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Appunti di Letteratura Italiana - I modulo - Prof D'Alessandro

Appunti di Letteratura Italiana per il corso della Prof Francesca D'Alessandro, Università Cattolica del Sacro Cuore. Argomenti trattati a lezione: letteratura come monumento, Montale, memoria collettiva, Petrarca, Machiavelli e Sereni. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura italiana docente Prof. F. D'Alessandro

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ESTRATTO DOCUMENTO

Un'etica per il lettore, Il Mulino, 2007.

Scrive

Raimondi si concentra sull'idea che la lettura sia il primo atto per accostarsi all'opera letteraria,

sia un atto che ci mette in relazione con gli autori dell'opera

In questo spazio, gelosamente solitario individuale, la lettura non è mai un monologo, ma l’incontro con un altro

uomo, che nel libro ci rivela qualcosa della sua storia più profonda e al quale ci rivolgiamo in uno slancio intimo della

coscienza affettiva, che può valere anche un atto d’amore.[…] Tra il lettore e lo scrittore, si producono lo sguardo, la

coscienza, il faccia a faccia di una vera e propria relazione etica.

La lettura, che ci sembra un atto individuale, in realtà ci apre a un incontro. Non è un monologo,

un isolamento, ma è un incontro. Un incontro con un altro uomo che però ha fatto quello sforzo

straordinario di voler condividere con noi una sua pur piccola verità, qualcosa che secondo lui

valeva la pena di essere condiviso. Il gesto che ha spinto l'uomo verso il potenziale lettore è

innanzitutto un gesto di umiltà, cioè l'idea che un uomo singolo non conta nulla, ha bisogno di

essere ascoltato e di essere ascoltato.

L'autore rivela la cosa che per lui è più importante, una parte della sua storia più intima, si

spoglia di ogni schermo e si palesa della sua totalità a chi lo accoglie.

--> idea che se lui per venire verso di noi ha compiuto uno slancio affettivo, noi dobbiamo andare

verso di lui con un atto d'amore è una relazione confidenziale quella che instauriamo

Etica perché l'autore dice una verità, lo dice in modo gratuito, non ha alcun interesse perché

l'altro legge.

Etica per il lettore perché ha il diritto di sentirsi più o meno coinvolto e ha il compito di non

dimenticare che quel messaggio gli viene da un'identità che è altro da sè che va rispettata in

quanto altra.

Le elaborazioni teoriche e critiche trovano un equivalente tanto più vigoroso e decisivo nel laboratorio degli scrittori,

che più e più volte, con accenti singolarmente concordi, hanno riconosciuto nella lettura la prova cruciale del testo e

nel lettore un protagonista, di fronte a una letteratura che pone anzitutto delle domande. […]

Tutte le ipotesi che vengono fatte nella letteratura hanno il loro corrispettivo nel laboratorio degli

scrittori, costituito dalla loro scrivania quanto dalla loro biblioteca. E' il processo compositivo che

conduce alla scrittura di un testo. La biblioteca è composta libri letti che per l'autore hanno

lasciato una traccia.

E' fondamentale capire che gli strumenti attraverso cui si costituisce una storia laterale sono tanti

(la filologia, la teologia ecc..) e interagiscono per contribuire all'esegesi di un testo.

La critica, gli studi letterari non possono essere un modo per la propria vanità, devono essere i

modi per svelare umilmente la capacità di lavora sul testo. L’approccio ad un testo comporta una

parte emotiva ed una scientifica. La filologia e la critica si devono mettere in una condizione di

servizio rispetto al testo, devono essere un modo per disvelare quanto il testo di meglio può

dare. La letteratura pone delle domande e stimola interrogativi. I testi tanto più sono stimolati

tanto più suggeriscono significati a seconda dello sguardo che li osserva, purché lo sguardo che

osserva sia disposto a non tradire il nucleo del testo.

Bisogna partire dall'idea che il testo dia un'identità dinamica che non può essere trattata come

un oggetto museale --> è vivo e si evolve.

Leggendo, nella mia soggettività, rappresento anche un altro soggetto, quasi ‘due in uno’, sperimento la mia stessa

identità come movimento e tensione verso l’alterità e la differenza. […] Se il lettore è responsabile del divenire e del

rinnovarsi di un’opera, egli deve insieme conservare quel senso, nella sua integrità di soggetto, nella sua differenza

che non può essere violata, proprio perché vi si incarna una persona. […]

Secondo Novalis «il vero lettore deve essere autore ampliato». Se lo scrittore è l’origine, il passato ricostruito

dell’opera, il lettore si impone quale progetto e postulato per comprendere e riflettere l’appello con cui l’opera si

indirizza al collettivo della socialità non meno che al futuro. […]

Il lettore, venendo in contatto con l'opera, ricostruisce la personalità dell'autore che è all'origine

del testo che, quando è nato, era destinato a essere lanciato come una freccia verso il futuro.

E' chiaro che la responsabilità del lettore è grande, ha il compito di salvare la condizione futuribile

del testo. Preserva il testo dallo scomparire e lo traghetta al futuro, lo riconsidera e lo

ricontestualizza. Il compito del lettore è necessario, perché senza lettore il testo muore. Soltanto

se il lettore è disposto a trasmetterlo il testo vivrà. L’opera non solo si indirizza al futuro, ma

anche alla memoria collettiva. Conserva i valori che salvano dalla barbarie e che fondano la

civiltà. Il valore della creazione artistica-letteraria acquisisce un valore maggiore. La produzione

letteraria è per la collettività: include le tante individualità che restano tali. La lettura deve essere

un incontro che gioca il suo dialogo nel testo, questo è un concetto che viene da molto lontano.

È già presente in Dante: l’accostamento al testo viene attraverso “il lungo studio e il grande

amore”, c’è una dimensione scientifica e una affettiva, ma entrambi si orientano a cercare il testo

nella sua integrità. Sono segnali che affiorano in Dante, ma trovano fondamento in Petrarca.

Sul confine di un’alterità il lettore ne realizza il disegno di senso traducendolo nella originalità inalienabile del proprio

presente. E a contatto con i motivi e problemi di una nuova storia, quella del lettore e della sua risposta creativa, il

testo svela dimensioni e profondità sconosciute e imprevedibili del proprio significato. [...]

Non si dà vero dialogo con il testo senza avvertire la responsabilità dell’altro in sé. […] E questo implica il

riconoscimento che il testo presenta alla mobile intelligenza associativa dell’interprete dei vincoli oggettivi. […] Anche

l’esperienza letteraria ha infatti una sua interna scientificità. Non per nulla, un buon lettore è una combinazione tra il

temperamento artistico e quello scientifico: egli deve saper unire in sé la passione di un artista e la pazienza di uno

scienziato [filologia, stilistica, logica..]. L’esattezza dell’osservatore non abolisce certo il giudizio, anzi lo sollecita a un

massimo di forza e di illuminazione critica in rapporto alle istanze e ai problemi del presente. […]

Più si aderisce ai toni, alle figure, agli intrecci semantici che recano il segno non confondibile di un’alterità nel tempo,

e più scatta intensa la sensazione di prossimità che trasforma l’esperienza di uno scrittore in memoria vivente,

sostanza di una nuova avventura che si fa dialogo e incontro.

Forse l’etica della lettura trova qui il suo carattere più peculiare: in una esperienza di libertà compresente nel pieno

riconoscimento dell’altro, allorché interviene la tensione che conduce all’‘impulso filologico’. […]

La verità iscritta in un testo si rivela così un potenziale che cresce nel tempo all’infinito, nell’incontro irriducibilmente

interindividuale, imprevedibile, con la realtà vivente dei lettori, con la loro storia plurale di relazioni e di contatti, di

preoccupazioni e di interessi. […] E certo se l’evento della lettura è l’incontro di due solitudini, ognuna di esse risulta

popolata da una molteplicità senza termine di voci e di ombre misteriosamente solidali: [questo è la tradizione].

Un libro non informa soltanto, né solo intrattiene, è una creatura, che non posso ridurre a una superficie discontinua

di stimoli. […] Si percorre un testo non come un turista, ma come un pellegrino, che nel compiere il suo viaggio cerca

anche se stesso e indaga il proprio caos sentendosene responsabile. […] Nel momento in cui si colloquia con l’io di

una poesia o con il personaggio di un romanzo è come se lo si chiamasse a diventare una parte di sé e si fruisse

potenzialmente di una vita moltiplicata.

Ogni opera artistica che tratti dei rapporti umani coinvolge un aspetto morale, in quanto tutte le relazioni umane

possono essere valutate secondo categorie morali. Così il mondo della letteratura diventa uno dei luoghi del dibattito

sul comportamento dell’uomo. […]

Leggere e interpretare significa veramente attingere, faccia a faccia con il volto percettibile di un testo, la sua ‘cosa

interna’, il suo progetto di colloquio immerso nel flusso dell’esperienza e dell’esistere. […] È proprio dell’io morale

non essere mai sicuro della correttezza dell’interpretazione. E al pari di un altro uomo, anche il testo deve essere

considerato in ogni senso inesauribile. (E. Raimondi, Un’etica del

lettore, 2007)

Lezione 5 - Petrarca

Perché diciamo che da Petrarca (1304-1374) si fonda l'età moderna? Perché le sue riflessioni

sono riprese fino ai nostri giorni Il Canzoniere I Trionfi,

Non è esclusivamente un autore volgare che ha scritto e la maggior parte

della produzione di Petrarca non è poetica e non è in volgare, scrive opere in latino di carattere

etico, politico, storico, è autore di grande imprese filologiche.

Biografia

Nasce ad Arezzo in un periodo nel quale gli esili da Firenze erano numerosi e avevano colpito sia

il padre di Petrarca sia Dante. Da alcune testimonianze di Petrarca pare che i due si fossero

incrociati. Poi segue la famiglia verso la Francia perché il padre, notaio, si sposta a lavorare

presso la curia di Avignone. La sua formazione assume tutti i tratti dell'internazionalità, respira

l'aria d'oltralpe, della curia papale con una quantità di codici e libri vastissima al quale Francesco

può attingere. Il padre aveva il gusto e l'amore per la letteratura, quindi si faceva trascrivere da

amanuensi un gran numero di opere latine.

Tuttavia il padre fu inflessibile nel mandarlo a una facoltà giuridica. In un periodo di vacanza

avviene un episodio molto significativo. Petrarca, attratto dai codici letterari del padre, si perde a

leggere Virgilio mentre il padre era convinto che si studiasse i codici civili. Quando il padre lo

scopre butta nel camino il libro d Virgilio.

Commosso dal dolore del figlio tira fuori il libro dal camino --> inizio del confronto con il padre

con cui inizia ad avere un rapporto difficile. Questa ribellione/obbedienza fa maturare in lui una

forte coscienza critica anche nei confronti di quegli autori classici che amava. Impara più di

Dante a dire le sue ragioni a muso duro e lo si vede anche da alcune lettere in latino

Rerum familiari libri, Familiares,

Scrive il o le in 24 libri

• 23 raccolgono lettere indirizzate ad amici, sovrani, uomini politici

• il 24esimo raccoglie una serie di lettere indirizzate ali autori della latinità classica -->

concretizzazione del pensiero di Dante e trasferimento della lettura come incontro nella

quotidianità. Per Dante l'incontro con Virgilio è stato un episodio di un'intera vita avvenuto in

quel particolare momento di viaggio nell'oltre tempo, per Petrarca l'incontro è cosa quotidiana.

Ogni giorno indirizza agli autori antichi una lettera così come la indirizza un amico vivente per

l'Europa. Nella lettera a Seneca (1 agosto 348) dice che giova parlare con loro, uomini illustri

Petrarca avverte il dialogo come vivo.

Quando aveva 20 anni era un appassionato lettore di Tito Livio e scopre un pezzo dell'opera di

Ab urbe condita libri

Tito Livio che si credeva perduta. Livio scrive gli che erano nati come

un'opera in 10 volumi. Sono sopravvissute solo 3 deche e un pezzetto, di queste una l'ha

scoperta Petrarca nel 1324.

Petrarca prende a trascrivere la deca che mancava di Livio.

Petrarca è un grande viaggiatore, a metà degli anni 40 del ‘300 arriva a Verona e alla biblioteca

capitolare trova il codice delle epistole di Cicerone ad Attico, egli sente di dover consegnare

questo codice alla posterità ed inizia a copiarlo. Gli viene l’idea di scrivere agli stessi uomini di

cui aveva letto le lettere e nel 1348 inizia a scrivere a Seneca.

Lettera a Seneca

Iuvat vobiscum colloqui, viri illustres, qualium omnis etas penuriam passa est, nostra vero ignorantiam et extremum

patitur defectum. Certe ego cotidie vos loquentes attentius quam credi possit audio; forte non improbe ut ipse a

vobis semel audiar optaverim. [Mi giova parlar con voi, o uomini illustri, dei quali ogni età ebbe penuria e la nostra ha

ignoranza e difetto. Certo è che ogni giorno io vi ascolto parlare con più attenzione che creder si possa; e forse

merito d’esser da voi a mia volta ascoltato.] (Petrarca ad Anneo Seneca, 1 agosto 1348, Fam. XXIV 5)

La lettera prosegue con un problema etico: vuole risposte alle domande che gli sono sorte

leggendo le opere. Chiede a Seneca il motivo per il quale è diventato precettore di Nerone: per

ambizione personale o perché pensava di poter cambiare davvero Nerone?

Osa come se stesse parlando con il padre e a quel tempo era molto ardito. Vuole delle

spiegazioni che sente come dovute per diventare il suo maestro. Petrarca è un ribelle e inaugura

la coscienza moderna. Non c'è timore reverenziale, non c'è atteggiamento di ripiegamento nei

confronti di un'autorità già conclamata.

Lettere a Giovanni da Certaldo (Boccaccio)

Racconta del suo rapporto con la letteratura. Petrarca gli dice di amare l'imitazione ma non la

copia, è quella che porta gli autori a nutrirsi delle opere di altri autori per restituire qualcosa di

diverso e migliore.

Mi piace l’imitazione, non la copia, e un’imitazione non servile, nella quale splenda l’ingegno dell’imitatore, non la sua

cecità o dappocaggine; e preferisco non avere una guida piuttosto che esser costretto a seguirla in tutto. Voglio una

guida che mi preceda non che mi tenga legato a sé, e che mi lasci libero l’uso degli occhi e dell’ingegno non mi

impedisca di porre il piede dove mi piaccia e ad alcune cose passar oltre, altre inaccessibili tentare, e mi permetta di

seguire una via più piana, e d’affrettarmi e di fermarmi e di dilungarmi, e di tornare indietro. (F. Petrarca, A Giovanni

da Certaldo, Fam. XXII, 2)

Rivendica la sua libertà intellettuale. La guida che lo precede non deve tenerlo legato a sé, deve

lasciarlo libero nell'uso degli occhi e dell'ingegno. Sono il primo passo dell'uomo verso la libertà

intellettuale. Vuole fregarsene di quanto non gli dice nulla, sebbene gli venga

Vuole volgere lo sguardo al futuro.

detto che sono importanti, vuole scegliere cosa leggere e a cosa dare importanza. Vuole tentare

cose sebbene tutti gli dicano che sono inaccessibili. La sua guida non gli deve imporre ritmi e

tempi precostituiti, ma lo deve lasciare libero anche di perdere tempo, laddove il suo perdere

tempo sia utile per fargli capire i suoi interessi. La creatività è stimolata anche dall’abbandonarsi

alle proprie cose, al fare discorsi sul nulla

L’imitatore deve cercare di essere simile, non uguale, e la somiglianza deve esser tale, non qual è quella tra l’originale

e la copia, che quanto più è simile tanto più è lodevole, ma quale è tra il padre e il figliuolo. Questi infatti, sebbene

spesso siano molto diversi d’aspetto, tuttavia un certo non so che, che i pittori chiamano aria, […] fa sì che subito,

vedendo il figliuolo, si ricordi il padre. […]

Così anche noi imitando dobbiamo fare in modo che se qualcosa di simile c’è, molte cose siano dissimili, e quel

simile sia così nascosto che non si possa scoprire se non con una tacita indagine del pensiero e ci accada piuttosto

intuirlo che dimostrarlo. Si può valersi dell’ingegno e del colorito altrui, non delle sue parole, poiché quell’imitazione

rimane nascosta, questa apparisce, quella è propria de’ poeti, questa delle scimmie. Bisogna insomma seguire il

consiglio di Seneca, che fu prima dato da Orazio, che si scriva così come le api fanno il miele, non raccogliendo fiori

ma mutandoli in miele, in modo da fondere vari elementi in uno solo, e questo diverso e migliore. (F. Petrarca, A

Giovanni da Certaldo, Fam. XXIII, 19)

Fino a Petrarca il rapporto con gli antichi era descritto dall’immagine dei nani sulle spalle dei

giganti, i nani usavano senza nessun affetto i giganti, ma ora con Dante e Virgilio siamo in una

relazione affettiva tra padre e figlio. Il figlio ha un’identità distinta rispetto a quella del padre, ma

discende dal padre, il figlio può contestare il padre pur discendendo da lui e mantenendo un

affetto nei suoi confronti. C’è un DNA che lega le generazioni del passato a quelle del futuro. La

critica letteraria deve saper individuare le fonti, ma deve fermarsi laddove non è possibile dire

con certezza che l’autore abbia letto le opere alle quali il testo è simile.

Negli anni ‘50 Petrarca si trasferisce dalla Francia in Italia, in quella patria che da lui non era mai

stata abitata, ma solo conosciuta nei viaggi e diventare così il primo poeta italiano, non toscano.

Petrarca si trasferisce a Milano, per una ragione molto ben dichiarata, era ben radicato nel

contesto storico-politico. Quando valica le alpi ed è invitato da Giovanni Visconti a rimanere a

Milano, capisce cha avrebbe potuto dare di più alla sua patria rimanendo presso i Visconti che

avevano una condizione politica, economica e sociale in ascesa, quindi sperava che loro

potessero unificare la nazione, quantomeno in parte e inoltre i Visconti stavano facendo delle

trattative con il papato. Petrarca veniva dalla delusione di Cola di Rienzo e sa essere un uomo

pragmatico, si rende conto che certe cose sono necessarie e non si può fare altrimenti. Quindi

Petrarca va alla corte viscontea e capisce che è giunto il momento di trasferirsi dalla realtà

campestre di Valchiusa ad una realtà cittadina. Poi si trasferirà a Padova e morirà nel veneto.

Egli è il primo poeta italiano: mescola il suo toscanismo francesizzante con la parlata e la

scrittura dell’Italia settentrionale, crea così la lingua italiana nata dallo scambio dei municipalismi

delle diverse lingue. Quel suo fondare la coscienza della memoria collettiva è proprio anche delle

radici d’Europa: il suo viaggiare a lungo fa di lui un intellettuale europeo e riesce a vivere di

letteratura, fa il letterato per tutta la vita, ma lo fa ad un prezzo, che è quello di prendere i voti di

chierico. Atteggiamento che gli fa mettere davanti a tutto la letteratura. Quando viene invitato a

diventare segretario papale, rifiuta affinché possa conservare il tempo per la letteratura. Egli entra

a Milano in una dimensione laica, cittadina ed italiana, diversa da quella avignonese.

Fornisce in un’ulteriore lettera a Boccaccio alcune sue indicazioni di lettura:

da giovane per ruminarli da vecchio. Ed essi entrarono in me con tanta familiarità, e non solo nella memoria

“Inghiottii

ma nel sangue siffattamente mi penetrarono e s’immedesimarono col mio ingegno, che se anche in avvenire più non

li leggessi, resterebbero in me, avendo gettato le radici nella parte più intima dell’anima mia, ma talvolta io dimentico

l’autore, poiché per il lungo uso e per il continuo possesso quasi per prescrizione essi son divenuti come miei, e da

così gran turba circondato io non ricordo più di chi sono e se sono miei o d’altri. […]

È mia intenzione, lo dichiaro, ornar degli altrui pensieri e consigli la mia anima, non il mio stile, se pur non lo faccia

citando l’autore o modificando profondamente il concetto, per ricavare un unico concetto da molti, a mo’ delle api.

Altrimenti, preferisco avere un mio stile, che sia pur rozzo e incolto, ma mi si adatti come una tunica, fatto a misura

del mio ingegno, e non uno stile altrui, più elegante e più adorno, ma derivato da altri, che da ogni parte mi scivoli

non essendo adatto alla umile statura del mio ingegno. Ogni veste si adatta all’istrione, ma non ogni stile a chi scrive,

ognuno deve formarsene uno proprio e conservarlo, perché non accada che ridicolmente vestito dell’altrui e

spogliato da quelli che rivogliono le loro penne, rimanga come la cornacchia scornato. Tutti abbiamo una propria

personalità come nel volto e nel gesto così anche nella voce e nella parola, che è più facile, più utile e più bello

coltivare e migliorare, che mutare.” A Giovanni da Certaldo,

(F. Petrarca,

Fam. XXII, 2)

La lettura è una pratica quotidiana. Aggiunge una metafora sul cibo per intendere che si è nutrito

dei testi a furia di tornarci sopra per un arco lunghissimo di tempo; è una metafora in uso nel

Medioevo che però si usava solo per i testi della sacra scrittura: bisognava infatti vivere in

simbiosi con i testi biblici e nutrirsi di esse. Petrarca dice che ormai sta sorgendo una dimensione

di intellettualità laica e che la letteratura ha la stessa dignità della Scrittura e che l’epoca latina ha

la stessa portata culturale della Scrittura. Il nutrirsi delle opere è ora relativa alle opere laiche. Egli

dice che in Cicerone c’era lo stesso spirito che aveva guidato gli autori della Scrittura. Questa

metafora dice che l’uso delle fonti deriva da un nutrimento intellettuale, che produce altro e mette

sullo stesso piano letteratura e Scrittura.

A volte si riferisce alle fonti senza riconoscere di portarle dentro di sé, questa idea della folla che

sta attorno è la raffigurazione del concetto di tradizione. Ancora conferma il pensiero che la

letteratura è una storia di relazioni e non di solitudine. Egli si sente circondato da un coro di voci.

Anche Calvino dice che con la letteratura non si sente solo

Lettere a Tito Livio

Scrive a Tito Livio nel '51, ormai prossimo all'Italia hos mores oblivisci volo,

In his tam parvis, tuis reliquiis exerceor quotiens hec loca vel tempora et et semper acri

cum indignatione animi adversus studia hominum nostrorum […]. Verum hec et longa et nota materia est; nuc vero

gratias agam quod immemorem sepe presentium

tibi potius tempus est ut cum pro multis tum pro eo nominatim,

malorum seculis me felicioribus inseris ut inter legendum saltem cum Cornelius Scipionibus Africanis […], et non

cum his extremis furibus, inter quos adverso sidere natus sum, michi videar etatem agere. (Petrarca a Tito Livio, 22

Fam.

febbraio 1351, XXIV 8) [In queste così poche reliquie dell’opera tua io m’immergo, tutte le volte che voglio

dimenticare questi luoghi, questi tempi, questi costumi, pieno sempre di fiero sdegno verso gli uomini della nostra

età […]. Ma questo è argomento vieto e scabroso; voglio invece ora renderti grazie di molte cose e specialmente di

tu mi fai dimenticare i mali presenti

questo, che mentre ti leggo e mi conduci in un’età più felice, sicché mi sembra di

vivere non con questi maledetti ladri, tra i quali sotto maligna stella son nato, ma con i Corneli Scipioni e Affricani

[…]. E se tutto ti possedessi, da quanti altri illustri nomi trarrei conforto alla mia vita e oblio di questa odiosa età!]

Mettiamo in relazione il verbo dimenticare a quanto diceva Isella sulla memoria: nell’immergersi

nell’opera di Tito Livio egli riesce a dimenticare le angustie del suo tempo, ma non a fuggire dalla

realtà. Tramite la lettura degli uomini del passato fugge dalle angustie delle lamentazioni che

portano a distruggere senza costruire, ma cerca nel passato delle soluzioni politiche che

potrebbero suggerire un modo per salvare l’Italia, ad esempio dalle milizie mercenarie per

costruire l’Italia da dentro. Petrarca fa colui che si allontana dal chiasso del presente per

arricchirsi di nuova linfa e trovare nel passato la forza per risolvere i problemi del suo tempo. Per

questo poi viene a Milano per risolvere i problemi del suo tempo anche in senso pratico.

Leggere è un modo per dimenticare i mali presenti, la dimenticanza non è una fuga dal presente,

ma significa mettere da parte la grettezza che impedisce di trovare una soluzione ai problemi e

rivolgersi ad una lettura esemplare delle cose del passato per trovare suggerimenti per risolvere i

problemi del presente, anche solo un rafforzamento morale che consenta di affrontare i problemi

del presente con coerenza ed efficacia. La parola dimenticare torna due volte nella lettera a Tito

Livio.

In Petrarca diventa un evento quotidiano l’incontro con gli autori del passato.

Lezione 6 - Machiavelli

La lettura come incontro si è radicata nella cultura letteraria ed arriva anche fino al 1500 con

Machiavelli.

Nella lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513 emerge questo legame di Machiavelli con

il passato, è famosa perché viene nominato per la prima volta "Il Principe".

Qui tornano temi, concezioni e pensieri che avevamo già incontrato in Petrarca, tornano con

un’autenticità data dall’esperienza vissuta in prima persona.

Machiavelli nasce da una famiglia della media borghesia fiorentina, riceve una formazione

compiuta rispetto alla tradizione classica latina, ma non una formazione umanistica greca. Si

dedica molto presto a riflessioni di carattere storico-politico e poi, un po’ fortunosamente, è

coinvolto nell’amministrazione e nell’attività diplomatica del governo della città. Nel 1994 a

Firenze c’è una rivolta popolare che caccia la signoria medicea a seguito della discesa di Carlo

VIII in Italia e si crea l’instaurarsi della repubblica. Nel 1498 Savonarola viene ucciso per motivi

politico-religiosi e al suo posto sale Pier Soderini.

Questo per Machiavelli comporta l’inizio di 14 anni nel quale avrà modo di intraprendere l’attività

politica in senso lato. Machiavelli è pragmatico ed ha voglia di agire nella realtà per migliorare le

condizioni della propria realtà contemporanea. Trova il modo di mettere in atto i suoi progetti di

carattere politico.

Dal punto di vista letterario aveva intrapreso il commento di una decade di Tito Livio, ma tutto

era proteso all’agire. Inizia una serie di riforme dentro Firenze, si oppone all’uso dei mercenari, fa

alleanze e patti con le altre città per rendere più forte la posizione di Firenze. Quando scricchiola

la repubblica vengono rinstaurati i medici nel 1512: questo comporta la caduta e l’arresto di tutti i

membri attivi del governo repubblicano, tra cui Machiavelli, il quale è arrestato e torturato, in

quanto accusato di far parte di una congiura medicea. Nel marzo 1513 viene rilasciato in quanto

diventa papa Leone X, discendente della famiglia medicea, quindi per festeggiare i Medici fanno

un’amnistia politica.

Machiavelli va a San Casciano e passa lì il resto della sua vita.

Machiavelli si trova esule.

Inizialmente vive arresto ed esilio come una tragedia: tragedia dell’inazione, lui non può avere un

ruolo attivo politico e si sente privato di questa sua vocazione. Perde i benefici economici della

vita in città e deve cavarsela da solo per quanto riguarda tutta la vita.

Inizialmente Machiavelli si rivolge ai suoi amici, soprattutto quelli che avevano posizioni di rilievo,

per avere un aiuto, tra questi c’è Francesco Vettori, funzionario della curia papale. Inizialmente gli

rivolge lettere imploranti in cui mostra la sofferenza della sua condizione, la risposta di Vettori è

sempre distante e snobistica, in quanto gli descrive la sua vita adorata nella Roma papale.

Machiavelli tira fuori il suo orgoglio personale e la sua distinzione umanistica. Machiavelli si

accorge di avere una carta in più: quella della conoscenza dei classici e della tempra umanistica

dell’uomo che cerca la forza morale negli antichi per affrontare il presente.

Allora Machiavelli gli scrive questa lettera in cui fa un confronto tra la vita di Vettori e l’esilio di

Machiavelli a San Casciano: descrizione della crudezza della realtà.

Usa un linguaggio comico-realistico quasi dantesco nella prima parte della lettera, usa

espressioni dialettali e gergali, per contrapporsi alla condizione dell’amico che ostenta la sua

condizione del lusso.

Poi inserisce l’effettivo peso che per lui la lettura che le opere dei classici ha avuto e continua ad

avere, un peso che non ha nella vita di Vettori che si vanta di possedere libri preziosi, ma non li

apre nemmeno.

“Magnifico ambasciatore. Tarde non furon mai grazie divine. Dico questo, perché mi pareva haver perduta no, ma

smarrita la grazia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi; ed ero dubbio donde potessi nascere la

cagione. […]

Io mi sto in villa; e poi che seguirono quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dì a Firenze. Ho

insino a qui uccellato a’ tordi di mia mano. Levavomi innanzi dì, impaniavo, andavone oltre con un fascio di gabbie

addosso, che parevo el Geta quando e’ tornava da porto con i libri di Amphitrione; pigliavo el meno dua, el più sei

tordi. E così stetti tutto settembre. Di poi questo badalucco ancorché dispettoso e strano, è mancato con mio

dispiacere: e quale la vita mia vi dirò. Io mi lievo la mattina con el sole, vòmmene in un mio bosco che io fo tagliare,

dove sto dua ore a rivedere l’opere del giorno passato, e a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre

qualche sciagura alle mani o fra loro o co’ vicini. […]

Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o

uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori

ricordomi de’ mia: gòdomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in sulla strada, nell’hosteria: parlo con

quelli che passono, dimando delle nuove de’ paesi loro;

Vuole avere info anche di Firenze. La vita si intreccia con il dialogo quotidiano. Poi inizia la zona

nella quale si parla della sera, è anche la zona nella quale Machiavelli rivela dell’esistenza

dell’opera nuova che sta scrivendo

intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d’huomini. Viene in questo mentre l’hora del desinare, dove

con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho,

ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi m’ingaglioffo

per tutto dì giuocando a cricca, a trich-trac e poi, dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parolo iniuriose; e il

più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Così, rivolto in tra

questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti

per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di

fango e di loto,

ll primo atto che compie è quello di cambiarsi e togliersi la veste della campagna, diventa

simbolica la vestizione successiva: indossa panni reali e curiali, ovvero panni con cui si potrebbe

apparire al cospetto del re e all’interno della corte, con questi abiti entra nelle corti degli uomini

antichi, allude alla lettura con la stessa metafora e con le stesse condizioni che ci racconta e

mette in atto Petrarca

e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antique corti delli antiqui huomini; dove, da

loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui;

E' ricevuto con affetto e si nutre del cibo che è solo sue e per il quale è nato. Si affiancano i temi

usati da Petrarca. Non è cosa scontata che si avessero presenti i temi Petrarcheschi, in quanto le

lettere familiari erano diffuse solo in alcune zone di Firenze. Immagina che gli autori antichi gli

vadano incontro e gli consentano di nutrirsi al loro cibo intellettuale. “solum” va spiegato:

consente di capire di quali letture si trattasse. Quel “soltanto mie” è ancora più forte se si pensa

che quando stavano per tornare i medici, il capo di Machiavelli Marcello Virgilio, ha cambiato tipi

di letture e lezioni che faceva sostituendo Tito Livio con autori dell’umanesimo grecizzante e non

romanizzante, in quanto quando c’era Lorenzo il Magnifico a Firenze vi era Poliziano che era un

grande cultore di letteratura greca. Questo ambito dell’ellenismo piaceva ai medici perché

prediligevano una cultura letteraria che allontanasse i cittadini dall’idea di agire nel presente nelle

vicende politiche, quindi la letteratura greca estetizzante era preferita in quanto allontanava i

cittadini dall’idea di agire nella storia. Marcello Virgilio aveva preparato in questo modo il ritorno

dei Medici, i quali sentirono come fortemente repubblicano Machiavelli che stava commentando

Tito Livio, e poi scriverà “sulla repubblica”. Machiavelli quindi non è stato quell’opportunista che

è stato accusato di essere. Quando qui dichiara che il nutrimento degli antichi è soltanto suo,

risponde a Marcello Virgilio che in una lezione aveva detto “venite che vi farò da nutrice e vi farò

conoscere attraverso di me Tito Livio”, Machiavelli qui dice di non avere bisogno di mediazione

alcuna per entrare in contatto con i testi. Rivendica il fatto che la lettura debba costituire un

rapporto senza filtri e mediazioni con il testo

dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni;

Come aveva fatto Petrarca con Seneca, nel fare questo capisce sempre di più sulla dinamica

dell’animo umano e sui meccanismi della politica. Machiavelli sostituisce l’azione con la scrittura,

la sua scelta non sarà una scrittura indirizzata ad una dimensione teorica astratta, ma una scelta

di scrittura pragmatica che dia suggerimenti per risolvere la situazione del presente. È

evidenziata la dimensione dialogica della lettura e della scrittura. Non è un testo morto, ma

un’entità vivente dietro la quale parla la voce dell’autore

e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni

affanno,

è l’oblivisci di Petrarca, come per Petrarca anche Machiavelli sta leggendo Tito Livio. Il padre

Bernardo di Machiavelli racconta che gli era stata commissionata la stesura degli indici

topografici delle decadi di Tito Livio, ma alla fine del lavoro come ricompensa gli venne data una

copia stampata di quel volume contenente gli indici stesi dal padre. Le copie erano necessitanti

di rilegatura e il padre la portò a rilegare e quando la copia fu pronta andò a ritirarla Niccolò,

quindi fin da piccolo machiavelli è stato in contatto con Tito Livio. Quello che colpisce è che

Machiavelli dichiara che la lettura consente all’uomo di superare il suo limite naturale: non teme

la povertà e non lo sbigottisce la morte. Tutti gli elementi della fatica e del limite umano vengono

travalicati dall’atto della lettura. I mali dell’uomo vengono annientati. Questo anche grazie al fatto

che Machiavelli si rende conto che la lettura e la scrittura sono proiettate verso i posteri e

vincono il limite naturale di ciascuno, che è la morte. È possibile superare i limiti solo grazie

all’arte e alla letterature, in quanto trasla le cose di generazione in generazione. Svela così come

è nato il Principe, che lui chiama opuscolo. Questo testo nasce all’interno di un atto letterario ed

umanistico e rientra nel solco di valori condivisi e collettivi che non possono essere negati e

stravolti nell’opera che ne nasce. Nella più parte dei casi coloro che hanno tramandato

un’immagine falsa di Machiavelli dicono che lui ha separato la politica dalla morale: se così fosse

non avrebbe ripreso le idee del passato delle quali si è nutrito e non avrebbe dato spazio nella

sua opera ad affermazioni palesemente riconoscenti dell’entità della morale, ad esempio l’inizio

del capitolo 18esimo. Analizzando l’opera si ritrovano le concezioni del diritto romano della

situazione di necessità: usa la logica latina del difendiamo ciò che va difeso perché altrimenti i

tiranni e i traditori ci spazzeranno via e spazzeranno via tutta la civiltà. Questo emerge nel

capitolo ottavo, dedicato a coloro che sono giunti al potere attraverso le scelleratezze: dice che

non si può considerare glorioso uccidere i nemici e tradire gli amici, queste cose portano imperio,

ma non gloria. Machiavelli ha presente un sistema etico, ma sta dicendo che se non si usano le

stesse armi dei malvagi si finisce sconfitti dai malvagi stessi. Dice che la legge della politica è

spietata e il non successo è un fallimento, in molti casi il fallimento comporta la cancellazione di

un popolo. Egli attinge a Petrarca e Tito Livio, che hanno una visione etica forte e

incontrovertibile, tanto che Petrarca riconosce a Tito Livio la dirittura morale. Se Machiavelli dice

che il principe nasce affondando le proprie radici nel paradigma di valori che lo hanno preceduto

e lo fa in una condizione di estremo pericolo, scopriamo che c’è ancora come linea guida

quell’insieme di valori

non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro. E perché Dante dice che non fa scienza

senza lo ritenere lo havere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto

un opuscolo De Principatibus;

Dice di aver trascritto le risposte degli uomini del passato, quello di cui ha fatto tesoro nel

conversare con loro. È una sorta di intervista di cui ha trascritto le risposte. Machiavelli non è in

frattura con la tradizione, ma dichiara che la sua opera è la trascrizione delle risposte che gli

antiche gli hanno dato. È l’insieme degli ammonimenti che le opere precedenti gli hanno rivelato

Dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale

spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono. E se vi piacque mai alcuno mio

ghiribizzo; questo non vi dovrebbe dispiacere; e a un principe, e massime a un principe nuovo, doverrebbe essere

accetto: però io lo indirizzo alla magnificentia di Giuliano. […]

Perché rivolge questa opera ai suoi nemici, cioè ai medici? C’è chi legge anche in questo una

sorta di ambizione, ma ci sono due obiezioni:

• perché non lo ha fatto subito?

• i Medici non hanno letto quest’opera perché troppo ardita.

Lui si rivolge ai Medici perché ha capito che quella famiglia aveva, suo malgrado, la potenza

economica, militare e politica che avrebbe potuto realizzare l’unità d’Italia, che era il suo sogno.

Si rende conto che è ancora troppo acerbo il terreno per mettere in atto una repubblica. Come

Cola di Rienzo nel 1300, Savonarola e Soderini falliscono nel 1500 nell’atto di instaurare una

repubblica. Il de principatibus nasce con l’intenzione di rispondere ad una situazione contingente

ben precisa, per lui è un opuscolo legato alla situazione politica di quel preciso momento. È un

opuscolo militante, che doveva servire subito e doveva servire ai politici del momento che

dovevano leggerne almeno qualche parte. Per lui bisognava usare una concretezza anche nello

stile, che dicesse la verità effettuale, i fatti come sono. Questa verità discende da due filoni:

• lunga lettura delle cose antiche

• grande esperienza delle cose moderne.

La lettura unita all’esperienza origina un nuovo metodo di analisi diretta e senza sconti della

verità effettuale. Lo scopo è quello di liberare l’Italia dai barbari e degli invasori per poterla

riunificare. Questo è detto nell’ultimo capitolo ed emerge tutta la sua carica passionale. Si rivolge

al principe perché riscatti l’Italia dalla barbarie secondo il modello di Enea. Il motivo forte su cui si

fonda tutta questa perorazione è quello secondo cui ci sono le condizioni per cui possa sorgere

questo principe nuovo, ma è lui che deve decidere di agire perché Dio non vuole fare ogni cosa,

non compie già il miracolo, per non toglierci il libero arbitrio e quel poco di gloria che spetta a

noi. Machiavelli si rifà al disegno divino e dice che la gloria è agire con successo, ma secondo un

disegno divino, non in contrasto con un disegno divino che è stato tracciato. Realizzare un esito

favorevole per il bene di tutti, tutto però a partire da un disegno divino consono a quello che

stiamo facendo. Il principe infatti si conclude con la Canzone all’Italia di Petrarca, si conclude

con dei versi che dicono che l’opera di Petrarca è stata monumento e dichiara che vuole

ripristinare i valori del passato ed erigere un monumento contro l’avanzata dei barbari e degli

invasori. Le guerre di Machiavelli sono solo di riconquista di un territorio legittimo. La canzone

che cita si conclude con le parole “pace pace pace”. Questo fa capire che l’opera di Machiavelli

si basa su un contenuto morale forte

Io ho ragionato con Filippo di questo mio opuscolo, se gli era ben darlo o non lo dare; e, sendo ben darlo, se gli era

bene che io lo portassi, e che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano e’ non fussi, non

che altro, letto; e che questo Ardinghelli si facesse onore di questa ultima mia fatica. El darlo mi faceva la necessità

che mi caccia, perché io mi logoro, e lungo tempo non posso stare così che io non diventi per povertà contennendo.

Appresso al desiderio harei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi

voltolare un sasso; perché, se poi non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me; e per questa cosa, quando la fussi

letta, si vedrebbe che quindici anni, che io sono stato a studio all’arte dello stato, non gli ho ne’ dormiti né giuocati; e

doverebbe ciascheduno haver caro servirsi di uno che alle spese di altri fussi pieno di esperienza. E della fede mia

non si doverebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debbo imparare hora a romperla; e chi

è stato fedele e buono quarantatré anni, che io ho, non debbe poter mutare natura; e della fede e bontà mia ne è

testimonio la povertà mia.

Desidererei adunque, che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia. E a voi raccomando. Sis

felix. Die 10 Decembris 1513.”

La lettura come incontro nel '900

All’inizio degli anni Settanta, Sereni afferma:

“Dietro il testo preso in considerazione c’è un uomo prima che un letterato o un intellettuale o un operatore di cultura

[…]: la presenza di quel testo davanti ai loro occhi equivale a un incontro con un’esistenza, o con un momento di

questa, e ciò li riguarda” (V. SERENI, Testimonianza su

d’Annunzio, 1971)

Leggere un testo significa compiere un atto che riguardi l’humanitas. Tutti i testi sono indirizzati

all’uomo: si rivolgono alla coralità della società, nessuno escluso. Ogni testo non cessa di

riguardare tutti gli uomini. Il testo interpella costantemente l’uomo, in ogni tempo. L’essere uomo

fa sì che ogni testo lo riguardi.

“Forse la letteratura non è che una corrente di citazioni e recitazioni: vocali, scritturali-visive, sotterranee, rasoterra e

in piena luce, in frammentazione di singoli enunciati o di comportamenti di codici. La letteratura esiste quasi come

invito a entrare in un coro di citazioni. Ma poi si sa che nella citazione mai ritorna il «com’era»: il «ripetuto», proprio

perché tale, è l’antitesi dell’originario” (A. ZANZOTTO, Su «Il Galateo in

Bosco», 1979)

“Forse la letteratura non è che una corrente di citazioni e recitazioni”: Il testo è qualcosa che continuamente viene

.

riconsiderato e ricontestualizzato nella contemporaneità

“La poesia dovrebbe fare tanti viaggi, girare; […] e raccogliere, “raspar su”, mendicare qualche novità. In questo

senso mi differenzio molto dall’ideologia avanguardistica col suo “io ne so più degli altri e son qua per indicarvi una

strada”. Mi sento più vicino a chi “raspa su”, appunto, a chi improvvisa, a chi fa del bricolage e, dovendo affrontare

molte faglie, trova una maniera tutta sua per superarne

almeno una.[…] I viaggi che non ho compiuto nella realtà, io li ho compiuti con la fantasia, avvicinandomi molto

presto alla grande letteratura e creando, a volte, degli incroci, degli impasti che provenivano dalla frizione tra il fondo

monocorde, fermo, del paese e le acquisizioni che facevo, instancabilmente, come cultura letteraria”

(A. ZANZOTTO, Ritratti)

La letteratura è la saldatura con ciò che è avvenuto prima, non è mai copiatura, ma si ritrova in

essa un riaffiorare di temi simili a ciò che vi è stato prima.

Ogni uomo, quando diviene consapevole della memoria collettiva, è chiamato a raccogliere

quello che gli serve, che gli piace di più, che lo attrae; appunto a “raspar su”. Se si vuole creare

una novità, bisogna tener conto di ciò che è venuto prima e da quello tirar fuori qualcosa di

nuovo. (Riprende l’idea di guida di Petrarca).

La vera letteratura non è una letteratura di movimento, ma è una letteratura di individui: è una

letteratura di ingegni personali che si mettono in relazione con la traduzione e con la

contemporaneità. La lettura letteraria apre le finestre sull’universo: leggere significa sentirsi parte

della totalità.

Lezione 7 - Sereni

E' un autore che ha contribuito a fare la storia della letteratura italiana non smettendo di essere

un uomo dei tanti che percorrono insieme a noi le nostre strade

Biografia

E' nato a Luino nel 1913, nella zona povera del lago Maggiore.

Il padre, funzionario di dogana della ferrovia, permette che Sereni vada a Brescia per fare il liceo

classico, poi si laurea in lettere alla Statale di Milano.

Insegna in diversi licei, lavora alla Pirelli, poi va alla Mondadori come direttore letterario.

Una caratteristica fondamentale è la disposizione a mettersi in totale relazione comunicativa con

gli altri, non si sente migliore ma si sente uno fra tanti, si fa specchio degli altri. L'obiettivo della

sua esistenza di scrittore è quello di comunicare. Alla base della sua attitudine c'è l'apertura

verso gli altri e una profonda umiltà.

Dagli anni giovanili a Luino immagazzina una serie di suggestioni paesaggistiche e geografiche

dapprima, ma ben presto questa sua constatazione della dimensione paesaggistica si carica di

frontiera

significato simbolico con il tema della --> vede nella frontiera una porta verso l'Europa,

verso l'ignoto. Rimane una porta verso qualcosa che attrae, promette e può arricchire. Diventa

una linea di demarcazione che separa e mette in comunicazione il presente, il finito, il

contingente con l'oltre, l'eterno, il metafisico, l'ignoto, quello che ci da una speranza dopo la

morte. Comincia ad avviare la sua riflessione circa il rapporto con coloro che sono passati di là

del tempo che continuamente attraversa tutto il suo percorso esistenziale e si accompagna al

dialogo con i vivi.

Giunto a Milano apprende una grande lezione, quella di Antonio Banfi, suo maestro universitario

del dubbio,

con cui ha redatto la tesi di laurea e di cui poi è stato assistente. Banfi è l'uomo ha

insegnato ai suoi allievi di non accettare nessuna posizione ideologica precostituita ma di

ricercare sempre le ragioni del proprio credere, delle proprie convinzioni nell'esperienza e con gli

strumenti che ciascun uomo ha a disposizione per comprendere qualcosa di più sul destino e

sulla realtà.

E' la posizione di chi insegna a dubitare: poiché l'uomo è finito, il grado di conoscenza che può

raggiungere è limitato, quindi sarà necessitato a dubitare (= non essere assolutista e convinto

che la propria verità sia l'unica possibile). Era una figura che con forza si contrapponeva a

qualsiasi forma di dittatura, infatti Banfi era perseguitato da tutte le squadre fasciste. La sua

concezione era fenomenologica, l'uomo è immerso in un flusso esperienziale molteplice, che non

da tregua, in cui può raggiungere gradi parziali di conoscenza che man mano si sommano, sono

dei traguardi conoscitivi parziali che sommando accrescono la solidità della conoscenza.

In questo dimensione così etica trova grande posto la dignità del lavoro --> qualunque lavoro è

degno di estremo rispetto e fa parte della dignità stessa dell'uomo.

Matura un pensiero sulla poesia estremamente umile, la poesia è un lavoro, non porta a esaltare

l'io lirico che era il padrone poetico. pars destruens.

Sereni pian piano ribalta il linguaggio precedente compiendo la La sua poesia è

naturalissima, piana, limpida che apparentemente, a una lettura veloce, può sembrare una lettura

di poesia che non ha rivoluzionato il linguaggio poetico così tanto.

In cosa consiste questa rivoluzione del linguaggi poetico?

La generazione immediatamente contigua a quella di Sereni era una generazione che aveva

aderito al movimento ermetico. SI fondava sull'idea che la poesia fosse espressione dell'essere,

del trascendente, quindi che il linguaggio poetico dovesse attingere a quelle verità metafisiche

irraggiungibili per l'uomo --> il risultato è l'oscurità, una parola che allude ma non conclude,

immagini che sfociano in altre immagini, atmosfera di non detto, linguaggio che è un linguaggio

particolarmente difficile.

Sereni non è convinto di questo modo di far poesia --> per lui deve comunicare, non può essere

oscura, lo può essere solo se manca qualcosa e il poeta non è quindi riuscito a far tutto bene

come doveva fare, non ha chiarito le occasioni scatenanti d'ispirazione poetica, le circostanze da

cui nasce, e poi anche la realtà che non si dichiara unica, impenetrabile, materialista, è una realtà

molto concreta, materica solo chiarita la quale è possibile affacciarsi sulla frontiera. E' un

atteggiamento di umiltà. Il poeta non ha niente più degli altri uomini. Vive la stessa sofferenza,

gioia, dubbio, esperienza di tutti gli altri e la sconta fino in fondo anche più degli altri.

io

troppo facile dire in poesia, io voglio dire loro, gli altri e le

Scrive in quegli anni a un amico: "è

cose. Solo quando ci sarò riuscito avrò trovato un senso al mio fare poesia".

Negli anni in cui si accorge di queste cose, la sintassi poetica, lo stile di cui si disponeva, era uno

stile fortemente ancorato alla tradizione, ermetico. Vuole che la poesia passi per le strade, sia un

fatto di tutti, quindi c'è questa fatica che continuamente compie nella direzione di una nuova

scrittura.

La guerra

Sereni aveva terminato il suo corso di studi, aveva praticato la collaborazione didattica

all'università, aveva scritto su alcuni periodici milanesi. Nel '39 ha ancora una parte di cammino

nella vita civile, si sposa, ma nel '43 viene chiamato alle armi e viene mandato sul fronte greco.

Parte con una precisa convinzione, che il regime per il quale è chiamato a combattere ha torto e

che dunque l'unica speranza sarebbe la vittoria degli avversari. Lo spirito interiore con la quale va

a combattere è quella della vittima sacrificale, va a immolarsi perché di fatto sono gli altri che

devono vincere. Arrivato in Grecia la prima sensazione che ha è quella di fratellanza con il popolo

di Algeria","Atene",

che doveva essere oppresso --> scrive la prima parte di "Diario dove

immagina una ragazza ateniese che ha visto uccisi tutti i suoi cari in guerra. Un altro protagonista

è Dimitrios, bambino greco che, spinto dalla fame, si spinge fino all'accampamento degli invasori

per chiedere del pane. In quegli occhi innocenti rivede la bambina che aveva lasciato a casa

appena nata. La prima raccolta è "Frontiera".

Si sposta in Italia settentrionale dove inizia la marcia di risalita dell'Alleanza per la liberazione

d'Italia. In questa bufera Sereni scende con la sua compagnia e a Paceco, vicino a Trapani, viene

fatto prigioniero dagli alleati sbarcati in Italia. viene deportato in Algeria in campo di

concentramento e rimane lì fino alla fine della guerra. Si accorge che l'uomo, se deportato,

segregato dalla sua condizione abituale, piomba in una sorta di girone infernale nel quale non c'è

più nemmeno lo scorrere del tempo, si piomba in una dimensione talmente priva di senso da

diventare una sorta di prefigurazione della morte, una nullificazione.

La condizione di prigioniero diventa poi una condizione interiore che lo porta a essere in ritardo

sulla storia, cioè a non essere stato presente ad agire quando le sorti di Italia e Europa si stavano

decidendo --> senso di colpa per non aver potuto far niente per la propria famiglia, per la propria

Patria. Parla della propria terra come dell'Europa, non dell'Italia.

In questa condizione impara che l'unico conforto è dato dallo scambiarsi parole di bontà con i

compagni di prigionia, quindi nel comunicare, nel sostenersi. In questa condizione trova la sua

effettiva originalità. d'Algeria",

Pensiamo che mentre Sereni, tornato dall'Algeria, scriverà il "Diario Luzi, che aveva

del deserto"

aderito alla linea ermetica e che era rimasto a casa, nel '52 esce con "Primizie pur

non essendoci mai stato.

Tratto da una conferenza all'Università di Bologna invitato da Ezio Raimondi più sarò

Nel '47 a guerra finita, nel tentativo della cultura italiana di risollevarsi, Sereni dice "Tanto

palese e comunicativo, quanto più sarò stato poeta; tanto più apparterrò agli altri e tanto più gli

altri si specchieranno in me, questa

quanto più mi verrà fatto di tener fede alla mia scelta, a

giustificazione che ho dato a me stesso del mio passaggio nel mondo"

E' come se dicesse: basta piangersi addosso, basta con le lamentele e con quella vanità che

porta a fare della poesia una forma di narcisismo, non è per sentirmi bravo che scrivo ma perché

sento necessario che la voce di tutti trovi un corso in cui incarnarsi.Solo se gli altri riusciranno a

riconoscersi in quello che ho scritto, solo così avrò avuto un senso.

Campo Ospedale

Non sa più nulla, è alto sulle ali

il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.

Per questo qualcuno stanotte

mi toccava la spalla mormorando

di pregar per l'Europa

mentre la Nuova Armada

si presentava alle coste di Francia.

Ho risposto nel sonno: – È il vento,

il vento che fa musiche bizzarre.

Ma se tu fossi davvero

il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna

prega tu se lo puoi, io sono morto

alla guerra e alla pace.

Questa è la musica ora:

delle tende che sbattono sui pali.

Non è musica d'angeli, è la mia

sola musica e mi basta.

Testo scritto prima dello sbarco in Normandia, lui è in Algeria. E' notte, si sta avvicinando l'alba, è

una notte serena e di plenilunio. In quella notte spera che si possa fare lo sbarco in Normandia.

E' un testo ricco di implicazioni nuove rispetto alla concezione che c'era stata della poesia fino a

quel tempo.

Il testo si apre con un'immagine tutt'altro che angelica nonostante si parli di ali, è un'immagine

tremenda, il resoconto di un'usanza da parte dell'esercito degli alleati che trasportavano con una

linea aerea i feriti e i caduti dal campo di battaglia in Inghilterra.

Non ci sono voli fantastici se non scontati con l'esperienza --> Sereni dice che la poesia è una

consapevolezza della totalità scontata nel presente ma fondata nel futuro.

Immagina di entrare in relazione dialettica con l'anima di colui che ha lasciato la propria vita per

primo sulla spiaggia normanna --> prima occasione fotografata. Si dice che il primo caduto nel

sbarco in Normandia sia stato ucciso perché distratto da un fotografo.

Immagina che questo individuo lo sfiori nella notte implorandolo di pregare per le sorti d'Europa

in un momento così cruciale, nel momento in cui l'armata si accosta alle coste di Francia.

La seconda strofa è la risposta del poeta.

Se avverto un fruscio, subito, come uomo del dubbio, do una giustificazione a cosa può essere

quel fruscio.

• la prima risposta che dà a se stesso è che le musiche bizzarre siano prodotte dal vento che fa

sbattere i tendoni contro i pali di sostegno. Resta ancorato nella realtà

• subito dubita ma non chiude la strada alla speranza, al miracolo. Se fosse davvero l'anima di

prega tu se lo puoi".

chi ha lasciato la propria vita nella spiaggia normanna dice: "allora

Capisce di non aver più un ruolo di soggetto, non conta più la sua voce ma quella di colui che

io,

può dare una testimonianza perché il soggetto lirico, è morto. Io non so niente, posso solo

diventare strumento nelle mani di un altro.

La conseguenza stilistica è aver capito che la musica della poesia non è più la rima esatta, è

quella delle tende che sbattono sui pali, è quella della realtà. Questa musica non è musica

d'angeli, è la mia sola musica.

Il grande traguardo tenuto in questo testo è quello dello stile che va dritto al suo scopo ma che

non fa perdere alla poesia la sua peculiarità

Impiega delle parole chiave o delle frasi che itera nel testo come per ricostruire la tessitura

musicale, perché un termine che torna dà musicalità al testo, lo rende melodico pur nell'asprezza

del contenuto. La parola musica è iterata.

Rapporto di Sereni con i poeti della generazione immediatamente precedente alla sua

Il poeta a cui è più debitore è Montale. A Montale nel 1940 dedica una recensione alle

"Occasioni" nella quale gli riconosce il merito di aver portato nella poesia gli oggetti della realtà e

di aver inserito nei versi intere parti di discorsi tra uomini realmente avvertiti e colti nella sua

esperienza --> parla almeno in parte con le parole degli uomini di tutti i giorni.

Tutte queste caratteristiche che individua in Montale sono caratteristiche che lui porterà agli

estremi.

In Montale vede un padre, colui da cui ha tratto una sorta di eredità, ma come tutti i figli deve

trova la sua strada, si svincola dal dominio del padre. In questo passo racconta quello che è

stata la sua presa di coscienza.

“Montale, con i suoi primi versi precorreva in

(Occasioni nella pubblicazione del 1931, che sereni acquista nel 1934),

noi la presa di coscienza del mondo circostante e dei suoi stessi lineamenti fisici : nella misura in cui ci avvertiva che

lo spazio immediatamente a noi vicino e nel quale stavamo muovendoci con la nostra esistenza non solo poteva

essere ma già era abitato dalla poesia.

Sereni dice che un grande poeta ha il merito di farci capire che lo spazio che ci circonda e nel

quale viviamo, non solo potenzialmente contiene spunti poetici, me è già abitato dalla poesia,

allora quello spazio si accinge a diventare bene culturale e contiene tracce della memoria

collettiva nella quale ci identifichiamo. Montale dimostra che la realtà era costantemente abitata

dalla poesia.

Ci avvertiva al punto da determinare i nostri passi e il nostro sguardo? È probabile che sia stato così, almeno per un

lungo periodo;

Per un lungo periodo montale è stato quella guida che ha quasi obbligato gli altri a camminare

dove aveva camminato lui, ci forniva una realtà poetica già composta, è stato una guida

tirannica, non per colpa di Montale, ma per colpa dei poeti successivi

ma ammesso che sia possibile distinguere tra le emozioni, gli spasimi, le punte di delizia di un giovanotto sensibile o

ipersensibile e le sue velleità poetiche, nego che le emozioni, gli spasimi, le punte di delizia che saettavano da quella

parte possano essere identificati con una immagine letteraria del mondo, con una prefigurazione di esso per il solo

tramite della poesia.

E' vero che avevamo l’influenza di Montale, ma, almeno nel mio caso, abbiamo guardato alla

realtà non attraverso un filtro letterario, se mai abbiamo rintracciato nella realtà il suono dei versi,

ma prima hanno vissuto, è rimasta l’esperienza reale

Se così fosse, non esisterebbe quello spazio intermedio individuale tra l’esistenza e la letteratura, tra l’esistenza e

l’opera (là dove questa si dà), tra l’esistenza e la cultura, non esisterebbe insomma quel territorio sul quale le parole

agiscono per ciò che transitoriamente, ma nel massimo della loro vivezza, sono;

C’è un’area di mezzo tra esperienza e opera, interiorità e realtà, questo spazio di mezzo è quello

in cui nascono i testi. Egli avverte il rischio dell’intellettualismo, vero il chiudersi in una gabbia

erudita di soli libri dove la realtà non ha più posto per esistere. Ha paure che la poesia diventi

spazio non per le emozioni degli uomini della quotidianità, ma solo per i rigiri mentali di chi vuole

solo costruire teorie. Ha paura che si dimentichi la concretezza del testo, la realtà effettiva del

testo. Troppe volte alla poesia si è sostituita la dichiarazione di poetica e il discorso sulla poesia,

al quale è seguito una poesia fiacca

e al di fuori del quale è molto dubbio che la poesia abbia un senso specifico, almeno per chi non la accolga per

identificarla a prima vista, fuori da ogni partecipazione emotiva, con un’operazione letteraria. Quello spazio, quel

territorio, sono oggi in gran parte ricoperti dalla fruizione intellettuale pura degli addetti ai lavori, classificatori e

descrittori inclusi; e il messaggio che una volta partiva da una coscienza operante verso un destinatario ignoto, dai

connotati non precisabili ma la cui presenza da qualche parte stava tra le condizioni preliminari allo scrivere e al

pubblicare, ha oggi un destinatario troppo certo […].

Fin dentro gli anni di guerra la poesia di Montale ci aveva offerto una chiave, fu la chiave più naturale per noi, non dirò

per leggere nell’universo, ma per affacciarsi sull’esistenza che era nostra e viverla: in certi casi, inventarla. […] Meglio

allora andare fino in fondo e dire che era come se Montale ci avesse tolto al parola di bocca ogni volta che stavamo

per pronunziarla. […]

Quando erano giovani cercavano di dire un’esperienza di vita vissuta, ma Montale li aveva

preceduti, poi tutto cambia, si avverte la generazione come passata

Poi tutto cambia, i tempi e le rovine dei tempi ci franano addosso, il riferimento a quei versi, a quelle arie, non sarà

più così naturale, le chiavi non si trovano più o piuttosto si sa già che non servono, forse non esistono addirittura.

Lo sconquasso della rovina e della guerra ha portato alla consapevolezza che non ci siano più

riferimenti e certezze, quindi che non ci siano più chiavi di lettura. Qui c’è una divaricazione tra

Montale e Sereni, Montale diventa un classico e sereni un perenne contemporaneo. Sereni non

molla e scrive la naturalezza del parlato e della scrittura, la sua poesia non ha l’obiettivo di

eternare e di eternarsi, ma avrà come obiettivo quello di rendersi conto della caducità della

poesia come di tutte le cose umane. Vuole rimettersi al limite, non tentare l’eccesso e il

superomismo, vuole limitarsi alla quotidianità sapendo che la poesia è una realtà discreta e non

assoluta, vincolata al tempo che scorre e alla realtà che si sgretola. Questo accettare di far uso di

un linguaggio caduco e di mantenerlo tale, fa della poesia di sereni una poesia sempre

contemporanea perché si adatta al tempo che viene, non pretende di essere eterna per come è,

ma saranno i lettori che leggendo il messaggio decideranno che la sua poesia potrà continuare a

vivere

Montale a sua volta, credo, deve reimparare l’arte di affrontare il diverso, a partire da un certo punto il suo stesso

lavoro potrà ancora toccarci a fondo, trovarci ancora sensibili, non più coinvolgerci come prima (anche Montale deve

imparare a scrivere da capo, non si può più scrivere come faceva lui, se no sarà percepito come un classico. Sereni

Semmai, d’ora in poi, ci escluderà o

non è mai salito sull’altare della poesia, ma non ha mai avuto la pretesa di farlo).

sarà, anche per noi, la misura di un grado di reattività superstite; ma soprattutto il segno di una nuova crisi (nuova per

lui; della crisi vera, per noi). Quel punto si potrà collocarlo tra i ponti demoliti di Firenze ma io sono

(Agosto del 1944);

portato a pensare che la nuova crisi, la nuova irruzione del diverso non sta nell’ora dell’«emergenza», bensì in quella

immediatamente e non immediatamente successiva.

Ora dell’emergenza è una citazione di Montale, non tanto mentre era in atto l’emergenza, ma

immediatamente dopo di essa, in quanto si parte tutti animati da una grande speranza di poter

avere un’era migliore di giustizia, fratellanza ed equilibrio, ma questa illusione viene a crollare

poco dopo, perché le forze che subentrano sono altrettanto perniciose, infatti è il tempo di Stalin.

Sereni era simpatizzante di sinistra, senza avere tessere di partito, aveva visto di buon occhio

una democratizzazione progressiva della società, quando c’era stata la primavera di Praga Sereni

in classe aveva detto che stavano assistendo ad una cosa spaventosa, alla distruzione della

democrazia. Nel dopoguerra è tempo di crisi perché cadono le speranze di miglioramento a

causa di un eccesso opposto rispetto ai totalitarismi fascisti e nazisti. La guerra continuava,

quindi bisognava cambiare modo di dire le cose.

Penso che gli abbia ben chiarito in mente che lo scrivere versi, l’essere poeta è e deve restare un fatto privato, non

costituisce lustro o blasone, non forma individualità sociale;

Il poeta, restando nell’ombra, si fa specchio della collettività, senza diventare un fenomeno

sociale, il suo scrivere versi non deve alimentare la sua ambizione e la sua autostima

che pubblica è caso mai la poesia – cioè il prodotto poetico quale risulta ed è accolto – per bene che vada (mentre la

pubblicazione del nome e del personaggio è il risibile surrogato della sostanziale, crescente indifferenza verso il

prodotto, cioè verso l’opera);

Nel secondo ‘900 alcuni poeti iniziano a diveggiare, ad esempio Pasolini. L’opera è un’opera in

cui l’autore è quasi collettivo, è l’altro che si concretizza nell’opera. Il poeta si concretizza

lasciando la parola all’altro

e che dunque la società letteraria quale oggi ci si presenta non ha ragione di esistere. Se una lezione, del tutto

preliminare, può venire oggi da Montale ai giovanissimi, dopo le altre che abbiamo ricevuto noi, credo decisamente

sia questa. E a ben vedere non è solo negativa, postula altri modi di vita, altri rapporti, ben altre ambizioni” (V. Sereni,

Ognuno riconosce i suoi, 1966).

Ha il merito di farci capire che lo spazio che ci circonda e nel quale viviamo non solo

potenzialmente contiene degli spunti poetici ma è già abitato dalla poesia.

Montale, con l'aver preso coscienza del mondo circostante, ha dimostrato alla generazione

successiva che la realtà è costantemente abitata dalla poesia.

Per un lungo periodo Montale è stato una guida che obbligava gli altri a camminare dove aveva

camminato lui.

Il terrore di Sereni è che la poesia diventi spazio non per le emozioni ma per i rigiri intellettuali di

chi vuole scrivere solo teorie, vuole che la poesia sia rivolta a tutti. Questo è il rischio che Sereni

individua in un periodo nel quale si parla di movimenti, di teorie, di ideologie ma si dimentica la

concretezza corporea del testo, si dimentica la sua effettiva realtà. Alla poesia si è sostituita la

teoria.

Sereni non cade nel satirico perché sa dire quelle verità alte di cui aveva parlato Montale ma con

un linguaggio che è quello della quotidianità. Soprattutto non ha più come obiettivo quello di

eternare e di eternarsi, ma quello di rendersi conto della fragilità e della finitezza degli strumenti

di cui dispone la poesia come di tutte le cose umane. Si accontenta di questa fragilità, non tenta

l'eccesso.

Non si può più scrivere come prima della guerra. Mentre Montale viene letto con lo stesso tono

di Virgilio, come i poeti classici, Sereni non è mai salito sull'altare e non ci salirà mai, continua a

camminare insieme a noi.

Sereni parla di trasformazione e dice che non è prodotto del caso la rinuncia a chiedersi cos'è la

poesia, l'unica cosa che ha senso è l'esperienza della poesia, l'individuazione di un piano di

sviluppo delle emozioni che porti a configurare il rapporto tra esperienza ed emozioni.

L'esperienza, nell'atto in cui si trasforma in parola, si interseca con l'invenzione (inventare deriva

invenio

da = trovare quegli aspetti della realtà fenomenica che stanno oltre la superficie del

fenomeno. Inventare significa dare una lettura dell'esperienza che vada al di là dell'esperienza

stessa).

La terza raccolta - Gli strumenti umani

Nel 1965 esce la terza raccolta --> è soltanto il termine di un percorso lunghissimo che tra il '47 e

il '62 dà i suoi frutti alternati a periodi di lungo silenzio.

strumenti umani"

"Gli è un titolo tolto da una poesia della raccolta, un testo in cui Sereni si

misura con la povertà dei paesi abitati da contadini, rimasti alle usanze più remote, nei quali non

era arrivata la tecnologia, fermi in una dimensione atavica, statica, per i quali Sereni declina una

serie di oggetti che assumono valore simbolico (es. carrucola della teleferica nei boschi). Questo

titolo non va più a indicare gli strumenti dei contadini ma va a indicare tutti i mezzi di cui l'uomo

risponde per affrontare la vita.

Indicano in primis la poesia (mezzo di lavoro), l'amore, la fratellanza, il pensiero, la filosofia, la

comunicazione, l'amicizia.

Cosa avviene all'interno della raccolta? Sereni, sfidando i limiti di una tradizione radicata, cerca

di trasformare il poeta in narratore, di condividere i benefici di cui dispone il romanziere quando

scrive la sua narrazione. Sereni si accorge che la poesia, che il vantaggio di ricomporre il mondo

in un verso, ha il difetto di essere troppo sintetica, di avere degli spazi troppo ristretti per poter

precisare la circostanza nella quale un testo nasce. Allora Sereni ci confida il suo pensiero circa

questa evoluzione stilistica

Il silenzio creativo

Testo in prosa scritto nel '62. Si interroga sul periodo di silenzio creativo nel quale gli è parso di

veder infiacchirsi la sua ispirazione e, a un certo punto, riaffiorare con delle consapevolezze

nuove.

Significa qualcosa nello sviluppo di un lavoro, avvertire un bisogno di figure, di elementi narrativi, di strutture:

ritagliarsi un milieu socialmente e storicamente, oltre che geograficamente e persino topograficamente, identificabile,

in cui trasporre brani e stimoli di vita emotiva individuale, come su un banco di prova delle risorse segrete e ultime di

questa, della loro reale vitalità, della loro effettiva capacità di presa. Produrre figure e narrare storie in poesia come

esito di un processo di proliferazione interiore. Ai vertici poesia e narrativa si toccano. (Il silenzio creativo, Gli

immediati dintorni, 1962)

Mentre cerca di trasferire in versi un'emozione profonda gli mancano le presenze, le storie, gli

elementi narrativi e le strutture, quel declinarsi di un progetto narrativo che in un racconto lungo

si può realizzare. Sente il bisogno di non campare in aria la sua poesia ma di collocarla in uno

spazio storico-sociale ben definito --> contro-ermetismo.

Ero a Milano, ero lombardo, sono lombardo, ero in una posizione diversa […], In me, non so, c’era un maggiore

attaccamento alle cose, agli aspetti della quotidianità […]. Diciamo che c’era un senso forse più concreto

dell’esistenza di quanto non ci fosse in loro (V. Sereni, Su ‘Corrente di Vita giovanile’ e l’ermetismo, 1968)

Il testo ha delle coordinate spazio temporale nitide e ben costruite, insiste sulla locazione

geografica e topografica.

Questo spazio sociale è lo spazio in cui il poeta traspone stimoli di vita individuale, il poeta non

può estraniarsi dalla dimensione storica nella quale vive. Il banco di prova dell'efficacia delle sue

emozioni e della presa che possono comunicare è questo determinante spazio storico e sociale.

Immagina l'atto della scrittura come la proliferazione di queste emozioni su un terreno ben

definito di un'epoca ben chiara.

Le emozioni che si agitano devono essere trasformate i personaggi e storie. C'è un'abolizione

della distinzione di registi e di generi.

In una lettera a Nicolò Gallo negli anni '60 Sereni gli scrive che quello che il poeta deve fare è di

lirico come materiale di costruzione,

mettere in gioco l'io pezzo o oggetto di rappresentazione

alla pari di altri pezzi o oggetti. I materiali con i quali si edifica l'edificio sono i materiali da

impiegare nella scrittura.

L'io non domina sugli altri elementi, è alla pari.

Mettere in gioco l’io come materiale da costruzione e come “pezzo” o oggetto di rappresentazione alla pari con altri

materiali, pezzi o oggetti: ricorrendo al sogno o all’ironia, o magari a un certo piglio narrativo, l’io non più come

soggetto poetante ma come personaggio o figura (V. Sereni, N. Gallo, «L’amicizia, il capirsi, la poesia». Lettere

(1953-1971).

Intervista a Sereni nel '67

Quando io parlo di terreno emotivo, come matrice, come fonte della poesia, intendo in sostanza mettere da parte il

discorso sulle poetiche, o la meditazione sulla letteratura, o la riflessione sulla letteratura, come primo spunto, o

incentivo o movente al fare della letteratura. Ricordo di aver scritto, in una certa occasione, che in altri tempi io

pensavo, nell’ambito naturalmente personale, alla poesia come operazione che si innestasse su qualche cosa da

salvare. Mi esprimevo forse come si può esprimere un religioso, un credente, in quel momento, quando dicevo

questo. Direi che nel Diario d’Algeria io ero sotto questo impulso, ancora sotto questo impulso prevalentemente

psicologico. Era una forma di fedeltà alla propria esistenza, alla memorabilità di certi momenti, dicevo allora, «da

salvare». Oggi io credo molto di più, anche se la molla psicologica rimane in un certo senso la stessa, a un elemento

costruttivo che si inserisca su quei momenti, su quegli attimi, su quelle particolari situazioni e ne cavi qualche cosa

d’altro, li faccia evolvere, li porti su un altro piano, li releghi nella loro più esatta posizione di materiali da costruzione;

e il risultato è qualche cosa di costruito, non nel senso deteriore che la parola comporta, che si presenta come una

variante, ma come appunto una rielaborazione di quei particolari dati di partenza che possono anche essere più

riconoscibili rispetto all’origine loro. (V. Sereni, La scommessa della poesia, intervista in «L’Approdo letterario», n. 38,

anno XIII, aprile – giugno 1967, pp. 77-87).

La componente emotiva è indispensabile come fonte della poesia altrimenti viene sostituito dal

percorso teorico intellettuale sulla poesia medesima.

Quando era ancora giovane credeva che la poesia fosse un modo per salvare dall'oblio certi

eventi --> concezione semplicistica perché un'emozione venga ricordata.

Con gli anni dice che quell'impulso era una forma di fedeltà alla memorabili di certi momenti.

Adesso c'è l'idea che l'emozione faccia scaturire un processo interiore che fa esistere l'emozione

in un racconto nel quale prendono corpo dei personaggi che sono protagonisti di una storia. Il

risultato è una rielaborazione sui particolari dati di partenza che possono essere più riconoscibili.

Non è un modo per falsare i dati di partenza, è un modo per universalizzare la poesia, per far si

che questi dati siano tradotti in modo che tutti li possano comprendere.

La proliferazione interiore si divide in due fasi

Diario di Algeria.

• '47: si sta svincolando a fatica dal Accantonamento più marcato dell'io lirico

• io lirico come materiale da costruzione per produrre storie.

Nel 1947 il poeta ha annotato dei versi su un'agenda che non sono diventati un testo, sono

rimasti un abbozzo.

Vediamo come da un abbozzo si arriva alla nascita di due testi --> accostamento in un distico e

tre versi

e quante ancora verdi intatte foglie

recava in grembo l’autunno.

Guardo il mio lago: non è

un lago, è un attonito specchio

di me, una lacuna del cuore.

• prima parte: primi due versi annotano sulla carta un'impressione vivida che il poeta ha avuto

nella sua terra natale in autunno nella quale però ancora sopravviveva una grande massa di

foglie verdi.

• seconda parte: sguardo al lago che lo porta a comprendere drammaticamente tutta la

differenza che c'è tra il proprio io di ora e quell'io che era in giovinezza nato e vissuto presso

questo lago.

Entrambi i frammenti non lo soddisfano. Li accosta perché hanno la matrice nel luinense ma non

lo soddisfano per diverse ragioni

• primi due versi: allusivi, manca lo spazio sociale, storico e topografico

• secondo gruppo: è un dominio elementare ma banalizzante dell'io lirico.

Scaturiscono da questi abbozzi due componimenti.

Uno più breve composto nel '47 e si fa uso dei tre verso conclusivi del frammenti rielaborandoli.

Il secondo testo è molto lungo, contiene solo il distico iniziale e prevede un'elaborazione testuale

lunghissima che durerà fino al 62-65. luinense",

Primo testo: dapprima si chiama "Cartolina poi viene riassorbito nella terza opera

ritorno"

come "Il

• Primo abbozzo

Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema

ma pari più non gli era il mio respiro

e non era più un lago ma un attonito

specchio di me una lacuna del cuore.

• Fase intermedia

Sul lago le vele facevano un lungo e fuggente poema

ma pari più non gli era il mio respiro

e non era più un lago ma un attonito

specchio di me una lacuna del cuore

• Fase definitiva

Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema

ma pari più non gli era il mio respiro

e non era più un lago ma un attonito

specchio di me una lacuna del cuore

Cosa succede tra le fasi?

Rispetto alla prima fase si passa dalla prima persona singolare alla terza persona.

Il soggetto non è più l'io ma sono le vele, un dato oggettivo che esiste a prescindere dal poetica.

Sta ritagliando lo spazio storico sociale. Si parla alla terza persona di una realtà oggettiva.

Perché da lungo e fuggente a bianco e compatto? In bianco e compatto c'è un'ulteriore

precisazione, come se le vele fossero le parole di cui è composta l'opera. Dà l'idea dell'idea delle

vele candide e compatte --> consente di vedere le figure, quindi questa coppia di aggettivi gli

consente di essere più chiaro.

Ragione sonora: lungo e fuggente contiene delle vocali scure, lugubri che sereni vuole evitare

sostituendo con per dare un'idea di una navigazione luminosa.

I tre versi successivi introdotti dal "ma" --> l'io è in uno stato di diminuzione di energia vitale.

Laddove la navigazione era l'immagine della vitalità, l'io è un io incrinato nel quale la forza vitale

si va oscurando.

Il lago si trasforma attraverso l'occhio del poeta, l'io fa in modo che il lago non sia più il lago di

sempre che tutti possono vedere, carico di energia, di forza e di colori ma è uno specchio

sbigottivo, attonito, è un riflesso doloroso di un io incrinato, è una lacuna del cuore.

Il lago è declinato fino a diventare una lacuna (gioco etimologico --> laguna/lacuna). Il lago, da

cartolina, da paesaggio, diventa prima una negazione di sé, un lago che si oscura, e poi un

vuoto, una ferita, una voragine del cuore a partire dall'immagine evocata delle acque stagnanti

della laguna.

lago del cor lacuna del cuore

Rimando (Dante) /

Quest'idea che nel cuore dell'uomo si determini una mancanza incolmabile è ancora un'idea

della lettura che dante ha fatto di Elliott.

Gioca sui monosillabi per dare l'idea di un inceppamento.

Ancora sulla strada di Creva

Secondo testo:

Il poeta non è più se stesso, parla dei personaggi che entrano sulla scena e al massimo mette in

scena se stesso con gli occhi del personaggio.

Testo ambientato sulla strada che da Luino va a Creva --> si imbatte nel cimitero in ci è sepolta la

nonna di sereni. Immagina di percorrere la strada con l'amata durante i primi di novembre (2-11

novembre).

Incrocia una figura femminile anziana che gli ricorda la nonna --> le figure si sovrappongono e

danno origine a una sorta di dialogo e apparizione per raccontare una storia.

Aveva detto che il modo per trasformate l'io in materiale da costruzione e gettare il terreno per

evocare storie può avvenire attraverso l'ironia e il sogno. In questo caso siamo in un misto tra

realtà e immaginazione.

Inizialmente il testo non aver titolo, poi è entrata nella terza raccolta con il titolo di "ancora sulla

strada di Creva"

Tutta la struttura dei testi della terza opera è modellata sull'idea dell'incontro e della

comunicazione. Sin dal primo testo che apre la raccolta iniziano i versi evocano il colloquio. tutta

la raccolta protesa nell'idea di un colloquio.

La prima poesia termina con "E qui t'aspetto". Tutta la raccolta ha come titoli delle sezioni dei

titoli che alludono alle presenze che continuamente Sereni va a rintracciare

• il centro abitato

• appuntamento a ora insolita

• uno sguardo di rimando

• apparizioni e incontri

Tutto è incentrato sul protendersi a comunicare, a creare un ponte con l'altro.

Sulla strada di Creva

Ancora = nella prima opera "frontiera" esisteva un testo intitolato

La poesia di Sereni è fatta di ritorni, sguardi gettati sulla medesima esperienza che nel tempo è

diventata diversa

Ancora sulla strada di Creva

Poteva essere lei la nonna morta

non so da quanti anni.

Uscita a tardo vespro

dalla sua cattolica penombra,

al tempo che detto è dell’estate

di San Martino o dei Morti.

Una vecchia vermiglia del suo riso.

Cantavano gli uccelli dalle rogge

e quante ancora verdi intatte foglie

recava in grembo l’autunno.

Ilare ci fu innanzi

come la richiedemmo della via

nella seta del suo parasole,

nei lustrini dell’abito. E nulla fu

a fronte del riso vermiglio

la cattolica penombra, nulla fu

la gramaglia dell’abito. Né so

che mai vedesse di noi

del giorno e di altro accaldati.

Forse in luogo di noi vide una nube

e lei a quella parlava:

Ti conosco, – diceva – mascherina

(1957)

Nella prima parte che ingloba il distico del 47 resiste un linguaggio lirico che cede nel finale di

strofa (ti conosco, diceva, mascherina)

Il testo si apre con la protagonista del testo. Tutta la descrizione si riferisce alla nonna che era

uscita dalla sua cattolica penombra --> è vissuta in una realtà chiusa, di mentalità oppressiva,

opprimente, di orizzonti poco aperti, quasi di superstizioni, di devozioni oscure. E' tutta scura ma

è caratterizzata da un unico punto di luce, il suo sorriso, rosso vermiglio. E' posta tra la terra e il

cielo (beati danteschi caratterizzati dal sorriso). Quando appare la donna è come se si

risvegliasse la natura che ormai canta per l'inverno.

Dall'oscurantismo religioso che la tratteneva in una dimensione di pesantezza si accende

all'incontro con la nuova generazione che la riscatta dall'oscurantismo e la illumina anche

rispetto alla tetraggine dei suoi abiti.

Noi = hanno la caratteristica di essere accaldati sia perché camminavano al sole e per altro =

passione amorosa.

Di fronte a questa passione amorosa la nonna inizia un discorso che tende a disilluderli rispetto

alle lusinghe di un amore malinteso.

«Ti conosco, – diceva – mascherina,

così brava a nasconderti tra incantevoli fumi.

Già una volta ti ho colta

sulla guancia ancora intatta d’una

che per amore, in cerca

di una quieta corrente, s’era tolta alla vita:

con che fermezza, che forza quelle mani

tendevano al sonno gli arbusti

strappati all’ultima riva.

Oggi lo so, non piansi quella fine,

ma quella forza che ti sconfessava

abbandonandosi a te…»

Così delirando di una perduta forza

di una remota gioia, così oltre noi dileguando

scovava, svergognandola, la morte

ancora occulta tra noi.

(1959)

La nonna inizia a raccontare una storia dei una ragazza che era sua coetanea. Si avventa con

incisività sull'amore edulcorato. La cosa più straziante che la nonna racconta è la morte dalla

ragazza. L'amore ha infranto l'istinto di conservazione, ha distrutto una vita, vita che ha cercato

di prevalere fino alla fine.

«Maschera detta amore

bella roba che sei.

Per un po’ d’ombra che fa

più vive le acque più battute le siepi più frenetico

giugno quanti anni di vuoto appena dopo, anni

di navata e corsia

di campane smemoranti di

fuligginose sere: c’era sino a poco fa

un così bel sole – e per pigrizia o noia

o distrazione non siamo usciti a goderlo.

Vedi come hai sporcato la mia vita

di tremore e umiltà».

(1962-56)

La seconda parte del discorso della non riguarda il suo percorso personale, il suo essere morta

alla vita per un amore che non è durato tutta la vita. L'amore è un'illusione che colpisce l'uomo e

lo rende schiavo della stessa illusione. Quando si è innamorati tutti sembra più bello, le acque più

luccicanti ecc...

Contrapposizione luce/oscurità.

E da quel giorno

e quell’ora

d’amore più non ti parlai amore mio.

(1959)

E' la risposta del poeta che dice "dal momento in cui ho capito queste cose ho smesso di

riempirti di lusinghe ma non ho smesso di amarti, ho cercato di guardare a te e smettere di farti

essere solo l'oggetto del mio piacere".

Dalla dimensione privata della poesia di Sereni si passa a quella civile. Viene conquistata

attraverso la porta dell'etica, della riflessione sull'uomo e mai sulla porta dell'ideologia o della

politica.

Questo sguardo si allarga a partire dal tema di amore come illusione.

Scoperta dell’odio

L'opera è divisa in due momenti

• primo momento: Sereni, a partire sulla riflessione sull'amore deturpato, affronta una delle

tematiche più dolorose, va a cercare i punti non condivisibili di determinati comportamenti

sociali e li stigmatizza.

• secondo momento: il poeta si mette dalla parte degli imputati, si considera colpevole anche lui

di determinati errori nei confronti delle generazioni future.

Il confronto con le realtà più spregevoli dei comportamenti umani lo porti a sbottare nel '58

--> Ha vissuto per 45 anni ogni genere di vicissitudine rimanendo mite e disposto ad accettare e

a comprendere, ma di fronte al tradimento e all'ipocrisia non ce la fa e arriva a scoprire per la

prima volta il sentimento dell'odio.

Una persona portata alla fratellanza arriva a un certo punto e, non per la prigionia e la guerra ma

per l'ipocrisia, per l'indifferenza, per la cattiveria, arriva a concepire il sentimento dell'odio

Scrive a un amico, Piero Chiara, che si tratta della prima poesia che scrive sotto insegno della

rabbia, poi precisa che talvolta è possibile scrivere per rappresaglia purché la rappresaglia si

trasformi per strada in energia rappresentativa

--> è una premessa, dice che il testo non può essere scritto per passione violenta, può essere il

primo spunto ma perché il testo comunichi, va lungamente meditato.

La scrittura che conta deve saper far essere le cose davanti agli occhi, devono diventare

percepibili, chiare

«Si tratta della prima poesia scritta di rabbia e per rabbia. Un’altra è Il grande amico», confida Sereni al conterraneo

Piero Chiara, il 31 agosto del 1958, lo stesso anno al quale risalgono le pagine di Rappresaglie, poi incluse negli

Immediati dintorni, ove si legge: «Per rappresaglia anche, con intento analogo, si scrive. […] Lo spirito di rappresaglia

non è che il movente immediato dello scrivere; ma per strada presto si trasforma in energia rappresentativa, agisce

come un felice scatto della natura».

Scoperta dell'odio Ancora sulla strada di

è scritto in mezzo alla penultima e l'ultima strofa di

Creva. Alcune frasi attingono alla stessa area semantica dell'altro testo

Scoperta dell'odio

Qui stava il torto, qui l’inveterato errore:

credere che d’altro non vi fosse acquisto che d’amore.

Oh le frotte di maschere giulive

oh le comitive musicanti nei quartieri gentili…

Alla notte altre musiche rimanda

la terrazza più alta e di nuovo fiorita

si dilunga la strada fuori porta?

Ma venga, a ora tarda, venga un’ora

di vero fuoco un’ora tra me e voi,

ma scoppi infine la sacrosanta rissa,

maschere, e i vostri fini giochi

di deturpato amore: nell’esatto

modo mio di non dovuto

amore e dissipato, gente, vi brucerò.

(1958)

E' un testo che serve come scioglimento della conclusine del testo precedente, si capisce cosa

Ancora sulla strada di Creva.

intendesse il poeta con gli ultimi versi di

Il poeta capisce di essersi illuso che tutto fosse riconducibile all'amore, cosa vera se non ci fosse

la cattiveria e la malizia. Si accorge che ci sono delle categorie, dei modi di vivere non accettabili,

di chi se ne frega di tutto, di chi pensa solo a divertirsi, non vedono i problemi degli altri. Il

Ancora sulla strada di Creva,

discorso che si concentrava sul rapporto di coppia in qui si allarga a

intere fette della società.

L'amore è un'apparenza da copertina, è una telenovela, serve solo per andare ai concerti la sera

ma è solo fondato sull'apparenza effimera che termina con la noia.

Di fronte all'amore Sereni non riesce più a stare zitto, sbotta con volontà di rivendicare la

giustizia, quindi si mette dalla parte dei più deboli, di quelli che sono guardati con disprezzo dagli

altri.

In quest'ora della verità si devono scontrare i giochi sottili dell'amore violentato contro quella

forma di amore che il poeta che si rende conto di aver dato a sproposito. A questo punto sbotta,

non smette di amare ma fa si che il suo amore autentico metta alla berlina l'amore falso.

Quei bambini che giocano

un giorno perdoneranno

se presto ci togliamo di mezzo.

Perdoneranno. Un giorno.

Ma la distorsione del tempo

il corso della vita deviato su false piste

l’emorragia dei giorni

dal varco del corrotto intendimento:

questo no, non lo perdoneranno.

Non si perdona a una donna un amore bugiardo,

l’ameno paesaggio d’acque e foglie

che si squarcia svelando

radici putrefatte, melma nera.

non esistono peccati,

«D’amore

s’infuriava un poeta ai tardi anni,

esistono peccati contro l’amore.»

E questi no, non li perdoneranno.

Tuttavia il poeta capisce che sarebbe troppo facile mettersi dalla parte della ragione. Se ne alla

prima fase ha stigmatizzato una stortura, nella seconda parte si mette tra i colpevoli. Lo fa

immaginando di essere visto dallo sguardo dei bambini che giocano.

Sereni capisce che questi futuri giovani, quando arriveranno all'età della coscienza, forse

riusciranno a perdonare alcune cose a chi li ha preceduti, tuttavia a un patto a cui sereni non

presto ci togliamo di mezzo".

mette mezzi termini: "se

Incita a farsi da parte per tutti gli errori che sono stati fatti ma si include nel discorso.

Continua a ripetere "perdoneranno", ma c'è tutto il dubbio che non si meriti il perdono. Si

accorge che ci sono altre cose che non possono essere perdonate, tutte le cose che riguardano

distorto"

lo spreco a ogni livello --> "tempo = tempo impiegato per le cose nocive, per

distruggere l'ambiente, per tradire la bellezza.

La spiegazione di non poter perdonare passa attraverso una metafora che rende l'idea di cosa

può voler dire per un figlio che si vede subire torti ingiusti essere tradito

A una donna non si perdona un amore bugiardo se si ama tanto una persona e questa ci ha

tradito, noi non riusciamo a perdonarla, è come un paesaggio di acqua e foglie che si squarcia

svelando un terreno putrefatto.

Le virgolette non stanno a riportare una citazione ma un discorso diretto con Saba: non ha senso

parlare di adulterio, di amore omosessuale stigmatizzandoli come omosessuali. Non esistono

peccati d'amore, se esiste un amore autentico allora non si può dire che è un peccato.

Esistono i peccati contro l'amore che sono talmente gravi che non si possono perdonare.

Lettere di Sereni a Luzi

Si sono conosciuti prima della guerra, quando Sereni collaborava a correnti di vita giovanile, e

Luzi, un fiorentino, intratteneva rapporti con l'ambiente culturale milanese.

Arriva la tempesta della guerra

• Luzi rimane a Firenze che vede bombardata sia dagli Alleati che dai tedeschi.

• Sereni era prigioniero nell'Africa del nord e sperimentava l'inferno del deserto.

La corrispondenza, tranne alcuni biglietti e scambi di prima della guerra, ha una svolta molto

drammatica con una cartolina postale inviata da Sereni, prigioniero di guerra, a Luzi dopo l'aprile

del '44. In quell'anno Firenze era stata liberata, quindi era possibile inviare e ricevere lettere.

Voleva raggiungere la moglie che stava a Parma, ancora occupata dai nazisti.

Dice a Luzi di inviare notizie alla moglie non appena fosse stata liberata anche Parma

Al ritorno dalla prigionia Sereni ha tutto da costruire, torna con tutte le ferite morali che la guerra

gli ha lasciato, con una consapevolezza in più e, soprattutto, torna in una Milano che deve essere

riformata da capo dal pdv culturale. E' una città che si interroga sul senso della sopravvivenza

dei beni artistici, alcuni monumenti sono gravemente danneggiati ma soprattutto è danneggiata

la fiducia nelle arti. Sembra un insulto scrivere poesia se questa non va a fondo per migliorare

l'animo dell'uomo, per dare una spiegazione a tanto orrore.

Sereni ha tra le mani solo quei pochi testi scritti mentre era in prigionia, Luzi invece ha alle sue

Raccolte ermetiche, Quaderno gotico.

spalle l'esperienza delle pubblicate prima della guerra, e il

Luzi scrive a Sereni a metà del '46. Aveva mandato a Sereni un primo abbozzo della sua opera

Diario d'Algeria.

quando quest'ultimo iniziava a pubblicare il

Primizie del deserto,

Luzi, scrivendo non vuole copiare Sereni ma rendergli omaggio.

Grazie a quella notizia del primo abbozzo della raccolta che poi uscirà nel '52, Luzi ottiene la

risposta di Sereni.

Per Luzi Sereni è stato una fonte, un'ispirazione. Aveva una grandissima abilità stilistica ma la

ricchezza, la novità di quello che proponeva Sereni era inequivocabilmente altro rispetto alla

media della poesia

[Firenze, metà del 1946]

Carissimo Vittorio,

Viva dunque il Primizie che mi ha finalmente meritato la tua lettera. Sentivo benissimo che non mi avevi dimenticato o

respinto perché ho sempre avuto la certezza, fin dalla prima volta che ho parlato con te, che non eravamo riservati a

una sorte di questo genere l’uno nei riguardi dell’altro.

Quando ti conobbi, sentii subito che c’era qualcuno e, lasciami dire così, qualcosa di più nella mia vita, qualcosa che

toccava direttamente le fonti e mi riconduceva lì. Per questo io ho sempre tenuto la testa rivolta verso di te; se ti

scrissi quella frase, vedi sempre meglio come è vera; e l’ho visto anche più acutamente in quei due lunghissimi anni

in cui mi sei assolutamente mancato. Te lo dico ora, con tanta apparente impudicizia, perché tu stesso ti sei reso

conto che io parlo qui oggettivamente e non per impulso affettivo. In questo campo la tua vittoria sarebbe

eccessivamente facile, lo sai bene. Per la stessa ragione ti posso ora dire quanto mi sono piaciute queste nuove

poesie con cui hai annunciato il tuo ritorno e come mi sia apparsa assolutamente bella quella di quest’estate su

Costume.

Certo, il tuo libro sarà molto bello e avrà quella vivacità così segreta che sarebbe ormai vano cercare in questo libro

sgualcito della poesia italiana e non solo italiana. Sono molto contento che tu abbia combinato con Spagnoletti.

Avrei molta voglia di vederti, carissimo. E … quanto verrei volentieri a Milano! Ma la miseria non molla, bisogna

starsene qui, fra la scuola e le altre seccature implacabili, e… senza sigarette. Quando finirà, Vittorio? Ricordami a

Maria Luisa e carezzami la tua bambina. Sai che Gianni, mio figlio, ha due anni e mezzo?

Un abbraccio affettuoso dal tuo

Mario

Primizie del deserto,

Dopo che esce Sereni fa una recensione a questa raccolta nella quale

mostra tra le righe di apprezzarla molto ma di essersi accorto di quanto ci fosse di ispirazione

dall'esterno.

Riconosce che ci sono dei punti in cui sono troppo visibili le fonti, le letture a cui si è ispirato.

Dice che in questa raccolta si rivelano le letture non solo per ingenuità ma anche per scaltra

dissimulazione.

Si pensi ora al Luzi di Avvento notturno o di Un brindisi o anche di Quaderno gotico. Dal libretto giovanile – La barca

– a queste Primizie quanta strada! E insieme che esperienza di poeti, che assiduità, che penetrazione. L’esercizio

letterario e la vicenda interiore, che nel lungo e intenso tirocinio potevano apparire spaiate per qualche tratto, col

sospetto non infrequente di una sovrapposizione della prima sulla seconda, oggi si presentano intrecciate e fuse. A

un punto tale che sempre, anche là dove pare di cogliere una eco, una non del tutto assorbita frequentazione di un

testo, qualcosa avverte che c’è dell’altro e che il rilievo ha un senso solo in funzione d’un fatto più radicale,

traducibile in dati di storia dell’anima. Questo è un libro che dichiara tranquillamente le letture del proprio autore, a

eguale distanza dell’ingenuità e dalla scaltra dissimulazione, proprio perché non teme il confronto, perché dice alto e

chiaro di quali sostanze è fatta la propria sostanza. È proprio nuovo questo Luzi? Diciamo piuttosto che è un Luzi

maturo e che questa era la novità di fatto che ci si aspettava da lui. La novità nella maturazione: quella che per dirla in

modi provvisori e alquanto grossolani, risolve sensi, psicologia e autobiografia in una non calcolata visione del

mondo. Un modo di guardare una benché minima cosa che istantaneamente è un chiamare in causa entità e

sostanze d’ordine assoluto ed essenziale, connesse alle strutture della vita. Siamo ben al di là di ogni poesia-stato

d’anima, come di ogni poesia-sensazione. E insieme ci trovate rivissuti i termini personali e critici a un tempo,

divenuti fatti di coscienza grazie a quella rielaborazione senza la quale non si dà mai una novità poetica attiva degna

di questo nome, le figure e i miti che variamente si atteggiano e di volta in volta si compongono nella civiltà poetica

del nostro tempo: onde il Luzi di oggi può apparirci molto meno lontano, nella fondamentale diversità di natura e di

esperienza, da un Saba per fare un esempio, di quanto non ci sarebbe apparso ai tempi di Avvento notturno. Quella

che un tempo ci piacque definire perenne metamorfosi del sensibile nella poesia di Luzi oggi si è come innervata in

moti d’anima, in una linea interiore stupendamente rilevata e chiara che è ad un tempo trepidazione dell’esistere e

meditazione della vita. Com’è possibile di fronte a questo libro parlare ancora di scuole e di correnti? Maturare

significa anche dimostrare in concreto l’inanità delle distinzioni fondate sulle poetiche (V. Sereni Rassegna di poesia,

in «L’Approdo letterario», n. 4, ottobre – dicembre, 1952, pp. 87-8. Poi, solo la parte relativa a Mario Luzi, con il titolo

di Persuasiva maturità, «La fiera letteraria». Cfr. V. Sereni, Persuasiva maturità, in «La fiera letteraria», a. IX, n. 33-34,

14 agosto 1955, p. 3).

Un sogno

E' uno dei testi chiave delle '900 italiano pubblicato nel 1960. In quel periodo si scatena una

reazione a catena che produce un vero e proprio modo di scrivere, uno stile che caratterizza

un'epoca inaugurato da Sereni.

E' incentrato su un tema molto caro ai poeti degli anno'60, la libertà del poeta rispetto alle

ideologie politiche.

C'era una forte pressione da parte delle sinistre che facevano capo allo stalinismo: aveva

assoggettato a sé metà dell'Europa, che accusava i poeti liberi dalle ideologie di non essere

coinvolti dalla spinta ideologica e politica.

Per i comunisti convinti questo non fare dichiarazioni politiche nella letterature era una pecca che

faceva appartenere al capitalismo tutti i poeti che non appartenevano allo stalinismo.

Sereni, pur essendo un simpatizzante di sinistra, si ribella. Pur essendo disgustato dalle

convenzioni sociali non se la sentiva di aderire alla visione stalinista che imponeva con i carri

armati una visione politica anche agli altri Stati.

Franco Fortini, intellettuale coetaneo di Sereni, lo accusava di essere troppo fiacco nelle

convinzioni sociali.

L'atmosfera del testo è la rivendicazione di libertà

E' ambientato molto verosimilmente in un non-luogo onirico, nei pressi del fiume Magra.

Immagina di dover varcare questo fiume e di non uscire perché qualcuno glielo impedisce

rovesciandoli addosso una caterva di accuse.

La genesi è molto particolare, è il racconto di un sogno fatto dall'amico Piero Chiara raccontato

poi a Sereni.

Un giorno nel '47 Sereni tornava con Vasco Pratolini da Lugano in macchina e, passando per

Varese, aveva deciso di andare a trovare l'amico Piero Chiara. Era notte fonda e quando Sereni è

arrivato a casa dell'amico, lui dormiva. Non si è svegliato ma nel dormiveglia deve aver percepito

la voce di Vittorio tanto che poi ha fatto un sogno nel quale immaginava di aiutarlo a guardare un

fiume che poteva essere il Magra. Da lì è uscito il testo che ha caricato la scena di valore

simbolico.

Un sogno

Ero a passare il ponte

su un fiume che poteva essere il Magra

dove vado d’estate o anche il Tresa,

quello delle mie parti tra Germignaga e Luino.

Me lo impediva uno senza volto, una figura plumbea.

«Le carte» ingiunse. «Quali carte» risposi.

«Fuori le carte» ribadì lui ferreo

vedendomi interdetto. Feci per rabbonirlo:

«Ho speranze, un paese che mi aspetta,

certi ricordi, amici ancora vivi,

qualche morto sepolto con onore».

«Sono favole -- disse -- non si passa

senza un programma.» E soppesò ghignando

i pochi fogli che erano i miei beni.

Volli tentare ancora. «Pagherò

al mio ritorno se mi lasci

passare, se mi lasci lavorare.» Non ci fu

modo d’intendersi: «Hai tu fatto --

ringhiava -- la tua scelta ideologica?».

Avvinghiati lottammo alla spalletta del ponte

in piena solitudine. La rissa

dura ancora, a mio disdoro.

Non lo so

chi finirà nel fiume.

Titolo: cos'è il sogno per Sereni? E' un momento nel quale si riesce a vedere la realtà con più

nitidezza e precisione rispetto alla veglia. E' il momento della penetrazione nella realtà.

Immagina di essere su un fiume e gli appare un'entità con due caratteristiche:

• non ha un volto: chi sposa le ideologie non ha un'identità personale

• è plumbea: dove non c'è la libertà la luce non c'è

Questo gli impone di tirar fuori delle carte, le carte del partito, indice di una scelta ideologica

irrevocabile.

Sereni chiede di che carte parlasse ma l'altro insiste.

Sereni è interdetto, cerca di spiegarsi dicendo di avere una configurazione sociale che permette

di avere delle speranze fondate, di avere una patria legata a particolari ricordi, ad amici e qualche

membro della famiglia che si è distinto per qualche azione a carattere politico-sociale. Questo

non gli basta, l'entità risponde che queste sono favole perché è necessario un programma

vs

Chi di volta in volta ascolta la coscienza chi esegue qualcosa di già scritto, la politica si

scontra con la letteratura.

Quello che Sereni gli dice è che pagherà il suo ritorno: "quando mi avrai lasciato collocare

attraverso la mia dimensione creativa, avrai fatto si che i lettori potranno dare un verdetto rispetto

a quanto gli ho proposto, potrò in qualche modo pagarti. La mia poesia ha contribuito a

migliorare la situazione politica senza avere un programma"

Questo ringhia, sostiene che debba fare una scelta ideologica. Non esiste l'uomo, esiste il partito

di appartenenza. Ringhiava, avvinghiati

C'è un'immagine che fa di questa figura plumbea una sorta di giudice. -->

Minosse che giudica e manda secondo ch'avvinghia.

Dante,

C'è il conflitto corpo a corpo, una rissa che Sereni non vorrebbe, vorrebbe solo essere lasciato

esistere.

Il testo gira, piace, e all'altezza del '62 Luzi, che ha sentito muoversi qualcosa nella sua forza

ispiratrice, interrompe di botto le sue composizioni per scrivere dei testi che invia a Sereni per

avere il suo parere.

[Firenze,] 28-1-62

Carissimo Vittorio,

sì, sarebbe stato più bello che non ti rispondessi ora, ma come faccio a tenere tutta per me la grande e

davvero profonda gioia che mi danno le tue parole? Devo riversarla anche su di te che l’hai fatta nascere traendola

dalla tua creazione-invenzione interna, dalla tua fertilità spirituale. Non mi viene in mente d’averti detto con altrettanta

semplicità quello che io ti devo – per il puro fatto di esserci e di essere come sei – ma spero di averti fatto sentire

ugualmente, ben oltre l’ammirazione ovvia, la indicibile simpatia che provo per te. Dico simpatia nel senso più esteso

della parola. Certo mi basta leggere su una rivista una tua frase, detta con quella voce discreta ma insinuante e,

sotto, travolgente come un gorgo per ritrovarti, per incominciare con te lunghi colloqui1. Ma credo che tutte le

personalità, vere non pittoresche, agitino con la loro presenza un vortice dal quale si è irresistibilmente attratti. E nel

tuo vortice io mi posso abbandonare con felicità, guizzare come un pesce: vi trovo oltre tutto un’infinità di cose che

mi mancano e di cui ho bisogno. Come era triste quando tu eri lontano (‘tra i bruti’2) e non si sapeva niente di te.

Dopo sono sempre stato certo di te e non mi impressionava "il lungo sonno"3; la simpatia mi serviva a meraviglia.

Ti abbraccio con tutto il mio affetto. Mario

Presso il Bisenzio il Bisenzio", Un sogno

Esce un testo "Presso un fiume della Toscana, che è più ampio di ma è

l'eco di questo testo.

Luzi immagina di camminare lungo il fiume Bisenzio e di essere apostrofato da un gruppo di

partigiani che gli dicono di non essere stato fedele alla loro lotta --> ritorna il problema

dell'ideologia

Presso il Bisenzio

La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia

e il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro

non so se visti o non mai visti prima,

pigri nell’andatura, pigri anche nel fermarsi fronte a fronte.

Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,

mi si fa incontro, mi dice: «Tu? Non sei dei nostri.

Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta

quando divampava e ardevano nel rogo bene e male».

Lo fisso senza dar risposta nei suoi occhi vizzi, deboli,

e colgo mentre guizza lungo il labbro di sotto un’inquietudine.

«Ci fu solo un tempo per redimersi», qui il tremito

si torce in un tic convulso «o perdersi, e fu quello».

Gli altri costretti a una sosta impreveduta

dànno segni di fastidio, ma non fiatano,

muovono i piedi in cadenza contro il freddo

e masticano gomma guardando me o nessuno.

«Dunque sei muto?» imprecano le labbra tormentate

mentre lui si fa sotto e retrocede

frenetico, più volte, finché è là

fermo, addossato a un palo, che mi guarda

tra ironico e furente. E aspetta. Il luogo,

quel poco ch’è visibile, è deserto;

la nebbia stringe dappresso le persone

e non lascia apparire che la terra fradicia dell’argine

e il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco.

E io: «È difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino

Per me era più lungo che per voi

e passava da altre parti». «Quali parti?»

Come io non vado avanti,

mi fissa a lungo ed aspetta. «Quali parti?»

I compagni, uno si dondola, uno molleggia il corpo sui garretti

e tutti masticano gomma e mi guardano, me oppure il vuoto.

«È difficile, difficile spiegarti.»

C’è silenzio a lungo,

mentre tutto è fermo,

mentre l’acqua della gora fruscia.

Poi mi lasciano lì e io li seguo a distanza.

Ma uno d’essi, il più giovane, mi pare, e il più malcerto,

si fa da un lato, s’attarda sul ciglio erboso ad aspettarmi

mentre seguo lento loro inghiottiti dalla nebbia. A un passo

ormai, ma senza ch’io mi fermi, ci guardiamo,

poi abbassando gli occhi lui ha un sorriso da infermo.

«O Mario» dice e mi si mette al fianco

per quella strada che non è una strada

ma una traccia tortuosa che si perde nel fango

«guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi

e accordi le sfere d’orologio della mente

sul moto dei pianeti per un presente eterno

che non è il nostro, che non è qui né ora,

volgiti e guarda il mondo come è divenuto,

poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,

non la profondità, né l’ardimento,

ma la ripetizione di parole,

la mimesi senza perché né come

dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine

morsa dalla tarantola della vita, e basta.

Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenza,

e non senti che è troppo. Troppo, intendo,

per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,

giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta, dalla sua mancanza umiliante.»

Ascolto insieme i passi nella nebbia dei compagni che si eclissano

e questa voce venire a strappi rotta da un ansito.

Rispondo: «Lavoro anche per voi, per amor vostro».

Lui tace per un po’ quasi a ricever questa pietra in cambio

del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto.

E come io non dico altro, lui di nuovo: «O Mario,

com’è triste essere ostili, dirti che rifiutiamo la salvezza,

né mangiamo del cibo che ci porgi, dirti che ci offende».

Lascio placarsi a poco a poco il suo respiro mozzato dall’affanno

e solo l’acqua della gora fruscia di quando in quando.

«È triste, ma è il nostro destino: convivere in uno stesso tempo e luogo

e farci guerra per amore. Intendo la tua angoscia,

ma sono io che pago tutto il debito. E ho accettato questa sorte.»

E lui, ora smarrito ed indignato: «Tu? tu solamente?».

Ma poi desiste dallo sfogo, mi stringe la mano con le sue convulse

e agita il capo: «O Mario, ma è terribile, è terribile tu non sia dei nostri».

E piange, e anche io piangerei

se non fosse che devo mostrarmi uomo a lui che pochi ne ha veduti.

Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo.

Rimango a misurare il poco detto,

il molto udito, mentre l’acqua della gora fruscia,

mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra pali e antenne.

«Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,

mi dico, potranno altri in un tempo diverso.

Prega che la loro anima sia spoglia

e la loro pietà sia più perfetta.»

(Nel magma, «Questo e altro», 1963) Un sogno.

Il testo ha lo stesso impianto di Ha luogo in un fiume che il poeta conosce fin da

infanzia, ma per la caratterizzazione atmosferica rende il tutto a metà tra la realtà e

l’immaginazione.

Si presentano delle figure indefinite che si fanno contro di lui e buttano fuori ciò che non si può

condividere. Un sogno

La novita dello stile di era quello di mettere in scena un dialogo serrato con anche le

tecniche narrative del romanzo, trasportate in poesia.

La sintassi è colma di asimmetrie, è brachilogica, molto affine al discorso del parlato.

Il poeta rimane quasi senza parole mentre l’altro è aizzato dall'incapacità di risposta del poeta.

In entrambi i testi si trova l'attesa circondata da aria di sfida a cui Luzi cerca di dare una

spiegazione.

Ci sono delle parti che riprendono le parti di Sereni, sia a livello ritmico che sillabico.

Il rapporto di amicizia di cui si parla è rovinato per ragioni politiche --> vedi le parole del più

giovane degli accusatori. E' un'affermazione pensata da Luzi fatta dire da un altro personaggio.

Nella parte successiva del testo fa un esame di coscienza --> si rende conto di aver commesso

uno sbaglio, è come se si facesse accusare dallo stesso Sereni che è un suo amico.

La poesia di Sereni mai si è rivolta all’assoluto, al moto dei pianeti, non cerca di eternarsi,

diversamente da ciò a cui aspiravano gli ermetici. Qui c’è una sconfessione da parte di Luzi

all’ermetismo.

Luzi è onesto nell’imputarsi questo aspetto, dice a se stesso di scendere dalle nuvole. L’ha

capito grazie a Sereni, tuttavia ricade nel viaggio verso l’eterno nelle sue ultimissime poesie, al

contrario di quanto accade per Sereni che rimane più legato alle cose terrene.

Il poeta deve saper leggere i tempi e saper scrivere con uno stile adatto ai tempi. Questo l’ha

capito grazie a Sereni --> cfr rapporto tra Montale e Sereni.

Sereni ha la capacità di entrare in sintonia con il presente continuando a trattare i nuclei tematici

più importanti.

Luzi è accusato di voler puntare in alto, al di là delle apparenze .

"Sono io che pago tutto il debito" --> ritorna espressione del pagherò che era espresso in Sereni

(testo più serrato)

Egli consegna i suoi versi a Sereni:

“[Firenze,] 25 marzo 1963

Caro Vittorio, ecco dunque i versi1.

Quando li avrai letti capirai perché ho aspettato tanto a decidermi a riprenderli in mano e copiarli. Sono stato

trascinato a scriverli al di là di ogni ragionevole previsione. A rileggerli sono rimasto di nuovo sottilmente stregato.

Non li conosce nessuno. Io stesso non ho termini di confronto per giudicarli: se sono uno sviluppo interno di certi

atteggiamenti e nuclei anteriori, o debba considerarli invece come un’intuizione medianica sull’ordine del mio lavoro.

Ma intanto mi hanno prospettato certi modi di cui non potrei più fare a meno. La seconda di queste composizioni (Tra

le cliniche) forse non è necessaria, voglio dire non serve veramente all’insieme2. Te la mando perché è stata scritta

nello stesso spirito e in quell’ordine. Dopo avermi detto sinceramente quel che pensi di queste pagine (e attendo il

tuo giudizio con vera trepidazione), nel caso che il tutto ti sembri qualcosa, deciderai tu di quel particolare.

Con molto e vivo affetto, il tuo

Mario”

Luzi si sente stregato da uno stile che gli proviene dall’esterno.

Risposta di Sereni a Luzi

Milano, 5 maggio ‘63

Caro Mario,

ho poi parlato con quel Paolo Agnello – con poco costrutto per lui, purtroppo, come ti avrà spiegato.

Ricorderai che volevo scriverti più a lungo per le poesie. Non ce l’ho fatta, non ce la faccio nemmeno ora. Ripeto che

ne sono stato e ne sono ammirato, ma non è solo questo: confesso di esserne rimasto sconvolto. Aggiungo che

sono entrato in crisi – non benefica, in quel momento; forse benefica a distanza – non perché sentivo che avevo a

che fare con uno più "bravo" di me, ma perché inopinatamente quell’uno aveva già fatto, dimostrava di aver fatto

organicamente qualcosa di molto simile a quello che io credevo, per me, come naturale sbocco o conclusione dei

miei tentativi. Pensa a come eravamo ‘diversi’, pur se affettivamente vicini nel ’40, ancora dopo il ’45 e pensa ad

ora3. Se non addirittura sullo stesso terreno, siamo su terreni straordinariamente simili. Dicevo una volta

sbrigativamente a qualcuno che pensavo a te come a un saggio e a me come a un peccatore – almeno nel rapporto

tra i due. Non vederci né una volontaria autoumiliazione né una presunzione alla rovescia. Era un modo imperfetto di

stabilire un confronto. Quella imperfetta distinzione esiste ancora, nonostante le cose che ci avvicinano: in essa sento

la costante presenza in te di un punto fisso, diciamo di una ‘fede’ (per quanto saltuariamente oscurata, messa in

forse, costretta a disperare di sé); e l’assenza di questa in me, totale o quasi, mal compensata dall’accendersi

intermittente di qualcosa che le assomiglia, simulacro di essa o surrogato che sia, da un’occasione all’altra – da una

cosa scritta all’altra…

Questo era un po’ il senso di quanto volevo scriverti, ma allora con un discorso più circostanziato e magari con le tue

poesie davanti agli occhi. Sappi comunque che, sebbene anche dolorosamente, mi sono rimasti nella testa certi


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delafe

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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo (Facoltà di Economia e di Lettere e Filosofia) (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher delafe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof D'Alessandro Francesca.

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