una dominazione straniera

da parte degli spagnoli che corrisponde alla condizione della Lombardia e dell’Italia di quegli anni

che era sottomessa alle potenze straniere, in particolare il Lombardo Veneto era sottomesso

all’Austria. Il romanzo è uno dei generi narrativi letterari più vario che consente maggiore libertà ad

uno scrittore ed esistono tanti generi di romanzi. Già quando scrive Manzoni, c’era un grande

varietà di romanzo, come quello filosofico, autobiografico, storico…, e Manzoni sceglie quello

storico. Il romanzo storico è un genere che arriva in Italia più tardi rispetto ad altri paesi europei.

Mentre Manzoni ha alle spalle un’esperienza del romanzo storico, leggendo le diverse parti del

Fermo e Lucia, si può notare che convergono altre esperienze di narrativa romanzesca. Il caso è

particolarmente evidente nel caso dell’episodio della Monca di Monza. La narrazione della storia di

Gertrude inizia con la sua nascita e finisce con i rimorsi che la assalgono dopo un omicidio di cui

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2016-2017

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