Introduzione alla filosofia
politica Prof. Federico Zuolo
Realismo politico
Tucidide è considerato il primo realista politico, seguito da Machiavelli, Weber,
Shmitt e parzialmente Hobbes e Marx. Esso consiste in una serie di teorie, di
attitudini teoriche e pratiche, con lo scopo di dare una descrizione corretta della realtà
e dei caratteri fondamentali della dimensione politica, senza l’influenza delle nostre
Drieto la veirità effettuale
preferenze e valori (“ ” Machiavelli). Si cerca di non dare
valutazioni morali alla politica, ma partendo da un’antropologia negativa e
pessimista.
Secondo Machiavelli, le crudeltà bene usate sono quelle per mantenersi al potere e
vanno usate il minimo indispensabile per questo. La politica è lotta per il potere, il
quale è scarso, c’è scarsità strutturale e per questo le persone tenderanno a
competere. Nella lotta per il potere prevalgono passioni come ferocia, egoismo ed
aggressività, ma non si può risolvere il problema perché è strutturale. Il motore è la
ricerca del potere, che è un bene posizionale perché dipende dal posto in cui ci si
trova e può essere usufruito da pochi, è strutturalmente asimmetrico. La natura
umana è caratterizzata dalla diffidenza e dall’egoismo, la benevolenza è destinata a
soccombere nella politica, il potere è legato all’uso della forza. Machiavelli distingue
un uso positivo ed uno negativo della crudeltà, la quale è una triste necessità,
tramite le metafore della volpe e del leone, che rappresentano le crudeltà buone e
quelle cattive. Egli non ha una visione laica della politica, la quale è ben distinta dalla
vita quotidiana. La crudeltà non può essere fine a sé stessa, essa è un mezzo per il
potere o per la sua conservazione. Non si possono stabilire a priori quali siamo i limiti
entro cui ci si può spingere, non possiamo sapere a priori cosa sia ammissibile a
posteriori, Machiavelli ha un atteggiamento critico e disilluso. Egli sottolinea gli
aspetti strategici del mantenersi al potere, che si esprimono con imperativi categorici
kantiani, ovvero “se vuoi x, allora devi fare y”.
Per Weber, lo Stato è legittimato ad usare la forza, a differenza dei privati, non c’è
politica senza un qualche uso di essa.
Teorie normative
Le principali teorie normative sono:
Idealiste: come la realtà dovrebbe essere (Platone, Rousseau, Rawls, in
parte Hobbes, ma egli parte da una base realista).
Moraliste.
Queste si contrappongono al Realismo, che si propone, invece, di descrivere la realtà
(Machiavelli), tuttavia non esistono realisti e idealisti puri.
Le teorie idealiste rigettano l’assunto realista secondo il quale la politica è autonoma
dalla morale e recuperano un’immagine positiva dell’umanità. La fondazione
normativa riguarda i diritti, l’utilità e il controllo. I valori di giustizia sono più
importanti delle tradizioni. Spesso si sfocia nel radicalismo (no Hume e Hobbes), che
consiste nell’opporsi allo status quo, che non ha valore di per sé. Secondo gli idealisti,
nel comportamento umano c’è già un ordine di giustizia, essi propongono la pretesa
di cambiare lo status quo, forse è impossibile, ma dobbiamo provarci (Platone e
ought implies can
Kant). Dovere implica potere (“ ”), bisogna essere messi nelle
condizioni di assolvere un dovere, le teorie devono indirre un ordine sociale giusto.
Si potrebbe parlare di utopia, ma queste teorie sono coscienti della difficoltà di
mettere in pratica l’ideale.
“La Repubblica”
Platone (libri I, II, IV e V)
Libro I
I dialoghi platonici sono organizzati intorno alla domanda “ti esti” (“to dikaion” nella
Repubblica
“ ”) e sono composti da personaggi con personalità e caratteri distinti.
I personaggi di questo dialogo sono: Socrate, Trasimaco, Glaucone, Adimanto,
Polemarco e Cefalo. Cefalo è un meteco fabbricante d’armi, è il primo ad essere
interrogato e si preoccupa per la sua reputazione, rappresenta il senso comune.
Trasimaco è un sofista e rappresenta l’antagonista intellettuale di Platone.
Glaucone e Adimanto potrebbero diventare persone di potere e sono, per questo,
contesi da Trasimaco. Socrate rappresenta quasi totalmente Platone. Le prime
risposte sulla giustizia sono legate al senso comune.
Trasimaco conosce e teme il metodo socratico, per questo è riluttante a parlare se pur
scalpitante. Egli sostiene una posizione netta e radicale, secondo cui il giusto è
l’utile del più forte. Socrate gli chiede se intenda la forza fisica, ma egli parla della
forza simbolica di chi detiene il potere, ogni forma di governo sancisce leggi secondo il
proprio utile. Il giusto è l’utile del potere costituito, ciò che la legge impone
indipendentemente da questioni morali, le leggi promulgate da chi ha il potere. Forte è
chi detiene il potere nella città, capace di usare la violenza, furbo e capace di
convincere. Chi sta al potere emana leggi per il proprio tornaconto. Questa è una tesi
associabile al Realismo politico, di cui Trasimaco è l’emblema estremo che sfocia poi
nell’immoralismo. Socrate obietta, dicendo che chi è al potere può sbagliare, non è
perfetto, può fare qualcosa non nel suo interesse, ma il suo interlocutore, se pur
ammettendo il problema, sostiene che nella misura in cui uno detiene il potere non
sbaglia, altrimenti lo perderebbe e sarebbe soppiantato.
Socrate chiede quale sia la relazione tra utile e potere in altri campi oltre alla
politica ed utilizza le analogie tecniche (da techne= insieme di capacità, sapere
come fare qualcosa, sia pratica che teorica). Queste hanno lo scopo di mostrare che in
un certo campo c’è un esperto che sa qual è il bene in quel campo, di dimostrare che
non è vero che non si può stabilire il bene di una cosa. Tutti sono d’accordo che in certi
ambiti c’è qualcuno espero e qualcuno no, si ristabilisce l’ordine epistemologico
delle cose, si riconosce la differenza tra esperti e non esperti e tra chi esercita la
tecnica per il proprio interesse o per il bene di quel campo. La techne ha a che fare
con aspetti epistemici (sapere che una cosa si fa così), morali (conoscere il bene
della cosa) e pratici (saperlo fare). Chi è esperto fa il bene altrui, perché ha vera
conoscenza (delle idee), conosce l’idea di bene, ha conoscenza corretta moralmente.
Secondo il pensiero della tradizione arcaica, il sapiente ha conoscenza buona, quando
c’è conoscenza si ha accesso ad un livello di idealità.
La seconda tesi proposta da Trasimaco è quella secondo cui l’uomo giusto ha
sempre la peggio rispetto all’ingiusto, la giustizia è un bene altrui, l’ingiustizia è
un bene proprio. Questo vale anche per i privati, si basa su di un’idea tradizionale di
giustizia, secondo cui il giusto soccombe, si tratta di una tesi cinica ed immoralista.
C’è un contrasto tra la giustizia l’interesse personale a livello privato, ameno che non
ci si trovi nella posizione apicale del tiranno, che emana leggi utili per sé.
Prima tesi: giusto è ciò che è stabilito dalla legge (senso positivistico).
Seconda tesi: non per forza così, idea di giustizia generica, concede qualcosa
al senso comune.
Il tiranno è il massimo esempio di felicità secondo Trasimaco. Perché essere giusti se
implica svantaggi?
Socrate non è convinto di ciò e anche gli altri sono scettici. Il tema del dialogo è il
rapporto tra giustizia e felicità (eudaimonia). Essere giusti, secondo Platone ed
Aristotele, non è penitenziale, non c’è una distinzione netta tra dovere ed interesse
personale. Per i pensatori antichi, dobbiamo avere dei motivi personali per essere
morali e dobbiamo intendere il nostro bene nel modo corretto, riconducendo il dovere
morale all’interesse personale beninteso. Socrate vuole convincere Glaucone ed
Adimanto di questo.
Egli chiede a Trasimaco se pensa che un’aggregazione di uomini che commettono
ingiustizia possano avere successo se sono ingiusti gli uni verso gli altri (es. banda
dicriminali). Tra loro devono essere giusti e collaborativi, nessuno è puramente
ingiusto, in qualunque attività pratica siamo in parte giusti, solo grazie alla giustizia si
può collaborare ad un progetto ingiusto. Un uomo puramente ingiusto non può
agire, è un inetto, occorre riconoscere regole e fini, sarebbe un’ideale irrealizzabile
(solo il tiranno).
Libro II
Glaucone prende la parola, egli è un interlocutore privilegiato perché è un possibile
leader politico e tiene al legame tra giustizia ed eudaimonia. Distingue tra te tipi di
bene:
1. Beni in sé: es. piacere non dannoso.
2. Beni in sé e in vista di qualcos’altro: anche strumentale (es. salute).
3. Beni strumentali: portano solo altri beni, non sono beni in sé (es. atletica).
La giustizia appartiene al secondo tipo, seve a soddisfare l’idea eudaimonistica.
Glaucone dice che le regole comuni nascono perché non si può essere del tutto
ingiusti a scapito degli altri, per non subire sempre le ingiustizie altrui, è un
compromesso. Senza regole si è destinati a soccombere, è meglio astenersi dal
commettere ingiustizie piuttosto che subirle continuamente. Si tratta di un’idea proto-
contrattualista. Il giusto ha a che fare con l’agire pubblico, se non si fosse visti
dagli altri ognuno sarebbe legittimato ad agire ingiustamente. Essere giusti è
un’amara necessità della vita, Glaucone non è convinto che sia un bene. Se non
siamo visti da altri tendiamo a fare il nostro interesse, come viene raccontato nella
storia dell’anello di Gige. Se si sa che non si sarà visti e puniti si commetterà
ingiustizia. La giustizia è una virtù di rimedio, secondaria, puramente pubblica,
nessuno è giusto per volontà propria, non è un bene di per sé, serve per non essere
sopraffatti, non è un bene privato. Chi commette giustizia e potrebbe non farlo è
lodato in pubblico, ma in realtà è compatito, il vero vantaggio deriva dal sembrare
giusto non essendolo, strategicamente. Le regole di giustizia sono necessarie per
vivere insieme.
Secondo Socrate, la giustizia riguarda il singolo, ma anche la città, che è più grande
e più facile da indagare. Si parte dall’assunto di un’analogia strutturale tra la
giustizia nel singolo e nella collettività, occorre prima capire come funziona nella
struttura sociale. Ognuno, per natura, ha una sua capacità innata e caratteristica,
per questo è meglio che un solo uomo faccia solo una cosa e nient’altro. Si cerca di
ricostruire la polis partendo dagli individui. Ognuno fa un lavoro in base alle proprie
capacità naturali, perché farà un lavoro migliore per tutti, c’è cooperazione sociale e
ognuno ha ragione di stare nella polis per procurarsi ciò di cui ha bisogno. La
cooperazione va a vantaggio materiale di tutti, non c’è ingiustizia se ognuno fa il
suo, si ha una città funzionale.
Glaucone, però, sostiene che questa sarebbe una vita triste, perché mangiano cose
semplici, mancano carne e dolci, serve un salto di livello per soddisfare i bisogni più
sofisticati. Servono più persone, più territorio, guerrieri, costruttori d’armi e servitori,
serve una differenziazione sociale più avanzata. Per soddisfare Glaucone, occorre
dimostrare che la città giusta fornisce dei surplus sociali e dei beni superiori rispetto a
quella semplice, oltre ad essere funzionale.
Solo educando correttamente governanti e guerrieri si avrà una città giusta,
altrimenti ci sarebbe corruzione, servono governanti educati che abbiano a cuore il
bene del popolo. La città nasce da una sorta di specializzazione sociale e viste le
esigenze più complesse si pone il bisogno di avere una classe di guardiani/guerrieri.
L’educazione è un presupposto per la città buona.
Libro IV
Adimanto pone il problema di come rendere conto del fatto che i difensori della città
non sono felici. Essi lavorano solo per il vitto, non hanno altro salario e l’eudaimonia
deve avere una base materiale, non ascetica. Socrate risponde dicendo che la felicità
non è dei singoli, ma della città intera, se la città è felice lo saranno anche i cittadini.
Lo scopo è avere un’intera città felice, ma questo è possibile solo se i governanti
sono ben educati.
La città buona è sapiente, coraggiosa, moderata e giusta (quattro virtù
fondamentali). La sapienza riguarda la conoscenza di ciò che è buono e giusto. La
città avrà queste virtù se le parti di essa le avranno sviluppate, il rapporto tra le parti
genera la giustizia. Solo una parte deve essere sapiente, una coraggiosa e una
moderata, perché queste virtù sono collegate ad una parte dell’anima e
apparterranno alle persone dotate maggiormente di quella parte. La città è sapiente
se una parte di uomini esercitano la sapienza, non se lo fanno tutti ed è coraggiosa se
ha difensori coraggiosi. La moderazione implica la padronanza su certi piaceri e
desideri, è una forma di autocontrollo, una virtù censoria propria della parte della
città che non possiede altre virtù e che deve accettare di essere governata. Essa è
propria di una parte dell’anima che corrisponde al terzo ceto, ma è diffusa a tutta la
città, perché implica il corretto rapporto tra le parti e vieta di prevaricare. Consiste
nell’essere più forti di sé, cioè nell’avere la parte migliore più forte di quella peggiore,
implica concordia tra le parti ed accettazione del comando.
La giustizia consiste nel fare il proprio, nel non moltiplicare le proprie attività,
ognuno deve fare ciò per cui è naturalmente portato per essere produttivi a livello
aggregato, ma c’è anche una fondazione psicologica e antropologica più
profonda. Bisogna fare ciò che la natura psicologica caratterizza la persona come tale,
ognuno è portato alla sapienza, al coraggio o alla moderazione. La giustizia
nell’individuo non è disgiunta da quella nella città, solo se questa è giusta si possono
sviluppare queste parti dell’anima. L’uomo giusto si ha solo in una città giusta.
Fino ad ora si è cercata la giustizia nella città, perché era maggiormente visibile,
all’interno della quale ognuno deve svolgere il proprio ruolo sociale, ma ora occorre
passare all’individuo. Il giusto individuo è dotato di parti corrispondenti a quelle della
città: Governanti: capacità intellettuale, propensione alla conoscenza (logistikon).
Difensori: irascibili e coraggiosi (thymoeides).
Ceto produttivo: anima desiderante, desideri e pulsioni (epithymetikon).
C’è un’analogia tra le parti dell’anima e quelle della città e tra giustizia sociale e
individuale:
Parte razionale: sapienza.
Parte irascibile: parte che vuole affermarsi sugli altri, non vuole essere
dominata, passione dei poemi omerici. Ha a che fare col confronto con gli altri,
con le pulsioni sociali e diventa virtù se trasformata in coraggio in guerra. È
espressa dai guerrieri.
Parte concupiscibile: insieme di pulsioni corporee, bisogni che si soddisfano
anche individualmente, senza confronto con altri, è virtù se diventa
moderazione.
Le parti dell’anima esprimono un tratto fondamentale delle persone, per definire se si
è virtuosi individualmente bisogna vedere l’ordine collettivo nella città giusta.
Nell’individuo deve comandare l’anima razionale e nella città chi ha sapienza, che
deve allearsi con chi ha coraggio a livello sociale (guerrieri). La giustizia è una forma di
armonia tra le tre parti, sia nel singolo che nella città. Il terzo ceto deve accettare il
comando del ceto dirigente formato da governanti e guerrieri e questi ultimi, a loro
volta, devono accettare quello dei governanti.
Libro V
Questa città descritta da Socrate non deve sembrare un pio desiderio, anche se moti
l’accoglieranno con incredulità e ad alcuni sembrerà ridicola. Essa è realizzabile
tramite tre ondate, che implicano dei cambiamenti dello status quo:
1. Uguaglianza di funzioni tra uomini e donne a parità di classi (governanti
e guerrieri): come negli animali, deve esserci uguaglianza di funzioni (analogia
con i cani da guardia). Deve esserci la stessa educazione. Questo implica una
trasgressione del costume tradizionale e apparirà ridicola la nudità pubblica
delle donne, ma anche quella maschile lo era fino a poco tempo prima. Possono
esserci cambiamenti nella coscienza tradizionale, il senso comune è variabile.
Per natura, uomini e donne differiscono solo per la capacità di generare,
togliendo la tradizione, hanno le stesse capacità fisiche e intellettuali, possono
avere gli stessi ruoli di comando e di guerra.
2. Fine dell’oikos e della famiglia tradizionale mettendo figli e mogli in
comune: condivisione dei beni (comunismo) e comunanza di figli e partner. In
una città coesa non possono esserci interessi privati, quindi occorre abolire la
base della proprietà privata, ovvero la famiglia. I figli saranno di tutti e
chiameranno genitori tutti quelli dell’età dei genitori biologici. L’educa
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti di introduzione alla filosofia morale
-
Appunti di introduzione alla filosofia della scienza
-
Appunti corso Filosofia Teoretica - Introduzione alla Metafisica
-
Appunti Filosofia