Critica letteraria
Con il termine critica (dal greco krinein “discernere”, “giudicare”) si intende l’operazione di esaminare e valutare un’opera d’arte. Verso la metà del Novecento, notiamo che la riflessione della critica si è incentrata sulla ricerca del metodo. I metodi non devono essere considerati procedure rigide, sono piuttosto ipotesi di lavoro tutte da verificare nel corpo a corpo con un determinato testo o gruppo di testi.
Le correnti principali
Le tre correnti principali che si sviluppano nel cuore del ‘900 sono:
- La critica formal-strutturalista; prende spunto dalla linguistica di Saussure
- La critica marxista; muove dall’analisi politico-economica di Marx ed Hegel
- La critica psicoanalitica; prende spunto dalla psicologia di Freud
Questi tre modi di fare critica trovano le anticipazioni nel periodo precedente, ed aprono l’ambito a nuovi problemi imponendo così al critico un salutare bagno di teoria. Accanto alle 3 tendenze metodologiche principali, è nata una quarta, una tendenza anti-metodologica, che si può chiamare “fenomenologia della lettura” o ermeneutica (secondo l’antico termine greco dell’arte dell’interpretazione) che riporta in primo piano il rapporto a “due” del critico con l’opera e contesta al metodo l’eccessiva rigidità.
Quasi sempre i critici non vanno d’accordo, dissentono fra loro e si contraddicono in più punti. Anche se qualcuno ha affermato che non si possono confrontare i metodi, possiamo però scegliere il metodo che preferiamo ma non possiamo stabilire quale sia il migliore. L’unica cosa di cui possiamo discutere con profitto sono le questioni relative ai metodi.
L’apporto della linguistica
La linguistica è la disciplina scientifica che studia:
- Il linguaggio, inteso come lingue di comunicazione, quali ad esempio francese, inglese, tedesco, oppure altre forme di comunicazione, gestuale o il linguaggio dei segni
- La lingua, intesa come proprietà comunicativa dell’uomo, e quindi la fonetica, la scrittura e la lingua parlata. Fino a circa due anni di vita, il neonato possiede la lingua, ma non (ancora) il linguaggio.
La linguistica generale si può suddividere nelle aree di:
- Fonologia
- Morfologia
- Sintassi (che insieme formano quella che tradizionalmente è chiamata grammatica)
- Metrica
- Semantica
- Pragmatica
- Lessicologia (che comprende l'etimologia)
Sue sottodiscipline possono essere considerate:
- La dialettologia
- La sociolinguistica
- L'etnolinguistica
- La psicolinguistica
- L'ecolinguistica
Ferdinand de Saussure
La sensibilità per l’analisi del linguaggio che oggi si incontra frequentemente nella critica, si è imposta progressivamente nel Novecento sotto lo stimolo degli sviluppi della linguistica, scientificamente fondata, proprio all’inizio del secolo dallo svizzero Ferdinand de Saussure (1857-1913). Nei tre corsi di linguistica generale che tenne tra il 1906 e il 1911, de Saussure espose le idee fondamentali del suo pensiero, che vennero poi raccolte dai suoi allievi Charles Bally e Albert Corso di Séchehaye in un volume pubblicato postumo nel 1916, "linguistica generale".
Esso è considerato il testo di base, non solo della linguistica e della semiotica novecentesche, ma di quel complesso e variegato movimento di idee che va sotto il nome di strutturalismo. Le basi dell’analisi del testo partono da Saussure in questa opera chiarendo 3 distinzioni all’interno del segno, separando il supporto materiale da quello mentale: / ,langue parole significato significante/ , / (concetto portante di tutti gli studi successivi sulla linguistica che arrivano fino alle scienze della comunicazione), ed introducendo anche il concetto di arbitrarietà del segno.
I due principali metodi usati dalla linguistica sono:
- Linguistica diacronica: diacronia = processi di mutamento. Detta anche nell'ambito universitario italiano Glottologia, che consiste nell'analizzare i fenomeni linguistici da un punto di vista storico e comparativo;
- Linguistica sincronica: sincronia = stato della lingua in un determinato momento. Si costituisce di tutti quegli aspetti che identificano e determinano il linguaggio, in un periodo di tempo ben determinato e definito.
Langue: = codice, lingua. Intesa come un sistema di segni che formano il codice di un idioma.
Parole: = messaggio, esecuzione individuale. È l'atto linguistico del parlante.
Significato: = contenuto mentale della parola. È il concetto.
Significante: = materia del segno. È la forma, fonica o grafica, utilizzata per richiamare l'immagine che, nella nostra mente, è associata a un determinato concetto, o significato.
Qualsiasi segno esiste solo grazie alla relazione tra significante e significato, e questo rapporto non è determinato a priori, bensì arbitrario: ogni lingua crea i propri segni convenzionali, e il significato può variare in base a fattori sociali o soggettivi. I significanti (i fonemi) che compongono il segno linguistico sono numericamente limitati. L'immagine mentale del cane, ad esempio, può essere richiamata da grafemi e fonemi assai diversi fra loro.
Louis Hjelmslev
Sulla base della linguistica strutturale di Ferdinand de Saussure, lo studioso danese Louis Hjelmslev sviluppò una teoria linguistica e semiotica detta glossematica (dal greco γλῶσσα (glossa) = linguaggio matematico). Nella glossematica troviamo Espressione e Contenuto (2 livelli del significante e significato). Qui viene chiarito che l’aspetto formale riguarda entrambi per cui avremo forma e sostanza dell’espressione, e forma e sostanza del contenuto.
Louis Hjelmslev, per quanto riguarda il segno linguistico, elabora un modello teorico a quattro livelli:
- Forma dell’espressione
- Sostanza del segno
- Forma del contenuto
- Sostanza del contenuto
L’espressione corrisponde al significante e il contenuto al significato. La novità introdotta dallo studioso danese è la divisione di entrambi i piani dell’espressione e del contenuto in forma e sostanza. È arbitrario il rapporto tra forma e sostanza dell’espressione (significante). Ogni lingua, fra tutti i suoni possibili, ne sceglierà solo alcuni per formare le proprie parole.
Esempio. A livello vocalico, il salentino usa cinque vocali toniche, mentre il toscano (italiano) ne usa sette.
È arbitrario il rapporto tra forma e sostanza del contenuto (significato). Ogni lingua ritaglia, in un modo che le è proprio, un certo spazio di significato dando, quindi, a una data forma una data sostanza.
Esempio: I don’t know, Je ne sais pas. In queste due frasi la sostanza, il senso, è uguale. Ciò che cambia è la forma.
La critica stilistica
La stilistica detta stilcritica si occupa dello stile, e lo stile è la particolare forma in cui si concretizza l’espressione letteraria o artistica, è un carattere che distingue l'individuo. Si può considerare lo stile come scelta delle parole o come caratteristica individuale dello scrittore. Il padre della stilistica è considerato Vossler, filosofo e filologo tedesco, che nel suo “scienza del linguaggio” rivendicava il diritto di un’analisi ravvicinata della lingua e dello stile delle opere. Tuttavia, certamente la teoresi fondativa della stilistica è riconosciuta a Spitzer.
All’interno della critica stilistica si è sviluppato la nozione di “scarto” o “scelta”, si tratta ovvero di stabilire quali scelte lo scrittore ha compiuto in quei punti della lingua.
Leo Spitzer
Sperimentò un metodo che indicò col nome di Wort und Werk, secondo il cui motto: parola ed opera dovrebbero ritrovarsi legate in “una armonia prestabilita”. Secondo Spitzer il momento determinante per l’illuminazione di un’opera è leggere l'opera (la lettura quindi) che necessariamente deve far scaturire un “click mentale” che ci permetta di capire quali elementi sono fondamentali per capire lo stile di uno scrittore. E qui ci avviciniamo alla psicoanalisi.
Il presupposto di Spitzer è che esista sempre un rapporto reciproco tra stato interiore e fatti di linguaggio. Ad ogni <
Inoltre afferma che la stilistica è <
Gianfranco Contini
In Italia il più brillante e operoso rappresentante dell’analisi stilistica fu Gianfranco Contini (1912-1990), un critico letterario, filologo e storico della letteratura italiana. Le uniche scelte reali, ha argomentato Contini, sono quelle documentate sotto forma di correzioni. La critica di Contini viene definita critica delle varianti, poiché il suo metodo non si sofferma unicamente sull'opera data e compiuta, ma analizza anche le edizioni precedenti e i manoscritti. Contini si sofferma esclusivamente sul dato linguistico, cercando di ripercorrere la genesi del testo a partire dalle variazioni dell'autore.
Ha individuato nella letteratura italiana, vista sotto l'aspetto liguistico-stilistico, due linee che la attraversano, per così dire, dalle origini al Novecento: una linea plurilinguistica e una monolinguistica. Il plurilinguismo, a cui va la preferenza del critico, caratterizzato da una ricchezza di registri lessicali e da un uso sperimentale del linguaggio, parte da Dante per arrivare sino a Gadda e Pasolini, mentre il monolinguismo, ovvero l'uso esclusivo di una lingua letteraria "alta", prende avvio dal Petrarca.
Erich Auerbach
Assieme agli altri due grandi filologi tedeschi Ernst Robert Curtius e Leo Spitzer, è considerato uno dei maestri della moderna stilistica, fondamentale corrente della critica letteraria del secondo Novecento. Numerose sue opere sono state tradotte in italiano. La sua opera più celebre, cioè Mimesis, un grande excursus storico che mette a confronto diverse soluzioni stilistiche, composta da due volumi, e si propone di esaminare, come dice il sottotitolo in copertina, la "realtà rappresentata" nel romanzo e non il realismo.
In essa Auerbach procede secondo un metodo di analisi per «campioni»: esame stilistico di una breve parte di un'opera, rapporto tra i rilievi ottenuti e l'opera completa, rapporto tra l'opera e il contesto storico-culturale. Lo stile di Auerbach infatti è semplice e chiaro, non cade mai nel pedante. Auerbach propone il metodo della campionatura. Mentre Spitzer coglie come significativo un piccolo elemento all’interno del testo, Auerbach preferisce lavorare su un <
New criticism
È una corrente letteraria critico-poetica che si è sviluppata negli USA e in Inghilterra fra gli anni '30 e gli anni '50 nel segno del rifiuto di ogni spiegazione storico-ideologica della poesia. Tra i suoi maggiori esponenti ci sono Cleanth Brooks (1906-1994) ed Allen Tate (1899-1979), i quali hanno in comune l’interesse per la <
Il tentativo della Nuova critica era di liberare il testo dal riferimento al contesto storico in cui era nato, considerarlo in modo separato rispetto alla storia dell’autore, alla sua poetica e alle sue intenzioni per conquistare alla critica del testo una nuova oggettività. Il movimento deve il suo nome al volume di John Crowe Ransom The new criticism (La nuova critica, 1939) e nasce in opposizione alla rigida ortodossia della critica marxista e al moralismo del neoumanesimo.
Formalismo
La critica formalistica studia l’articolarsi e il disporsi delle “forme” dei testi letterari, dei loro principi linguistici, stilistici, costruttivi. Per ciò che riguarda i testi poetici, si rivolge agli aspetti fonetici, ritmici, metrici; per ciò che riguarda i testi narrativi, studia soprattutto le funzioni narrative e i rispettivi procedimenti formali e tematici, l’intreccio.
Quindi la prevalenza, in un autore o in un’opera, dei valori formali su quelli di contenuto. Insiste quindi sul carattere “formale” dei testi e preferisce tener lontani gli aspetti storico-culturali e i riferimenti alle persone degli autori. Il metodo formalistico ha avuto grande fortuna negli anni Sessanta, soprattutto in Francia e in Italia, nel momento di maggiore vitalità dello strutturalismo. Pone l’accento sul carattere sistematico, e privilegia il momento della sincronia rispetto a quello della diacronia.
Negli anni Settanta molti sostenitori del formalismo si sono avvicinati alla semiologia. Sulla via che tenta di scoprire le proprietà del linguaggio letterario si sono mossi per primi i formalisti operanti in Russia fin dagli anni dieci. Si tratta di una tendenza critica organizzata in circoli che si costituirono a Mosca e a Pietroburgo. Tra i personaggi principali che diedero vita alla teoria del “metodo formale” possiamo citare: Jackobson, Sklovskij, Tynjanov, Propp, studioso delle fiabe.
Il compito che si sono posti i formalisti non è valutare, ma spiegare com’è fatto un testo. Si adoperano a portare alla luce i “segreti di fabbricazione” cercando di vedere con quali “procedimenti” l’opera organizza i propri “materiali”. Il formalismo presenta indifferenza ai contenuti e ragiona con procedimento e materiali. Anche i formalisti assumono la nozione di “scarto”, di deviazione della norma: ma mentre nella stilistica si trattava dello scarto da parte di uno scrittore rispetto alla lingua, essi cercano di definire lo scarto intrinseco alla “letterarietà” in quanto tale (quindi comune a tutti i testi che rientrano nella categoria “letteratura”).
L’esigenza diventa quella di indicare in cosa consista “lo specifico” della letteratura. I formalisti affrontano la questione mediante la contrapposizione tra linguaggio letterario e linguaggio pratico: nel linguaggio letterario, la parola non è più mezzo ma fine a se stessa (i formalisti parlano in prevalenza di linguaggio “poetico” in quanto la distanza dal linguaggio comune è maggiore); il linguaggio pratico invece adopera le parole come mezzi per realizzare gli scopi della vita.
Gli scarti furono principalmente, il ritmo e la rima in poesia, e l’intreccio in narrativa. Si veda Osip Brik che ha distinto l’impulso ritmico dalla metrica in modo da poter avviare l’analisi del verso libero, in cui non c’è più una misura costante.
Formalisti russi
Viktor Borisovič Šklovskij
Parla di straniamento: Siccome il nostro modo di vedere le cose è reso ottuso dall’abitudine, per risvegliare la capacità di <
Vladimir Jakovlevič Propp
Un tentativo di osservare più da vicino le <
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