Filosofia della religione
Prof. Roberto Celada
Ballanti
Bibliografia: Introduzione alla filosofia,
Karl Jaspers, Raffaello Cortina, Milano, 2009.
Filosofia e religione. Studi su Karl Jaspers
R. Celada Ballanti, , Le Lettere, Firenze
2012. Gabriel Marcel e la metodologia dell’inverificabile
P. Prini, , Studium, Roma, 1977.
Il mistero della filosofia,
G. Marcel, Morcelliana, Brescia 2012.
Esistenzialismo
I maggiori esponenti dell’esistenzialismo sono: Jaspers, Marcel, Heidegger e
Sartre, mentre tra i principali riferimenti vi sono Kierkegaard e Nietzsche. Un altro
riferimento, soprattutto per Jaspers, è Kant, infatti la sua metafisica è influenzata
dall’interdetto kantiano, secondo cui la ragione non è in grado di risolvere le grandi
questioni, perché coinvolgono la trascendenza. È impossibile entrare nella natura del
divino, la ragione è strutturalmente impotente rispetto alle questioni ultime, per
questo ogni teodicea è destinata a fallire. Se la ragione si inoltra naufraga, si
imbatte in aporie e circoli viziosi e questo viene tradotto, dai filosofi del 900,
nell’assenza di fondamento. Dopo Kant c’è un inabissarsi del fondamento. La
ragione che si sporge sugli spazi della trascendenza si trova di fronte a un baratro, allo
spazio vuoto di Dio e prova vertigine, quindi arretra, prova la vertigine di chi avverte
l’assenza del fondamento. Per questa posizione, il nichilismo ha le sue radici in Kant.
Il punto di arrivo della parabola kantiana si ha nell’annuncio della morte di Dio di
Gaia scienza
Nietzsche (“ ”, aforisma 125), dove non c’è più fondamento. Il
nichilismo parte in Kant e arriva in Nietzsche. La scoperta dell’esistenza è la scoperta
del fatto che non abbiamo fondamento. L’esistenzialismo è una filosofia della
libertà, mette in primo piano la questione della libertà dell’uomo, che è il fattore
principale che sta dentro all’esistenza, ma che poggia sul nulla. Con Kant si pone fine
al cogito cartesiano, gli esistenzialisti sono anti-cartesiani, secondo loro, il cogito è
una costruzione artificiale del pensiero.
Perdendo il fondamento, l’uomo diventa esistenza, non è più essenza, come afferma
l’esistenza precede l’essenza
Sartre: “ ”, egli capovolge la metafisica classica.
L’uomo naviga nel nulla, resta solo uno spazio vertiginoso:
Nulla onto-assiologico: nulla che ha senso, niente che valga la pena.
Nulla religioso: spazio vuoto di Dio.
Il nulla oscilla tra questi due poli. Esistenza e nichilismo chiamano in causa le questioni
religiose, non le religioni confessionali, ma come struttura costitutiva della
coscienza. L’uomo è strutturalmente religioso, la religione ci costituisce
strutturalmente, è un a priori della coscienza, non un a posteriori, non è una
risposta a un bisogno causato dall’angoscia o per spiegare le cause dei fenomeni. La
religione non è un prodotto dell’esperienza, nasciamo come aperti allo spazio della
trascendenza, per questo esperiamo il mondo come mancante, finito e contingente.
Avvertiamo il limite perché a priori c’è in noi quest’idea. L’idea di strutture a priori
della ragione deriva da Platone e da Kant. La religione è apertura strutturale a un
altrove, uno spazio altro rispetto all’esperienza sensibile. L’esistenza allude a
qualcosa che non sta fermo (sporgenza, emergenza), è ciò che è inoggettivabile, è
esposizione all’altrove, è l’opposto dell’oggettività, è relazione. Essa non ha realtà
solipsistica, la relazione è costitutiva, ha natura religiosa sporgendo, è religata alla
trascendenza, è ciò che si trascende.
L’esistenza è la realtà umana che un’inevitabile relazione, se non con Dio, col suo
spazio, che può essere anche vuoto di ogni immagine del divino (nichilismo). Per
Nietzsche, il dio della tradizione è morto, ma non il suo spazio, muoiono le sue
immagini tradizionali, ma resta operante il suo spazio. Ciò si vede nell’angoscia,
perché il vacillamento della ragione di fronte al baratro produce angoscia. Essa è
rivolta nei confronti dell’indeterminato, è l’esperienza che segue alla perdita dei
fondamenti, non è paura, la quale è sempre verso un oggetto preciso. L’esperienza
esistenziale appartiene all’uomo da sempre (es. Giobbe). L’uomo accede al piano
esistenziale quando fa esperienza di una lacerazione estrema dell’esistere, di una
contraddittorietà dell’esistenza, quando fa esperienza del tragico, della
radicalità del male. Il piano esistenziale è un piano della coscienza. L’uomo non sta
fermo perché fa esperienza del male radicale, della realtà come di una
contraddizione irredimibile (come Edipo e Antigone). Ci sono due poli che non si
possono mettere insieme, come la somma colpevolezza e innocenza di Edipo, c’è una
lacerazione strutturale. Giobbe, pur avendo fatto tutto il suo dovere, viene travolto dal
male. Qui si pone la domanda della teodicea: perché il giusto soffre? Perché non c’è
corrispondenza tra virtù e felicità? Il male rimane dopo che si è esercitata tutta la
bona voluntas. La religione appare di fronte al male radicale, se questo non esistesse
basterebbe l’etica (cosa devo fare per essere felice?) Nonostante la bona voluntas il
male non è redento, quindi si apre la domanda religiosa e non più etica: a che
tutto questo?
L’esistenzialismo è un riattingimento della filosofia classica. Secondo Heidegger, la
filosofia si definisce in base a una memoria storica, alla riattualizzazione di una
parola del passato (lavoro ermeneutico). Questa memoria è chiamata a rivivere
nell’attimo presente, diventa reale solo se rivissuta nell’attimo, c’è una doppia forma
di temporalità. È un lavoro di appropriazione, di assunzione della parola passata
nell’attimo presente. L’autentico filosofare ha una vocazione ecclesiastica e
politica, crea una comunità, un’ecclesia, uno spazio comune. Come nella filosofia
classica, l’esistenzialismo tratta il tema dell’essere, del senso, della destinazione
dell’uomo, si chiede: cos’è l’essere? Cos’è l’ente? (to on). Questo è la realtà che ci sta
davanti e che ci interroga perché non esibisce immediatamente la sua ragion d’essere,
appare, ma nell’apparire il fondamento scompare. Ciò suscita meraviglia, stupore (da
Platone e Aristotele). Il lavoro filosofico consiste nel rendere ragione (logon
didonai) di ciò che è, è un lavoro di ricerca innescato dallo stupore. La
meraviglia (thaumazein) è esperienza del tremendo, è meraviglia terrificante della
profondità abissale della verità, che porta una lacerazione costitutiva, è esperienza del
thauma. Per Aristotele, la filosofia è attraversamento progressivo delle aporie (ciò
che ci sbarra la strada), consiste nel fare un tratto di cammino fino alla prossima
aporia, da attraversare nuovamente (diaporein). Tra me e la verità c’è sempre un
frammezzo, il senso del to on non è mai del tutto attingibile. La filosofia platonica
nasce dalla vocazione politica, dal tentativo di rispondere allo scandalo della morte
di Socrate, del giusto innocente (come Cristo). Si tratta di una questione di teodicea in
Critica alla
chiave politica. Perché il giusto soffre? Il male radicale è il cuore della “
ragion pratica ” di Kant, gli stessi pensieri ritornano. Per Socrate, noi siamo stranieri
a noi stessi, la nostra identità ci resta ignota, anche in Kant c’è una base socratica.
Non siamo mai padroni di noi stessi, al contrario del cogito cartesiano, che pensava di
padroneggiarsi tramite il pensiero. L’esistenza è corporeità, presenza nel mondo,
Cartesio aveva scartato ciò, aveva eliminato la cultura umanistico-rinascimentale
precedente, perché ricercava un fondamento incontrovertibile. Per far questo, ha
dovuto eliminare il mondo e l’altro, costruendo un individuo chiuso, un ego-cogito,
per cercare di dare un fondamento alla scienza moderna. Il razionalismo cartesiano
segna un punto di discontinuità con l’umanesimo, è in antitesi con quella tradizione,
da qui inizia il moderno. La tradizione umanistica, se letta come periodo a sé, in
discontinuità con il moderno, diventa molto contemporanea e affine all’esistenzialismo
novecentesco. Per Pico della Mirandola, l’uomo è un grande miracolo, non ha istinti
come gli altri animali, ma pulsioni desideranti, egli si trova gettato nell’essere in
una condizione di possibilità. L’uomo è dramma, è libertà, dipende da lui se
“inventrarsi” nel divino o diventare simile alle bestie. L’uomo è sottoposto a
un’alternativa radicale: perdersi o riconoscersi.
Il sapere in quanto tale è costitutivamente incrinato da una faglia inesauribile che
sta al centro. Edipo era l’uomo che sapeva (vince l’indovinello della Sfinge), ma
proprio lui reca in sé l’ignoto, non conosce il proprio destino. L’uomo più saggio porta
in sé un destino a lui ignoto. Ognuno porta in sé un inesorabile ignoto, abbiamo
bisogno di ordinare il mondo con scienza e tecnica, ma in certi momenti questo ordine
che abbiamo creato (relazioni, interessi, proprietà) naufraga. Dobbiamo essere
consapevoli che il mondo porta un limite costitutivo. Il gesto più umano ed
eticamente saggio è l’essere consapevoli che ogni cosa che facciamo è lì per dire
addio, che tutto è limitato ed aleatorio, occorre prendere coscienza di sé e del proprio
mondo come limite. Da ciò deriva il senso di relatività e quindi il riconoscimento e il
rispetto dell’altro, perché egli mi è compagno in questo dire sempre addio,
condividiamo lo stesso destino. Il dialogo con l’altro si fonda sulla comunanza di
destino, sulla comune esperienza di invocare la trascendenza. Fatta esperienza del
male radicale, l’uomo si apre alla trascendenza, invocandola. La religiosità si compone
di: esperienza del male radicale e invocazione della trascendenza, il resto sono
circostanze storiche. Le caratteristiche uniche del cespuglio evolutivo dell’homo
sapiens sono:
Seppellire i morti: sottrarre il corpo al ciclo naturale per cui esso diventa cibo
per altri animali ed eternarlo.
Raffigurare l’animale cacciato: creare un universo simbolico che contiene
del trascendente.
Pregare: bisogno di relazionarsi a un altrove ed eternarsi. L’uomo trapassa il
proprio ambiente. Esistenza = sporgenza.
La sporgenza può essere verso l’altro (orizzontalmente) o verso il totalmente altro,
verso lo spazio di Dio (verticalmente). La filosofia, da sempre, è ermeneutica del
divino, si occupa del fondamento, dell’incontro/scontro con la realtà, è esperienza del
deinon (tremendo/meraviglioso), il filosofo fa esperienza del thaumazein. Se prendo
coscienza del mio limite, l’altro mi appartiene come destino comune di esseri co-
ricercanti e invocanti. Anche se quella trascendenza avesse come ultimo nome il
nulla (nichilismo), essa rimarrebbe comunque aperta, se non Dio, resta il suo spazio.
Anche se Dio muore, si può invocare il nulla. Per Cusano, i nomi di Dio sono destinati
a evaporare, egli è il senza nome, la teologia è il labirinto dei nomi di Dio, che non
riescono a definirlo.
Il soggetto dei consumi è sradicato dall’esperienza del limite, la logica dei consumi è
fondata su un’eternizzazione del presente, senza limiti (“cattiva infinità”). In quel
contesto, bisogna dimenticare l’uomo reale, ma l’uomo autarchico è un artificio. Il
circolo produzione-consumo elimina tutta la paideia occidentale secondo cui l’uomo
deve essere curato ed educato perché non ha un’essenza. Egli ne ha bisogno perché è
povero di istinti (risposta predeterminata a una sollecitazione), ma dotato di pulsioni
(risposta aperta a una sollecitazione, l’uomo non risponde univocamente, ma in
un’infinità di modi diversi). Tale risposta ha bisogno di essere educata, perché è
aperta, altrimenti può degenerare. Occorre una paideia, l’uomo esige
quell’esperienza della cura di sé (umanitas-paideia). Egli non è un essere già fatto,
ma ha da farsi tramite la cura di sé, tramite un percorso educativo verso il diventare
sé stessi (implicazione morale). Entro nell’esperienza etica quando mi accorgo che
ciò che desidero essere non c’è ancora, che c’è uno scarto tra essere e dover essere e
che quindi ci devo lavorare tramite una paideia. Proprio nei maggiori trionfi della
tecnica e della scienza riesplode il male, qualcosa di impadroneggiabile, come avviene
durante la peste del Boccaccio. Questa determina la crisi del farmacon del corpo
(medicina) e del farmacon dell’anima (teologia). Si tratta di un’esperienza di perdita
dei fondamenti. 10 giovani si danno un ordine di vita, nel caos rinasce un nuovo
logos, un nuovo ordine fondato sulla parola. La vita rinasce dalla parola poetica, la
poesia può ridare senso a ciò che il caos ha travolto. Le novelle sono la risposta a quel
caos, quella lingua poetica è la vita che rinasce dopo il caos, la poesia dopo la peste,
così come c’è una religione dopo la peste, perché essa non poteva più essere la
stessa.
Tema del limite
Rispetto all’essere siamo sempre in una posizione periferica, non abbiamo una
visuale totale, la prospettiva ha sempre un limite inesorabile, per quanto vasta. Le
filosofie dell’esistenza sono un riecheggiamento della “filosofia perenne” (grandi
temi che la filosofia da sempre tratta). Vi è un riecheggiamento della filosofia classica
espressa con un linguaggio e una tonalità adatta al XX secolo. Gli eventi
novecenteschi hanno determinato una tonalità emotiva particolare. Le riflessioni
esistenzialistiche hanno luogo tra le due guerre, durante l’ascesa dei totalitarismi, per
questo c’è il tema del male, del limite e del tragico. Jaspers invita a non guardare all’-
ismo, all’etichetta, che tende a oggettivare, perché la filosofia non può essere
etichettata. Platone dice che il suo statuto epistemologico oscilla tra scritto e orale,
non tutto può essere scritto e oggettivato, c’è sempre un residuo di oralità. Gli -ismi
sono sempre rinserranti, mentre la filosofia vive della sua continua
riattualizzazione, dei suoi ripensamenti (ermeneutica), i filosofi rivivono in altri.
La filosofia esistenziale, per Jaspers, non si conclude sull’essere dell’uomo, egli si
relaziona a un altro, che a prescindere dai nomi è l’essere. Non c’è esistenza senza
trascendenza, che è lo spazio di Dio, dove tutti i suoi nomi possono nascere o morire.
L’essere come trascendenza si predica in molti modi, ma nessun nome è definitivo,
nessuno esaurisce la definizione dell’essere, i nomi sono fragili. I logoi sono un veicolo
fragile di verità (da Platone). I nomi indicano tutti lo stesso senza essere il medesimo,
l’essere è ultimamente inafferrabile e indicibile. C’è continuità tra esistenzialismo e
filosofia classica. La trascendenza è innominabile, con i nomi ci riferiamo allo spazio
trascendentale di Dio, ma nessuna definizione è adeguata, egli è inesauribile. Lì nasce
l’idea di Dio e lì muore, è uno spazio aperto e vuoto, un baratro che non può essere
Dialettica trascendentale
nominato. Kant, nella “ ” sostiene che la ragione è lo
spazio dominato dalla necessità del fondamento, dalla pulsione
all’incondizionato, mentre nell’esperienza riusciamo a dare ordine al mondo tramite
gli a priori di spazio e tempo e le categorie dell’intelletto. La ragione non può fare a
meno di cercare il fondamento delle cose, ma quando si inoltra si trova di fronte al
baratro dell’uomo, tutto sprofonda, la percezione pende nel vuoto. Se varchiamo i
limiti spazio-temporali esperienziali tramite la ragione, troviamo uno spazio vuoto, lo
spazio trascendentale di Dio. Questo si riempie di tutti i nomi. La ragione si sporge
fino al bordo dell’eterno e prova vertigine. Questo è lo spazio vuoto in cui si muove
l’uomo di Nietzsche dopo la morte di Dio e lo spazio di Kant. Ogni forma di crisi
religiosa e delle religioni storiche ha origine in quello spazio, lì le religioni nascono e
muoiono. È uno spazio a priori, non lo traiamo dall’esperienza, ma la giudica, così
come giudica la storia e le religioni storiche e le manda in crisi. Le religioni storiche
nascono e vanno in crisi in quello spazio, c’è una successione di figure che nascono e
muoiono lì.
Limiti del linguaggio
Lettera VII
Nella “ ” di Platone, si capisce che la filosofia platonica nasce dallo
scandalo della morte di Socrate tramite un regolare processo, cosa che segna la crisi
politica, civile, etica e religiosa della polis, perché si tratta della morte dell’uomo più
giusto. A quella crisi solo la filosofia poteva rispondere, solo la via indicata da Socrate,
ovvero la cura dell’anima. La politica diventa la cura dell’anima per Platone (radice
biografica e storica della filosofia platonica). Il trauma gli fa cambiare strada, spezza la
sua biografia e illumina la sua vera vocazione. Platone aveva sottoposto il tiranno
Dionigi a un te
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