Introduzione
Come funzionano i meccanismi culturali? Tutti gli strumenti utilizzati nello studio sociologico di Alexander sono utilizzati nell'ottica del seguente schema: Quella di Alexander è una riproposizione del modello del diamante culturale di Griswold: tale modello non è pensato per studiare l'oggetto culturale in maniera statica ma dinamica. Ovvero, come gli oggetti culturali vengano utilizzati dagli attori sociali nel loro agire, creando una performance sociale.
Due dualismi di interesse per l'analisi sociologica
- Sociologia culturale vs sociologia della cultura
- Logiche culturali (semiologiche: approccio tendenzialmente enciclopedico) vs analisi delle azioni culturali (pragmatica sociale: studio della logica con cui gli individui attivano i significati)
Alexander, culturologo, decide di andare oltre un approccio empirista creando un'analisi culturale adatta alla realtà, spiegando e comprendendo una performance che ha un inizio e una fine.
- Spiegare significa analizzare le cause, e questo è possibile solo in un'analisi sperimentale, non nelle scienze sociali.
- Comprendere significa analizzare il senso che gli attori danno alle loro azioni, cosa che non costituisce necessariamente una spiegazione.
La performance è il processo sociale con cui gli attori, individualmente o insieme, svelano agli altri e per gli altri il senso della loro situazione sociale. Essa è un rituale, perché quando ha luogo vi sono degli elementi costanti utilizzati per trasmettere il dato messaggio: la performance allora è costituita anche e soprattutto da regole e contesto, che creano una sua struttura concettuale.
Per fare in modo che il mondo sociale comprenda le performance, serve plausibilità come condizione necessaria: il contesto e le regole determinate rendono comprensibile la performance e ne danno senso. Il pubblico deve essere guidato ad accettare obiettivi e spiegazioni come un argomento ragionevole, perché solo così è possibile trasmettere il significato.
I background symbols, o frames, sono l'orizzonte di aspettative, ovvero quell'insieme vago di aspettative culturali a cui non pensiamo e che ci permettono di entrare in una data situazione sociale. Questo orienta l'individuo in una certa posizione, comunicando a quale performance si sta assistendo. I frames sono quindi condivisi collettivamente come simbolici, e chi non li condivide fatica a comprenderli.
Lo script è il copione, parte specifica che fa entrare l'individuo nella parte orientandolo nell'azione, ed è costituita da azioni 'scritte' in quanto specifiche nel dato orientamento: esse non si limitano ad essere attese e condivise, ma devono svolgersi nel contesto.
Il testo è l'oggetto culturale interno all'analisi, che viene messo in atto tenendo conto di background symbols e script (verosimilmente ad essi) relazionandosi quindi al contesto.
L'attore, o creatore, produce cultura che il pubblico recepisce (e modifica), si trova al centro del sistema ed è connesso con il 'tool kit' simbolico. Le subculture hanno un ruolo rilevante perché possono persino rendere irrilevante e incomprensibile una performance.
L'attore deve utilizzare gli script e i background corretti utilizzando il proprio tool kit con una propria interpretazione appropriata alla situazione sociale. Un fraintendimento può però esistere, e creare una spaccatura.
La catessi è la capacità di immedesimarsi e la motivazione nell'azione che si sta svolgendo (investimento emotivo): tale espressione deve essere appropriata. Se il processo riguarda un'intera popolazione, specie se non ne ha esperienza, il lavoro di immedesimazione emotiva deve essere enorme nel costruire qualcosa di universalmente riconosciuto.
Il collegamento tra una performance riuscita o meno dipende da due diversi processi:
- Estensione: la capacità che ha l'attore di estendere la performance in termini generali, da un fatto spazio-temporale a un fatto globale. Ovvero, che cosa rappresenta per l'umanità il tale evento (ad esempio, con l'istituzionalizzazione del ricordo come processo di ricostruzione globale).
- Identificazione: chi osserva deve identificarsi con la performance e in ciò che rappresenta per l'umanità, in un processo di identificazione che deve poi estendersi alle nuove generazioni.
La teoria sociale del trauma collettivo cerca di comprendere come l'attore sociale produce, o fallisce nel produrre, risposte all'esperienza del dolore comune. L'approccio vuole dare una risposta orientandosi sulla sociologia culturale, mostrando il modo in cui le cause e gli effetti della sofferenza collettiva vengono mediati dalle rappresentazioni simboliche.
Le rappresentazioni simbolico-emozionali costituiscono l'esito di un processo collettivo di creazione di significato. Il dolore personale è di straordinaria importanza umana, morale e intellettuale; ma è in sé una questione che riguarda l'etica o la psicologia. L'interesse verte sui traumi che diventano collettivi, e che possono diventare tali solo se presentati come ferite dell'identità sociale, cosa che richiede un intenso lavoro culturale e politico.
La comprensione del significato della sofferenza passa attraverso il concetto di aspettative, ma il potere di convincimento delle performance dipende dalla creazione di simboli potenti: risorse materiali e sociali che influenzano, pur non determinandolo, ciò che viene detto e chi lo ascolta. Il 'noi' si costruisce quindi attraverso la narrazione e la codifica ed è questa identità collettiva che sperimenta e si misura con il pericolo: le vite perse e le sofferenze vissute sono fatti individuali; il trauma collettivo dipende da processi collettivi di interpretazione culturale.
I conflitti diventano davvero traumatici quando le narrazioni del trionfo vengono sfidate, quando le morti individuali sembrano inutili o contaminate e quando i caduti non vengono visti come vittime sacrificali per una nobile causa, ma come vittime sprecate per irresponsabili disegni: queste costruzioni possono determinare conflitti di gruppo, ma anche presupposti per progresso e riconciliazione. E tuttavia le narrazioni del trauma, persino quelle più efficaci, provengono dall'esterno. La spirale della significazione è mediata da strutture istituzionali e dalla diseguale distribuzione di ricchezza e potere.
Una teoria sociale del trauma, anche a costo di sofferenza sociale, potrebbe consentire alle vittime, al pubblico e persino ai carnefici di guadagnare sufficiente distanza critica da impedire il prodursi di alcuni dei suoi più orribili risultati.
Capitolo 1: La teoria sociale del trauma culturale
Un trauma culturale si produce quando i membri di una collettività avvertono di essere stati colpiti da un evento terribile che ha lasciato un marchio indelebile sulla loro coscienza di gruppo, segnando per sempre le loro memorie e modificando la loro identità futura in modo profondo e irrevocabile.
Attraverso la costruzione di traumi culturali i gruppi sociali, le comunità nazionali e talvolta intere società identificano sul piano cognitivo l'esistenza e l'origine della sofferenza umana, e possono farsi inoltre carico di una parte di responsabilità al suo riguardo. Se, individuate le cause, ci si assume parte della responsabilità morale attraverso un processo di codificazione, si condivide la sofferenza delle vittime; altrimenti, ha un generale rifiuto e deresponsabilizzazione.
Il linguaggio ordinario ci consegna l'idea che il trauma sia qualche cosa di comunemente vissuto e intuitivamente comprensibile, riconducibile all'esperienza ordinaria. Con riferimento al trauma, questo significa pensare che esso è costruito dalla società. Inoltre, il trauma deve essere necessariamente collettivo, ovvero essere un colpo ai fondamenti della vita sociale.
Secondo la teoria profana del trauma, il trauma sarebbe una reazione che emerge dagli eventi stessi, che se sconvolgono la sicurezza, l'ordine, l'amore, la connessione dei soggetti, li renderà traumatizzati. Ma questa è una spiegazione non culturale e fuorviante.
Esistono due versioni della teoria profana del trauma
- Il pensiero illuministico suggerisce che il trauma sia una risposta razionale a un cambiamento improvviso a livello individuale o sociale, con una presa di coscienza che la comunità non esiste più come valida fonte di sostegno e che una parte significativa del sé è scomparsa.
- Il pensiero psicanalitico frappone tra l'evento esterno destabilizzante e la risposta traumatica interna la difesa psichica dell'attore fatta di paure emozionali inconsce e di meccanismi di distorsione cognitiva, che rimuovono la realtà dei fatti impedendo di costruire una memoria accurata e una conseguente azione responsabile (distorsioni inconsce). Poiché è riferita all'individuo, essa è però di poco interesse per la sociologia.
Gli approcci illuministici e psicoanalitici hanno fatto sì che il trauma sia stato trasformato da nozione di senso comune in concetto scientifico nel linguaggio specialistico di diverse discipline. Ma il trauma è un'attribuzione socialmente mediata, che può essere prodotta mentre l'evento accade, ma che può avvenire anche senza che l'evento si sia verificato, oppure ancora come ricostruzione. Nei processi di definizione delle identità nazionali vengono costruite storie nazionali attorno a ferite che gridano vendetta e il Novecento è pieno di esempi di questo tipo. L'immaginazione interviene nella costruzione del trauma quando si riferisce sia a qualcosa di realmente accaduto, sia a qualcosa che non ha mai avuto luogo: la sociologia vuole comprendere come e in quali condizioni questo avviene, e quali risultati produce.
Lo status di trauma viene attribuito a fenomeni, reali o immaginari, non tanto sulla base della loro effettiva pericolosità o della loro oggettiva imprevedibilità, quanto piuttosto sulla base della rappresentazione di quegli eventi come pericolosi o imprevisti per l'identità collettiva. L'identità implica un riferimento culturale: solo se il significato consolidato collettivamente viene repentinamente sconvolto un evento può acquisire lo status di trauma. Questo processo culturale è ampiamente influenzato dalle strutture di potere e dalle contingenti competenze di attori sociali dotati di riflessività.
Affinché un trauma possa emergere a livello della collettività, è necessario che le crisi sociali diventino crisi culturali: una cosa sono gli eventi, un'altra le rappresentazioni. Il trauma non è risultato della sofferenza collettiva, ma della sua rappresentazione. Il processo di trauma può essere definito come la distanza che separa un evento dalla sua rappresentazione simbolica.
Una rappresentazione può essere più o meno efficace, e un gruppo specifico, chiamato gruppo portatore, può costituire l'agente collettivo del processo di trauma che, avendo interessi materiali e simbolici e godendo di particolari status nella struttura sociale, può produrre attivamente significato nella sfera pubblica, manipolando la stessa rappresentazione del trauma.
L'obiettivo delle azioni performative, svolte dal gruppo portatore in uno specifico contesto, è trasferire in maniera persuasiva al pubblico la rivendicazione del trauma. Per farlo, i gruppi portatori utilizzano le particolari contingenze storiche, le risorse simboliche disponibili e le opportunità proposte dalle strutture istituzionali.
La spirale della significazione è il processo secondo cui, per convincere l'audience più ampia ad essere stata a sua volta traumatizzata da un'esperienza o da un evento, il gruppo portatore deve avere successo nel lavoro di produzione del significato. Per passare dalla vittima al pubblico, e quindi per rendere collettivo un processo di rappresentazione, vi sono quattro dimensioni critiche essenziali:
- Natura del dolore: esiste un tipo di dolore che riguarda la collettività? Che cosa è davvero accaduto al gruppo vittima?
- Natura delle vittime: quale gruppo è stato colpito da questo dolore traumatizzante? Il peso del dolore è ricaduto su un gruppo delimitato o su molti altri? Alcune vittime creano un trauma culturale, altri no.
- Relazione delle vittime con l'audience più ampia: all'inizio del processo di trauma, la maggior parte dei membri dell'audience percepisce una scarsa relazione fra sé e le vittime. Soltanto se queste vengono rappresentate secondo caratteristiche apprezzate e condivise dall'identità collettiva più ampia il pubblico potrà sentirsi simbolicamente parte dell'esperienza che ha originato il trauma e non sempre questo avviene perché non sempre esiste una sensibilità.
- Attribuzione di responsabilità: ai fini della creazione di una convincente narrazione del trauma, appare centrale la definizione dell'identità del nemico. Le arene giocano, in questo senso, una parte importante sulla narrazione e sull'attribuzione di responsabilità, laddove l'attribuzione nella realtà sarebbe complessa (capro espiatorio).
Le arene istituzionali tipizzano il significato all'interno della società: esse sono uno spazio specifico della società in cui si dibatte il significato, perché il processo di trauma è sempre soggetto a questi filtri culturali normativi che mediano nella comunicazione tra attori e pubblico.
- Arena religiosa: il trauma può essere mediato da simboli religiosi o viceversa contrastare con una dottrina religiosa.
- Arena estetica: identificazione con l'oggetto culturale attraverso la catarsi, stimolata in gran parte (anche se non in maniera indispensabile) dal ruolo dei social media.
- Arena legale: la classificazione culturale è orientata al verdetto definitivo sulle responsabilità legali, sull'irrogazione di pene e di riparazioni materiali, che protegge le vittime e colpevolizza i carnefici. Il tribunale di Norimberga in particolare fu fondamentale per cristallizzare una definizione di crimini di guerra e crimini contro l'umanità in questo senso.
- Arena scientifica: il trauma è rappresentato tramite prove ed evidenze storiche riguardanti vittime e i colpevoli, con l'utilizzo di documentazione che certifica la natura del dolore e l'attribuzione di responsabilità.
- Arena mass-mediatica: quando il trauma incrocia i mass media guadagna in termini di opportunità e contemporaneamente diventa l'oggetto di specifiche restrizioni della comunicazione giornalistica. La comunicazione mass-mediatica presenta i traumi in forma drammatizzata e fa sì che alcune opposte interpretazioni guadagnino enormemente in termini di potere persuasivo.
- Arena della burocrazia statale: quando il processo di trauma incontra la burocrazia statale, può attingere al potere governativo di incanalare processi di rappresentazione, orientando e incanalando la spirale di significazione (commissioni parlamentari d'inchiesta).
I vincoli imposti dalle arene istituzionali sono mediati da una diseguale distribuzione delle risorse materiali ed alle reti sociali che governano accessi differenziati a esse. Le autorità nazionali, provinciali e locali esercitano un potere importante sul processo di trauma. È possibile che questi corpi intermedi occupino una posizione di dominio rispetto alle stesse parti traumatizzate. In questi casi, soggetti come le commissioni parlamentari d'inchiesta potrebbero addirittura occultare gli atti dei carnefici anziché drammatizzarli.
L'esperienza del trauma può essere interpretata come processo sociologico: nella misura in cui viene esperito un trauma, e quindi immaginato e rappresentato, la collettività ridefinisce la propria identità: questa ricostruzione implica una memorializzazione del passato collettivo, che tenderà poi nel tempo a routinizzarsi radicandosi in luoghi sacri e strutturandosi in ricorsività rituali. L'identità collettiva così ricostruita, benché non più al centro dell'attenzione come in precedenza, rimane tuttavia una risorsa fondamentale per la soluzione di problemi sociali futuri e l'assorbimento dei turbamenti della coscienza collettiva. Con la routinizzazione, i traumi culturali ampliano il campo della condivisione sociale e dell'empatia e aprono importanti vie per nuove forme di incorporazione sociale.
Sarebbe davvero riduttivo ritenere che la teoria del trauma sia applicabile soltanto alle società occidentali. Certamente è da queste che sono recentemente pervenuti i più drammatici mea culpa per gli episodi traumatici che hanno riguardato le loro storie nazionali; tuttavia vi sono anche regioni non occidentali che hanno subito alcune tra le peggiori e traumatiche ferite. Anzi, è più probabile che un genocidio non accada in arene collettive regolate giuridicamente e democratiche, né in arene formalmente egualitarie. Non sorprende, allora, che nella seconda metà del Novecento gli esempi più drammatici e orribili di carneficine di massa siano provenute da quelle aree del mondo non occidentale più povere e frammentate. Con l'effetto, peraltro, di mancato riconoscimento del trauma collettivo e mancata introduzione delle loro lezioni nel plesso dell'identità collettiva, che deriva proprio dall'incapacità di attraversare il processo di trauma.
Per quanto tortuoso, il processo di trauma consente alle collettività di definire nuove forme di responsabilità morale e riorientare il corso dell'azione politica. I traumi collettivi non hanno limiti geografici o culturali. Essi emergono quando le collettività sentono di aver subito profonde ferite e quando descrivono, nel bene e nel male, le lezioni morali che sentono di trarne.
Capitolo 2: Olocausto e trauma. L'universalismo morale in Occidente
L'Olocausto è un genocidio in stretta connessione con l'atto di guerra che
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Appunti delle lezioni del corso basate sulla monografia "Grammatiche dell'amore"
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Chirurgia del Trauma-Appunti Completi
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Appunti Entomologia
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