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Letteratura italiana - Prof. Giuseppe Lupo

La letteratura industriale

Il mondo del lavoro è sempre stato, e lo è ancora, un tema che affascina molto. Questo spiega perché molti autori hanno scritto e scrivono ancora oggi libri che hanno per oggetto il mondo industriale.

Le industrie misero piede in Italia per la prima volta intorno alla fine dell'800. Allora però non si poteva ancora parlare dell'Italia come di un paese industriale, ma piuttosto come di una realtà contadina con un'industrializzazione diffusa a macchie di leopardo, e in particolare nel cosiddetto triangolo industriale costituito da Torino, Milano e Genova. È negli anni '40 che possiamo parlare per la prima volta del nostro paese come di un paese industrializzato, poiché è in questi anni che l'Italia diventa un paese con reddito a maggioranza industriale e non più con reddito contadino.

Gas di Edward Hopper, 1940

Si tratta di un dipinto ad olio realizzato nel 1940 dal pittore statunitense Edward Hopper. Nel dipinto compare una pompa di benzina, simbolo dell'automobile e quindi della modernità, che Hopper inserisce in un contesto particolare, un contesto ancora legato alla campagna. Il bosco qui rappresenta la natura selvaggia, quel qualcosa che appartiene alle forze primordiali della terra. Osservando il quadro vediamo poi un uomo ritratto nel momento in cui sta chiudendo le pompe. Questo quadro ci trasmette una sensazione di infinita solitudine.

Notiamo poi un contrasto tra gli elementi di destra, i quali rappresentano i segni della nuova civiltà industriale (pompa, insegne, colori non naturali, pubblicità) e gli elementi di sinistra, che invece appartengono al mondo della terra, al mondo contadino. Questo quadro vuole quindi rappresentare l'incontro tra due civiltà, la civiltà della terra, antica e arcaica, e la civiltà industriale; due mondi desolati che si guardano, che si specchiano. Se è vero che la modernità conduce verso la felicità o comunque nasce per rendere l'uomo più felice, il momento qui rappresentato, e cioè il momento in cui le due civiltà sono in equilibrio, è il momento di pura felicità. Questo momento rappresenta il punto di massima capacità dialogante tra i due mondi. Di lì a qualche anno si avrà il punto di non ritorno, e cioè il momento in cui le macchine prevarranno sull'uomo.

Letteratura industriale e antimodernità

Pensando alla letteratura industriale normalmente ci si aspetta che questa esalti il mondo del lavoro, delle fabbriche, delle industrie, e che in essa sia insita l'idea che il domani sia meglio dell'oggi, ma non è così. Paradossalmente leggendo la letteratura industriale ci rendiamo conto di quanto essa sia antimoderna. Si tratta di una letteratura del dissenso che parla delle macchine come di strumenti che disumanizzano l'uomo. Ma perché questo?

La letteratura, come sappiamo, è figlia delle muse, le quali, a loro volta, sono figlie di Mnemosine e cioè della memoria. La letteratura è quindi qualcosa che ha a che fare con la memoria. La letteratura che ha raccontato il moderno è quindi una letteratura che avanza nel tempo, ma con lo sguardo rivolto al passato. Questa letteratura, come tutta la letteratura, è figlia della memoria e dunque non può avanzare se non guardandosi indietro. Il nuovo, in questa letteratura, viene percepito come qualcosa che mette nostalgia del vecchio.

Gli scrittori appartenenti a questo genere non hanno compreso una grande verità, e cioè che ieri non si stava bene. Nella civiltà della terra si moriva per un ascesso al dente; l'uomo era falsamente felice. Potremmo addirittura dire che l'uomo all'epoca soffriva molto più che nella fabbrica. "Ieri stavamo bene" è quindi una mitologia falsa. Questo non vuol dire che il mondo delle fabbriche sia stato migliore, anche quello è stato un mondo di sofferenza, però gli sforzi che l'operaio patisce a contatto con le macchine sono sforzi diversi rispetto a quelli del contadino, sono sforzi che portano ad un cambiamento. La civiltà della terra è una civiltà statica dove il contadino non può sperare in un futuro migliore per il figlio. La civiltà industriale, invece, è dinamica, essa accelera il corso degli avvenimenti, mette in movimento la storia. Le macchine, certamente, hanno portato dolore, però hanno fatto sì che il figlio di quel contadino diventato operaio potesse studiare.

Sviluppo della letteratura industriale

La letteratura industriale si può così suddividere:

  • Letteratura preindustriale dall'Unità d'Italia fino agli anni '30;
  • Letteratura industriale vera e propria dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni '80/'90. Tale letteratura si chiude con due opere: Mammut di Antonio Pennacchi, che racconta la morte della classe operaia, e La dismissione di Ermanno Rea, che racconta la fine di una fabbrica. Quest'ultimo libro segna l'inizio di una nuova stagione e cioè quella della letteratura post industriale, chiamata anche letteratura della dismissione;
  • Letteratura post industriale dagli anni '90 fino ad oggi.

Tema di fondo di questa letteratura è la modernità, la cui epifania è la macchina.

Letteratura preindustriale

Siamo in un'Italia contadina con industrializzazione diffusa a macchie di leopardo. In questa stagione l'industria viene rappresentata secondo queste categorie: prigione, inferno e cattedrale. Opere di riferimento per questa stagione sono:

  • Cesare Cantù, Portafoglio di un operaio (1871)
  • De Amicis, Il primo maggio (1889) e La maestrina degli operai (1891)

La figura degli operai è quella che ha catalizzato di più l'interesse degli scrittori. La macchina in questa letteratura viene percepita come un mostro che irrompe nella realtà contadina, come un ostacolo che si oppone alla felicità dell'uomo. Nelle opere di questo periodo si riflette molto sulla condizione operaia, discorso che ha a che fare con il socialismo. Altro tema di questa letteratura preindustriale è il riflettere sulla natura e sull'idea di progresso. Due esempi di scrittori preindustriali sono Manzoni e Verga.

Manzoni può essere considerato uno scrittore preindustriale perché nei suoi Promessi Sposi ci racconta che Renzo da operaio diventa piccolo patroncino. Manzoni molto più che Verga aveva capito e aderito all'idea di progresso, all'idea che la storia degli uomini sia uno strumento attraverso cui gli uomini si riscattano. Manzoni non ha raccontato la storia così come è, ma come secondo lui dovrebbe essere. Nel mondo di Manzoni Renzo vince e don Rodrigo perde. Manzoni comprende il dinamismo della storia; egli ha ridisegnato un percorso: Renzo, borghese, scavalca il nobile, Don Rodrigo. Manzoni quindi è molto più moderno di un Verga.

Verga nel suo Mastro don Gesualdo ci racconta di un muratore che diventa più ricco dei nobili. I nobili in Verga sono nobili che hanno fallito. Verga però fa commettere al suo personaggio un errore clamoroso, e cioè quello di volersi imparentare con i nobili. Il protagonista di Verga insegue la possibilità di essere accreditato dai nobili che però lo schifano. Manzoni a differenza di Verga ha capito che il futuro è nel mondo borghese. Egli inoltre ci ha dato l'unico esempio di romanzo borghese in Italia.

Nella letteratura preindustriale è diffusa l'idea che non si abbiano gli strumenti per raccontare di questi argomenti.

Manifesto del Futurismo di Marinetti (1909)

Questo manifesto è tutto un inneggiare agli strumenti della modernità. L'approccio di Marinetti qui è un approccio estetico. Egli afferma che la magnificenza del mondo consiste nella bellezza della velocità. La macchina viene qui giudicata essere più bella della Nike di Samotracia, considerata un tempo il prototipo del bello. Da questo manifesto notiamo come sia cambiata non solo l'idea del bello, ma anche la dimensione del tempo, il quale diventa una categoria che si modifica. Percepiamo poi l'esaltazione della città. È nella città che avviene l'incontro con il moderno. Nella città secondo Baudelaire il poeta perde l'aureola, la sacralità dell'intellettuale e mette in gioco se stesso. Altro discorso che qui viene affrontato è la bellezza delle macchine.

Mario Sironi, Periferia (1922)

Si tratta di un dipinto di Mario Sironi, un pittore futurista, che qui ci declina la sua idea di moderno. Il moderno, secondo Sironi, si vede nelle periferie, là dove si addensano le nuove fabbriche. Ciò che ci colpisce di questa immagine è la desolazione. Siamo ancora in un momento in cui le due civiltà, quella della terra e quella industriale, si stanno incontrando. Nel moderno l'uomo non c'è, non esiste. Da questo dipinto comprendiamo come per Sironi il moderno sia un paesaggio periferico desolante dove l'uomo non compare.

La letteratura industriale possiamo dire che nasca in un frammento del canto XXI dell'Inferno di Dante. Qui l'autore fiorentino afferma che il girone dei barattieri somiglia all'arsenale dei Veneziani. Notiamo qui la capacità che Dante ha nell'indicare con precisione i ruoli. Dante ci racconta una scena dove ciascuno si occupa di un settore preciso. Quello che ci sta descrivendo è una sorta di catena di montaggio. Ma se nella bottega dell'artigiano è quest'ultimo a compiere tutte le operazioni, nell'industria ciascuno si occupa di una del progetto. Dante, poeta medievale, conosce le azioni, si è informato, è competente. Un poeta del 900 non trova le parole per descrivere il mondo delle fabbriche.

Cambiamento del paesaggio urbano

Nella letteratura industriale uno dei passaggi epocali è il cambiamento del paesaggio urbano in virtù delle aziende. L'uomo moderno deve modificare se stesso transitando dalla condizione di contadino alla condizione di cittadino urbano. Il grande conflitto che esiste è tra modernità e anti-modernità. La città è la modernità. Lungo tutto il 900 spesso gli scrittori hanno guardato con rimpianto alla campagna. Uno dei pochissimi autori del 900, Vittorini, ha capito che il destino dell'uomo non è in campagna, ma in città. Ma il grande passaggio che comporta l'industrializzazione è il cambiamento geografico della città e cioè l'aggiunta delle periferie. Queste cinture che stanno tra la città vera e propria e la campagna esterna.

Leonardo Sinisgalli, Lambrate, 1934

La periferia è un mondo di mezzo, un mondo nel quale convivono ancora le due civiltà, quella della terra e quella industriale. La periferia è il segno della civiltà che erode e toglie spazio alla campagna.

Ottiero Ottieri, La linea Gotica, 1963

È un diario che scrive tra il 48-58. Si tratta di un diario quotidiano. La linea gotica prende il nome dalla storica linea gotica, quella linea che attraversava l'appenino tosco emiliano e presso la quale i tedeschi respingevano l'avanzata degli alleati. Questa linea divideva l'Italia in due. La sensazione che dà Ottieri.

Sinisgalli rimane colpito dalla periferia di Lambrate, è qualcosa che affascina perché è fatta di novità. Ci sono le insegne pubblicitarie, i palazzi. Ottieri è uno scrittore che si trova a lavorare nell'industria, ma non per sua volontà. Egli non sposa l'industria, come Sinisgalli. Ottieri lavora per grandi industrie (Olivetti, Alfa Romeo). Egli rimane scettico. Sinisgalli è invece attratto dal nuovo, da questa novità che viene dal mondo delle fabbriche.

Sinisgalli, Narni-Amelia scalo, 1937

Sinisgalli è una figura molto anomala. È un poeta-ingegnere. Viene dal sud, si sposta a Roma dove entra in contatto con i poeti e pittori della scuola romana. Nel 32 si trasferisce a Milano, dove avviene il cosiddetto matrimonio con l'industria. Il primo lavoro è presso una fabbrica di linoleum (Pirelli). Lavorerà anche per l'Olivetti, l'Alfa Romeo. Lavora da pubblicitario, non da ingegnere. Lavorerà come esperto di comunicazione aziendale. Scrive questa poesia perché si trova a Napoli perché lavorando per questa società del linoleum viaggia spesso per Napoli. È un presagio industriale. Ci sono in questo testo molti termini che alludono al paesaggio industriale (stridula cisterna, oscura fuliggine, nastri trasportatori). Questa poesia trasmette un senso di solitudine, la solitudine dell'uomo all'interno di un mondo desolato. L'industria qui appare come un luogo di solitudine e di silenzio. Sinisgalli si trova improvvisamente da solo a contemplare questo paesaggio che non è più della natura, di quel tipo di letteratura che appartiene ad una certa tradizione. Qui si parla di guerra, di esilio, di solitudine. È un mondo che ha perduto la bellezza e la poesia del mondo antico, che è stato contaminato da questa industria. Tuttavia questo mondo industriale ci porta ad una poesia. Sinisgalli ha visto le muse, ma sono degli uccelli o esseri uccelliformi che gracchiano e mangiano piante. Le muse dovrebbero avere una voce soave. Il poeta non può sentire voci gracchianti. Sinisgalli rimane meravigliato da questi esseri sgradevoli.

Qui Sinisgalli sta citando Ovidio che nelle metamorfosi racconta di queste ragazze che avevano osato sfidare Apollo nella poesia. Per punizione Apollo le aveva mutate in gazze ladre, uccelli con voce sgraziata. Sono muse che appartengono ad un altro linguaggio poetico. È il linguaggio di una poesia prodotta e immaginata da un poeta che diventa ingegnere. Sinisgalli, da uomo che ama la matematica e la geometria, si sente trascinato verso le virtù poetiche. È una poesia guastata. Il poeta ha abbandonato le vecchie muse, perché ha visto altre muse altrettanto affascinanti. Il moderno sono le muse sporcate, è la musa non bella, non leggiadra, non dalla voce soave. I nastri trasportatori, la cisterna, i treni, tutte queste sono le muse del moderno che ha visto Sinisgalli.

Sinisgalli, Come si fabbrica il linoleum, 1937

Troviamo qui gli stessi termini che risuonano nella precedente poesia. Ciò testimonia che Sinisgalli quando è arrivato a Napoli è rimasto abbagliato da questo paesaggio industriale. Ed è rimasto abbagliato fino al punto che ci ha lasciato alcuni disegni. Sotto ogni disegno Sinisgalli scrive cosa sono queste macchine. Sono tutti quanti congegni che servono a produrre il linoleum. Dà titolo a questi testi di ritratti. Perché non scrive "disegni" essendo ingegnere? Il termine ritratto appartiene più alla figura umana. Qui sta usando il termine con cui si identificano, si denominano i ritratti delle figure umane per indicare i disegni di macchine che lui ha fatto a mano libera.

Sinisgalli produce un testo che accompagnerà queste immagini di macchine. Sinisgalli ricorda le atmosfere degli anni 30 “Quasi Imodiano” - questa poesia era piena di un corredo, parla della poesia Narnia-Amelia. Elementi di un paesaggio industriale dove l'impurità fa lega con la purezza, la scrittura si è irrobustita per fare il salto dall'idillio all'ego. Sinisgalli parla di due termini, discorso legato ai contenuti della poesia che essendo nata in un contesto poco letterario ma legato alla fabbrica Sinisgalli produce una letteratura impura, la letteratura di fabbrica è impura non perché sia sporca ma perché abbandona i contenuti tradizionali.

Poesia pura e poesia impura (Galilei, Leopardi, Leonardo da Vinci). La bellezza dell'idillio, qualcosa che si contempla che ci dà sensazione di quiete e pace, l'epos invece è il guerreggiare. Narnia Melascalo è epica non idillio, non è contemplazione idillica, è una battaglia, è un racconto epico di qualcosa di grandioso e importante. Epica trasmette qualcosa di grandioso e importante. La calandra: macchina buffa e panciuta (disegno n2). Ritratto n5, immagini iconiche di Sinisgalli che ha disegnato pensando a quello che ha visto.

Ritratti di macchine

Disegni di macchine fatti con squadre e compassi, ritratti irreali, conoscenza molto limitata. Termini: membratura, digestione -> termini di linguaggio biologico del corpo umano per riferirsi alle macchine, le macchine sono come il corpo umano che contengono qualcosa di simile al corpo umano. Certi poeti si sono fatti commuovere, i poeti hanno bisogno di credere nei mostri. Il testo parte da quando lui studiava a Roma e disegnava macchine: ha capito che le macchine sono come l'uomo, interpretazione umanizzante delle macchine. Anche loro subiscono il tempo, invecchiano, sono sottoposte a queste regole della vita come gli uomini, sono costruite a nostra immagine e somiglianza, noi siamo come Dio che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza. Le macchine sono come gli uomini, si stancano, soffrono, si ammalano - questo è quello che Sinisgalli ha colto quando ha visto le macchine facendo una visita in macchina che ha portato a questi disegni e ha prodotto questa concezione. I poeti hanno avuto paura delle macchine come mostri, come nemiche dell'uomo, in realtà le macchine non sono contrapposte all'uomo ma sono la nostra proiezione, facciamo fare alle macchine quello che vorremmo fare noi ma non possiamo, affidiamo ad esse quello che non possiamo fare noi.

Aver guardato le macchine a riposo significa che Sinisgalli visita questa fabbrica nelle ore di riposo e coglie le macchine non quando lavorano ma quando stanno ferme, mostrano l'umanizzazione delle macchine, sono le nostre stesse figlie, figlie della nostra intelligenza, le macchine sono la copia di noi. Discorso molto leonardesco (Leonardo da Vinci, milanese) concezione -> l'uomo è un movimento di macchine e le macchine sono il trasferire in attributi meccanici elementi umani.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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