Filosofia europea tedesca dopo Kant
Dal punto di vista filosofico Kant è legato all’Illuminismo, la ragione che indaga la ragione stessa. Nella Critica del giudizio Kant analizza il sentimento che riguarda altre sfere dell’uomo. Si vede un superamento sui temi dominanti dell’Illuminismo. La ragione è limitata. Questo limite posto dalla ragione crea problemi e diventa oggetto di discussione tra i filosofi che vengono dopo. L’esigenza è di ampliare le conoscenze dell’uomo. Indagare altro dalla ragione che diventa il punto di discussione della filosofia romantica: vedere se questa cosa in sé. Schopenhauer e Kierkegaard fanno ciò con strade diverse.
Temi del romanticismo
Nel romanticismo non c’è un movimento unico, molto spesso ci sono tesi opposte. In questa varietà interna individuiamo tre temi principali:
- Aspirazione all’infinito. Questa esigenza di andare al di là del finito subisce colorature diverse (es. Hegel interpreta l’infinito come il divenire della realtà costantemente e questo divenire ha portato l’uomo alla consapevolezza di cos’è la realtà, di cosa è fatto l’uomo nella sua vita, di se stesso ed è quindi una visione ottimistica della realtà). In altri letterati questa aspirazione all’infinito dà un senso di paura, turbamento. Inoltre, l’infinito viene visto come Dio, un’ispirazione a Dio (coloratura religiosa). In Schopenhauer l’infinito crea pessimismo perché è visto come una forza infinita, buia, cieca che è la volontà.
- Dimensione storica; non come gli Illuministi che avevano fatto dei tagli alla storia come cancellare alcuni periodi. Invece tutte le età sono fondamentali. Rousseau aveva delineato la figura del buon selvaggio e da alcuni letterati viene definito età d’oro. Vediamo il recupero del medioevo come momento in cui sono nate le nozioni culturali come le lingue, da lì molti poeti romantici fanno nascere l’idea di comunità nazionale e unione che esalta l’idea di libertà. In più alcuni filosofi come l’idealismo hegeliano esaltano la storia come evoluzione dello spirito umano e per capire dove è arrivato. Non si può capire il presente senza conoscere la storia.
- Esaltazione dell’arte. L’uomo romantico per eccellenza è l’artista, il genio che si esprime attraverso l’arte che è espressione libera di ciò che l’uomo prova, vede e interpreta della realtà. L’artista rifiuta i canoni sociali e vive in mancanza anticonformistica. L’inglese romantico è Byron. È attraverso l’arte che si può raggiungere l’infinito.
Romanticismo
Il romantico (l’artista, il filosofo), vive un dissidio profondo che lo spinge verso l’esasperazione di ogni situazione. Egli vive tra l’insoddisfazione di una realtà che non capisce e il desiderio di qualcosa che risulta essere sempre irraggiungibile. Esiste nel tedesco un termine che descrive bene questa condizione: “Sehnsucht”, che si può tradurre con “struggimento, nostalgia”. Il romantico rifiuta la Ragione in favore del sentimento e dell’irrazionale. Secondo i romantici la Ragione è incapace di cogliere totalmente la complessità della natura umana nei suoi significati più profondi. Il romantico fugge la realtà e vuole accedere immediatamente all’infinito.
Schopenhauer (1788-1860)
Originalità della collocazione filosofica
Schopenhauer si pone come punto di incontro di diverse esperienze filosofiche: Platone, Kant, l’Illuminismo, il Romanticismo, l’Idealismo e la filosofia indiana. Il contributo più importante è dato certamente dalla filosofia di Kant, che egli considera il filosofo più grande e del quale desume l’impostazione soggettivistica della gnoseologia. Anche dalla sapienza dell’antico Oriente Schopenhauer trae importanti suggestioni per il suo pensiero.
Rispetto a Hegel il filosofo usa espressioni severe e senza appello, arrivando a definire l’idealismo come la “filosofia delle Università”, che non è al servizio della verità, ma di interessi come il successo e il potere. Di Fichte e di Schelling ha giudizi più benevoli, mentre definisce Hegel “un sicario della verità”.
Il mondo come rappresentazione
Schopenhauer parte dalla distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, con significati però alquanto diversi. Il fenomeno è solo parvenza, illusione, sogno, in pratica ciò che la filosofia indiana definisce come un “velo di Maya”. Il noumeno è la vera realtà che si nasconde dietro l’ingannevole esistenza del fenomeno. Il compito del filosofo è svelare, lacerare il “velo di Maya”, che nasconde la vera realtà. A differenza del concetto di fenomeno kantiano, che è pur sempre un oggetto che sta fuori della nostra coscienza, Schopenhauer afferma che esso è una rappresentazione che esiste solo dentro di noi, dentro la nostra coscienza. In tal senso Schopenhauer dice “il mondo è la mia rappresentazione”. Quest’ultima ha due aspetti inseparabili che costituiscono la forma generale della conoscenza: da un lato c’è il soggetto che rappresenta, e dall’altro c’è l’oggetto rappresentato. Schopenhauer critica il materialismo in quanto riduce il soggetto all’oggetto e nello stesso tempo critica l’idealismo per la posizione opposta. Con Kant ritiene che la nostra mente utilizzi forme pure a priori, ma a differenza di Kant ne riconosce solo tre: spazio, tempo e causalità (causa-effetto). Poiché Schopenhauer paragona le forme a priori a dei vetri attraverso cui la visione si deforma, considera la rappresentazione come una realtà ingannevole, per questo la vita è un sogno.
Lo spazio e il tempo sono le forme a priori della rappresentazione. Ogni nostra percezione le presuppone come sue condizioni fondamentali. È infatti attraverso le forme dello spazio e del tempo che noi organizziamo il materiale percettivo ed è grazie ad esse che le rappresentazioni ci possono apparire ordinate in una successione temporale e reciprocamente collocate secondo precisi rapporti spaziali. Gli oggetti che appaiono nella realtà sensibile spazio-temporale sono poi ulteriormente coordinati dall’intelletto umano in un ordine che, secondo Schopenhauer, riduce tali categorie a una sola, quella appunto della causalità. Ogni fenomeno è collegato all’altro da un nesso di causa-effetto. Così tutta la realtà ci appare come una trama di fenomeni tra loro connessi e subordinati.
Il mondo come volontà
Schopenhauer considera la sua filosofia come la necessaria integrazione della filosofia kantiana, in quanto si vanta di aver scoperto quella via d’accesso al noumeno che Kant aveva considerato impossibile. Se l’uomo fosse solo conoscenza e rappresentazione non potrebbe mai uscire fuori dal mondo fenomenico; ma siccome l’uomo è anche corpo, egli si guarda anche dal di dentro, godendo e soffrendo. Quando l’uomo ripiega su se stesso scopre che la cosa in sé del suo essere globalmente considerato è proprio il desiderio o “volontà di vivere”, un impulso irresistibile che spinge ad esistere e ad agire. Attraverso il principio dell’analogia, Schopenhauer afferma che la volontà di vivere non è solo la radice noumenica dell’uomo, ma anche l’essenza di tutte le cose, quindi la cosa in sé dell’universo finalmente svelata. La volontà di vivere riguarda ogni essere della natura, con gradi e forme distinte.
Il pessimismo: dolore, piacere e noia
Poiché l’essere è espressione di una volontà infinita, esistere vuol dire soffrire. La volontà introduce al desiderio, e desiderare produce uno stato di tensione a causa di una mancanza: e l’uomo è l’animale in cui la volontà è più cosciente e, quindi, egli è l’essere più bisognoso e mancante. Ogni desiderio appagato introduce un desiderio nuovo, così all’infinito: “nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole… bensì rassomiglia soltanto all’elemosina, la quale gettata al mendico prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento”. In sintonia con Leopardi, Schopenhauer afferma che il piacere non è altro che una momentanea cessazione del dolore, che ne risulta come una indispensabile premessa. La stessa cosa non si può dire del dolore, perché è possibile sperimentare una quantità notevole di dolore senza che questo sia preceduto da un qualsiasi piacere. Insieme al dolore, realtà permanente, e al piacere, realtà solo momentanea, Schopenhauer colloca la noia come terza situazione esistenziale di base. La noia entra in gioco quando viene meno il pungolo del piacere e delle preoccupazioni “La vita è come un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore”.
L’arte, la morale e l’ascesi: le vie di liberazione dal dolore
Apparentemente si potrebbe pensare che Schopenhauer voglia suggerire una sorta di suicidio universale per mettere fine allo stato di perenne dolore in cui versa l’esistenza: invece Schopenhauer sostiene una negazione progressiva della volontà di vivere. Egli infatti rifiuta il suicidio perché esso non risolve il problema, in quanto sopprime soltanto il fenomeno (l’individuo), lasciando intatta la volontà di vivere che si incarnerà in mille altri fenomeni, come il sole che, dopo il tramonto, risorge sempre di nuovo. Inoltre, secondo Schopenhauer, il suicidio non è veramente negazione della volontà di vivere, ma una sua forte affermazione, in quanto colui che compie tale gesto desidera vivere, ma è soltanto insoddisfatto delle condizioni che gli sono toccate in sorte. Quindi dopo aver preso coscienza del dolore e del disinganno di fronte alle illusioni del vivere ci sono tre tappe essenziali per arrivare alla liberazione dal dolore: l’arte, la morale e l’ascesi.
L’arte è una libera conoscenza che eleva l’uomo, l’artista alle idee, agli aspetti universali dell’esistenza. L’arte sottrae l’uomo dalla catena infinita dei bisogni e dei desideri quotidiani. Grazie all’arte l’uomo più che vivere, contempla la vita, mettendosi così al di sopra della volontà, del dolore e dello stesso tempo. Tra le manifestazioni artistiche, la musica occupa un posto particolare, in quanto essa è una vera e propria metafisica dei suoni, capace di mettere l’uomo in contatto con le radici stesse della vita. La funzione catartica dell’arte, purtroppo, è solo momentanea, quindi la via della salvezza presuppone altri sentieri.
Il processo che porta l’uomo alla noluntas (il nirvana buddhista, ovvero l’esperienza del nulla: negazione della volontà) è scandito in tre momenti. Il primo è quello della giustizia, che gli fa riconoscere se stesso e gli altri uomini come rappresentazione di un’unica volontà, mette un freno all’egoismo, ha solo un carattere negativo, perché consiste nel non fare del male.
Il secondo è quello della compassione (dal latino cum patire = soffrire insieme), con cui comprende il proprio dolore come analogo al dolore degli altri esseri, e in questo modo trascende il proprio io egoista. Allora esce l’eros, che è un amore interessato, per fare l’esperienza della carità, il puro e sincero amore degli altri, fino ad assumere su di sé la sofferenza del mondo, del passato, del presente e del futuro in un sentimento di pietà universale. La carità s’identifica con la volontà positiva di fare il bene. Ad un altissimo livello la pietà consiste nel sentire come propria la sofferenza di ogni essere e assumere su di sé il dolore cosmico.
Questi due momenti fanno parte della morale. Al contrario dell’arte, che implica un trasognato estraniarsi dalla realtà, la morale è possibile solo con un impegno costante nel mondo. La morale non nasce, come sosteneva Kant, da un imperativo categorico, ma dal sentimento di pietà, attraverso il quale noi riconosciamo nell’altro le nostre stesse sofferenze.
Il traguardo per una totale liberazione dal dolore è l’ascesi, per cui l’uomo di fronte all’orrore di un mondo pieno di dolore, decide di sopprimere la stessa volontà di vivere, raggiungendo uno stato di perfetta castità, rinunciando quindi, ai piaceri e dedicandosi all’attuazione delle virtù tipiche degli asceti: l’umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio e la rassegnazione. Quest’esperienza non è l’ascesi mistica del cristianesimo, che si conclude con l’estasi della unione con Dio, ma per il misticismo fondamentalmente ateo di Schopenhauer questo cammino di salvezza si conclude con l’esperienza del nirvana buddista, che è esperienza del nulla. Un nulla che non è il niente, ma il nulla relativo al mondo, e quindi alla negazione del mondo stesso. In questo senso, se il mondo della sofferenza, con i suoi sogni e le sue illusioni, è un nulla, il nirvana è il tutto, un mare di pace e di serenità in cui si dissolve la nozione stessa di Io e tu e di soggetto e oggetto.
Il mondo come rappresentazione: il Velo di Maya
Il mondo è un fenomeno poiché esiste solo come “rappresentazione” cioè soltanto in rapporto a chi lo rappresenta, dunque, all’uomo stesso. Il mondo è oggetto in rapporto al soggetto, quindi è una nostra intuizione. Per spiegare il suo pessimismo ed il concetto secondo cui il mondo è solo illusione e sogno, il filosofo utilizza un’antica sapienza indiana del velo di Maya. Maya è il velo ingannatore che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo che non esiste ma è solo una nostra immagine. Per far sì che la nostra volontà inconscia, forza vitale e impulso, non ci soffochi, Schopenhauer afferma che bisogna liberarsene.
Il pessimismo cosmico del filosofo è paragonabile a quello leopardiano poiché ogni nostro piacere è solo un dato negativo, un momentaneo appagamento, dopo il quale verrà un nuovo dolore. “La vita dell’uomo oscilla simile a un pendolo, di qua e di là tra il dolore e la noia”.
Kierkegaard (1813-1855)
Kierkegaard costituisce tutto il suo pensiero sulla categoria del singolo. Diversamente da quanto accade nel regno animale, dove domina la necessità e il singolo è inferiore alla specie, ciò che caratterizza l’uomo è proprio la sua singolarità. Il concetto di specie (l’umanità) è qualcosa di secondario e inutile.
Il motivo per cui la categoria del singolo è della massima importanza per Kierkegaard risiede nel fatto che ogni uomo è considerato come una creatura forgiata a immagine e somiglianza di Dio e mantiene un rapporto individuale e intimo con il suo creatore. In secondo luogo, l’uomo è libertà e possibilità: libertà di decidere; possibilità di scegliere.
Insieme alla singolarità, la possibilità è l’altra categoria essenziale di Kierkegaard: un vero e proprio pilastro su cui il filosofo edifica la sua concezione dell’esistenza. Ma libertà non è soltanto qualcosa di positivo, non è un ampliamento e un arricchimento. La libertà ha anche un volto terribile, in quanto essere liberi significa scegliere tra termini opposti e contraddittori. La libertà è responsabilità di fronte al bene e al male. Da questo punto di vista, la possibilità genera angoscia e da essa si determina la disperazione. Queste due condizioni estreme spingono l’uomo a fare il salto della fede e a scegliere Cristo.
A differenza del sistema hegeliano, che concepiva la dialettica come conciliazione (et...et) dei termini opposti, l’aut...aut di Kierkegaard pone l’uomo di fronte a una scelta radicale: la vita estetica o quella etica. Esistere significa scegliere. E la scelta si compie tra termini assolutamente contraddittori e inconciliabili. Beninteso, non si tratta di una scelta da compiere a livello teorico, ma esistenziale: una scelta che impegna il singolo fin nelle fibre più profonde del suo essere. Infatti, ciò che dà valore all’uomo non è la profondità della sua cultura o l’ampiezza delle sue conoscenze, ma la capacità di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Esistere significa compiere una scelta non teorica ma esistenziale tra alternative inconciliabili che sono rappresentate da: vita estetica, vita etica e vita religiosa.
La vita estetica
La vita estetica è contraddistinta dalla:
- Continua ricerca del piacere da parte del gaudente il quale vive nell’istante e rende la sua vita simile a un’opera d’arte
- Fuga dalla ripetitività e dalla monotonia delle situazioni di vita quotidiana
Questa vita è rappresentata dalla figura del seduttore che dedica la sua vita a conquistare le donne grazie alle sue doti di ironia e intelligenza (es: Giovanni “Diario di un seduttore”). Tuttavia, l’esteta, il quale non compie scelte responsabili ma si lascia vivere, sperimenta noia e vuoto esistenziale quindi giunge alla disperazione che lo spinge a compiere il “salto” verso la vita etica.
La vita etica
La vita etica è contraddistinta dalla scelta del dovere morale che si realizza nel matrimonio, nel lavoro e nella famiglia. È rappresentata dalla figura del marito che vive con responsabilità l’impegno quotidiano nel matrimonio, nel lavoro e nella famiglia, nella quale la donna rappresenta concretezza e stabilità. Tuttavia, lo stadio etico rischia di sfociare in conformismo, abitudine e banalità del vivere, che fanno emergere n
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.