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Filosofia - Appunti

Appunti di Filosofia per l’esame della professoressa Angelini. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la filosofia europea tedesca dopo Kant, Schopenhauer (1788-1860)-
Originalità della collocazione filosofica, l’arte, la morale e l’ascesi: le vie di liberazione dal dolore

Esame di Filosofia docente Prof. A. Angelini

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Non è difficile scorgere in tale vivace descrizione la difficile situazione dell’uomo moderno che nel

migliore dei casi riesce a tenersi in equilibrio, seppure precario, tra le esigenze della realtà, le

difficoltà dell’esistenza e le proprie personali pulsioni: un uomo, apparentemente forte e civilizzato,

ma profondamente insicuro e debole.

Il sogno come via di accesso all’inconscio:

Secondo Freud l’essere umano definito come essere animale razionale (Res Cogitans) in realtà è

condizionato e dominato dall’inconscio.

Quindi vi è una sorta di derminismo dell’es (inconscio, irrazionale) sull’io razionale.

Un altro sistema per mantenere un equilibrio psichico è la sublimazione: convogliare le pulsioni

negative per la società verso attività socialmente accettate. Spostare l’aggressività su professioni

socialmente accettate, ad esempio il macellaio o il chirurgo, per sfogare la forza dell’inconscio.

È in questo che Freud sostiene che in un certo qual modo l’Io razionale è dominato dall’inconscio

che si riversa nelle scelte di vita che uno fa.

Secondo Freud, tuttavia, la strada privilegiata di accesso all’inconscio è il sogno.

Secondo Freud, il sogno è l’appagamento di un desiderio, durante il sogno, però, i desideri vengono

camuffati e sono il frutto di un’intensa attività psichica, il lavoro onirico, che potremmo paragonare

al processo di produzione di un’opera d’arte. L’uomo quando sogna è l’artista. I sogni hanno un

significato nascosto che occorre ricostruire e sono avvenimenti impossibili nella realtà. Ci

ricordiamo solo il contenuto manifesto ma ci rimane nascosto il contenuto latente.

I livelli del sogno:

Freud scoprì l’esistenza di due livelli nel sogno: uno manifesto e l’altro nascosto o “latente”.

Contenuto manifesto: è dato dalle scene del film mentale che rappresentiamo mentre dormiamo, e

sia pure in parte, ci ricordiamo al risveglio. Il contenuto manifesto non coincide con il contenuto

nascosto per questo il sogno deve essere interpretato.

In genere il contenuto manifesto prende le sue immagini da avvenimenti della nostra vita recente.

Contenuto latente: è il vero significato del sogno che è mascherato dal contenuto manifesto. Ciò

che lo nasconde è il Super-Io il quale censura la vera pulsione o rimozione che ci ha spinto a

sognare. Non essendo accettabile il Super-Io la nasconde.

Il contenuto latente può riferirsi a un tempo molto lontano nel passato.

Se si riuscisse a superare il contenuto manifesto del sogno si potrebbe attingere ai significati latenti,

che ne sono alla base, si potrebbe accedere al nostro inconscio.

Nei sogni ci sono simboli ricorrenti che aiutano ad interpretarlo.

Il lavoro onirico:

Il sogno è sintomo di desideri non realizzati, “rimossi”, cioè allontanati dalla scena della coscienza

perché percepiti come inaccettabili e immorali dal soggetto (in genere attinenti alla sfera della

sessualità).

I sogni amano il rivestimento simbolico, non producono direttamente il materiale che vive dentro di

noi, ma lo rielaborano, lo rivestono di simboli allusivi e ricorrenti, lo inseriscono in un altro

contesto, lo sostituiscono con qualcos’altro.

Il soggetto prova vergogna dei propri desideri più scabrosi e quindi li censura: è grazie al lavoro

onirico, che tali desideri possono esprimersi, cioè possono venire alla luce adeguatamente

trasfigurati in una forma accettabile.

Non è casuale che ciò si verifichi durante il sonno, infatti, in questo stato, la sorveglianza da parte

della ragione è ridotta e , di conseguenza i sentimenti dell’infanzia possono riemergere con

maggiore facilità.

Nella vita psichica mai nulla si distrugge: l’energia repressa come i desideri rifiutati ritornano. Per

liberarci dai fantasmi del passato e scaricare così la nostra energia psichica è necessario capire e

interpretare i sogni.

Conoscendo elementi del nostro inconscio, facendoli riaffiorare alla coscienza, possiamo

comprendere meglio noi stessi e in definitiva, stare meglio.

Lapsus e altre disattenzioni quotidiane:

Un’ altra via di accesso all’inconscio è rappresentato da alcuni piccoli atti quotidiani che vengono

giudicati insignificanti: si tratta di lapsus e atti mancati (amnesie, dimenticanze, falsi ricordi,

disattenzioni varie…). Freud li considera come segnali importanti che rinviano, nel loro significato

latente, alla rimozione di eventi spiacevoli o inaccettabili.

Lapsus = errore involontario nel parlare o nello scrivere. I lapsus derivano da un compromesso tra

l’interruzione consapevole del soggetto e i suoi pensieri inconsci che premono per uscire.

Quindi sono idee esterne ai motivi che provocano il discorso, sono cause inconsce.

Atti mancati = si tratta di tutte le disfunzioni del comportamento causate dall’emergere di una

pulsione inconsapevole.

Come i sogni, anche i lapsus e le altre disattenzioni quotidiane sono le spie di un’energia psichica

nascosta alla nostra coscienza.

Capire le cause che originano queste psicopatologie significa comprendere l’inconscio, attraverso

l’interpretazione psicoanalitica.

La nevrosi e la terapia psicoanalitica:

La nevrosi nasce dalla struttura conflittuale della psiche.

Freud sostiene che: la nevrosi scaturisce dallo squilibrio e la “normalità” dal compromesso tra le

istanze conflittuali della psiche infatti la nevrosi insorge qualora le pulsioni dell’Es e le norme del

Super-Io siano tali da prevalere l’una sull’altra, quindi generare il sintomo nevrotico.

Per Freud il sintomo nevrotico trasmette un messaggio relativo al conflitto psichico inconscio

pertanto decifrato e interpretato attraverso la terapia psicoanalitica.

Freud sostiene che la terapia psicoanalitica si pone l’obbiettivo di far rivivere al paziente le vicende

conflittuali del suo passato ossia portare alla coscienza contenuti psichici rimossi.

La psicoanalitica è la sede in cui il paziente stabilisce con la psicoanalista una relazione affettiva

(transfert) che facilita il superamento delle resistenze inconsce.

In tal modo il paziente riuscirà a risolvere o attenuare e/o convivere con i suoi conflitti psichici.

Un’ultima osservazione su questo argomento: contrariamente a quello che affermavano tanti critici

della psicoanalisi, Freud non ritiene che essa sia onnipotente e neppure che sia bene che l’uomo

guarisca del tutto dalle sue nevrosi. Il padre della psicoanalisi sapeva bene che l’animo umano non

potrà mai essere esente da drammi e conflitti, ed era consapevole che, fino a quando non creano

ostacoli seri alla vita normale, essi possono essere tollerati e accettati.

La pulsione sessuale:

L’analisi della vita psichica e la sua interpretazione in termini di conflitto tra spinte energetiche

contrastanti, tra cui emergeva per importanza e forza la pulsione sessuale, portò Freud a delineare

una nuova teoria della vita sessuale, in contrasto con quella tradizionale.

Secondo Freud, la sessualità riveste un ruolo fondamentale nella vita umana: di questo egli è

fermamente convinto.

Freud afferma che la sessualità è una dimensione estremamente importante della vita umana essa

riguarda l’ambito dell’Eros e tende alla ricerca del piacere, infatti la pulsione sessuale definita

libido è una energia con caratteristiche di dinamicità, plasticità, polimorfismo che tende al piacere

in sé, Non è finalizzata unicamente alla riproduzione.

Prima delle sue scoperte, la sessualità si identificava con la "genitalità", cioè l'unione fisica di due

individui. Ma, osserva F, come spiegare la sessualità infantile, la sublimazione, le perversioni?

Freud allarga il concetto di sessualità fino al punto di scorgere in essa un'energia capace di dirigersi

verso mete diverse. Tale energia viene definita "libido".

L’analisi di Freud:

Freud per procedere all’identificazione dell’inconscio, della sua struttura e tipologia iniziò ad

analizzare se stesso, gettò il suo sguardo indagatore sulla propria interiorità scoprendo elementi

inaspettati e ritrovando la propria infanzia.

Autoanalisi di Freud = conoscere se stessi.

Il disagio della civiltà:

Totem e Tabù:

Le ultime opere di Freud, in particolare L’avvenire di un’illusione e Il disagio della civiltà (1929)

sono dedicate allo studio della società, dell’antropologia e della religione.

L’analisi freudiana risale alla fine della I guerra mondiale, fu ritrovato a riguardo un carteggio con

Einstein.

Tra i filosofi a lui contemporanei ci fu anche Levi Strauss che studiò alcune società della Polinesia

che vivevano in uno stato molto semplice.

In origine Freud scrisse Totem e Tabù dove analizzò come sono nate le religioni e la società, e

perché.

All’inizio della storia gli uomini vivevano in piccole tribù denominate orde primitive. In ognuna di

queste vi era un maschio che aveva la prevalenza su tutti, possedeva tutte le donne e aveva molti

figli. Ma un giorno, i figli, insofferenti del giogo paterno, uccisero il padre e lo mangiarono

ponendo fine al suo imperio. Da allora i figli diedero libero sfogo alle loro pulsioni compiendo

incesti e atti depravati. Successivamente i fratelli sentirono un senso di colpa per il parricidio e così

perché un tale crimine non si ripetesse essi stabilirono un codice di norme che regolasse i rapporti

sociali. Nacquero allora la morale e la religione, con il significato di giustificare i divieti che gli

uomini erano tenuti a rispettare.

Dalla medesima esigenza derivò anche la creazione del totem (= religione: dietro vi è l’uccisione

del padre), in genere un animale, che rappresentava la figura sostitutiva del padre ucciso, simbolo

visibile dell’autorità. In questo modo vi era un senso di rispetto verso il padre.

E del Tabù (= morale: dietro vi è l’incesto, ovvero il possesso della madre), insieme delle regole

morali, ciò che non si deve fare.

Totem e tabù danno origine alla civiltà: la religione e la morale nacquero quando gli uomini

regolamentarono l’impulso a uccidere il padre e a possedere la madre per coscienza dell’atto

disumano compiuto.

L’origine della civiltà va ricercata quando uomini responsabili di parricidio decidono di stabilire

norme sociali al fine di evitare il ripetersi del crimine e di tacitare il senso di colpa (da cui ha

origine il totem, quindi la morale e la religione) che tuttavia permane nella psiche umana sotto

forma di complesso di Edipo.

Pulsione ad uccidere il padre = Aggressività: Thanatos

Pulsione a possedere la madre = Sessualità: Epos

Secondo Freud il senso di colpa dell’orda primitiva per l’uccisione del padre si è trasmesso di

generazione in generazione, conservandosi ancora oggi nella psiche di ognuno di noi. Il complesso

di Edipo, presente nel bambino, ne sarebbe il riflesso.

La ricerca della felicità:

Secondo Freud gli uomini ricercano la felicità intesa come assenza di dolore e come

soddisfacimento dei propri desideri.

Il principio del piacere – cioè la tendenza a realizzare immediatamente i propri desideri – muove,

dunque, l’attività dell’uomo sin da quando è bambino. Ma esso si scontra on il principio della realtà

che esige spesso un differimento dell’appagamento, la sua subordinazione a determinate azioni o

anche la rinuncia della soddisfazione di alcune tendenze per soddisfarne altre: esso implica cioè, un

esame della realtà.

Dato che l’uomo non può soddisfare totalmente le sue pulsioni e desideri diventa infelice.

Infatti l’uomo per poter vivere in una comunità ha dovuto imporre delle regole che limitano la

realizzazione dei desideri dell’uomo.

Principio di realtà: limita e procura più sofferenze che piacere.

Quanto più la società è progredita e civilizzata tanto più siamo destinati all’infelicità: “L’uomo delle

origini stava meglio perché non conosceva alcuna limitazione pulsionale. In compenso la su

sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto ridotta. L’uomo civile ha barattato un po’

della sua possibilità di essere felice con un po’ di sicurezza”.

L’etica:

L’uomo non può fare a meno di vivere insieme agli altri uomini e per questo deve necessariamente

porre un freno alle proprie pulsioni che sono di natura egoistica, aggressiva, a-sociale, a-morale

(Homo Homini Lupus; l’uomo è lupo per gli altri uomini)

La loro libera manifestazione renderebbe impossibile costruire una società, anzi l’uomo si

autodistruggerebbe.

La civiltà è dunque necessaria, anche se, inevitabile è anche causa di repressione per le pulsioni,

per porre freno alle pulsioni socialmente negative la società si affianca alla figura paterna nell’opera

educativa. Contribuisce, cioè, a rendere più forte il Super-Io privato attraverso un Super-Io sociale,

che deve rafforzare la severità del primo.

Super-Io sociale = regole poste all’uomo stesso per rafforzare la severità del semplice Super-Io.

La morale è del tutto esterna all’individuo poiché gli è imposta dalla società e in quanto

corrisponde alle leggi = sistema di norme e divieti.

La morale va accettata e sancita pur essendo un peso che grava sulle spalle dell’individuo e limita la

sua realizzazione.

Dunque è meglio accettare il “disagio della civiltà”, anziché restare in balia di pulsioni

individualistiche che condurrebbero alla “distruzione” di ogni civiltà. Nello stesso tempo Freud

ammette che, se la società è indispensabile, essa deve cercare di contenere gli aspetti repressivi

proprio per favorire la felicità degli uomini.

Quindi:

Appagamento delle pulsioni = felicità ma è anche uguale a distruzione dell’uomo (Homo Homini

Lupus).

Limite e censura delle pulsioni = infelicità ma anche rapporti civili tra gli uomini (L’equilibrio

dell’infelicità)

Infelicità: Sicurezza = Felicità: Insicurezza

Lessico:

Isteria: È un termine derivante dal vocabolo greco hystéra, "utero", e designa uno stato patologico

della psiche, che si manifesta con fenomeni di somatizzazione, cioè di trasposizione sul corpo di

problemi psichici. Ai tempi di Freud si pensava che fosse una malattia di tipo organico e che, come

giustificato dalla stessa etimologia del nome, riguardasse solo le donne. Gli studi di Breuer e di

Charcot sui casi di isteria metteranno Freud sulla giusta strada per scoprire il carattere psichico di

tale patologia. Proprio gli studi sull'isteria permetteranno a Freud di elaborare il primo nucleo della

teoria psicoanalitica.

Coscienza: Rappresenta la parte consapevole della nostra personalità. Freud parla anche di sistema

percezione-coscienza perché la funzione essenziale di tale sistema sembra essere quella di porci in

contatto con il mondo esteriore attraverso le nostre percezioni.

Inconscio: È la parola chiave della psicoanalisi. Designa quella parte della psiche umana che

contiene i desideri (prevalentemente di natura sessuale) che sono stati rimossi dal soggetto, perché

ritenuti inaccettabili, peccaminosi, malvagi. Essi, tuttavia, non hanno perduto la loro carica

energetica, tanto che, anche a distanza di anni, si ripresentano camuffati nei sogni, nei piccoli atti

quotidiani di dimenticanza, lapsus, sbadataggini, oppure, cosa più grave, nei sintomi delle malattie

nervose o nevrosi.

Preconscio: Il sistema preconscio si distingue da quello inconscio perché, a differenza di questo, è

costituito da contenuti e processi psichici latenti, cioè momentaneamente non presenti alla

coscienza, ma suscettibili di diventare consapevoli in qualsiasi momento.

Rimozione: Si tratta di una reazione di difesa che consiste in una particolare forma di oblio, o

eliminazione dalla coscienza, di un'idea, di un fatto, o di una tendenza inaccettabile per l'individuo

(in particolare, come si vedrà, per il suo "Super-Io"). Essa, però, è un atto inconsapevole, cioè si

compie all'insaputa del soggetto e per questo si distingue dalla "repressione" che è il cosciente

tentativo di non pensare a qualcosa o di inibire un impulso. Mentre la repressione è temporanea,

così come i suoi effetti, la rimozione è un processo stabile. Gli elementi che, a opera sua, vengono

esclusi dalla coscienza rimangono tali in modo permanente, a meno che non subentrino particolari

situazioni che, modificando l'equilibrio delle forze agenti, cancellino la rimozione (ad esempio la

terapia psicoanalitica). In ogni caso le tendenze rimosse non rimangono inattive ma agiscono sulla

coscienza: ad esempio attraverso i sintomi o i sogni che sono formazioni di compromesso tra

appagamento e difesa.

Sogno: Per Freud, il sogno è la realizzazione di un desiderio e rappresenta la via privilegiata per

accedere all'inconscio. In esso si possono distinguere due aspetti: il primo, più appariscente e

immediato, è costituito dalla scena onirica così come è esposta e vissuta, ed è definito "contenuto

manifesto"; il secondo, il lato nascosto del sogno, si identifica con l'insieme di tendenze, idee e

desideri che, in forma travestita, si esprimono attraverso la scena onirica, ed è definito "contenuto

latente". Nel sogno esistono, pertanto, da un lato elementi che tendono a tradursi, rivelarsi e

appagarsi; dall'altro un'attività (la censura) che limita la loro possibilità di espressione: il sogno è il

risultato di un compromesso tra queste due forze.

Lavoro onirico: In questo concetto rientrano tutti i processi e meccanismi attraverso i quali

l'attività onirica costruisce la scena del sogno. Il linguaggio attraverso cui l'inconscio arriva a

"manifestare" i propri contenuti, non corrisponde a quello dell'attività vigile e cosciente, ma ha

caratteristiche profondamente differenti e utilizza tecniche particolari di espressione. Ad esempio,

nell'elaborazione del sogno viene utilizzata la tecnica della "drammatizzazione", in cui non possono

rientrare i nessi logici che normalmente caratterizzano il pensiero razionale (nessi di causalità, di

non contraddizione, di opposizione, di negazione...). Inoltre, sono tipici del sogno i procedimenti di

"condensazione" (un elemento viene ad acquistare, oltre al proprio significato, un significato

ulteriore); di "sovradeterminazione" (un elemento della scena manifesta si trova a corrispondere a

più elementi del contenuto latente); di "dispersione" (inverso alla condensazione, per cui un

elemento del contenuto latente può essere ripetuto, nella scena manifesta, più volte in forme

diverse); o, ancora, di "spostamento" (per cui l'accento viene slittato dall'elemento principale ad altri

secondari per farlo apparire inessenziale). Un altro fattore determinante, per la formazione della

scena onirica, è la "trascrizione simbolica", grazie alla quale alcuni atti o cose vengono

rappresentati, nella scena manifesta, da determinati I simboli o segni. Per tutti questi fattori si può

comprendere come il processo di interpretazione dei sogni sia tutt'altro che semplice. Esso non può

ridursi alla traduzione letterale dei simboli, come spesso si crede, ma deve tenere conto di tutti i

processi accennati di cui l'elaborazione onirica si serve per superare l'ostacolo della censura;

processi che devono essere valutati nel loro complesso e in relazione alla risposta emotiva del

paziente all'interno della particolare situazione analitica. Proprio in virtù della

"sovradeterminazione" che caratterizza i sogni, inoltre, si può dire che il compito

dell'interpretazione non è mai finito perché i significati che essi rive stono sono molteplici e

complessi.

Lapsus: Participio passato del verbo latino labi, "scivolare", designa un errore involontario nel

parlare (lapsus linguae) o nello scrivere (lapsus calami). Nell'interpretazione psicoanalitica, i

lapsus derivano da un compromesso tra l'intenzione consapevole del soggetto e i suoi pensieri

inconsci che premono per uscire allo scoperto.

Atti mancati: Si tratta di tutte quelle disfunzioni del comportamento - dimenticanze, rotture

accidentali di oggetti, piccoli infortuni, azioni inutili... - causate dall'emergere di una pulsione

inconsapevole. Essi risultano costituiti da due forze: la prima è rappresentata dall'intenzione

consapevole, dall'azione che stiamo per compiere, cioè quella che risulterà alterata e pertanto

"mancata"; l'altra è la tendenza inconscia che agisce, turbandola, sull'intenzione cosciente.

Nevrosi: È da considerare come una malattia della psiche (e non come una malattia organica)

causata da forti conflitti tra l'Io e le pulsioni dell'Es (per lo più di carattere sessuale).

Sintomo: Come il sogno e l'atto mancato, anche il sintomo è una formazione di compromesso tra le

contrastanti istanze che agiscono nella psiche. Esso è il risultato della trasformazione che le pulsioni

dell'Es subiscono a opera della censura dell'Io: "dicono" ed "esprimono" tali pulsioni proibite ma in

un modo velato e irriconoscibile anche per lo stesso soggetto che li mette in atto attraverso gesti o

rituali particolari.

Pulsione: Si tratta di un termine tecnico della psicoanalisi, con cui si designa quell'aspetto

dell'attività psichica che determina uno stato di eccitamento nell'organismo. Scrive Freud: «Noi ce

la rappresentiamo come un certo ammontare di energia, che preme verso una determinata direzione.

Da questo premere [treiben] le deriva il nome di "pulsione" [trieb]. [...] Nella pulsione si possono

distinguere: fonte, oggetto e meta. La fonte è uno stato di eccitamento nel corpo, la meta

l'eliminazione di tale eccitamento; lungo il percorso dalla fonte alla meta la pulsione diviene

psichicamente attiva» (S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in id., Opere, Bollati Boringhieri,

Torino 1967-1993, VOI. XI, p. 205).

Libido: È la pulsione sessuale intesa come energia priva di un oggetto univocamente determinato.

Essa presenta pertanto i caratteri di plasticità, cioè può indirizzarsi e spostarsi su mete differenti, e

di polimorfismo, cioè può presentarsi in forme e modalità molteplici.

Tabù: Questo termine deriva da una voce di origine polinesiana tapou, che allude al sacro, a ciò

che è intoccabile e quindi proibito.

Totem: Il termine totem deriva da una voce algonchina otem che significava "segno" e anche

"famiglia" e "tribù", spesso preceduta da una "t" - totem - di un precedente pronome possessivo "il

tuo segno". Designa l'oggetto materiale - animale, corpo celeste o pianta - che, presso le tribù

primitive, veniva associato all'origine di un gruppo umano, con conseguenti obblighi di carattere

religioso all'interno del gruppo parentale.

Principio del piacere: È il principio che domina la vita infantile, in cui il bambino tende a

realizzare immediatamente i propri bisogni riuscendo anche a integrare e trasformare i dati

percettivi attraverso la fantasia e a renderli conformi ai propri desideri: ad esempio in assenza del

latte materno si calma succhiandosi il dito (cioè appaga il proprio desiderio grazie a un oggetto

immaginario). Un residuo di tale principio si può ancora trovare nell'attività artistica dell'uomo

adulto, o nella sua capacità di fantasticare mondi immaginari in cui rifugiarsi e compensare le

difficoltà della vita reale.

Principio della realtà: Subentra al principio di piacere nel momento in cui il bambino si rende

conto che solo la realtà può davvero appagare i suoi desideri. Esso però è causa di sofferenza

perché implica il differimento della realizzazione del bisogno, la selezione tra bisogni diversi,

l'assunzione delle regole sociali e la presa di coscienza dei limiti che la realtà pone di fronte al

singolo e alle sue esigenze.

Il disagio della civiltà

Verso la fine degli anni venti, Freud cerca di applicare le sue concezioni psicoanalitiche ai

problemi della civiltà e della società. Nascono così L'avvenire di un'illusione (1921), un'analisi del

mondo religioso, e II disagio della civiltà (1929), una teoria della libido applicata alla civiltà.'

Già con Totem e tabù (1912-13) Freud aveva cercato di usare le sue intuizioni psicoanalitiche

per approfondire l'origine della religione e della morale, come egli stesso scrive nel Poscritto del

1935 ali Autobiografia: «Già nell’epoca d'oro del pensiero psicoanalitico, nel 1912, avevo tentato,

con il mio libro Totem e tabù, di utilizzare le nuove conoscenze psicoanalitiche per studiare le

origini della religione e della moralità... Due saggi che scrissi successivamente, L'avvenire di

un'illusione e II disagio della civiltà, proseguirono poi questo indirizzo di pensiero. Mi resi conto

con sempre maggior chiarezza che gli eventi della storia, gli influssi reciproci fra natura umana,

sviluppo civile e quei sedimenti di avvenimenti preistorici di cui la religione è il massimo

rappresentante, altro non sono che il riflesso dei conflitti dinamici fra Io, Es e Super-io, studiati

dalla psicoanalisi nel singolo individuo: sono gli stessi processi ripresi su uno scenario più

ampio» (In Opere, cit., voi 10, p. 139).

Freud non avrebbe potuto sintetizzare meglio l'unità del suo pensiero; Il disagio della civiltà fa

parte di questo ampio disegno.

Ma cosa intende Freud per civiltà (Kultur in tedesco) ? E «la somma delle realizzazioni e degli

ordinamenti che differenziano la nostra vita da quella dei nostri progenitori animali e che servono

a due scopi: a proteggere l'umanità contro la natura e a regolare le relazioni degli uomini tra

loro» (Il disagio della civiltà, in Opere, cit., voi 10, p. 580).

Nell'evoluzione della storia tuttavia Freud vede nascere tensioni e contrasti che si

contrappongono agli scopi originari della civiltà, tanto che alla fine l'uomo diventa un nemico

della civiltà, poiché le sue aspirazioni alla felicità sono in contrasto con le esigenze della stessa

società. Da qui il titolo iniziale dell'opera: Das Unglùck in der Kultur (L'infelicità nella civiltà),

che fu in seguito attenuato in Das Unbehagen in der Kultur, cioè il disagio, il malessere dell'uomo

nella civiltà. Il brano che analizziamo è tratto da II disagio della civiltà, trad. it. di E. Sagittario,

in Opere cit., voi. 10, pp. 602-603.

Se la civiltà impone sacrifici tanto grandi non solo alla sessualità ma anche all'aggressività

dell'uomo, allora intendiamo meglio perché l'uomo stenti a trovare in essa la sua felicità. Di fatto

l'uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la

sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L'uomo civile ha barattato una parte

della sua possibilità di felicità per un po' di sicurezza. Non dimentichiamo poi che nella famiglia

primigenia solo il capo godeva di questa libertà pulsionale; gli altri vivevano in una repressione

schiavistica. Il contrato tra una minoranza che godeva dei benefici della civiltà e una maggioranza

che non ne godeva era dunque, in quei primordi della civiltà, portato agli estremi. Quanto ai

primitivi oggi viventi, sappiamo ormai, dopo accurate indagini, che la loro vita pulsionale non è

affatto da invidiarsi per la sua libertà; essa soggiace a restrizioni di altra specie, ma forse più

rigorose anche di quelle dell'uomo civile moderno. Quando giustamente protestiamo contro lo stato

attuale della nostra civiltà, accusandolo di appagare troppo poco le nostre esigenze di un assetto

vitale che ci renda felici, di lasciar sussistere molto dolore che probabilmente potrebbe essere

evitato, quando con critica spietata ci sforziamo di mettere a nudo le radici della sua imperfezione,

sicuramente esercitiamo un nostro giusto diritto e non ci mostriamo nemici della civiltà. Possiamo

aspettarci di ottenere cambiamenti nella nostra civiltà con l'andare del tempo, tali che soddisfino

meglio i nostri bisogni e sfuggano a questa critica. Ma forse ci abitueremo anche all'idea che ci sono

difficoltà inerenti all'essenza stessa della civiltà e che esse resisteranno di fronte a qualsiasi

tentativo di riforma. Oltre agli obblighi, cui siamo preparati, concernenti la restrizione pulsionale, ci

sovrasta il pericolo d'una condizione che potremmo definire «la miseria psicologica della massa».

ANALISI DEL TESTO

1-6. Entriamo subito nelle idee centrali dell'opera: la civiltà impone notevoli sacrifici alla sessualità

e all'aggressività dell'uomo; per questo egli stenta a trovare in essa la sua felicità (rr. 1-3). Come è

noto, Freud ha sempre attribuito una grandissima importanza alla sessualità umana; egli la

considera come una energia o libido presente nell'uomo che richiede di essere espressa; se ciò non

avviene, all'interno dell'uomo si verificano generalmente dei conflitti psichici negativi che Freud

chiama nevrosi le quali lasciano l'uomo profondamente insoddisfatto.

Nella civiltà avviene lo stesso processo: benché indispensabile (l'umanità ha raggiunto la civiltà

solo attraverso di essa), la repressione della libido pone le basi del malessere dell'uomo, in quanto,

anche se sottoposti alla più dura repressione, i suoi bisogni istintuali continuano a vivere nel suo

inconscio. Freud sintetizza con queste parole tutto il processo: «da un lato, l'amore si oppone agli

interessi della civiltà, dall'altro, la civiltà minaccia l'amore con gravi restrizioni... Da parte della

civiltà, la tendenza a limitare la vita sessuale è non meno evidente della spinta a estendere la

propria cerchia... Il timore dell'insurrezione di ciò che è stato represso, spinge a severe misure

precauzionali. La nostra civiltà europea occidentale è giunta all'apice di tale sviluppo» (// disagio

della civiltà, in Opere, cit., vol. 1O, p. 592, 593).

Oltre che sull'amore, la civiltà si fonda sull'altro aspetto fondamentale della vita umana, cioè sul

lavoro. Scrive ancora Freud: «La vita in comune degli uomini ebbe un duplice fondamento: la

coercizione al lavoro, creata dalla necessità esterna, e la potenza dell'amore, che nel maschio

provocò il desiderio di non essere privato dall'oggetto sessuale, cioè della femmina, e nella

femmina quello di non essere privata della parte da lei separatesi, cioè del figlio» [Ibidem, p. 590).

Il rapporto tra amore e lavoro è diventato ancora più problematico nella società industrializzata,

in cui l'aspirazione alla felicità è stata ulteriormente menomata dalle dure con- dizioni di lavoro cui

sono soggetti i lavoratori in questo tipo di società. «Nella prima fase dell'industrializzazione, che è

quella che Freud si trova sotto gli occhi, sono evidenti soprattutto le restrizioni poste alla

realizzazione sessuale» (A. Schòpf, Freud e lo filosofia contemporanea, Il Mulino, Bologna

1985,p. 149); è questa la critica principale che Freud fa alla civiltà: essa reprime la sessualità.

E a questo punto che si inserisce l'altro aspetto fondamentale del Disagio della civiltà, cioè

l'aggressività (r. 2) cui Freud ha dato un'importanza crescente fino a identificarla con la pulsione di

morte. L'aggressività fa parte del «corredo pulsionale» dell'uomo;«egli vede nel prossimo non

soltanto un even L’Esistenzialismo

È una corrente filosofica sorta in Germania nella prima metà del ‘900, che si richiama a

Kierkegaard e Nietzsche.

Tale filosofia è un indagine sull’esistenza dell’uomo e il senso della sua esistenza deve essere

ricercato nella stessa interiorità dell’uomo.

L’esistenzialismo, pertanto, si pone come filosofia della vita e non come filosofia della ragione.

Henri Bergson

(Parigi 1859 – 1941 durante l’occupazione

nazista della Francia – premio nobel per la letteratura)

La personalità più influente della reazione al positivismo è quella del filosofo francese Henri

Bergson (1859-1941), oratore brillante e autore di opere di successo, di cui ricordiamo

l’Introduzione alla metafisica (1903) e la celebre Evoluzione creatrice (1907). A lui si devono

intuizioni e suggestioni che saranno riprese, tra l’altro dal neoidealismo italiano o da romanzieri

della grandezza di Proust e Joyce che opereranno – sulla scia tracciata dal suo pensiero – uno

stravolgimento della concezione tradizionale del tempo. L’analisi del concetto di tempo è centrale

nella ricerca di Bergson, e da essa prende l’avvio l’intero progetto di rifondazione metafisica della

filosofia e di critica del positivismo. Bergson si trova in disaccordo con la visione meccanicistica

della scienza.

Per Bergson l’uomo è ragione ma l’uomo e anche coscienza. È difficilissimo definire la coscienza

perché è un fluire continuo di percezioni, di sensazioni, di stati d’animo.

La ragione procede attraverso al logica e studia la realtà da un punto di vista logico razionale

attraverso schemi ben precisi e da in questo modo origine alla scienza. Utilizza un linguaggio,

quello delle parole con cui lo studioso determina i fenomeni.

Però l’uomo è anche coscienza. La coscienza non è solo quella che caratterizza l’uomo ma anche la

realtà e la natura.

Si passa da una visione di tipo meccanicista a una visione di tipo spiritualistico, vitalistico.

La coscienza ha come sua facoltà l’intuizione, essa si mette in sintonia con la coscienza del mondo.

Dalla intuizione nasce la metafisica:

Per Bergson la metafisica è possibile, posizione antipositivistica.

La metafisica è una cosa intuitiva raggiungibile con la ragione

Come questa intuizione può esprimere questi dati della coscienza?

Il linguaggio è inadeguato. La parola fissa un momento di questo flusso. Da questo punto di vista

sarebbe impossibile, incomunicabile. Il modo di esprimere la coscienza potrebbe essere l’arte.

Il flusso di coscienza si può esprimere attraverso l’uso delle metafore. La coscienza è come un

gomitolo di filo. All’inizio è la nascita, tutto quello che avviene dopo si arrotola in un flusso

continuo che si arrotola. Presenti i dati più esterni quelli più interni sono più difficili da

comprendere. La metafisica è difficile da esprimere. La coscienza non può essere espressa a parole.

La dimensione fondamentale della coscienza è il tempo.

C’è un tempo della scienza che si calcola attraverso uno strumento che l’uomo si è creato

Il tempo degli orologi:

Bergson si è reso conto che il concetto di tempo, di cui fa uso la fisica, è profondamente differente

da quello della coscienza. La tesi fondamentale del pensiero di Bergson è la netta distinzione tra il

tempo della scienza e il tempo della vita.

Il tempo della scienza, infatti, è un tempo spazializzato, una successione misurabile e omogenea di

istanti, raffigurabile su una linea retta costituita da una serie infinita di punti, tutti inevitabilmente

uguali (es. orologio a pendolo). Questo tempo ha un grande valore perché è sul suo carattere di

“misurabilità” che si regge l’organizzazione della vita pratica e sociale: se non ci fosse il tempo

degli orologi, infatti, non riusciremmo a prendere un treno o un aereo, l’economia entrerebbe in

crisi e il caos regnerebbe. Il tempo della scienza è, quindi utile e necessario.

[ Il tempo della scienza è: spazializzato, meccanico, misurabile, fatto di istanti scollegati]

Il tempo della coscienza:

Ma la concezione meccanica del tempo non è l’unica, e neppure la più importante, oltre il tempo

della scienza possiamo riconoscere un tempo della coscienza.

Sulle orme di san’Agostino, Bergson elabora una suggestiva concezione del tempo come

interiorità e durata, che è il fondamento di una visione del mondo spiritualistica, la quale implica

altresì una religione e una morale della libertà.

Il tempo della coscienza non è fatto di singoli istanti tra loro separati, ma è un flusso continuo di

percezioni, di sensazioni, di stati d’animo: un incessante movimento degli stati di coscienza in cui

passato, presente e futuro si fondono e si compenetrano.

Nel tempo della coscienza non ci sono istanti tra loro staccati, il tempo della coscienza è un

continuo fluire del passato nel presente, grazie alla memoria, e di questo nel futuro, attraverso

l’anticipazione o la progettualità. In esso sono scompigliate tutte le categorie di misurazione: l’ora,

il giorno, l’anno non hanno più significato alcuno; un avvenimento del passato, tornato alla mia

coscienza, può essere per me presente più di un evento dell’oggi.

Caratteristiche del tempo interiore:

In primo luogo esso è il tempo della durata, il tempo che dura, il passato che è presente, “ciò che

non è più “ che “è ancora” e che, forse, “sarà ancora”.

In secondo luogo, è il tempo della vita, cioè delle cose che hanno significato per me, che

rappresentano la mia vita vissuta.

In terzo luogo, è tempo qualitativo, perché non è misurabile e ha senso in qualità del ricordo che

suscita in me.

In quarto luogo, è un flusso continuo, non soggetto a essere segmentato in parti, come gli “istanti”

che sul quadrante dell’orologio sono uno esterno all’altro.

[ Il tempo della coscienza è: flusso continuo, senza distinzione di passato, presente, futuro, è

interiore continuativo e qualitativo]

Per spiegare la differenza tra il tempo della scienza e quello della coscienza, Bergson, usa due

immagini molto suggestive: il tempo della scienza è come le perle di una collana, tutte eguali tra

loro, mentre il tempo della coscienza è rappresentato come un gomitolo di lana.

La memoria:

strettamente collegata all’idea di tempo è il tema della memoria, grazie alla quale il nostro passato

esiste.

Per Bergson la memoria è la vita stessa dello spirito e si identifica con la durata e la conservazione

integrale del passato. Egli distingue tra “ricordo puro”, che è la memoria complessiva, il flusso

integrale della vita spirituale, indistruttibile; e il “ricordo immagine” o memoria involontaria e

autonoma, che è l’attualizzazione, operata dal cervello, di un frammento del passato.

Il processo di ricordo non è così semplice come ci appare. In Materia e memoria Bergson lo

analizza, distinguendone tre diverse modalità: il ricordo puro; il ricordo-immagine o memoria

involontaria e autonoma; la percezione o memoria volontaria.

Il ricordo puro è la memoria profonda, la pura durata spirituale, il deposito inconscio di tute le

esperienze passate, conservate nella forma in cui si erano presentate in origine. Esso costituisce il

nostro passato, tutto intero, che ci accompagna in ogni momento, anche se non ce ne rendiamo

conto. Da questo punto di vista, noi non siamo mai soltanto attualità ma sempre anche storia

vissuta.

Il ricordo-immagine o memoria involontaria o autonoma è, invece l’atto con cui quel passato (che

noi siamo) si materializza, facendosi in parte (e per frammenti) presente qui e ora. Ricordo che

avviene in noi suscitato da qualche fatto presente, una situazione passata che avevamo dimenticato.

Tale materializzazione del ricordo puro (o memoria) è operata dal cervello, e dunque, è un fatto

fisiologico, appartiene al nostro corpo. In quanto tale è suscettibile di alterazioni e disturbi, come

nelle lesioni celebrali. Secondo Bergson le malattie che alterano la funzione del ricordo possono

colpire soltanto il ricordo-immagine, cioè la memoria di superficie, non il ricordo puro o memoria

vera e propria. Infatti mentre il ricordo-immagine qualcosa di fisiologico, che riguarda la relazione

tra il cervello e la nostra coscienza, il ricordo puto è spirituale , dunque, non può perire: se la

malattia che causa l’amnesia scomparisse, il malato ricorderebbe il proprio passato. Il nostro

passato non si perde mai: esso è virtualmente sempre disponibile, anche se in modo inconscio.

La percezione o memoria volontaria è la facoltà che ci lega al mondo esterno e ha la funzione di

selezionare i dati che ci sono più utili fini delle nostre attività concrete. La percezione di un suono,

un odore o un’immagine di oggi può risvegliare in noi altri suoni, odori e immagini e con essi

esperienze “dimenticate” del passato, riattualizzate mediante il “ricordo-immagine”. Non è difficile

scorgere in queste riflessioni bergsoniane echi freudiani relativi all’inconscio.

Ricordo puro, ricordo-immagine e percezione sono, quindi, i tre termini attraverso i quali il nostro

vissuto da disponibile soltanto in modo virtuale si rende attuale.

Attraverso i suddetti tre momenti, la vita dello spirito risale alla superficie e si trasforma in azione

sul mondo. Bergson supera in questo modo la dicotomia presente nella sua concezione del tempo,

tra interiorità ed esteriorità, tra mondo fisico e mondo dello spirito.

L’evoluzione creatrice:

Un altro passo verso il superamento della separazione tra materia e spirito è rappresentato dal

capolavoro di Bergson; L’evoluzione creatrice del 1907, l’opera in cui il filosofo disegna le linee di

una continuità tra la vita biologica e quella della coscienza. Tra le due realtà, non solo c’è

contrapposizione, ma c’è sviluppo e continuità. In entrambe scorre incessante l’unica energia vitale.

Per Bergson la vita ha origine da un unico impulso vitale, detto élan vital (slancio vitale).

Un’energia che crea di continuo e in modo imprevedibile una grandissima varietà di forme. Si tratta

di un’energia spirituale e invisibile, che costituisce la trama sotterranea del continuo fluire della

vita, la quale trabocca nell’universo, assicurando anche l’unità di tutti gli esseri viventi.

L’unità dell’universo, infatti, non si può spiegare sulla base di un fine, posto al di fuori di esso; e

neppure sulla base del gioco di cause meccaniche. La vita dell’universo non è, dunque, frutto di

necessità, me è libero impulso creativo. La vita non è diretta da un fine che le sta davanti: essa, al

contrario, è spinta da una forza che agisce alle sue spalle (vis a tergo). A mano a mano che si

attualizza, tale impulso si biforca e dà origine a tutti gli esseri viventi: dai vegetali agli animali e, tra

gli animali, all’uomo, che rappresenta il vertice della vita nell’universo.

La via che attraversiamo nel tempo è costellata dei frammenti di tutto ciò che cominciavamo a

essere così come siamo diventati.

Anche la nostra intelligenza avrebbe potuto essere diversa: più penetrante e profonda. E, invece,

essa è quale noi tutti la conosciamo. L’intelligenza, dotazione tipica dell’uomo, è fatta per

analizzare e sezionare il mondo fisico e meccanico; essa si differenzia dall’istinto che, presente

soprattutto negli animali, è la facoltà di utilizzare e costruire strumenti organizzati per consentire al

sopravvivenza. L’intelligenza ha come scopo di comprendere la materia inorganica, nella sua

solidità, immobilità e discontinuità. Per questo dà vita alla scienza e alla tecnica, che sono

strutturalmente incapaci di cogliere il tempo come durata e la vita nel suo fluire incessante.

L’intelligenza vale nel mondo fisico, è capace di comprendere singole porzioni di realtà, ma non la

vita nel suo fluire continuo. Essa sa costruire oggetti artificiali ma non riesce a penetrare il mistero

dell’uomo.

Per cogliere la vita ci vuole un’altra facoltà, l’intuizione, che segue una direzione opposta rispetto

all’intelligenza. L’intuizione, infatti, asseconda la vita: essa soltanto riesce a intuire l’essenza

spirituale della realtà.

Intelligenza e istinto

Secondo Bergson, gli organismi viventi, perfezionandosi, sviluppano funzioni diverse e

complementari, utili per la vita, tra di esse le più importanti sono l'istinto e l'intelligenza. L'istinto è

la facoltà di utilizzare e costruire strumenti organizzati per consentire la sopravvivenza ed è

sviluppato, in particolare, negli animali. L'intelligenza, che è la facoltà di fabbricare e utilizzare

strumenti inorganici, trova il suo compimento nell'uomo. Entrambi sono strumenti di cui la natura

ha dotato gli esseri animali perché possano agire e trasformare la materia; ma solo il secondo

(l'intelligenza) è coscienza e, dunque, tale da consentire all'uomo di trascendere i limiti imposti

dalle cose. Bergson aggiunge un'importante specificazione, che costituisce anche un paradosso.

L'istinto, egli dice, ha a che fare più direttamente con la vita: esso infatti si applica a soddisfarne i

bisogni fondamentali, dall'alimentazione alla sessualità. Ma lo fa, appunto, in modo istintivo, vale a

dire cieco, incapace di conoscere. Al contrario, l'intelligenza, che è in grado di conoscere, è però più

distante dalla vita. Da qui il paradosso: «Ci sono cose che soltanto l'intelligenza è in grado di

cercare, ma che da sola, non saprà mai trovare. Soltanto l'istinto potrebbe rintracciarle, ma non è in

grado di cercarle».

Intuizione

Mentre l'intelligenza è conoscenza delle cose artificiali, frutto della "fabbricazione" umana, e

quando tenta di cogliere la vita lo fa attraverso schemi che la ingabbiano negli aridi concetti della

scienza, l'intuizione, peraltro poco sviluppata negli uomini, è la facoltà che, inserendosi nel flusso

della vita, riesce a penetrarla dal di dentro, senza farle violenza, ma assecondandone la tendenza

unitaria e spirituale. Per avere un esempio di intuizione, possiamo pensare all'intuizione artistica.

Però tale intuizione è limitata dall'oggetto a cui viene applicata: infatti, l'intuizione estetica è diretta

verso parti della vita, non ha come oggetto la vita in sé. Bergson concepisce, invece, una metafisica

della vita, che, sul modello dell'arte, abbia come oggetto la vita stessa. «Intuizione - scrive Bergson

- chiamo qui la simpatia per cui ci si trasporta all'interno di un oggetto, in modo da coincidere con

ciò che esso ha di unico e, conseguentemente, di inesprimibile».

La morale e la religione:

Nella sua ultima opera intitolata Due fonti della morale e della religione, Bergson applica alla

società le categorie che aveva adoperato per descrivere la dialettica tra slancio vitale e materia.

Egli, pertanto, identifica due tipi di organizzazione sociale: la società chiusa e la società aperta.

Nella società chiusa l'individuo si identifica quasi completamente con il gruppo di appartenenza: in

essa la libertà e l'autonomia del singolo sono ridotte al minimo e domina la morale

dell'obbligazione e dell'abitudine. Nella società aperta vige la libertà e la vita pulsa nella sua

genuina forza creatrice: in essa regna la morale assoluta, quella dei santi dell'epoca cristiana e dei

saggi dell'antica Grecia che si indirizza non a un gruppo di persone, ma all'intera umanità. La

morale dell'obbligazione tende a irreggimentare gli uomini in una vita di conformismo sociale, la

morale assoluta - fondata su una emozione originaria - è fonte di libertà e progresso.

A queste due forme di morale corrispondono due atteggiamenti religiosi: la religione statica, che si

serve dei miti e delle superstizioni per proteggere l'uomo dalle sue paure (della morte, dei pericoli

della vita, degli insuccessi) e dargli una speranza consolatoria e la religione dinamica, la quale si

identifica nella vita dei mistici e, dunque, è abbastanza rara. Essa consiste nell'inserirsi, grazie

all'amore, nello slancio creatore della vita e, in ultima istanza, nell'identificarsi con Dio, dal

momento che tale slancio creatore «è di Dio, se non Dio stesso».

Identificato lo slancio creatore con Dio e Dio con l'amore, Bergson vede nella mistica l'unico

rimedio ai mali morali e sociali e invoca un supplemento d'anima per un mondo che egli vede

pervaso dalla tecnica e dalla meccanica. L'auspicio è che ci siano sempre più uomini aperti

all'esperienza mistica dell'amore, in modo da far crescere nella società, con il loro esempio e

l'attività missionaria, lo spirito liberatorio di Dio portando una trasformazione radicale dell'umanità.

L’opera di Bergson può essere considerata come al più alta espressione dello spiritualismo francese,

ma anche come espressione dello spiritualismo evoluzionistico.

Henri Bergson, approfondendo l’indagine sul concetto del tempo, giunge a una visione del mondo

originale e suggestiva – una vera e propria metafisica – che interpreta l’uomo natura e il mondo

intero in chiave spiritualistica, e fa piazza pulita di ogni residuo meccanicistico e positivistico. Egli

si affida all’intuizione per cogliere la vita nella immediatezza del suo fluire e, dunque, nega nella

sostanza che la vita dello spirito possa essere oggetto di coscienza scientifica.

Il tempo e la durata - La tesi fondamentale del pensiero di Bergson è la netta distinzione tra il

tempo della scienza e il tempo della vita. Il tempo della scienza è formato da istanti quantitativi ed è

reversibile. Il tempo della vita è caratterizzato dalla durata, ed è qualcosa che riguarda il mondo

interiore. Per spiegare ciò B. usa due immagini molto suggestive: il tempo della scienza è come le

perle di una collana, tutte eguali tra loro, mentre il tempo della vita è rappresentato come un

gomitolo di lana.

Lo slancio vitale - Nel libro Evoluzione creatrice Bergson vuole mostrare come tutta la vita

dell'universo sia segnata dalla durata reale. La stessa vita intesa in senso biologico è durata reale, in

quanto essa è imprevedibile creazione e nello stesso tempo conservazione del passato. Ogni

individuo è quello che è come frutto di una scelta ma comunque lascia alle spalle tutto ciò che

avrebbe potuto diventare. L'uomo è destinato a vivere una sola vita, e quindi deve scegliere. La

natura, differentemente, si evolve conservando tutte le opzioni, senza alcun finalismo, e l'unità della

sua evoluzione è data proprio dallo "slancio vitale".

Il neocriticismo - Dal neocriticismo la filosofia è intesa come riflessione critica, diretta a scoprire

nella scienza quelle condizioni che ne rendono possibile la validità. Questa non viene messa in

discussione, come non viene negata la validità dei principi morali ed estetici. Nello stesso tempo,

contesta il principio del positivismo che pretende di considerare le verità della scienza assolute, ed è

contrario alle conclusioni metafisico-religiose dell'idealismo e dello spiritualismo.

Sul sentiero tracciato da Kant, il neocriticismo tiene fermo il principio della distinzione tra la

validità della scienza, della morale e dell’arte, e le condizioni di fatto empiriche, psicologiche e

soggettive con le quali la scienza risulta legata. Il neocriticismo si diffuse in tutta l'Europa, e

maggiormente in Germania e in Francia.

Herbert Marcuse

(1898 Berlino - 1979 Germania)

L’opera di Marcuse si presenta come una sintesi del pensiero di Marx e di quello di Freud, nel

tentativo di difesa dell’individuo contro la società repressiva. Il suo celebre libro Eros e civiltà

(1955) sviluppa l’idea che la società ha potuto da sempre esercitare un potere e un controllo sugli

uomini, grazie alla repressione degli istinti. Mentre però Freud riteneva che questa repressione

necessaria per lo sviluppo della civiltà, Marcuse ritiene che ad operare tale repressione sia in

particolare quella società di classe che si è sviluppata storicamente in Occidente. La società di

classe, con la repressione degli istinti, ha fatto si che il fine della vita degli uomini fosse il lavoro e

non più il godimento condiviso. Questi temi sono sviluppati da Marcuse, in un libro successivo,

L’uomo ad una dimensione (1964) , dove l’uomo alienato della moderna società è descritto come

colui che unifica ragione e realtà, e quindi non riesce a cogliere la frattura tra ciò che è e ciò che

potrebbe essere, e quindi non riesce più a cogliere un senso altro della vita che non sia l’attuale.

Che cosa fare, allora? Il filosofo addita due vie di salvezza. La prima è affidata all'arte, che

esprime il desiderio umano di liberazione. L'arte, a differenza della ragione che è repressione, è

creatività non alienata, metaforicamente espressa nella figura di Orfeo, «la voce che non comanda,

ma canta» e intuisce «un ordine senza repressione». La seconda soluzione è ipotizzata da Marcuse

in un altro famosissimo libro, L'uomo a una dimensione (1968), ove riprende i motivi di critica alla

società tecnologica avanzata che ha defraudato l'uomo della sua creatività, ma contemporaneamente

individua nuovi soggetti rivoluzionari negli esclusi dalla società opulenta. Sta ad essi compiere il

grande rifiuto, una volta che gli operai (i tradizionali soggetti rivoluzionari di Marx) si sono

integrati nel sistema capitalistico. I nuovi soggetti rivoluzionari di Marcuse sono i reietti e gli

immigrati, gli sfruttati delle altre razze, i disoccupati e gli inabili. Essi sono rimasti fuori dal

cosiddetto sistema democratico e, dunque, vengono a trovarsi in una condizione oggettivamente

rivoluzionaria, anche se non lo sanno ancora. Si tratta di far prendere loro coscienza della propria

forza rivoluzionaria che, essendo del tutto estranea alle logiche interne al potere, potrà risultare un

giorno decisiva. È certamente un'utopia, ma Marcuse ritiene che l'utopia sia necessaria e, al tempo

stesso, portatrice di un futuro migliore.

Schema:

La condizione esistenziale del’uomo nella civiltà industriale e tecnologia è analizzata da Marcuse, il

quale sostiene che lo sviluppo della civiltà è avvenuto tramite la repressione del principio del

piacere.

La civiltà industriale ha comportato una repressione addizionale tale che l’uomo considera naturale

finalizzare la propria vita, solo alla produzione, quella sessuale solo alla procreazione:

autorepressione da parte dell’individuo represso.

Pertanto la salvezza va ricercata nell’arte, in quanto creatività non alienata, e in nuovi soggetti

rivoluzionari identificati negli emarginati sociali i quali possono rifiutare la società tecnologica

dopo aver acquistato consapevolezza della loro forza rivoluzionaria.

Hannah Arendt

(1906 Konisberg - 1975)

Hannah Arendt (1906-1975) sviluppa un’analisi penetrante del fenomeno del totalitarismo del

Novecento ed elabora la più chiara e decisa ripresa dell’antica idea di politica – che ella deriva da

Aristotele e dalle su riflessioni sulla pòlis, la Citta-Stato dei Greci – rianimandola sul piano

filosofico.

Le origini del totalitarismo:

Le origini del totalitarismo, apparso all'indomani della Seconda guerra mondiale e in piena guerra

fredda, è una delle più importanti opere storico-politiche del Novecento. Esso si propone di

analizzare le cause e il funzionamento dei regimi totalitari, visti come una conseguenza tragica

dell'avvento della società di massa, in cui gli uomini sono resi atomi, sradicati da ogni relazione

interumana e privati dello stesso spazio pubblico in cui ha senso l'azione e il discorso. Il

manoscritto, già ultimato nell'autunno del 1949, uscì in prima edizione nel 1951.

La struttura dell'opera è complessa e molto articolata; il suo contributo è particolarmente rilevante

sotto due aspetti: a) quello storico-politico, in quanto analizza i tratti di fondo della storia europea

moderna e contemporanea e, in particolare, il periodo che va dagli ultimi venti anni dell'Ottocento

fino alla Seconda guerra mondiale; b) quello filosofico-politico, in quanto elabora uno schema

generale (potremmo dire un "ideal-tipo") del regime totalitario, con esclusivo riferimento (e si tratta

di una novità storiografica) al nazismo e allo stalinismo, visti come due fenomeni riconducibili alla

medesima idea di totalitarismo.

Il libro si divide in tre parti. La prima parte è dedicata allo studio del fenomeno dell'antìsemitismo,

visto come una delle premesse del totalitarismo, con un'attenzione particolare alla condizione

ebraica nella storia moderna. La seconda parte affronta in modo ampio e documentato il tema

dell’imperialismo, così come si è venuto configurando nel periodo che va dalla fine dell'Ottocento

allo scoppio della Prima guerra mondiale, con il nuovo protagonismo della borghesia (o, almeno,

della parte più dinamica di essa) che ora, per la prima volta, aspira al "dominio politico" oltre che a

quello economico. Le conseguenze dell'antisemitismo, coniugate con la crisi dell'imperialismo

successiva alla Prima guerra mondiale sono, secondo la Arendt, le cause da cui è scaturito il

totalitarismo nella Germania nazista e nell'Unione Sovietica stalinista, a cui deve aggiungersi il

fenomeno nuovo dell'avvento della società di massa e "senza classi", in cui gli individui sono alla

mercé di ristretti gruppi di potere (le élites), orientati in senso totalitario. La terza parte del libro si

sofferma ad analizzare proprio i caratteri del totalitarismo nella società di massa, che instaura il

suo potere attraverso il binomio terrore-ideologia.

Totalitarismo:

Nella prospettiva di Hannah Arendt, che a esso ha dedicato uno dei più significativi saggi del

Novecento, il totalitarismo ha come cause: a) l'antisemitismo moderno; b) l'imperialismo e, in

particolare, un suo momento di crisi subito dopo la Prima guerra mondiale; e) l'avvento della

società di massa e la crisi dell'antica società formata da cittadini attivamente impegnati con le parole

e le azioni nel governo della cosa pubblica, il totalitarismo è considerato inoltre come una forma

diversa da tutte le precedenti forme di dispotismo, in quanto attraverso la terribile miscela di

"terrore" (polizia segreta e campi di concentramento) e "ideologia" (pervertimento della mente degli

uomini) ha reso gli individui non solo "isolati" sul piano politico, ma anche "estraniati" nell'ambito

dei rapporti personali e familiari.

Terrore e ideologia:

L'ultima parte dell'opera è la più rilevante sotto il profilo filosofico-politico, in quanto la Arendt

senza mezzi termini afferma che l'essenza del totalitarismo consiste nell'intreccio pervèrso di

«terrore e ideologia». Il terrore è esercitato sia attraverso la polizia segreta che, con il suo

continuo spionaggio, pervade la società e la persona umana fin nella sua intimità, sia attraverso i

campi di concentramento, che hanno la funzione di annientare gli oppositori politici trasformati in

"nemici". Il male viene fuori soprattutto nella società di massa.

Ma prima ancora della tortura fisica e della morte, il totalitarismo - che in ciò costituisce una vera

novità del Novecento, tanto da non poter essere confuso con altre forme di dispotismo antico -

uccide l'uomo nello spirito, rendendolo un essere superfluo e senza nome, attraverso l'ideologia.

Il totalitarismo - scrive la Arendt - «è un fenomeno essenzialmente diverso da altre forme

conosciute di oppressione politica come il dispotismo, la tirannide, la dittatura. Dovunque è giunto

al potere, esso ha creato istituzioni assolutamente nuove e distrutto tutte le tradizioni sociali,

giuridiche e politiche del paese. A prescindere dalla specifica matrice nazionale e dalla particolare

fonte ideologica, ha trasformato le classi in masse, sostituito il sistema dei partiti non con la

dittatura del partito unico, ma con un movimento di massa, trasferito il centro del potere

dall'esercito alla polizia e perseguito una politica estera apertamente diretta al dominio del mondo».

Di grande rilievo la trattazione dell'ideologia totalitaria, con cui si conclude il saggio, che

secondo l'autrice ha la pretesa di fornire una spiegazione totale della storia e di conoscerne a priori

tutti i segreti, senza bisogno di confrontarsi con i fatti concreti. Inoltre, e cosa ben più grave,

l'ideologia totalitaria mira direttamente alla «trasformazione della natura umana» e a capovolgere le

stesse norme della logica.

Dal punto di vista organizzativo, il terrore e l'ideologia si esplicano attraverso gli strumenti del

partito unico e della polizia segreta, che sono controllati completamente dal capo supremo, a cui

rendono personalmente conto. La volontà del capo è l'unica legge del partito, che tutti i burocrati

devono rispettare e far rispettare. Il potere viene a distribuirsi in maniera gerarchica, secondo il

grado di maggiore (o minore) prossimità al capo: quanto più si è vicini al leader, tanto più si ha

potere. «Per adoperare il linguaggio dei nazisti - scrive la Arendt - è la dinamica instancabile

"volontà del Fùhrer" - e non i suoi ordini - che diventa la "legge suprema" in uno stato totalitario»

(ivi, pp. 503-504). La condizione degli individui è l'isolamento totale nella sfera politica e

l'estraniazione in quella dei rapporti sociali. Il regime totalitario, alla pari di ogni altra forma di

tirannide, deve la sua esistenza alla distruzione della vita politica democratica e alla diffusione di

paura e sospetto tra gli individui (non più cittadini) isolati. Ma esso, aggiunge la Arendt, distrugge

anche la vita privata delle persone, estraniandole dal mondo, tagliando ogni radice sociale e

rendendole tra loro nemiche: ciò rappresenta la più atroce novità del moderno totalitarismo rispetto

al vecchio dispotismo.

Il conformismo sociale della società di massa e i rischi del totalitarismo:

Il tratto peculiare dell'indagine arendtiana sul totalitarismo - che, ad esempio, la differenzia dall'altra

classica ricerca sullo stesso tema di Friedrich e Brzezinski - consiste nell'enfasi posta sulla

condizione di isolamento degli uomini nella società di massa, ove il conformismo sociale è una

minaccia costante alla libertà politica. Da questo punto di vista, il totalitarismo può esser visto come

"una potenzialità" e "un costante pericolo", anche dopo la scomparsa delle sue forme storiche del

Novecento, il nazismo e lo stalinismo: esso «ci resterà probabilmente alle costole per l'avvenire».

«Le preoccupazioni della Arendt - scrive Alberto Martinelli, nella Introduzione all'edizione italiana

di Le origini del totalitarismo - sono senza dubbio dettate dal trauma profondo suscitato dalle

tragedie degli anni Trenta e della Seconda guerra mondiale, ancora così vicine al momento della

stesura del libro e possono apparire eccessive se riferite alle società occidentali in generale e in

particolare ai sistemi di più antica democrazia di tipo anglosassone, che hanno sviluppato più

efficaci anticorpi contro le trasformazioni in senso totalitario. E tuttavia, come ci insegna la Arendt

con la sua costante, appassionata attenzione a ogni manifestazione di sapore totalitario negli Stati

Uniti di America, come il maccartismo [cioè lo spirito intollerante che fu tipico di Joseph Raymond

McCarthy - un politico statunitense vissuto nella prima metà degli anni Cinquanta - il quale

promosse una forte repressione di ogni influenza comunista nel mondo politico ed economico degli

], nessun sistema politico contemporaneo è del tutto immune da questo rischio degenerativo e la

USA

vigilanza in difesa della democrazia e della libertà deve essere quindi costante. Le origini del

totalitarismo è nello stesso tempo un'analisi fondamentale della tragedia moderna e un'opera di

educazione politica e civile, che va letta con grande attenzione e apprezzata non solo come

contributo fondamentale all'analisi degli eventi più tragici della nostra epoca, ma ancor più come

antidoto contro il possibile riemergere nella società contemporanea di tendenze totalitarie e della

volontà di rendere schiavi gli uomini in nome di astratte e perverse ideologie di trasformazione

integrale dell’umanità».

La banalità del male:

Nel 1961 Hannah Arendt seguì le 120 sedute del processo Eichmann come inviata del settimanale

New Yorker a Gerusalemme. Otto Adolf Eichmann (nato nel 1906), era stato responsabile della

sezione IV-B-4 (competente sugli affari concernenti gli ebrei) dell’ufficio centrale per la sicurezza

del Reich (RSHA), organo nato dalla fusione, voluta da Himmler, del servizio di sicurezza delle SS

con la polizia di sicurezza dello stato, inclusa la polizia segreta o Gestapo. Eichmann non era mai

andato oltre il grado di tenente-colonnello, ma, per l’ufficio ricoperto, aveva svolto una funzione

importante, su scala europea nella politica del regime nazista: aveva coordinato l’organizzazione dei

trasferimenti degli ebrei verso i vari campi di concentramento e di sterminio. Nel maggio 1960

agenti israeliani lo catturarono in Argentina, dove si era rifugiato, e lo portarono a Gerusalemme.

Processato da un tribunale israeliano, nella sua difesa tenne a precisare che, in fondo, si era

occupato “soltanto di trasporti”. Fu condannato a morte mediante impiccagione e la sentenza fu

eseguita il 31 maggio del 1962.

Il resoconto di quel processo e le considerazioni che lo concludevano furono pubblicate sulla rivista

e poi riunite nel1963 nel libro “La banalità del male” (Eichmann a Gerusalemme).In questo libro la

Arendt analizza i modi in cui la facoltà di pensare può evitare le azioni malvagie. La banalità del

male ha accentuato la relazione fra la facoltà di pensare, la capacità di distinguere tra giusto e

sbagliato, la facoltà di giudizio, e le loro implicazioni morali, compiti che sono stati estremamente

significativi nel lavoro della Arendt fin dai primi scritti nel tardo 1940 del fenomeno del

Totalitarismo.

La prima reazione della Arendt alla vista di Eichmann è più che sinistra. Lei sostenne che “le azioni

erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, ne demoniaco ne mostruoso”. La percezione

dell’autrice di Eichmann sembra essere quella di un uomo comune, caratterizzato dalla sua

superficialità e mediocrità che la lasciarono stupita nel considerare il male commesso da lui, che

consiste, nell’organizzare la deportazione di milioni di ebrei nei campi di concentramento. Ciò che

la Arendt scorgeva in Eichmann non era neppure stupidità ma qualcosa di completamente negativo:

l’incapacità di pensare.

Eichmann ha sempre agito all’interno dei ristretti limiti permessi dalle leggi e dagli ordini. Questi

atteggiamenti sono la componente fondamentale di quella che può essere vista come una cieca

obbedienza. Egli non era l’unica persona che appariva normale mentre gli altri burocrati apparivano

come mostri, ma vi era una massa compatta di uomini perfettamente “normali” i cui atti erano

mostruosi. Dietro questa “terribile normalità” della massa burocratica, che era capace di commettere

le più grandi atrocità che il mondo avesse mai visto, la Arendt rintraccia la questione della “banalità

del male”. Questa “normalità” fa sì che alcuni atteggiamenti comunemente ripudiati dalla società -

in questo caso i programmi della Germania nazista – trova luogo di manifestazione nel cittadino

comune, che non riflette sul contenuto delle regole ma le applica incondizionatamente . Eichmann

ha introdotto il pericolo estremo della irriflessività. Ma il guaio del caso Eichmann era che di

uomini come lui ce n’erano tanti e che quei tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e

sono tuttora, terribilmente normali. E questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe

insieme, poiché implica – come fu detto e ripetuto a Norimberga dagli imputati e dai loro patroni –

che questo nuovo tipo di criminale, realmente “hostis generis humani”, «commette i suoi crimini

in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male. »

L’analisi delle interrelazioni fra la facoltà di pensare, la capacità di distinguere tra giusto e

sbagliato, la facoltà di giudizio, e le loro implicazioni morali, come detto sopra rappresentano il

nucleo tematico dell’opera . A questo proposito la Arendt si è chiesta se la facoltà di pensare, nella

sua natura e nei suoi attributi intrinseci, coinvolge la possibilità di evitare di “fare il male”. La

banalità del male non è sembrato incorniciare gli standard soliti di male, come patologia, interesse

personale, di condanna ideologica di chi lo fa: in questo senso la Arendt si domanda se la

dimensione di male è una condizione necessaria di “fare il male”.In altre parole «Il fenomeno del

male ha necessariamente una radice desiderata?» Era innegabile che questo nuovo insieme di

domande del fenomeno del male, di cui le radici non sono state ancorate negli standard filosofici,

morali, religiosi tradizionali, al meno aprirà una prospettiva nuova sul comprensione del male. Tale

nozione è stata menzionata da Arendt nelle prime pagine dell'introduzione de “La Vita della

Mente”Assistendo al processo Eichmann la Arendt disse: ." mi sono sentita scioccata perché tutto

questo contraddice le nostre teorie di male”. La perplessità davanti ad un fenomeno che ha

contraddetto le teorie note di male, e la relazione chiara tra il problema di male e la facoltà di

pensare, era quello che la Arendt ha espresso con la frase “la banalità del male”.

Un accenno alle sue tesi sulla banalità sono presenti ne “Le Origini di Totalitarismo” (1951), il suo

primo libro, nel quale sosteneva che l'aumento di totalitarismo era dovuto all'esistenza di un nuovo

genere di male, il male assoluto, che, "non poteva essere a lungo spiegato e capito con malvagie

ragioni di egoismo, avidità, bramosia, risentimento, sete per potere, e codardia". Spesso ha detto

che la tradizionale comprensione del male non era di nessun aiuto riferita a questa variante

moderna, e ha voluto seguire il processo probatorio ad Eichmann , del quale ha riferito per il New

Yorker, per confrontare chiarificare le sue idee.

Come può dunque la capacità di pensare muoversi in modo da evitare il male? Per prima cosa,

secondo la Arendt, gli standard etici e morali basati sulle abitudini e sulle usanze hanno dimostrato

di poter essere cambiati da un nuovo insieme di regole di comportamento dettate dall’attuale

società. Lei domanda come sia possibile che poche persone non aderiscano al regime malgrado ogni

coercizione. A tale domanda risponde in maniera semplice: i non partecipanti, chiamati

irresponsabili dalla maggioranza, sono gli unici che osano essere “giudicati da loro stessi”; e sono

capaci di farlo non perché posseggano un miglior sistema di valori o perché i vecchi standard di

“giusto e sbagliato” siano fermamente radicati nella loro mente e nella loro coscienza, ma perché

essi si domandano fino a che punto essi sarebbero capaci di vivere in pace con loro stessi dopo aver

commesso certe azioni; e loro decidono che è meglio non far nulla.

La Arendt chiaramente presuppone alla facoltà del pensare questo tipo di giudizio. Questa

presupposizione non necessita di una elevata intelligenza ma semplicemente l’abitudine di vivere

insieme, e in particolare con se stessi, che significa, essere occupato in un dialogo silenzioso tra io e

io, che da Socrate è stato chiamato “pensare”.


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AUTORE

Moses

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DETTAGLI
Esame: Filosofia
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Angelini Annamaria.

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