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Appunti di linguistica e filologia romanza I

La trasmissione della materia classica nel Medioevo

La letteratura greca scompare nel Medioevo. Saranno Petrarca e Boccaccio nel 1300 soltanto a far venire a Firenze un monaco calabrese, Leonzio Pilato, che diventerà il loro insegnante di greco, portando alla luce opere letterarie in lingua greca che erano scomparse da secoli. Per capire la cultura del Medioevo, dobbiamo basarci sui manoscritti ritrovati. Il greco non circola, non si parla e non si legge. Tuttavia non è detto che non conoscesse. La cultura si trasmette in ambito scolastico: la cultura antica giunge nel Medioevo non attraverso i grandi auctores, bensì attraverso i commentatores, gli insegnanti di scuola.

Uno dei miti fondativi dell’Europa è il ciclo troiano perché è un grande mito di fondazione, che ha una forza espansiva enorme. Tutti i popoli, anche i più strani e lontani, riconosceranno nei troiani i loro antenati. Inoltre, il mito di Troia si aggancia a quello “romani”, fondamentale per la romanità e il mondo latino. Della storia di Troia si parla in tutte le lingue europee, ad esempio nel mondo slavo la forza del ciclo troiano è fondamentale. In che modo questi popoli hanno conosciuto la materia troiana? Come fanno a conoscere il mito di Troia se è di fatto scomparso nel Medioevo? Attraverso le cronache. C’è un incrocio di una materia legata al mito letterario che si incrocia con la cronaca storica, la quale si fonda su tecniche di scrittura molto diverse e racconta i fatti nella maniera più fedele. A partire da questi fatti, la tradizione francese costruirà delle storie mitiche e letterarie.

Il Roman de Troie di Benoit de Saint-Maure è un lungo romanzo in versi in cui la storia di Troia viene intrecciata e scandita con tutta una serie di storie d’amore (la letteratura francese è una letteratura d’amore). Importante è la portata politica di questo testo perché Benoit lavora nella corte di Enrico II Plantageneto, nel Settentrione della Francia. Egli fu un grande mecenate e promosse la valorizzazione dei testi di materia classica per teorizzare che il dominio dei Plantageneti ha alle spalle una lunga tradizione che arriva fino alla tradizione troiana. È un testo antico francese in versi composto intorno al 1165 che ha goduto di una fortuna eccezionale. All’interno dei romanzi antico-francesi, Benoit è l’unico autore ad avere un nome; gli altri romanzieri sono tutti anonimi (l’anonimato è la norma). Questo ci conduce a dire che dove noi troviamo un nome di autore non è un caso ed ha risonanze politico-sociali notevoli, implicando tra l’altro una grande coscienza autoriale implica il mantenimento di una memoria orale che si vuole fissare per iscritto. Emerge così l’idea che lo scrittore ha un compito e che segua dei modelli autorevoli su cui scrive la propria storia al fine di istruire quelli che verranno. La valorizzazione del libro scritto è destinata ad una grande fortuna.

La letteratura greca e la trasmissione del mito troiano

Il primo grande paradosso è che la letteratura occidentale fino al 1300 non conosce testi letterari in greco. Il mondo medievale non conosce la materia troiana attraverso Omero, ma attraverso le mediazioni. La tradizione, infatti, passa non solo attraverso i grandi autori, ma anche attraverso piccoli autori, spesso maestri di scuola, che approfondiscono e spiegano il mito. Risalgono al VII secolo le prime testimonianze del mito troiano: le prime fonti sono Darete Frigio e Ditti Cretese (cronache in latino in cui si trova l’enumerazione dei fatti, delle battaglie, dei personaggi). A partire da questi scarni fatti, il romanzo francese nel XII secolo costruisce le grandi storie, soprattutto quelle d’amore (nesso importante tra guerra e amore). Non è indifferente il fatto che il mito troiano sia diventato fondamentale anche per i sovrani inglesi: la sua circolazione in lingue neolatine è infatti precocissima.

Le prime forme di romanzo nascono proprio in area romanza e il nome “romanzo” deriva appunto da “romanice parabolare”, ossia “parlare alla maniera romana”, cioè una modalità di parlare diversa dal parlare latino (si tratta di una modalità più colloquiale che individua il parlare una lingua che non è più latino). I testi romanzeschi scrivono espressamente che per farsi capire di più traducono dal latino al romanzo. “Romanzo” va poi ad indicare un grande genere letterario, ossia appunto il romanzo che nasce nel XII secolo francese. Le caratteristiche di questo romanzo sono: la lunghezza, la polifonia, la lunga storia narrata, la caratterizzazione dei personaggi, etc. Inizialmente, tra i più antichi testi narrativi antico-francesi, troviamo testi che nascono come (pseudo)testi che riconoscono come modelli i grandi testi della classicità.

Vi sono stati tentativi di legare l’esperienza narrativa all’esempio del poema classico. Alla latinità gli autori classici attribuiscono un’autorità assoluta. Il romanzo nasce con un deciso sguardo a modelli molto alti e deve porsi in maniera esibita come genere che continua le grandi esperienze classiche. Il romanzo antico-francese nasce in versi. Nel XII secolo l’analfabetismo era molto alto sia nelle classi basse che tra i nobili, i quali chiedevano spesso che i testi gli venissero letti ad alta voce nelle corti nobiliari. I romanzi sono scritti con ottonari a rima baciata (couples): questo verso favorisce la memorizzazione e l’ascolto (tutta la produzione narrativa sarà in versi fino al 1200).

Il Roman de Troie è un testo che nel panorama francese è interessante perché avrà una tradizione manoscritta e una fortuna notevolissima, superiore a tutti gli altri romanzi del XII secolo (persino più dei romanzi di Etienne de Troyes). Precocemente sarà ricopiato e letto fuori dall’area francese e recepito persino in Italia da Dante nel V canto dell’Inferno, in cui si fa riferimento al fatto che Achille ha combattuto “per amore”. È proprio la lettura del Roman de Troie che ci permette di spiegare il verso dantesco. Questo romanzo, come già detto, ha il nome di un autore: l’autorialità dell’opera non è un fatto scontato né necessario per la letteratura del Medioevo. L’idea di autore e creatore non appartiene ancora a questa cultura. La gran parte dei testi erano infatti anonimi.

In questo caso specifico, Benoit è un autore interno alla corte di Enrico II Plantageneto, grande mecenate e osservante nel circondarsi di intellettuali e nel fare un uso politico della poesia per dotare la propria dinastia di una preistoria illustre, che parte dai Greci, passando per i Romani e Bretoni, fino ad arrivare ai Plantageneti. Nei romanzi antico-francesi la fonetica è molto aderente alla grafia. Il prologo è una parte fondamentale perché l’autore vi deposita tutta una serie di indicazioni di lettura per i suoi lettori, spiegando spesso ciò che accadrà successivamente nella storia.

Prologo del Roman de Troie

Prologo vv. 1-6: “Salomone ci insegna e dice, e lo si legge nei suoi scritti, che nessuno deve il suo senno celare, anzi lo si deve così dimostrare, cosicché si abbia pregio e onore, perché così fecero gli antenati”. Il prologo di questo romanzo si apre con il nome di Salomone, re biblico noto per la sua saggezza, figlio del re Davide e ritenuto autore del libro dei Salmi. Il richiamo a Salomone significa il richiamo alle Sacre Scritture e al sapiente per eccellenza della tradizione ebraica. L’autore coinvolge i suoi lettori in un’unica categoria: Salomone insegna a tutti noi, indistintamente, e i suoi insegnamenti sono qualcosa di imprescindibile. Già nel secondo verso c’è un riferimento alla scrittura come qualcosa che consente di mantenere la memoria della saggezza passata. Lo scritto è perciò fondamentale e le parole che rimano sono quelle su cui l’autore deposita un significato più importante. Benoit vuole sottolineare, facendo riferimento a Salomone, che coloro che sanno non lo devono nascondere, ma devono distribuire la loro sapienza. Quest’idea è molto importante ed è un messaggio evangelico, ben presente, ad esempio, in Sant’Agostino oppure nel Convivio dantesco chi sa ha il dovere di distribuire la sua scienza agli altri. Al verso 5, con “pregio e onore” Benoit vuole dire che l’uomo capace di dare, conquista la fama e il riconoscimento da parte dei posteri per aver fatto cose grandi, illustri. Lo scrittore così conquista la fama presso coloro che verranno.

La letteratura nel XII secolo

Benoit è un chierico, un intellettuale di corte che scrive su sollecitazione del sovrano. Enrico II è molto interessato non solo a valorizzare una nuova lingua (l’antico-francese) ma anche di valorizzare il mondo della classicità nella costituzione di una genealogia mitica. Questo testo è scritto in ottosillabi a rima baciata: l’ottosillabo è un verso che favorisce la memorizzazione. Era un testo che veniva letto, anche se a quel tempo il grado di alfabetizzazione era molto basso. Questi testi rispondono ad una finalità di istruire e civilizzare. Sull’ottosillabo si concentrano le parole-chiave del testo, che si trovano spesso in rima (il couplet mette a reagire tra loro le parole). Il prologo è un luogo carico di significati metatestuali, dove l’autore ripone le sue idee e concetti che vuole mettere in evidenza. Salomone è l’incrocio tra la tradizione classica e quella biblica scritturale. Se il sapere degli antichi non fosse stato messo per iscritto, sarebbe andato perduto; il sapere così viene consegnato da una generazione all’altra. L’intellettuale che opera in questa direzione, conquista fama e onore (ad esempio, Dante dice nella Commedia di conquistare la fama per ottenere l’immortalità letteraria).

V. 7 in poi: “Se coloro che trovarono le parti e i grandi libri delle Sette arti, i trattati dei filosofi da cui tutto il mondo è istruito, se coloro avessero taciuto, davvero il mondo avrebbe vissuto follemente: come bestie avrebbero vissuto”.

V. 16: L’attenzione si concentra su coloro che studiano e che cercano di arrivare a qualcosa. Se gli istruiti non avessero diffuso la loro cultura, si sarebbe vissuto come le bestie; si sottolinea con forza, perciò, il potere di civilizzazione assoluto della cultura. Il sapere e la capacità di comunicarlo è ciò che separa l’uomo dalle bestie. Per due volte in rima c’è il campo semantico della follia: il tema della follia è importante e, nel linguaggio medievale, indica ciò che non appartiene al giusto equilibrio che governa le passioni umane. La capacità di discernere il bene dal male è dato dalla capacità di apprendere. Una delle cose che rendono europeo questo testo è che probabilmente Dante l’avesse letto.

Vv. 17-20: Si torna con insistenza sugli stessi temi e quasi sulle stesse parole per sottolineare un determinato concetto. Il “senno” è inteso in senso di sapienza, saggezza e cultura. Altri due temi che ritornano sono quelli della memoria (del ricordare) e il tema per il quale “ciò che si tace è perduto”.

Vv. 21-24: Si ritorna sulla responsabilità dell’intellettuale di diffondere il proprio sapere e sulla scienza che fiorisce e dà i suoi frutti idea dell’arricchimento progressivo.

Vv. 25-31: Non c’è limite all’apprendere e chi più sa, più deve fare. Il sapiente ha infatti l’obbligo di insegnare e chi lo ascolta se ne gioverà. Richiamo di stampo evangelico: chi più sa, più deve fare, e a questo non deve sottrarsi.

V. 33: A questo punto il prologo prende un’altra piega: Benoit adesso (al v. 33) passa a dichiarare quello che lui intende e vuole fare. Egli così ribadisce l’importanza sua, in quanto autore, e della sua opera. Dichiara una fonte autorevole, cioè il latino (lingua della cultura, autorevole per eccellenza). Dichiarare un modello significa riprendere un’opera importantissima e Benoit si presenta come traduttore di quest’opera dal latino al “romanzo”, proprio per renderla fruibile ai più (allargamento del pubblico, anche se la lingua latina rimane ancora la lingua della cultura).

In questo periodo, il rapporto tra grafia e fonetica non è del tutto realizzato e stabilizzato: siamo in una fase di profonda oscillazione. L’antico francese fino a tutto il 1200 conosce la declinazione bicasuale: i casi del latino si perdono completamente, però l’antico francese costruisce la sintassi su un modello latineggiante (e per questo mantiene la cosiddetta -s segnacaso, che marca il nominativo singolare e l’accusativo plurale). La declinazione bicasuale tende a scomparire nel 1200 ed è sostituita con un altro sistema che mantiene la “s” solo nel plurale. Il femminile oscilla perché nel caso soggetto nominativo non ha la “s”, ma in qualche caso viene inserita.

Vv. 34-39: Il termine “storia” richiama l’historia latina, ossia la narrazione di imprese elevate e nobili e di eventi memorabili degni di essere tramandati. Interessante poi il gioco tra “romanz”, inteso “in lingua romanza”, e “romanz”, inteso proprio come genere letterario, “romanzo” appunto.

V. 40-44: Ritorna l’aggettivo “grande” per tre volte riferito alla storia di Troia è una storia grande ed importante perché racconta grandi opere e fatti memorabili. La storia di Troia può educare nell’apprendimento di questi fatti grandi. Benoit ci fa capire che all’epoca circolavano molte versioni della caduta di Troia e bisogna capire quale sia la verità, che non è molto conosciuta.

Le implicazioni della trasmissione culturale

Le parole che rimano sono spesso le parole-chiave, che veicolano il significato del testo e indicano gli elementi sui quali Benoit vuole concentrare l’attenzione. Il francese è la prima lingua a produrre testi in volgare degni di un libello culturale alto (ad esempio i Giuramenti di Strasburgo, la Sequenza di Sant’Eulalia, in cui vediamo una lingua molto distante dal latino e che aspira ad avere uno statuto alto). Il francese aspira precocemente ad arrivare ad una lingua scrittura che fosse comprensibile e dotata di norme (per questo, per tutto il Duecento permane la “s” segnacaso, che aiuta in casi ambigui a capire chi è il soggetto). I testi che noi leggiamo però sono stati copiati per mano di copisti di altre epoche, i quali portavano nel testo le proprie abitudini linguistiche. Così nel tempo la “s” serve solo a marcare il plurale e il numero, scomparendo la funzione di segnacaso.

Nella prima parte del prologo si ripetono elementi contrapposti: saggezza vs follia, esseri umani vs bestie. Soltanto il senno e la saggezza possono contrapporsi alla follia (che è l’eccesso, il superamento della ragione). Altro tema è quello del “dare frutto”: la sapienza deve essere seminata, in modo che produca frutti e arricchisca chi li coglie. Dal verso 35 in poi Benoit prende parola e comincia a parlare in prima persona per dire che lui, in quanto autore, vuole iniziare una storia, ossia il racconto fedele e veritiero degli avvenimenti del passato, al fine di insegnare. Egli dichiara che questa storia lui la trova in latino, per cui il modello è chiaramente latino; cerca di tradurre la storia latina in lingua romanza perché questo gli consentirà di parlare anche a chi il latino non lo conosce (ampliamento del pubblico). Benoit poi dice che la verità è poco nota: verità sulla storia e polemica contro gli autori che hanno travisato la storia di Troia.

Vv. 45-50: Si rinomina Omero, che richiama Salomone anche Omero significa il richiamo a tutto un universo classico in quanto autore epico per eccellenza. Il termine “meraviglioso” è molto importante perché significa e indica ciò che suscita meraviglia; nel caso di Omero, indica un certo rispetto per la sua figura. Emerge ancora l’idea che solo la scrittura può conservare e tramandare il sapere. Omero racconta la distruzione di una città emblematica: Troia diventa il punto di partenza per nuove fondazioni. C’è dietro l’idea della “traslatio imperii”, ossia lo spostamento del regno altri luoghi saranno destinati ad essere grandi come Troia. Il soggetto è Omero, che ha la “s” segnacaso.

Vv. 51-56: Omero è stato esaltato ma si dice che lui non ha raccontato la verità perché non l’ha vista. Si tratta del topos per il quale può raccontare un evento storico solo chi è stato veramente testimone oculare dell’evento; chi non ha assistito probabilmente l’ha raccontato non in maniera non veritiera. Così quello che Omero racconta, non l’ha raccontato in maniera fedele, ma in maniera fantasiosa perciò è possibile che lui commetta degli errori per cui Omero non è un modello attendibile secondo il principio di veridicità.

Vv. 57-62: “Libro” ritorno alla scrittura. Omero viene criticato per il fatto che lui ha fatto una cosa inconcepibile per la coscienza cristianizzata, per la quale gli dei pagani non esistono. La prova che Omero racconta il falso è dovuta al fatto che egli racconta di dei (che, appunto, non esistono) e che questi dei hanno caratteristiche umane e combattono contro gli uomini (questa cosa è inconcepibile per il pensiero medievale). Di Omero si diceva che la sua storia non erano fatti realmente accaduti già in età alessandrina. Il tema degli dei umanizzati precocemente disturba le coscienze.

Vv. 63-70: La colpa di Omero risiede nel fatto di far combattere gli dei con gli uomini, e di ritrarre gli dei con caratteristiche umane. Di nuovo ritorna il tema della follia: Omero è quindi folle perché propone qualcosa che è contrario alla verità.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/09 Filologia e linguistica romanza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia e linguistica romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Punzi Arianna.
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