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Riti di iniziazione - Antropologi, stoici e finti immortali

Prologo

Leggere insieme le tematiche, fornire esempi che possono far capire meglio e cogliere quelle coordinate, quei fili conduttori che possono essere utili allo studio dell’esame. Non trascurare il prologo e l’epilogo. Il prologo e specialmente l'epilogo contengono qualcosa che vi permette di leggere, di capire anche il testo.

Schema introduttivo

Pagina 10, schema che ripercorre le strade battute dall’antropologia in 4 lettere: A, B, C, D. Queste corrispondono ai 4 capitoli del testo che hanno un titolo specifico ma praticamente sono queste le tematiche che voi dovete tenere conto per la lettura dei capitoli di questo libro che sono 4. Nell'antropologia culturale non sono più ovvi questi 4 punti perché sono stati messi in discussione dagli stessi antropologi, quindi gli attacchi non arrivano da fuori ma dall’interno.

La riflessione dell'antropologia

Detto da Geertz, gli antropologi soffrono di un ipocondrismo epistemologico cioè pensano sempre di fare le cose male perché (dice sempre Geertz) se volevamo delle verità familiari dovevamo starcene a casa. Gli antropologi sono soggetti alle perturbazioni dell'interculturalità, della trasversalità fra culture, è ovvio che poi dopo un po’ non ci raccapezziamo più perché i nostri concetti viaggiando per il mondo non sempre funzionano, si parte con dei concetti e si arriva con dei concetti o molto logori o molto modificati oppure li abbiamo buttati via per strada perché pensavamo che non servivano a niente, ci eravamo illusi che andare lì con quel concetto potesse servire. L’antropologia è una disciplina che riflette molto sul suo statuto epistemologico (cosa facciamo? perché lo facciamo? perché non riusciamo a far qualcosa?) e questo è frutto di una scelta, quella di porre la dimensione del viaggio precedente a quella del pensare. La transcultura, cioè l'attraversamento culturale, crea disordini.

I quattro punti fondamentali

  • Primo punto: le etnografie sono spesso e da lungo tempo esperienze di immersione che accrescono la comprensione del mondo, meglio quando sono teoricamente armate.

Tutti gli antropologi sono studiosi di un angolo di mondo, io mi occupo di Congo, Africa centrale. Delle popolazioni di lingua sudanese orientale in un angolino nella Repubblica democratica del Congo, dei Medje-Mangbetu. Io non studio i Mangbetu, io studio fra i Mangbetu. Mi interrogo su domande che tutti gli uomini si pongono (Chi siamo? Perché mangiamo? In cosa crediamo? Perché abbiamo una sola moglie o ne abbiamo quattro? Perché abbiamo solo un marito e non ne abbiamo due? Perché i figli appartengono alla famiglia della mamma e non alla famiglia del papà?) tutta una serie di aspetti che rimandano a delle domande generali che gli antropologi declinano. Quindi studiare un ambito specifico di una cultura umana deve essere inserito in un contesto molto più ampio, comparativo.

Nella storia della disciplina a un certo punto ci sono state delle scuole di pensiero che hanno messo in dubbio il valore conoscitivo dell'etnografia sotto tanti punti di vista anche con degli interrogativi legittimi come: "ma perché tu parli dei Mangbetu? Perché parli tu al loro posto? Qual è la tua autorevolezza? E poi per il solo fatto che tu sei stato lì, allora puoi parlare a nome di, mentre chi non c’è stato non può parlare? Vuol dire che l'esperienza ha un aspetto così fondativo?" Viene dato un valore molto forte all'esperienza però in un certo senso l'esperienza racchiude tutta la sapienza.

A fronte di tutte queste cose ci sono antropologi che hanno scelto di non andare più sul campo, di non dare questa centralità all’etnografia, alla dimensione del viaggio, per parlare degli altri con degli effetti da una parte salutari ma per altri molto bizzarri, sono esercizi letterali come la retorica. Una serie di dubbi su cosa è l’etnografia. Ribadisco tanto il fatto che l’etnografia è importante perché affianco a una svalutazione dell’etnografia si è assistito a un suo impoverimento.

Io diffido sempre di chi parla delle cose semplicemente perché le ha viste in una settimana, non perché l’etnografia è un discorso di autorevolezza, ma perché la comprensione dei modi umani presuppone un’immersione quindi vuol dire che chi ha un’immersione breve e istantanea in realtà non capisce nulla, riporta una serie di pregiudizi su quella realtà. L’etnografia è a mio parere una questione molto seria da non mistificare ma il permanere lungamente, quella che viene chiamata la "curvatura dell'esperienza dell’etnografo" è a mio parere un metodo d'indagine, non sarà l’unico, ma se uno decide di fare l'antropologo deve per forza perdurare lungamente su un terreno di ricerca.

Che cosa vuol dire vivere con? Immergersi in un mondo? Vuol dire imparare la lingua, ad esempio e anche imparare una cosa molto importante: le persone dicono di fare una cosa ma ne fanno un’altra. Se qualcuno viene in Italia a studiare il sistema tributario a maggio e vedono che tutti corrono dal commercialista e chiedono "ma cosa fate?" e gli altri rispondono "eh paghiamo le tasse, nessuno escluso, in base a quello che guadagni paghi", poi torna a casa e scrive un libro sul sistema tributario italiano e riporta l’aspetto normativo cioè ciò che la gente dice di fare, non riporta ciò che fanno realmente. Quindi la permanenza garantisce una possibilità di comprensione più profonda. Nel punto A e nel primo capitolo si parla di questa immersione degli etnografi che parlano dell'etnografia come una sorta di rito di iniziazione. Le immersioni etnografiche accrescono la comprensione del mondo.

  • Secondo punto: somiglianze e differenze socioculturali meritano considerazioni di ordine comparativo.

Con la tua ricerca su una cultura di un solo specifico popolo non puoi pensare di aver scritto qualcosa di significativo dal punto di vista intellettuale. Il tuo sapere deve essere messo in connessione con altri saperi etnografici all’interno di quadri comparativi. L’etnografia va inserita in quadri comparativi (es. che cosa si fa qui a Sesto San Giovanni in relazione a quello che si fa a Milano, Bergamo e Brescia e magari in relazione a quello che avviene in un altro contesto postindustriale? Cosa si fa in un'altra città, che cosa è diventato un quartiere postindustriale universitario di Barcellona? È possibile compararlo con Sesto San Giovanni?).

Inserire il proprio studio particolare all’interno di connessioni e accettare sempre una trasversalità. Non tutte le connessioni sono sensate, alcune sono davvero rischiose perché si basano su delle congetture su cose che magari si assomigliano casualmente ma non si sa bene perché si assomigliano; bisogna dimostrare le comparazioni dal punto di vista metodologico.

(All’inizio dei tempi l'essere umano era matriarcale perché si sa che quando partoriscono, l'uomo maschio è un tipo misterioso, un ominide che riconosceva la proprietà dei bambini alla madre. Freud e altri dicono esattamente il contrario, dicono che all’inizio dei tempi c’era un padre padrone che teneva le donne tutte per sé, non le distribuiva nemmeno ai figli, poi i figli uccidono il padre per avere accesso alle donne ma subito dopo mossi dal rimorso, santificano la figura del padre e decidono di non unirsi mai più con le donne del proprio gruppo e vanno a cercare le donne altrove. Freud con una storiella ci dimostra l'invenzione del totemismo, dell'esogamia, del complesso di edipo, tutto all'interno di una storia. Ha ragione Freud? Eravamo tutti matriarcali o patriarcali? Ecco queste sono congetture che non hanno nessun effetto sulla storia dell'antropologia.)

  • Terzo punto: le trasformazioni storiche delle società, delle istituzioni e dei tratti culturali, nonché le congiunture e le convergenze della contemporaneità sono degne di analisi antropologiche rigorose.

Questo significa che la cultura non sta mai ferma, non è statica, si trasforma in continuazione, le trasformazioni storiche diventano estremamente importanti, se si deve dar conto della cultura, è bene seguire le trasformazioni storiche. Quindi essere disposti a riconoscere che la cultura è soggetta a continue trasformazioni storiche e ogni osservazione va inserita in un contesto specifico; nel momento in cui ci occupiamo degli altri siamo meno disposti ad attribuirgli storicità e quindi è più semplice dire "i Dogon pensano..”. La sottrazione della dimensione della storia si chiama allocronismo, abbiamo un atteggiamento allocronico nei confronti degli altri, li estrapoliamo dalla storia, è un aspetto estremamente deleterio del modo di vedere le società e le culture che vanno, invece, sempre inserite all'interno di un contesto storico.

  • Quarto punto: le ipotesi esplicative di più ampio respiro (forme controllate di generalizzazioni) rappresentano rischi accettabili di cui non vergognarsi, a patto di non esagerare.

Tutte le volte che gli antropologi hanno provato a rintracciare leggi generali sono rimasti scottati perché c’è sempre qualcuno al mondo che fa diverso quindi è difficile ipotizzare una legge del comportamento, allo stesso tempo però in relazione a certi ambiti della cultura ad esempio la parentela, c’è un'arte combinatoria, ci sono dei principi che valgono ovunque e dei criteri che possono essere applicati o non applicati a seconda dei casi. Quindi è possibile generalizzare per esempio la “poliandria”, il fatto che una donna abbia più mariti è strettamente connesso all'altitudine, più si va in alto più è facile trovare donne con più mariti (che non fratelli) perché ad altitudini elevate ci sono poche terre da coltivare quindi per non disperdere la proprietà, si decide di non dividerla tra i tanti figli ognuno con le proprie famiglie, ma di creare un’unica famiglia che sarà sicuramente più limitata nel numero.

È gratificante per una disciplina trovare leggi generali, ma bisogna fare attenzione all’eccessiva generalizzazione o a quelle azzardate. Non si può pensare in termini di universalità, ma sempre di semiuniversalità anche quando si riesce a trovare una sorta di legge generale perché è difficile trovare una legge davvero applicabile come una scienza esatta. Questo però non deve essere un motivo per non cercare più di tracciare delle generalizzazioni, perché individuare elementi che ricorrono in diverse società permette comunque di accrescere il sapere e nell'ultima parte del testo cercherò di avanzare ipotesi di discorsi generali sui riti di iniziazione perché questi quattro punti: etnografia, comparazione, trasformazioni storiche e generalizzazione, sono riti di iniziazione che in un certo senso sono un pretesto per parlare dell’antropologia.

Conclusione sul quarto capitolo

Il quarto capitolo finisce con la riflessione che hanno fatto tanti antropologi sul perché nei riti di iniziazione è sempre presente il dolore. Perché per diventare adulti bisogna soffrire? Nei riti di iniziazione un adulto che ti vuole bene (tuo padre, tua madre, tua zia..) ti taglia il clitoride o la pelle sul glande o ti apre la schiena con gli aghi delle foglie di bambù, con pietre dei fiumi che lacerano la pelle. Perché questo dolore? Perché in tutto il mondo i riti di iniziazione sono pieni di dolore?

Il quarto capitolo è pieno di domande molto ampie e molto rischiose perché le risposte che si danno possono essere solo ipotesi. Gli antropologi hanno dato tante risposte, anch'io ne do una ma non pretendo che la mia sia giusta, però come antropologi non possiamo esimerci dal porci delle domande di ordine generale sugli esseri umani. Perché riti di iniziazione? Vorrei che restassero un pretesto per ribadire alcuni punti fermi dell’antropologia culturale. Etnografia, comparazione, trasformazione e generalizzazione.

Troverete pochi riti di iniziazione femminile perché quelli maschili sono più soggetti a ritualità pubblica rispetto a quelli per le femmine che prediligono invece la sfera privata quindi non si hanno riti pubblici, ma molto intimi, spesso fatti all'interno dell'abitazione, poco manifesti, c'è un pudore generale. Il maschio tende più ad un’esteriorità, pensate alle docce tra i maschi quando si guardano i genitali tra loro, prendono le misure. Sono terrorizzati da questa arena pubblica in cui bisogna sbattere i propri genitali. Inoltre le femmine sanno quando diventano donne perché hanno il menarca che implica la possibilità biologica della maternità, una serie di cose per cui è facile che nelle società ci siano delle riflessioni sulla propria femminilità. Per i maschi invece è molto più complicato, non si capisce cosa succede, quando succede e se quel quanto che è successo è sufficiente per dire di essere diventati maschi. E allora cosa fanno le società? I maschi sono patetici e nei riti di iniziazione emerge questo, ed emerge il tema della finzione, gli adulti dicono ai bambini che nei campi di iniziazione ci saranno dei mostri che mangiano i bambini e poi li rivomitano e i bambini si terrorizzano ovviamente, poi arrivano lì e trovano un adulto che fa girare un rombo (uno strumento musicale) che sembra il suono terrificante di un mostro però questo papà, questo zio gli dice "no, guarda non esiste niente però adesso che torniamo al villaggio non devi dire ai bambini piccoli che è tutta una messa in scena." La finzione, noi fingiamo in continuazione, nella quotidianità fingiamo perché la vita umana è fatta di finzione, siamo semplicemente umani.

Questione del rituale

Nessun libro/manuale descrive chiaramente cosa sia un rituale perché rito o rituale è un concetto troppo vago che viene usato in modo vago e che gli antropologi gli storici delle religioni non sono riusciti a chiudere in una definizione fissa. Es. tribù si usa nel senso comune per dire un gruppo di persone (altrove) che si organizzano in tribù, in realtà tribù è un termine tecnico che si rifà ad un gruppo di persone che riconosce una solidarietà e che si basa su un sistema di parentela unilineare, noi non abbiamo una tribù perché non abbiamo antenati anzi ne abbiamo troppi, quindi non usiamo il principio agnatico. Una tribù quindi è un gruppo di individui che agisce politicamente.

In termini generali si può dire che un rituale è un’azione standardizzata e ripetitiva però anche prendere la metro ogni giorno è la ripetizione di un’azione eppure non possiamo dire che rappresenta una forma di rituale. I riti sono standardizzati ma non basta che ci sia un’azione standardizzata, ripetitiva per avere un rituale. Di solito il rito ha a che fare con la dimensione del sacro, sovrannaturale, forse è meglio dire che il rito mette in relazione diversi piani dell’esistenza. I riti solitamente sono trasformativi. Vengono trasformati il singolo e il gruppo. Il battesimo mette in gioco una trasformazione ontologica dell'individuo.

Levi Strauss in un suo libro “Antropologia strutturale”, in un saggio di poche pagine fa capire l’aspetto trasformativo del rituale. Levi Strauss ha fatto ricerche in Brasile, tra i gruppi dell'Amazzonia ma utilizzava le etnografie degli altri per scrivere i suoi libri. Anche in questo caso legge i resoconti di un collega che nella Repubblica di Panama, a Cuna, raccoglie un lungo incantesimo, un testo di 18 pagine con 537 versetti in cui si racconta di un’azione rituale da parte di uno sciamano (Nele) nei confronti di una donna che fa fatica a partorire. Partorire non è facile per alcune donne e la levatrice non riesce ad aiutare, a favorire la dilatazione.

Quella è una fase piena di dolori, la levatrice fa intervenire allora lo sciamano, il quale fa un incantesimo, enuncia delle frasi, è un canto ma è un vero e proprio rituale. Lo sciamano si mette sotto l’amaca dove è coricata la donna e incomincia a costruire delle statuette, diventano i suoi assistenti perché se la donna sta così male per lo sciamano la causa è dovuta a un fatto ben preciso, cioè che Muu, la forza vitale responsabile della formazione e dello sviluppo del feto, una personificazione di qualcosa che è dentro il corpo della donna, è andata oltre le sue attribuzioni, ha esagerato e si è impadronita della situazione a tal punto che ha rubato l'anima della partoriente, Purba. Muu non è cattiva, semplicemente ha esagerato e allora bisogna andare a cercare Muu e convincerla a restituire l'anima alla partoriente. Ora il culto dell’anima in Sud America è molto diffuso. Bisogna andare a trovare Muu senza farle male però, bisogna procurare un attacco indiscriminato. Bisogna andare da Muu e a quel punto lo sciamano assistito da queste statuette s'incammina verso la dimora di Muu che è dentro la vagina della donna, nell’utero. Lo sciamano ha i suoi assistenti queste statuette che in realtà non entrano dentro la vagina, ma è come se entrassero. Ne prepara tante copie fino ad arrivare a 8 statuette e a quel punto mette in scena la loro entrata all’interno di un mondo infernale, che è l'interno della vagina di una donna partoriente, nel senso che se questa donna ha davvero dolori tali per cui la levatrice non riesce a portare a termine il suo compito allora vuol dire che la situazione è molto complicata e quindi il quadro va reso narrabile all’interno di un linguaggio comprensibile. Allora comincia la lotta tra queste statuette e le forze del male che abitano la vagina (animali: tigri legate con le catene e la strada che conduce verso la dimora di Muu è una strada infernale). Lo sciamano e i suoi assistenti dev

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alicetta.97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Allovio Stefano.
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