Misurazione Operazione che consiste nel confrontare una grandezza con la conveniente
unità standard, allo scopo di determinarne il valore.
Performance Serie di risultati conseguiti mediante una determinata linea di condotta in
economia.
Il concetto di performance è poliedrico, sfaccettato, multi/interdisciplinare, in quanto assume
accezioni differenti in differenti contesti, anche all’interno dei confini organizzativi.
Un’impresa/organizzazione performante è quella che riesce efficacemente a raggiungere i suoi
obiettivi.
L’aggettivo “performante” esprime l’attitudine, la capacità a perseguire gli obiettivi
organizzativi.
Quando parliamo di performance dobbiamo considerare 3 dimensioni:
Efficacia: capacità di conseguire gli obiettivi
Efficienza: esprime l’attitudine a massimizzare il rapporto tra output e input
Economicità: esprime l’attitudine ad acquisire gli input alle condizioni più favorevoli
Finalità “classiche” di misurazione della performance
A fronte di una generale finalità di conseguimento e mantenimento di un vantaggio
competitivo sostenibile, le tre fondamentali finalità per la misurazione delle performance
organizzative sono:
- Decisorie: Supporto alle decisioni (budget, report, ecc…), deve essere in grado di far arrivare
dati in tempi brevi;
- Coordinamento e focalizzazione dell’attenzione manageriale: Funzione di armonizzare le
unità organizzative
- Controllo:
Ex Ante: Programmare
Ex Post: Verificare, Ispezionare (ciò che ho misurato nell’ex ante)
In generale, le misure di performance sono parametri che permettono di rilevare
quantitativamente o qualitativamente la performance di un processo, di un’area organizzativa,
di un bene, di un dipendente, di un impianto ecc…
Tradizionalmente, le imprese hanno concentrato gli sforzi di rilevazione sulle misure di
performance legate alla dimensione economico-finanziaria che ha però determinato alcuni
effetti negativi tra cui:
- L’orientamento al breve termine (Roi=RO/CI = R-CT/CI)
(I manager cercano di abbattere tutti quei costi che rendono un’azienda competitiva rispetto
alla concorrenza. Per esempio costi d’innovazione, di sviluppo delle risorse e dei processi
ecc…).
- La mancanza di pensiero strategico, con conseguente mancanza d’informazioni sulla qualità,
reattività e flessibilità, le preferenze dei consumatori e della dinamica competitiva delle imprese
concorrenti.
(E’ necessario aggiungere altri indicatori strategici che consentono di essere più competitivi
rispetto alla concorrenza. Ex. fedeltà del cliente, inimitabilità del prodotto, quota di mercato
posseduta dall’impresa ecc…)
- L’incoraggiamento nei confronti dei manager di minimizzare la variazione dagli standard,
invece di incoraggiare il miglioramento continuo.
(Lo standard rimane fisso non viene aggiornato e l’impresa è possibile che continui a
perseguire quello standard prefissato che invece ormai è superato perché rispetto ai
competitor è più basso).
- La mancanza di collegamento con l’apprendimento e lo sviluppo organizzativo.
(Ragionare solo in termini economici e finanziari è deleterio per quello che è l’autoanalisi
dell’impresa, cioè di apprendere dai propri errori.)
STORIA: (Da dove nasce questa fissazione sulla dimensione economico-finanziaria?)
La focalizzazione sulla dimensione economico-finanziaria nasce dall’ossessione per i risultati a
breve termine per garantire una profittabilità netta a breve termine dell’impresa.
Questa focalizzazione nasce dai business americani che abbiamo poi importato nelle nostre
imprese (l’importante è creare valore per l’azionista). C’è un altro fattore storico molto
importante che è legato all’ascesa della produzione di massa: il modello (primi del ‘900 fino
agli anni ’70).
Caratteristiche della produzione di massa è che i prodotti essendo di massa sono
standardizzati (tutti uguali) e quindi si punta sull’efficienza sia nell’uso di materiali che
nell’utilizzo di manodopera.
La produzione di massa entra in crisi (con la grande crisi petrolifera) a fine degli anni ’70.
La competizione tra le aziende si inasprisce e diventa più difficile competere sul mercato e
garantire la profittabilità.
Grazie alla produzione snella in Giappone che avanza, il pilastro diventa la qualità e la
soddisfazione del cliente, andare su piccoli lotti sia nella concezione del prodotto, che nella
concezione del cliente e del rapporto con i fornitori.
Ciò significa tenere sotto controllo tutta la filiera dalla quale dipende la qualità totale. Occorre
quindi che le misurazioni di performance aiutino ad individuare le criticità di ogni area e si
comincia a preoccuparsi di altri parametri, altri indicatori, che vanno affiancati a quelli
economico finanziari.
Viene meno l’ossessione per la dimensione economico finanziaria e diventa necessario
occuparsi di altri indicatori di salute dell’impresa (fattori qualitativi e non solo quantitativi).
Nelle aziende ben gestite, il profitto deriva dall’eccellenza in ogni area aziendale.
Occorre che le misurazioni di performance aiutino a individuare le criticità in ogni area.
Infatti le imprese che vengono definite eccellenti sono quelle che ricorrono ad indicatori di
performance eterogenei, quali qualitativi mentre le imprese cosi dette low performer sono
quelle concentrate prevalentemente su misurazioni ed indicatori quantitativi economico
finanziari.
Non si può rinunciare a questi indicatori (economico-finanziari) per migliorare l’innovazione, la
ricerca e sviluppo, ecc. ma bisogna imparare a gestirli arricchendo il quadro di indicatori
economico-finanziari con indicatori quali-quantitativi, tecnici, commerciali, di qualità, di
soddisfazione del cliente, ecc.
Per il management il problema è andare a regolare gli aspetti di standardizzazione con aspetti
d’innovazione: da una parte le imprese devono infatti garantire efficienza, ma non si può
sempre e solo innovare in quanto l’innovazione a un certo punto deve garantire uno sbocco
nel mercato. Bisogna quindi rendere profittevoli le innovazioni.
L’innovazione è l’attività più rischiosa dell’impresa in quanto è una attività che va a lungo
raggio.
In questo contesto parliamo di imprese ambidestre: imprese cioè che standardizzano ciò che si
può standardizzare mentre per quelle aree che richiedono uno sforzo inventivo/innovativo
incentivano altri tipi di indicatori. Bisogna quindi regolare l’attenzione tra standardizzazione (in
quanto è giusto farlo per quanto possibile) ma bisogna altresì innovare i servizi: le due cose
devono convivere.
L’attività del management (della direzione d’impresa) si divide in due grandi tipi di attività e
decisioni:
- Attività e decisioni operative Sono tutte quelle decisioni che riguardano la gestione
corrente dell’impresa.
(Es. Produzione, organizzazione, logistica, approvvigionamenti, ricerca e sviluppo,
amministrazione , marketing operativo e project management…)
Esse sono decisioni di breve termine
- Attività e decisioni strategiche Sono decisioni di lungo termine, sono decisioni corporate
quindi di competenza dell’alta direzione ed hanno un grado elevato d’irreversibilità, tornare
indietro nel tempo implica dei costi molto elevati.
(Es. Integrazione verticale, alleanze strategiche, uscire da mercati ed entrare in mercati nuovi
ecc…)
Esiste interazione tra le due decisioni. Questa interazione da luogo a una serie di risultati di
diversa natura:
- Economico finanziario
MC= (p-cv)
TC= (p-cv)/p
R.O.; R.N.; ROI; ROE
- Competitivi (Quota di mercato, fedeltà del cliente, qualità)
- Sociali (Legittimazione; impatto ambientale; CSR)
- Sviluppo (Quantitativo, qualitativo, HR, R&S, innovazione creativa)
Il ruolo del controllo direzionale e strategico è quello di misurare queste variabili quali-
quantitative, questi risultati e di condividerli con l’alta direzione.
Sulla base del lavoro del controllo effettuato poi l’alta direzione prende le sue decisioni.
Questa attività di misurazione delle performance è un momento importante per
l’apprendimento dell’azienda sia per venire a conoscenza dei successi che degli insuccessi.
L’azienda deve imparare dagli errori ed è importante sbagliare per migliorare, rielaborare
l’errore, utilizzarlo come processo di apprendimento strategico organizzativo e motivazionale.
Fenomeni diversi richiedono misurazioni diverse.
In generale abbiamo tre tipologie di misurazioni in funzione dell’oggetto che s’intende
misurare:
- Misure di risultato Tali misure dovrebbero poter essere espresse in termini quantitativi e
nella stessa unità di misura degli obiettivi.
Il vantaggio di queste misure è proprio quello di collegare l’obiettivo alla quantità che si
intende misurare.
Si può definire un risultato operativo in termini monetari e poi si può verificare se quel
risultato netto in termini monetari è stato raggiunto. L’unità di misura di questa categoria è la
moneta.
Talvolta, però non è possibile determinare direttamente una misura quantitativa di risultato per
una performance. Quindi ci si affida a degli indicatori di tipo proxy (ovvero surrogati) che
permettono di apprezzare quantitativamente e significativamente l’entità della performance che
intendiamo misurare.
Le condizioni che favoriscono un efficace impiego di tali misure sono:
1. Le organizzazioni devono essere in grado di determinare quali sono i risultati obiettivi
desiderati;
2. I dipendenti devono poter influire sostanzialmente sui risultati delle loro attività (le misure
devono essere controllabili).
Deve esserci un collegamento stretto tra l’obiettivo e la responsabilità di chi è chiamato a
conseguirlo. Non si possono assegnare obiettivi a persone che non hanno le leve per
raggiungere quegli obiettivi.
3. L’impresa deve poter misurare efficacemente le performance oggetto di analisi.
- Misure di processo Tendenzialmente sono misure di efficienza. Tali misure sono orientate
ai mezzi, alle attività, mentre le misure di risultato sono orientate ai fini.
La misurazione dei processi si basa sull’ipotesi per cui la massimizzazione dell’efficienza dei
processi permette la massimizzazione dei risultati che deriva da quei processi.
Non c’è sempre un nesso di casualità tra l’efficienza dei processi e i risultati ottenuti.
Effetti distorsivi delle misure di processo:
Le misure di processo possono determinare situazioni in cui a fronte di un miglioramento delle
misure di processo, il risultato conseguito non migliori, o addirittura peggiori.
Per ridurre tali effetti distorsivi, le misure di processo sono normalmente affiancate a misure di
risultato.
Una particolare misura di processo è la produttività dei fattori della produzione che esprime il
rapporto tra quantità di output (prodotti e/o servizi ottenuti) e quantità di input di fattori.
Un valore di riferimento per la misura della produttività è rappresentato dal rendimento atteso,
ovvero dal prodotto tra output ottenuto e lo standard unitario di produttività.
- Misure di efficacia sociale La misurazione di questa classe di indicatori appare sempre più
frequente e imprescindibile da parte delle organizzazioni che intendono perseguire una
Corporate Social Responsability
strategia orientata alla responsabilità sociale dell’impresa ( ).
Corporate Social Responsability (CSR) Considera quali portatori di interesse (stakeholder)
dell’impresa non solo gli investitori dell’impresa, ma anche una compagine di altre categorie,
tra cui: i dipendenti, i fornitori, i clienti, le imprese concorrenti, le associazioni di categoria, le
istituzioni finanziarie, gli enti locali, il governo nazionale, ecc…
L’impresa irresponsabile è quella che, al di là degli obblighi di legge, suppone di
L. Gallino “
non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, né all’opinione pubblica in merito
alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle proprie attività ”.
CONTROLLO MANAGERIALE
Il controllo manageriale è il processo con cui i manager influenzano gli altri
R. Anthony
membri dell’organizzazione al fine di implementare nuove strategie dell’organizzazione .
I sistemi di controllo manageriale sono le procedure e prassi formali, incentrate
R. Simons
sull’informazione, che i adottano per mantenere o modificare i modelli nelle attività
manager
organizzative.
I LIVELLI DEL CONTROLLO
- Controllo strategico Si riferisce al processo che crea informazioni per l’alta direzione.
Verifica se determinate strategia si stanno implementando rispetto all’idea di partenza, (a livello
corporate vi è un feedback per quanto riguarda l’efficacia delle decisioni di lungo termine).
- Controllo direzionale gestionale Si interessa, fornisce sistemi di informazioni, per l’area
manageriale che è immediatamente sotto il corporate/ l’alta direzione. Se è un’organizzazione
multi divisionale, sotto al corporate si hanno le divisioni (divisioni di prodotto o per area
geografica).
- Controllo operativo Controllo di attività delle singole funzioni (monitora le operazioni
correnti).
Il lavoro del controller è strettamente associato a quella che è la struttura organizzativa di un’
azienda.
Inoltre bisogna sempre tenere in mente la struttura organizzativa su cui poi si innesta il
controllo strategico, dal quale non può prescindere.
La struttura plurifunzionale (non esistono le divisioni)
Se si tratta di una struttura plurifunzionale sotto la direzione generale vi sono i diversi
dipartimenti dunque:
Il controllo strategico accentra la propria attenzione sulle scelte e sull’operato della direzione
generale che fa da feedback alle scelte della stessa direzione.
Il controllo direzionale, in questo caso, punta l’attenzione sui manager funzionali che sono
manager specialisti a capo dei dipartimenti funzionali. Esso viaggia in parallelo al disegno
organizzativo e si sovrappone alla sua logica.
Il controllo operativo ‘valuta’ le diverse operazioni.
Per questo si avranno tanti report sulle diverse operazioni che vengono effettuate a livello di
unità organizzativa a seconda della complessità dell’azienda.
La struttura multi divisionale
Nella struttura multi divisionale, sia essa per prodotto o per area geografica oppure entrambe
(perché si possono avere casi in cui si hanno divisioni contestualmente per prodotto e per area
geografica):
Il controllo strategico chiama in causa tutte le unità organizzative che fanno parte del quartiere
generale.
Il controllo direzionale è focalizzato sulle performance delle divisioni (le divisioni possono
essere definiti come quasi-imprese. Per questo i manager divisionali sono responsabilizzati o
per profitto o per investimento, quindi manovrano delle leve delicate, si trovano a capo di
centri di responsabilità qui il controller deve trovare degli indicatori coerenti col tipo di
responsabilità). La stessa cosa se abbiamo una divisione per area geografica o per prodotto, si
delineano dei centri di responsabilità che servono a misurare le performance dei manager
divisionali.
Rimangono sempre i livelli operativi in basso.
Il controllo manageriale deve considerare il bilanciamento tra due grandi dinamiche:
1. Dinamica della creazione del valore
Simons Per la creazione del valore, propone di considerare il ROM come calcolatore del
rendimento dei manager che l’alta direzione ha preposto alle diverse aree di responsabilità
aziendale. In questo caso non si può tirar fuori un indicatore di un dato contabile perché non
esprime nulla, bisogna andare a costruire delle misure di performance che non vengono dalla
contabilità. (L’azienda si chiede: quel manager che pago tot quanto contribuisce a creare
valore? E attraverso quali processi avviene la creazione di questo valore?).
Simons propone di prendere in considerazione le risorse ossia gli asset che sono a
disposizione dell’impresa e possono essere tangibili (i macchinari e le attrezzature) o intangibili
(i brevetti, i know-how, la conoscenza di tecnologia) e nel modo in cui vengono utilizzate
queste risorse si ha un certo risultato di creazione di valore.
Cosa passa tra l’input e l’output del modello che Simons propone ?
Si deve considerare che la redditività del management (quindi il rendimento delle decisioni
imprenditoriali dove per management intendiamo l’assunzione di responsabilità) da una parte
trova un universo sconfinato all’esterno dei confini organizzativi che sono sempre più illimitate
grazie alle nuove tecnologie che mettono l’impresa su scala globale. Abbiamo, quindi, un set di
combinazioni illimitate da poter sfruttare.
Simons suggerisce quindi di stare attenti, perché l’attenzione, ossia la capacità dei manager di
sfruttare questo patrimonio di opportunità illimitate è limitato dalle capacità cognitive, dai
limiti culturali, storici, che i manager si trovano a fronteggiare (dove i manager si trovano
immersi). Allora la redditività di questo ruolo dipende fortemente sia dal set di possibilità fuori
dai confini dell’impresa sia dai limiti che i manager incontrano nel focalizzare l’attenzione su
queste opportunità, cioè quanto sono in grad
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Appunti Misurazione delle Performance della Comunicazione
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Misurazione delle performance
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Appunti di Valutazione funzionale della performance
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Appunti Esame Management delle performance