Antropologia culturale
Lezione 1 - 13.02
Studio della diversità culturale dell'essere umano. Gli uomini si dividono in base alle abitudini. Dall'800 circa, invece di fare congetture su quali fossero le usanze e credenze dei popoli, gli antropologi iniziano a fare osservazioni sul campo. Anche andare sul campo però presenta delle difficoltà per la comprensione delle usanze altrui, anche solo per le differenze linguistiche.
Esiste davvero l'identità? E l'alterità? Non ci sono piuttosto somiglianze e differenze? Le categorie di identità e alterità sono soprattutto un ostacolo nel conoscere l'altro.
Lezione 2 – 14.02
Erodoto potrebbe essere considerato il primo antropologo perché “tra il pensare e il viaggiare scelse di viaggiare”.
Esiste un'antropologia implicita e un'antropologia professionale: tutti gli esseri umani hanno un’idea sull’umanità. L’antropologia di professione nasce alla fine dell’800. Invece, l’uso implicito dell’antropologia implica le valutazioni sull’umanità che ognuno fa. Le nostre antropologie si nutrono anche di metafore (“ce l’hanno nel sangue”).
Chi nel passato ha avuto una sensibilità antropologica? Levi Strauss vede in Rousseau un antropologo. Retrodatando questa sensibilità antropologica, Erodoto potrebbe appunto essere considerato il primo antropologo in senso implicito. Ci sono autori nella Grecia classica con interesse scientifico verso l’esterno.
La scoperta della cultura in senso antropologico è moderna: in ogni angolo di mondo c’è cultura. Non si tratta di essere colti o ignoranti. Attenzione nei confronti degli altri: è la consapevolezza che per parlare dell’umanità non è sufficiente starsene a casa. Il viaggio è una conditio sine qua non per parlare dell’umanità.
La spinta verso l’esterno è pericolosa da un punto di vista epistemologico: la pluralità va controllata, classificata. La divisione in razze era stato un tentativo di classificazione, fallito. Erodoto non aveva questa ansia classificatoria ma compie riflessioni sul ruolo della cultura nell’umanità. I Greci sapevano che gli uomini sono diversi per questioni climatiche, non genetiche. Erodoto era interessato a come la cultura fosse determinante per l’umanità.
Erodoto descrive l’incontro dei Persiani con popoli indigeni e le loro differenze sui riti funerari. I Greci bruciavano i corpi mentre verso Oriente si trovava qualsiasi pratica funeraria, compreso l’endocannibalismo (mangiare i cadaveri) o l’inumazione. Erodoto riflette su quanto gli uomini restino ancorati alle proprie pratiche. Le ragioni dell’altro emergono. Il problema è che una volta capite le ragioni altrui, ognuno continua a seguire le proprie vecchie usanze.
Il riconoscere la diversità di pratiche non ha nulla a che fare con il relativismo etico: io capisco perché gli altri fanno certe cose ma posso non ammetterle nelle mie pratiche. Non è relativismo etico (tutto è uguale), è un prospettivismo sul mondo. La prospettiva mia e di un uomo con diversa cultura è diversa pure se siamo consapevoli delle ragioni altrui.
Si continua a mettere in atto le stesse pratiche ma in modo “laico”: si aderisce a principi senza restarne succube. L’antropologia culturale ha un ruolo importante perché si riconosce che le usanze sono cultura, frutto di consuetudini, non natura umana.
Montaigne riprende Erodoto nel concetto della forza della consuetudine. Quando la consuetudine smette di essere tale nel pensiero, diventa natura e ragione, concetti inaccettabili per un antropologo. È diverso attribuire le usanze alla natura e alla ragione, piuttosto che alla cultura. Ricondurre ciò che noi naturalizziamo alla sfera della cultura ci permette di argomentare meglio le nostre usanze. È attraverso l’incontro che le naturalizzazioni iniziano a scricchiolare. I prestiti dalle altre culture vengono dissimulati.
Ci sono due modi per rendere la cultura indiscutibile, per rendere immodificabile e non contestabile una cultura: la naturalizzazione (si fa così perché la natura, la biologia ce lo dice) e la sacralizzazione (Dio mi ha detto di fare così). Noi uomini siamo predisposti a naturalizzare e a fuggire il pensiero che le culture sono precarie.
Erodoto e Montaigne sono affascinati dalla pluralità ma non sanno come affrontarla, non classificano. Si inizia a classificare dalla fine dell’800 in Francia, nell’Impero britannico e in USA. In questi paesi nasce l’antropologia culturale. Perché queste tre nazioni?
- Francia: l’interesse scientifico nei confronti della diversità nasce sulla spinta delle idee illuministe. L’umanità è una, è rintracciabile in ogni angolo di mondo. L’illuminismo tedesco è molto lontano da questa idea: tiene in considerazione solo alcune zone del mondo. Nel 1799 viene costituita la Società degli osservatori dell’uomo. In epoca napoleonica c’è una chiusura di orizzonti e per molto tempo la Francia resterà in un programma nazionalista.
- Gran Bretagna: aveva sviluppato un enorme impero. L’interesse nei confronti degli altri viene incanalato in uno studio delle popolazioni facenti parte dell’impero. Gli inglesi colonizzavano attraverso il governo indiretto: non imponevano il sistema amministrativo britannico, lasciavano quello che trovavano nel momento in cui le autorità indigene collaboravano. L’antropologia sociale era funzionale all’impero per capire con che popoli si aveva a che fare.
- USA: la prima fase di formazione degli Stati Uniti è una fase di contrasto contro la popolazione nativa americana. Paradossalmente però i coloni americani si sentono diversi dagli europei proprio perché sentono di avere influenze derivanti proprio dai nativi. L’antropologia qui è antiquaria, a differenza della Gran Bretagna. È anche un’antropologia d’urgenza, di forme di umanità che stanno scomparendo. Gli antropologi americani percepiscono una perdita. I gruppi di nativi americani non sono ancora scomparsi.
Primi grandi antropologi sono americani: Morgan scrive nel 1851 la Lega degli Irochesi, un testo sui sistemi politici degli Irochesi. Erano divisi in tribù e in ogni tribù c’erano clan, gruppi di discendenza. Morgan descrive una forma democratica indigena facendo notare agli americani che non hanno molto da insegnare loro a proposito di democrazia. Morgan, dopo essersi appassionato di sistemi politici, inizia a interessarsi ai sistemi di parentela. Come gli altri organizzano le loro famiglie?
Noi abbiamo una concezione fortemente bilaterale di famiglia. Molte altre popolazioni concepiscono una unilinearità, soprattutto matrilinearità, in cui il figlio appartiene alla famiglia della madre (in genere ai maschi della famiglia). L’unilinearità permette di avere un antenato.
Lezione 3 – 20.02
La Germania produce un grande sapere sull’altro, rigorose descrizioni compiute durante viaggi. Perché non si sviluppa l’antropologia culturale in Germania? Non c’è un progetto politico alle spalle. Nei paesi in cui essa si sviluppa, le nazioni necessitavano in qualche modo di questo sapere. L’Italia è come la Germania.
Lo sviluppo del nazismo e del fascismo nel primo ventennio del ‘900 bloccano ulteriormente l’interesse nei confronti dell’altro. Dopo la seconda guerra mondiale c’è una ripresa di interesse nei confronti degli altri. A Bologna negli anni ‘60 si avrà la prima classe di antropologia culturale. Non basta però il progetto politico per costruire una disciplina, serve anche una teoria forte.
L’evoluzionismo permise di mettere ordine fra la molteplicità culturale. Charles Darwin nel 1859 scrive L’origine della specie. La riflessione sull’evoluzione comprende anche il concetto di eugenetica. L’aspetto di evoluzione casuale non è il modo in cui è stata trasmessa a fine ‘800 l’idea di evoluzione. L’evoluzione si sovrapponeva allora al concetto di progresso, che in realtà non c’entra nulla. Non si parlava di caso, fortuna evolutiva.
L’evoluzionismo dal mondo naturale viene portato sul livello culturale e sociale. Si diffonde l’idea che fra le culture umane è possibile rintracciare delle tappe evolutive. L’alterità culturale viene pensata lungo un vettore in cui ci sono gruppi umani a me coevi inseriti a un basso livello di evoluzione e altri a livello più alto dell’evoluzione culturale. Questo passaggio da piano biologico a piano culturale è indebito. Le culture evolvono ma non necessariamente verso il meglio, non per forza in modo adattivo.
I salti evolutivi sono stati compiuti grazie a modifiche genetiche casuali. Questa idea si basa sul concetto di evoluzione unilineare: l’umanità attraversa tutte le stesse tappe evolutive nell’ambito culturale. Quindi esistono, nella mentalità ottocentesca, gruppi umani più culturalmente evoluti e altri meno. Il vantaggio di un paradigma di questo tipo sarebbe la fortuna dell’antropologia. Se questa idea fosse vera il viaggio nello spazio diventerebbe un viaggio nel tempo: studiando popolazioni da noi ritenute meno evolute studiamo il passato di noi umani evoluti.
Il paradigma evoluzionista è ancora dentro di noi, la tendenza di mettere ordine fra cultura secondo una scala temporale. Questo modello non funziona perché gli antropologi hanno visto come le loro argomentazioni fossero solo congetture. L’unico criterio che regge alle prove delle argomentazioni è quello tecnologico. Se leggiamo la storia umana attraverso la tecnologia possiamo rintracciare linee evolutive unitarie.
Evoluzionisti ottocenteschi erano convinti che ci fosse anche una evoluzione dei costumi: prima matriarcalità, poi matrilinearità, poi patrilinearità e patriarcato. Oppure da politeismo a monoteismo. Eppure i pigmei dell’Africa centrale sono monogami e monoteisti. Ecco perché l’evoluzionismo unilineare crolla: se si esce dall’ambito tecnologico è difficile definire cosa è più evoluto e cosa lo è meno.
L’evoluzione esiste, è multilineare, non è necessariamente progresso. Gli antropologi dell’800 cercavano di vedere fra gli altri ciò che stanno cercando, ossia gli aspetti opposti rispetto a quelli conosciuti. E lo fanno senza fare osservazioni sul campo, fanno congetture su quello che questi “primitivi” pensano. Tutto il mondo primitivo dunque per loro è impregnato di animismo, dall’idea che tutti gli elementi della natura abbiano un’anima. Dopo l’animismo c’è l’evoluzione: l’idea che l’anima appartenga solo all’uomo. Tutto questo serve a mettere ordine nella diversità.
Tutti abbiamo questa tendenza a vedere gli altri comportamenti in una scala evolutiva. Noi occidentali la abbiamo in modo particolare perché siamo stati fino adesso i vincitori nel mondo. Concetto di cultura in antropologia culturale formulato da Tylor (antropologo ottocentesco studioso delle religioni) in Cultura primitiva nel 1871: insieme complesso che include conoscenza, credenze, arte, morale, diritto, religione o qualsiasi altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una comunità. Così intesa si può trovare cultura ovunque, in ogni angolo del mondo. Riempiamo il concetto di cultura: lingua, cibo, giochi, gesti, emozioni, musica, abbigliamento, rapporti di genere, morte, medicina, gerarchia sociale.
Lezione 4 – 21.02
L’antropologia nasce grazie a un panorama politico favorevole (Francia, Gran Bretagna e USA). L’antropologia va collocata anche all’interno di un paradigma scientifico. Nasce all’interno di un paradigma evoluzionistico: idea che tutte le società e le culture di tutte le epoche hanno percorso e stanno percorrendo le stesse tappe evolutive. Tentativo di trasportare evoluzione biologica all’interno dell’evoluzione delle culture. Una cultura evolve, è vero, nel senso che si trasforma, ma non sempre in direzione di una maggiore adattabilità.
L’antropologia attuale non prende le distanze dall’evoluzionismo darwiniano né dall’idea che le culture cambino. Viene messo in discussione l’evoluzionismo unilineare. L’evoluzionismo unilineare non sta in piedi come teoria perché è una congettura e in molti aspetti culturali non è possibile fare gerarchie evolutive. Quando si parla di tecnologia è semplice ordinare in modo gerarchico, ma è quasi l’unico aspetto in cui è possibile fare questa classificazione.
Magia, religione e scienza erano considerate tappe diverse della conoscenza umana. Invece esse coesistono in ogni società, non sono su diversi livelli temporali. Riconoscere la scienza degli altri è difficile (i pigmei hanno una cultura botanica immensa e studiano il modo in cui impiegare le piante a fini medici tramite esperimenti e osservazioni). Se vogliamo definire i confini di una nuova disciplina, bisogna darsi un metodo.
Questo accade fra ‘800 e ‘900 ad opera di Franz Boas, tedesco statunitense, che si rende conto che l’evoluzionismo unilineare non regge. Scrive un saggio nel 1896 sugli Inuit. Le comparazioni antropologiche erano fatte su scala mondiale. Boas dice che le comparazioni devono essere accantonate in antropologia per un po’. Bisogna prima saperne un po’ di più. Boas quindi studia una sola cultura per tutta la vita, quella di nativi americani che vivevano intorno alla città attuale di Vancouver, i Kwakiutl.
Boas studia un rito in cui in un falò vengono bruciati oggetti funzionanti (il potlach). Si chiede che cosa le persone locali pensano di stare facendo. I Kwakiutl sono una società acefala e in essa ogni tanto emerge un capo. La persona che si propone come capo brucia coperte e canoe per dimostrare la sua ricchezza che lo porta addirittura a distruggere oggetti fondamentali. Il falò serve per dimostrare la propria potenza e ricchezza. La lezione di Boas è quella di cogliere il punto di vista del nativo.
Il mondo è visto attraverso varie prospettive. Bisogna capire quali sono. Limitarsi ai fatti non basta perché essi vengono letti sempre dal proprio punto di vista. L’antropologo deve come prima cosa capire cosa succede quando viene messa in atto una certa pratica. Una volta che capisci come funziona un fatto ti accorgi che quel fatto è radicato all’interno di una ragnatela di significati. Non si può intervenire sfidando la ragnatela. Riflettendo sugli altri si finisce poi per riflettere sulla propria cultura. Ci si vede con tutte le proprie contraddizioni.
Lezione 5 – 23.02
Le società non attraversano gli stessi gradi di sviluppo e non si muovono in modo compatto con la loro cultura, le loro tecnologie... L’antropologia prende le distanze dall’evoluzionismo sociale evitando le gerarchizzazioni: gerarchizzare su una scala di valore, o ritenere qualche costume ragionevole secondo natura, e altri costumi irragionevoli o irrazionali secondo natura.
Boas rifonda l’antropologia statunitense, partendo dalla Columbia University e dal Museo di storia naturale di New York, fonda un rigore metodologico per cui si diventa specialisti della propria area (nel nostro caso ci sono divisioni territoriali, ci sono africanisti, oceanisti ad esempio) questo perché gli antropologi diventano specialisti di certe dinamiche. Essere antropologi vuol dire capire la complessità del reale.
Boas sarà particolarmente ostile agli evoluzionisti, perché negli Stati Uniti l’evoluzionismo prende forma anche nei suoi aspetti peggiori, c’era un’idea molto forte, Boas si oppone a questo, nel 1911 scriverà il primo grande manifesto contro il razzismo, rifiutando il determinismo biologico sul comportamento.
Altro antropologo che rivoluzionerà l’antropologia culturale è Malinowsky, molto più noto, lui è britannico di origine polacca, vuole diventare “il Conrad dell’antropologia”. Studia a Londra, e a differenza di Boas che si perderà in una serie di articoli scientifici estremamente rigorosi, scriverà il capolavoro dell’antropologia culturale Argonauti del Pacifico occidentale nel 1922, allo scoppio della seconda guerra mondiale si trova in Australia, come austro ungarico è un nemico, i colleghi australiani lo aiutano a scappare e lui riesce a fare quello che voleva fare da tempo: va a vivere con i selvaggi nelle Isole Trobiand nell’Oceano Pacifico, poco sopra lo stretto di Torres dove l’Università di Cambridge aveva svolto delle ricerche di tipo naturalistico (a differenza di Boas che studia i selvaggi da casa sua).
Resta un anno, torna prima in Australia poi a Londra, poi ci ritorna ancora. Malinowsky vive con loro, non è una banalità, vivere con vuol dire entrare nella loro vita, l’antropologia culturale è caratterizzata dall’immersione etnografica, rispondere a domande ampie partendo da un ambito specifico: Malinowsky non studia le isole Trobian, non è questo l’importante, è importante ad esempio studiare cos’è l’amore, lui spiega come funziona le relazioni amorose tra questi selvaggi.
Il libro di Malinowsky racconta lo scambio cerimoniale kula tra conchiglie rosse e bianche, dietro questo scambio cerimoniale c’è tutta la società dei selvaggi, determinava il valore di legame, stabilisce le donne da scambiare, le punizioni da infliggere. Questo testo rivoluzionerà il modo di pensare gli altri, e anche il modo di fare economia, perché testimonia un metodo: per studiare gli altri è necessario vivere con loro.
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