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Introduzione alla filosofia morale

Prof. Maria Silvia Vaccarezza

Etica

L'etica concerne una riflessione sull’esperienza morale (assetto della propria esistenza). Ogni uomo fa esperienza morale e in certi momenti riflette su di essa, anche se non è un filosofo, quando emergono problemi che obbligano a prendere posizione e a rivedere l’impostazione della propria vita. L’etica è lo studio del comportamento, è un tentativo di capire e prescrivere come dobbiamo comportarci, è lo studio del campo che riguarda scelte ed azioni.

Livelli dell'etica

Esistono tre livelli dell’etica:

  • Livello normativo: come si perviene ad una decisione morale giusta? Quando si arriva alla decisione morale corretta, siamo motivati a farlo? Da cosa?
  • Livello applicativo: bio-etica ed etica applicata.
  • Livello fondativo: esiste una decisione morale corretta?

Queste sono domande a cui le stesse teorie morali devono dare risposta. Il libero arbitrio, invece, si colloca prima di entrare nell’etica.

Libero arbitrio

L’etica è legata al nostro avere una facoltà di scelta e la libertà presuppone consapevolezza e volontarietà. Ci sono 3 sfide al libero arbitrio:

  • Metafisica: il libero arbitrio è compatibile col determinismo e/o indeterminismo?
  • Neuroscienze-scienze cognitive: le decisioni sono frutto di razionalità o sono spinte dalle emozioni?
  • Psicologia sociale: Si può scegliere in base alle proprie motivazioni morali o le situazioni ci condizionano irrimediabilmente?

La sfida metafisica

Problema classico: come si concilia la libertà umana col fatto che, in quanto corpi, gli esseri umani sottostanno alla legalità naturale?

Sotto-problemi

  • Il libero arbitrio è compatibile con determinismo/indeterminismo?
  • Il libero arbitrio è condizione di responsabilità morale?
  • Si applica solo all’agire o anche alla volontà?

Ci sono due condizioni per il libero arbitrio:

  • Possibilità alternative: l’agente ha due corsi di azioni tra cui avrebbe potuto scegliere.
  • Scelta determinata: la scelta tra due possibili corsi di azione è determinata dall’agente e dai suoi processi deliberativi.

Visioni del mondo

Esistono due visioni del mondo:

  • Determinismo causale: ogni evento è effetto di un insieme di eventi che lo determinano, cioè lo necessitano in accordo alle leggi di natura e ne sono causa sufficiente. Il compatibilismo sostiene che la libertà sia compatibile col determinismo causale.
  • Indeterminismo causale: esistono eventi incausati ed altri causati in modo probabilistico. Il libertarismo o incompatibilismo libertario sostiene che la libertà sia compatibile solo con l’indeterminismo.

Secondo il compatibilismo, condizione della libertà è che l’agente possa fare ciò che vuole, è irrilevante se la sua volontà sia predeterminata. A questo proposito gli vengono fatte due obiezioni:

  • Classica: non si dà conto della possibilità di fare altrimenti. I compatibilisti rispondono dicendo che il significato di: A avrebbe potuto fare X invece che Y è: A avrebbe fatto X invece che Y se avesse scelto in tal senso (enunciato deterministico).
  • Recente: consequence argument (van Inwagen). Compiere liberamente un’azione implica autodeterminarsi e quindi avere il controllo sull’azione, ma averlo significa controllare almeno uno dei due fattori che la determinano, ovvero gli eventi passati, che sono inalterabili, e le leggi naturali, che sono ineludibili. Nessuna azione è davvero controllabile, non si agisce liberamente.

Obiezioni al libertarismo

  • L’indeterminismo non garantisce libertà, perché se nulla determina gli eventi, nemmeno gli agenti possono farlo (la libertà collassa sul caso).
  • Critica alla versione di Chisholm, secondo cui, quando gli individui agiscono liberamente sono come primi motori immobili, quindi niente li determina ad iniziare l’azione. Ogni azione libera dà inizio a una nuova catena causale che procede secondo le leggi naturali. L’obiezione riguarda il fatto che la scienza non ammette primi motori immobili entro le leggi della fisica.

L’indeterminismo causale sostiene che nella catena di nessi causa-effetto che conduce all’azione, interviene un momento indeterministico avente carattere non casuale, ma causale (deliberativo), creato da fenomeni indeterministici nei processi celebrali. Anche a questa tesi vengono rivolte delle obiezioni:

  • Non è detto che i processi cerebrali abbiano carattere indeterministico.
  • Se un atto è indeterminato, non lo determina neanche il soggetto.

Sfide neuroscientifiche

Secondo Jonathan Haidt, le nostre decisioni morali dipendono da reazioni emotive (irrazionali). La ragione può solo giustificarle ex post (versione scientifica del sentimentalismo di Hume). Questa teoria prende il nome di “The emotional dog and its rational tail”.

Esperimento di Libet: ai soggetti è chiesto di flettere un dito quando ne sentono l’impulso, ma prima dell’azione e dell’impulso aumenta l’attività elettrica cerebrale (prontezza), quindi l’atto volizionale ha causa inconscia, non è libero.

Esperimento di Soon: si chiede di scegliere se premere il pulsante destro o sinistro, ma gli sperimentatori potevano stabilire quale avrebbero scelto 10 secondi prima, verificando la risposta emodinamica cerebrale.

In conclusione, per decidere serve soppesare le alternative in base alle preferenze, in questo senso siamo liberi.

Le sfide della psicologia sociale

Secondo il situazionismo di John Doris e Gilbert Harman, le persone sono suscettibili a influenze situazionali banali ed irrilevanti, come innalzatori e abbassatori di umore, presenza di astanti, suoni ambientali e livelli di luminosità. Le variabili individuali spiegano meno del 10% della varianza del comportamento.

L’etica sostiene che la virtù sia l’obiettivo normativo dello sviluppo morale e che le persone possano non conseguirlo in vario modo, ma mostrare che molte persone non sono morali, non mostra che non possano diventarlo. Le situazioni non invitano un solo tratto-motivo morale, generano inviti all’azione in conflitto. Il comportamento di ognuno dipende da quale tratto sia più radicato e quale invito più forte. Dall’atto che compio non si può desumere quale sia il reale motivo per cui lo compio (cuore della valutazione morale).

Il livello normativo dell’etica

Le teorie sono classificate in base a due criteri:

  • Distinzione tra priorità del bene (fine) o del giusto (dovere).
  • Distinzione tra priorità della ragione (procedimento razionale) o del sentimento (decisione giusta presa dalle emozioni) nel formulare i giudizi morali.

Distinzione tra etiche

Secondo il primo criterio si può distinguere tra:

  • Etiche teleologiche (telos= fine): partono da quale sia il fine appropriato dell’agire umano, quando sappiamo il "cosa", sappiamo anche il "come". Non posso sapere se l’azione è buona se non so il fine (da Platone a poco prima di Kant). Queste si dividono a sua volta in:
    • Etiche della virtù: il fine è la felicità (eudaimonia).
    • Etiche utilitaristiche: il fine è l’assenza di dolore e la massimizzazione del piacere del maggior numero. Nascono tra 1600 e 1700.
  • Etiche deontologiche (deon= dovere): la giustizia di un’azione è una caratteristica intrinseca ad essa (Kant). Non importa il fine.
  • Genealogie della morale: teorie secondo cui i valori hanno una genesi premorale e sono quindi fittizi (approccio critico).

Seguendo il secondo criterio si può distinguere tra:

  • Razionalismo (Kant): il giudizio giusto è prodotto dalla ragione senza intervento del sentimento, essa stabilisce ciò che è giusto.
  • Sentimentalismo (Hume): la decisione morale corretta è qualcosa che sento, la ragione non è abbastanza forte per stabilirlo, lo è invece il sentimento, l’emotività, che ci fa reagire spontaneamente in certi modi. La ragione è inerte, "schiava delle passioni".
  • Teorie della virtù: razionalità e passione sono connesse nel perseguire ed individuare i fini morali.

L’etica teleologica della virtù

La felicità è un concetto oggettivo, consiste nell’aver realizzato delle proprietà umane, non la si perde se la si ha, non è un concetto psicologico, ma normativo. La fioritura (eudaimonia) è qualcosa che si vede, è un concetto estetico. Un ragazzo non può essere felice, perché non ha fatto ancora esperienze morali. Molte etiche classiche, fino a Kant escluso, incentrano la morale sulla nozione di virtù del carattere. Il fine è l’eudaimonia e da qui deriva il senso della vita.

Platone

La virtù consiste nella sottomissione della parte concupiscibile e irascibile da parte della ragione. Questo è spiegato nel “Fedro” tramite l’immagine della biga alata, nella quale l’auriga (ragione), guida una biga trainata da un cavallo nero (concupiscibile) ed uno bianco (irascibile). Egli deve far sì che quello bianco (piacere più intelligibile) tiri più forte di quello nero, obbligandolo a seguirlo (quello bianco può ascoltare la ragione, quello nero no). La virtù è una disposizione per cui ogni passione esercita la sua funzione:

  • Concupiscibile: quando obbedisce alla ragione: temperanza (essere moderati).
  • Irascibile: fortezza (resistenza al concupiscibile).
  • Ragione: saggezza.
  • Giustizia: quando tutte e tre sono virtuose (virtù dell’insieme, ognuno fa il suo dovere).
Queste sono le virtù cardinali.

Aristotele

Aristotele rigetta l’ordine gerarchico delle passioni e adotta un modello di educazione. La ragione educa le passioni da pari, essa le comanda come un padre fa con i figli (rapporto tra consanguinei, per il loro bene). Occorre capire quale sia la nostra natura per capire come raggiungere l’eudaimonia. Bisogna capire la natura per individuare le capacità e le virtù di essa e poi svilupparle per raggiungere la vita buona. La virtù è una disposizione stabile e trans-situazionale, ovvero non un atto che si compie, ma lo sviluppare un modo di essere stabile nel tempo. Si passa dalla spontaneità del temperamento al carattere (seconda natura), in modo che vengano spontanee cose che prima non lo erano.

Il carattere implica l’imprimere una situazione, un modo di essere, per imprimere un tratto stabile, che diventa una virtù, non legato ad una situazione precisa. Per il virtuoso è piacevole e spontaneo compiere l’atto, egli agisce in base ad una scelta accompagnata da un certo sentire (emotività). La vera virtù implica il compiere l’azione col piacere di compierla.

Ogni scelta pratica ha l’emotività di mezzo, in queste situazioni bisogna scegliere dando rilievo a una virtù o all’altra (temperanza, fortezza, giustizia ecc.). La nostra emotività si allena, sentiamo piacere nel compiere virtù. La ragione o saggezza pratica individua qual è la virtù rilevante in una certa situazione e poi ne trova il giusto mezzo. La saggezza capisce cosa è pertinente in date situazioni e la misura in cui esercitare quella virtù. Il giusto mezzo è diverso per ognuno in ogni situazione, bisogna trovare il giusto equilibrio, quando lo si capisce si ha acquisito una competenza morale (saggezza). La saggezza morale implica l’eseguire meccanicamente il gesto giusto nella situazione giusta, attiva l’occhio della saggezza, il quale permette di vedere la cosa giusta da fare, perché si ha virtù. La persona morale vede la cosa buona ad occhio.

Dopo Kant, l’etica della virtù diviene secondaria fino alla seconda metà del 1900.

John Mc Dowell

Mc Dowell intende la virtù come sensibilità morale e le ragioni morali come richieste morali avanzate dalla situazione e viste dal virtuoso. La sensibilità morale implica l’aver sviluppato un sesto senso che percepisce le ragioni morali. La virtù silenzia le ragioni, il virtuoso vede l’azione giusta perché le altre gli sono invisibili, se c’è una battaglia interna vuol dire che si vedono ancora le altre possibilità. Compiere l’azione corretta diventa un automatismo, automatizzare un comportamento è inevitabile, è una facilitazione all’azione. Si installa una “routine” voluta che ci facilita la decisione. La componente deliberativa permane, ma in situazioni ordinarie si agisce nel modo in cui l’automatizzazione permette, la parte deliberativa entra in gioco in situazioni particolari, producendo una scelta esplicita. Il vizioso non sa più di esserlo, non sceglie più di agire.

La rinascita dell’etica della virtù si ha con Wittgenstein, Elizabeth Anscombe, Peter Geach, Philippa Foot e Iris Murdoch, i quali riflettono sul ruolo della filosofia morale a seguito della brutalità della Seconda Guerra mondiale.

Elizabeth Anscombe

Allieva principale di Wittgenstein. La Anscombe critica due approcci, ovvero il deontologismo e il consequenzialismo o utilitarismo:

  • Deontologismo: non dice perché si debba compiere il dovere dopo il tramonto del sacro (Dio) dell’epoca contemporanea.
  • Consequenzialismo (utilitarismo): contano le conseguenze dell’azione, ma non ci sono assoluti morali, un atto è morale solo se è benefico per il maggior numero. Anscombe si oppone alla premiazione di Truman all’università di Oxford, per lei il calcolo del presidente riguardo alla bomba atomica era consequenzialista (sacrificarne molti per salvarne di più), quindi i paradigmi morali erano inadeguati alla realtà.

Apre lo spazio per una terza via, ovvero una teoria morale che agganci la morale al carattere, modificando le risposte emotive e la percezione della realtà. L’etica delle virtù dà per scontato che il fine dell’azione sia buono, non ha il problema consequenziale. In questa terza via, l’etica recupera la virtù rispetto al dovere, ciò che è prioritario è il carattere buono, perché esso darà origine ad azioni buone. Se Truman fosse stato virtuoso, lo scenario di sganciare la bomba non sarebbe stato preso in considerazione, sarebbe stato silenziato.

Alasdair McIntyre

After virtue. McIntyre raccoglie l’eredità di Anscombe e nel libro “After Virtue” (1981), presenta un’“ipotesi inquietante”. Questa presenta uno scenario nel quale si trovano alcuni resti di cose dopo un naufragio e ciò viene paragonato alla situazione dell’etica, dove si hanno dei pezzi di un discorso morale, senza l’intero, senza il contesto che ne giustifica il ruolo. Perso il contesto, la morale dipende solo da preferenze soggettive, in tutti i nostri discorsi non c’è più un contesto morale, i principi etici sono ricondotti a preferenze soggettive. Le teorie etiche sono inadeguate, se non sappiamo a cosa servono i vari pezzi, ognuno li userà come vuole. Quel contesto constava di tre elementi:

  • La natura umana spontanea.
  • L’uomo come potrebbe essere se realizzasse il suo telos.
  • I precetti morali che ci fanno passare da uno stato all’altro.

Il concetto di telos è stato rifiutato dalla scienza moderna, perché essa ha bisogno di cause e non di fini. In antichità ai fenomeni naturali si rispondeva con la finalità, la causa finale. L’affermazione che i fini siano irrilevanti per spiegare i fenomeni ha portato a dire che essi non esistono. Gli enunciati morali diventano disponibili, prima della perdita del contesto erano indisponibili, ora sono a disposizione di un io emotivista, a disposizione soggettiva, di un io che pensa sé stesso come creatore del valore. Costui appone l’etichetta del valore alla realtà.

Io Vero io

  • Natura spontanea
  • Piano normativo
  • Fine, natura compiuta

Se ciò che devo e voglio diventare non c’è più, perché devo seguire i precetti morali? Dove ci portano? Non si può più introdurre un bel concetto di natura umana (metafisica biologistica). Esso può essere recuperato a partire dalle pratiche entro cui viviamo. Ognuno vive immerso in pratiche che hanno dei fini e delle regole in vista di questi. La nostra vita comunitaria è come una grande pratica con molti fini proposti come fini legittimi. Alla natura umana possiamo sostituire una vita buona che metta in gerarchia i fini che la nostra tradizione ci propone. La vita buona per noi è perseguire quei fini stabilendone una gerarchia. Ogni tradizione/comunità offre pratiche e scopi diversi che compongono la vita buona per quelle persone. Il problema si pone quando la tradizione confligge con i fini, portando a rinegoziarli. Le opzioni tra cui scegliere sono quelle della nostra tradizione.

Etiche teleologiche utilitariste

L’utilitarismo è la seconda etica teleologica ed è stato fondato da Jeremy Bentham. Secondo il suo pensiero, giusto e ingiusto, cause ed effetti delle azioni sono legati a piacere e dolore, il fine è il piacere, non soffrire. Siccome i piaceri dei singoli confliggono, si potrebbe pensare che sia una teoria morale solo per il singolo, un edonismo, ma il fine morale è la massimizzazione della felicità/utilità per il maggior numero.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Camilla.S. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione alla filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Vaccarezza Maria Silvia.
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