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“Civiltà delle macchine” ….

Andando a leggere i grandi poemi Omerici, notiamo che da sempre l’uomo pone a sé stesso la

domanda sul senso della propria vita, del rapporto con la realtà, rapporto che muta perché muta

la realtà che ci circonda anche se la domanda rimane sempre.

È come se la macchina stesse ingoiando l’individuo che perde di significato, mentre il mondo

della macchina sovrasta. Questo tema era già emerso quando le città hanno iniziato ad essere

illuminate dalle luci che erano a gas (Parigi). Ci sono molti testi poetici e narrativi che si

interrogano su un altro elemento importante del progresso umano, che è il treno. Questo è

un’esperienza non solo di viaggio, ma anche percettiva: abbiamo una percezione dettata dal

movimento. Noi non sappiamo immaginare un paesaggio nella velocità, prima lo si sperimentava

sul treno, poi c’è stata la comparsa dell’automobile.

Quello sul treno, così come in automobile, è, in molti casi, un viaggio solitario: la situazione è

contemporaneamente reale e non reale. La nostra attenzione si può concentrare su ciò che

vediamo fuori, ma anche su noi stessi.

Il viaggio avviene poi nello spazio e nel tempo: nel momento in cui si viaggia cambia la

concezione del tempo.

L’uomo al volante, durante la seconda guerra mondiale, era l’eroe moderno. Quando si arriva

quasi alla conclusione del 2° conflitto ci fu l’arrivo degli Americani in Italia, che portano la loro

cultura, i loro cibi, ma anche i loro mezzi (di sbarco, le automobili militari, gli aerei) ma anche

un’idea esistenziale completamente diversa: scoppia il mito americano. I nostri intellettuali

cominciano a tradurre le opere della letteratura americana dove sentono una freschezza, una

specie di originari età che la cultura Europea non aveva più. Come se l’Europa fosse arrivata allo

smarrirsi dei suoi valori, al tramonto, mentre quella Americana si presentava come una cultura

all’origine, fresca, caratterizzata da libertà di espressione. Elio Vittorini aveva costruito una

collana di testi intitolata “Americana” in cui venivano tradotti autori americani appunto; gli

Americani portavano il jazz, musica nuova assolutamente sconosciuta per quella generazione.

Quando Baldini, nel testo “…il dialetto”, costruisce il ricordo di un amico, ricorda che nel 1945

Di Michelino Provinciali, divenendo amico di un certo Guerra, aveva conosciuto 5 dischi. Questi

venivano spesso suonati da Baldini (che suonava il sax), di Michelino…quindi con l’arrivo degli

americani erano arrivati anche tanti elementi culturali nuovi. Gli americani più acculturati

portavano anche questa nuova idea di libertà.

L’idea stessa del viaggio, di libertà, lo troviamo anche nel testo di Kerouac “Sulla strada”. Tra

l’Europa e l’America c’era una diversa idea dell’automobile: in Europa l’automobile veniva visto

come oggetto di lusso riservato a pochi (il mito della Roll Roiche). In America, invece, un

industriale di nome Ford aveva avuto un’idea esattamente opposta: l’automobile non doveva

essere riservato al ceto borghese detentore del potere economico, ma qualcosa per tutti. Lui

stesso per primo costruisce industrie automobilistiche con la catena di montaggio: l’auto diviene

un oggetto in serie che possa portare libertà a tutti.

In una lettera Baldini, nel 1953, scrive all’amica Rina Maccredi, studentessa di lingue a Venezia,

che si trovava a Parigi. Baldini in quel periodo si trovava a Renn per insegnare italiano in una

scuola superiore. In questa lettera Baldini raccontava le sue giornate, parlava del teatro, e le

scrive una cosa per lui sconcertante: nella scuola in cui lavorava, che accoglieva coloro che si

preparavano alla carriera militare, era stata data una prova d’esame in cui i ragazzi potevano

scegliere se parlare di Gandhi o di Ford. Baldini scrive con molto sconcerto che tutti i ragazzi

hanno scelto Ford dimenticando i valori pacifisti di Gandhi.

Il Fordismo è stato proprio il periodo in cui il fenomeno del miracolo economico, in America, si è

verificato. Al tempo, la Ford T è stata chiamata “dream car” ed era stata disegnata in modo da

rappresentare un sogno, e le erano stati dati attributi che venivano dal mondo animale (musi

arrotondati come musi di delfino). La macchina era vista come un sogno domestico, e gli

americani portarono in Europa una cultura letteraria, una musicale, una automobilistica che

veniva dal fordismo.

La Citroen è stata in Europa l’azienda che negli anni ’50 ha saputo costruire una nuova “dream

car”, chiamata DS e letta alla francese “De ess”, la dea. Era una macchina molto diversa da

tutte le altre e molto adorata. Non è un caso che la DS sia sulla copertina di “Autotem” e

nemmeno che presenti una targa italiana: Franco Ricci (Franco Maria Ricci), proprietario della

rivista FNR, grandissimo designer originario di Parma, l’ha illustrata.

Certi oggetti, diventando mitici, hanno sostituito pensieri arcaici con nuovi pensieri. Questi

nuovi miti diventano pervasivi, si accampano nel nostro pensiero e da oggetti di supporto e di

sostegno, diventano oggetti necessari (vedi cellulare). Dall’utile all’indispensabile. Quella che

doveva essere una realtà di servizio (automobile) è divenuta una realtà indispensabile, come

fosse una specie di continuazione del nostro corpo, qualcosa che ci dà libertà, sogno, avventura,

comodità. Dunque i primi segnali di critica su questa trasformazione del nostro pensiero

possiamo trovarli negli scritti di Pier Paolo Pasolini, per esempio. È accaduto qualcosa di

epocale, noi non siamo più esseri umani simili o assimilabili a quelli delle generazioni che ci

hanno preceduto, perché sono cambiati i pensieri.

Nel 1963 uscì un film intitolato “Il sorpasso” che descrive un incontro casuale tra un giovane e

un uomo: i due decidono di compiere un’avventura insieme su un’automobile sportiva e

decapottabile che si conclude amaramente con un incidente in cui il giovane perde la vita.

Abbiamo parlato del silenzio che per lungo tempo si è fatto circa Autotem: perché il silenzio

dell’autore? Perche il silenzio della critica?

La risposta convincente sul silenzio dell’autore è che il libro Autotem sia un libro conclusivo, che

mette un punto fermo all’illusione di poter far dialogare l’idea di una cultura con il mondo

industriale.

L’ultimo testo di teatro di Baldini fu “La fondazione”: esso racconta di un uomo che essendo

rimasto solo dopo la separazione, ha iniziato ad accumulare in casa le più strane collezioni

(tappi bottiglie giornali). Questa sua mania di raccogliere tutti questi oggetti inutili pare sia

stata la causa della separazione dalla moglie. Nella solitudine dopo la separazione al

personaggio si pone il problema di dove destinare tutte queste collezioni dopo la sua morte: a

chi donarle? Da qui l’idea di istituire una fondazione dove tutti questi materiali venissero

raccolti. Alla fine questi oggetti del desiderio e oggetti compensatori alla fine vengono decisi

come destinati alla discarica. Troviamo l’ossessione compulsiva di tenere gli oggetti per sè come

fosse una storia della propria vita interiore.

Baldini vedeva legati il suo primo testo e questo, che considerava l’ultimo. Il silenzio su Autotem

non era dovuto al fatto che quel modo di vedere la realtà fosse stato superato (ognuna delle

lettere di Autotem è un piccolo monologo che racconta d un’ossessione), ma è stato

probabilmente dovuto al periodo di contestazione degli anni 1967/68: Baldini ha forse preferito

mantenere il suo testo nascosto. È stato solo con il movimento del 1968 che è stato concesso

l’accesso agli studi universitari a tutti i diplomati, e non solo a chi aveva frequentato Liceo

Classico o Scientifico.

Baldini probabilmente ha vissuto una crisi rispetto all’illusione di poter far coesistere realtà

culturale e industriale, e per questo è stato silenzioso rispetto Autotem.

Però come mai la critica non ha parlato di questo libro?

Alcuni, essendo molto amici di Baldini e sapendo che l’argomento lo disturbava, avranno

rispettato la sua volontà con questo silenzio. Tutto questo va bene fino al 2005, fino a quando

Baldini è stato con noi. In seguito, perché nessuno mai si è posto un quesito su questo libro?

C’è stata da parte della critica una specie di RIFIUTO DEL NON CONFORME alla seconda stagione

di scrittura di Baldini in cui egli diventa uno tra i 4 più importanti poeti del secondo 900.

Perché, ad un certo punto, Baldini è passato dall’italiano al dialetto? Dalla prosa alla poesia?

Cosa è successo per farlo rovesciare nei suoi comportamenti?

Non ci sono testimonianze a questo proposito, ma secondo la prof molto importante è stato un

Convegno svoltosi nel 1973 a Sant’arcangelo di Romagna, dedicato a Tonino Guerra e la poesia

dialettale. Il convegno era stato organizzato da Rina Macrelli e ospitò personaggi importanti trai

i quali Shour che si occupava di dialetto Santarcangiolese (ricco di dittonghi). Shour comincia

questi studi sul dialetto e ad aiutarlo e Nino Pedretti. In quella data Tonino Guerra aveva

pubblicato altri scritti in dialetto. Dopo quel convegno Nino Pedretti, che fino ad allora aveva

scritto sempre in Italiano, pubblica la sua prima raccolta di poesia in dialetto “Al vousi = le voci”

nel 1975. Nel 1976 Baldini pubblica la sua prima raccolta dialettale.

Perciò questo convegno, che accoglieva sia Baldini che Pedretti, ha forse rappresentato una

spinta per Baldini ad utilizzare il dialetto. Nel 70 tutti i dialetti passano da lingua d’uso a lingua

letteraria: il dialetto è una lingua legata ad una certa civiltà, al mondo contadino. Nel momento

in cui questa civiltà viene meno (c’è stata una grande migrazione dalle campagne alle città), e si

passa dalla civiltà contadina a quella turistica ed industriale, il dialetto muore come lingua

parlata nel quotidiano e nasce una nuova lingua dialettale che diventa lingua della poesia e della

letteratura.

C’è chi coltiva l’idea del dialetto come memoria, strada per tornare alle origini, con nostalgia

per un passato perduto, e c’è chi sta di fronte al dialetto con un atteggiamento più libero

(Pedretti), e chi come Baldini vive il dialetto nella contemporaneità. Però, prima del 1976 non

abbiamo trovato una parola né sul dialetto, né sulla poesia.

Le poesie di Baldini non sono mai liriche, ma narrative, c’è sempre una traccia di racconto,

molti dialoghi. Egli ama scrivere con sgrammaticature, per luoghi fatti. Le sue scritture

sembrano essere sempre in attesa di essere recitate. I testi dimostrano che con 30 anni di

anticipo Baldini aveva già messo in atto la sua scrittura teatrale.Parliamo di caratteristiche di

stile che si individuano nella scrittura di Baldini fin dai suoi primi articoli come giornalista che

risalgono al 1955. Non abbiamo la certezza che non esista nient’altro di suo che preceda il 1955:

infatti un amico di Baldini, oggi 89enne, di nome Francesconi Rodolfo ci ha testimoniato che

durante gli anni del liceo Baldini aveva scritto due brevi racconti umoristici. Tuttavia,

trattandosi di un giornale scolastico presso il Liceo Giulio Cesare di Rimini, non è rimasta traccia

di questo lavoro giovanile. Sarebbe stato interessante vedere come Baldini scrivesse prima della

tesi di laurea, ma purtroppo questi documenti mancano, perché il lavoro giornalistico può

andare smarrito se la casa editrice di un certo giornale non ha un proprio archivio.

È ciò che è successo un po’ anche con gli articoli di “Settimo giorno” che sono stati trovati in

varie città italiane, principalmente a Pavia e a San Marino: sono stati trovati articoli di Baldini

che vanno dal 1955 al 1958 appartenenti a questa rivista, ma non sono stati trovati gli articoli di

“Settimo giorno” che appartengono al 1959/60 e ai primi anni 60, anche se si è convinti che

negli anni che vanno dal 1958 al 1968 (anno in cui Baldini entra nella rivista “Panorama”) egli

abbia scritto qualcosa. Sono stati trovati articoli importanti di Baldini sulla rivista di arte e

design “Imago”, i grandi reportage sulla rivista “Pirelli” nonché il libro “Autotem”; altri

materiali di Baldini non sono stati raggiunti. Inoltre, l’archivio personale di Raffaello Baldini non

è aperto agli studiosi, perciò non vi è la possibilità di verificare.

Gli articoli, sia per numero che per qualità, sono già più che sufficienti per capire quale

movimento interno abbia avuto la scrittura di questo autore prima di essere abbandonata.

Perché c’è questa specie di grande spaccatura nella scrittura di Baldini che cade sul 1968,

immediatamente dopo la pubblicazione di Autotem (avvenuta nel giugno 1967) e l’ingresso a

“Panorama” che avviene nel giugno 1968. Quando Baldini entra in Panorama il compito che gli

viene affidato non è più quello che svolgeva nelle precedenti riviste di Settimo Giorno o Pirelli,

ovvero di fare il reporter, ma gli viene affidato un lavoro relazionale che lui svolge in ombra, non

si trovano articoli da lui firmati. Un suo amico, Franco Quadri, testimonia che Baldini faceva la

revisione di tutti i suoi scritti, interveniva sulla sua scrittura e su quella degli altri con

discrezione ed era proprio Baldini stesso a decidere il titolo degli articoli di Franco Quadri, così

come quali testi recensire.

Il lavoro di Baldini è tutto in ombra e la sezione che gli viene affidata è quella vaticanista,

quindi tutti i lavori che riguardano la realtà dello Stato Vaticano. Questa sezione era così

importante perché siamo negli anni del Concilio Vaticano 2°, quindi negli anni di una rivoluzione

e di striscianti forme ereticali.

A partire dal 1968 in avanti Baldini ha lavorato quindi per Panorama nel silenzio: lui non puntava

sulla grande personalità del giornalismo ma forniva un servizio importante escludendo il

protagonismo degli scrittori. Era un’idea che aveva avuto il direttore di Panorama: Lamberto

Sechi, che preferiva l’anonimato giornalistico.

In effetti l’ultimo articolo firmato da Baldini e che porti una data precedente la scrittura in

dialetto è l’articolo di Gennaio 1969 in ricordo di Achille Castiglioni direttore della rivista

Pirelli, improvvisamente morto per infarto nel 1968.

Nel 1976 Baldini pubblicherà la sua prima raccolta in dialetto.

In “Vado e torno”, una rivista della Pirelli per camionisti, figurava tra i collaboratori il nome di

Baldini. Questo contributo di Baldini alla rivista. Questa rivista, altamente culturale, puntava su

una copertina seduttiva che mostrava foto delle più belle attrici del momento nonché personaggi

importanti del mondo sociale e culturale ed era estremamente diffusa.

Oggi abbiamo quindi una campionatura sufficientemente vasta per capire cosa cambia nella

scrittura di Baldini dai primi articoli del 1955 fino all’articolo del 1969.

Se dalla tesi di laurea di Baldini emerge una voce filosofica, una voce interrogativa, fortemente

improntata ad un’esigenza di grande moralità, negli articoli giornalisti non viene a meno

quest’etica del lavoro.

“Arcobaleno di oche sul lago di Thures” è il titolo di un articolo che racconta un esperimento

tenuto in America per studiare la trasmigrazione delle oche: veniva iniettata una sostanza di vari

colori nelle uova delle oche da cui che nascevano pulcini colorati che formavano quindi come un

arcobaleno volando in cielo.

“Come beve l’Italia” è un lungo articolo che si occupa del consumo delle bevande in Italia dopo

la guerra. Mario Soldati scrisse libri e libri riguardo la tradizione del gusto.

Baldini scrisse anche un articolo sulla fortuna di un programma televisivo, “Fenomenologia di

Mike Buongiorno” in cui sosteneva che la carriera di Mike dipendesse dal suo essere una persona

capace di mettere a proprio agio. Oppure scrisse un articolo su un centralino telefonico o sul

miracolo tedesco, oppure sulla emigrazione del nostro popolo verso altri paesi europei. Un

articolo interessante parla dell’arrivo in Italia di alcune testate nucleari.

In tutti questi articoli Baldini mette a fuoco delle TECNICHE di scrittura che corrispondono al suo

modo di essere e di sentire:

Accoglienza del lettore, l’implicazione: è una tecnica da lui utilizzata che mira a far trovare il

lettore nella pagina quasi come fosse stato lui stesso a scriverla. Mentre la narrazione provvede

a trasmettere tutte le informazioni tecniche o sociologiche, l’impostazione è quella di una

conversazione tra amici al bar. L’atteggiamento verso il lettore è di servizio e ascolto,

condivisione, implicazione, che però significa anche che chi scrive in qualche modo si nasconde,

non vive il protagonismo della scrittura. Gli articoli sono tutti firmati, quindi non c’è

l’anonimato, ma l’autore non vuole avere l’atteggiamento di essere colui che istruisce e governa

facendo scendere dall’alto verso il basso: c’è una omoghegesi, un mettersi sullo stesso piano del

lettore cercando il più possibile di nascondere l’autore, facendo quasi in modo che le cose

parlino da sé, cercando forme di oggettività che Baldini cercava già attraverso le idee che aveva

avuto insieme a Fucci (come il raccontare la realtà attraverso l’immagine, senza troppi trucchi).

La volontà di raccontare il reale senza mediazioni e ornamenti Baldini la eredita dal

Neorealismo, anche se alcuni elementi del neorealismo non erano da lui condivisi. Però questo

bisogno di una scrittura realistica nasce con la ricerca nell’immediato dopoguerra che insegue

questo ideale di oggettività nascondendo l’autore.

Realismo significa per Baldini esigenza di oggettività, occultamento dell’autore, disposizione

etica, morale di fronte alle cose che si raccontano e quindi atteggiamento non autoritario ma di

comprensione, qualunque sia il fenomeno che si va a interrogare, cercare di capire questa

realtà, pur magari non condividendo, ma sempre partendo dal fenomeno della comprensione

(esigenza etica).

Nella grande scelta inclusiva del lettore, e cioè di una scrittura che avesse il sapore della realtà,

alcune tecniche di costruzione della scrittura includono una grande attenzione cinematografica

al dettaglio, amore per il dettaglio che assume un significato parabolico, ovvero di

rappresentazione, dove il particolare rappresenta l’intero in un approccio metonimico (la parte

per il tutto).

Amore per il dato oggettivo quindi molti numeri, dettagli, particolari, messi però a catena

come un momento quasi caotico, che caotico non è. Queste tecniche di enumerazione ci

riportano al Montale maturo, a Volponi, a Whitman. Sembra quasi che la scrittura precipiti come

una valanga: Baldini utilizza queste enumerazioni, nella sua scrittura giornalistica, perché

creano come delle isole ritmiche e quando ci si trova di fronte a queste informazioni una dietro

l’altra si accende il ritmo della scrittura ed è come se si battesse il tempo. Si nota quindi anche

un’attenzione di carattere musicale visto che sappiamo che Baldini amava particolarmente la

musica jazz suonando il sassofono. Il suo tentativo è quello di emulare questi movimenti che la

grande arte jazzistica aveva.

Baldini utilizza un linguaggio convenzionale, ricco di luoghi comuni e frasi fatte, che serve da

una parte a far sentire il lettore a casa propria, perché utilizza modi di parlare comuni a tutti

quanti, ma consente anche una specie di sosta, riposo, pausa nella lettura, perché la frase

comune è un sistema di comunicazione che sospende per un attimo il significato, come se ci

riposassimo perché quella frase la conosciamo talmente bene che piuttosto che essere un

elemento portatore di senso è un elemento che tiene aperta la comunicazione.

1°ARTICOLO LETTO IN CLASSE - “Sicurezza ed automatismo dominano al salone di Ginevra”

L’articolo riporta la data 12-20 Marzo 1956 in quanto si tratta di un reportage fatto dal Salone

dell’automobile di Ginevra. Gli elementi che si trovano in questa fiera consistono in macchine

che vagano quasi da sole, nonché oggetti di sicurezza per l’automobile. I frammenti che la prof

legge ci fanno notare i comportamenti della scrittura di Baldini.

C’è sempre una specie di tensione giallistica, una suspence che apre gli articoli di Baldini e che

cattura l’attenzione del lettore. “Se volete scoprire il delfino d’oro, un particolare tipo di

automobile…” : Baldini fa percorrere al lettore tutto il cammino che lui ha compiuto come

reporter al salone di Ginevra per arrivare a vedere questo delfino d’oro, mezzo meccanico

americano definito come un “aereo senza ali”. Quindi una tensione stilistica che crea

immediatamente una suspence che si scioglie subito: infatti l’autore ci fa compiere quel

viaggio fino a quella meta. Parlando poi delle automobili americane Baldini capace di

sintetizzare indicando il nome della nuova automobile, la sua potenza, la sua velocità, e poi

quella bella serie enumerativa di tutti gli elementi caratteristici della nuova vettura che ha

persino la televisione.

Questo articolo ha colpito molto la prof non soltanto perché sono messe molto in luce le

caratteristiche di scrittura di Baldini, ma anche perché questa faccenda degli accessori

dell’automobile poi Baldini la riprende in maniera diversa in un successivo testo pubblicato su

Imago nel 1963 che non ha un titolo esatto ma riguarda proprio gli accessori dell’automobile. È il

testo che la prof ha ritenuto più importante tra le scritture nascoste di Baldini perché è già un

grande pezzo di teatro, che anticipa di 30 anni il teatro dialettale di Baldini (il teatro di Baldini

avrà inizio attorno al 1990). Questo articolo giornalistico ha in sé già degli elementi potenziali di

narrazione che poi Baldini recupererà nel monologo del 1963: non è più una scrittura che ha

l’esigenza di informare il lettore, ma vuole essere semplicemente scrittura creativa.

2° ARTICOLO LETTO IN CLASSE - ARTICOLO DI IMAGO

È un articolo di Marzo 1963 che si trova su Imago n° 4 ed è impaginato sul retro un grande poster

di Michele Provinciale 50 x 70: conta molto anche lo spazio negli articoli perché Baldini li pensa

come una scena teatrale, quindi in questo “spazio teatro” che è la pagina lui si accoda in un

certo modo. L’articolo comincia raccontando un po’ quello che c’è dall’altra parte del poster,

un’opera di arte pop di Michele Provinciale, che si avvale di un sistema rappresentativo per

moduli ripetitivi (sistema simulacro) alla maniera di Andy Whorrol (come i famosi ritratti di

Marilin Monroe). Questo sistema simulacro allude ad una perdita di senso, ad un cadere nel

vuoto.

Michele Provinciali realizza questo grande poster a colori dove sono fotografati e messi uno

affianco all’altro tanti piccoli accessori dell’automobile. Dietro, invece, troviamo la scrittura di

Il lavoro

Baldini che in qualche modo deve raccontare quest’opera d’arte. che Baldini esegue

per la rivista Imago consiste nell’accompagnare sempre opere di grandi artisti, quindi vi

troviamo una specie di presupposto da critica d’arte, una volontà di storicizzazione dell’arte,

ma dietro a questo compito di accompagnare con la parola l’opera visiva Baldini si muove con

un’estrema libertà, e in effetti queste pagine non sono pagine di critica d’arte ma pagine

creative, che partono dall’arte come pretesto ma che andando oltre la realtà restituiscono

scritture più che inclinate al teatro.

NB: Secondo la prof questo testo è stato il più esaltante perché lo ritiene un vero e proprio

monologo teatrale condotto da una sola persona che non ha un nome e nemmeno un volto: chi

parla? Non lo sappiamo. Chi è il protagonista? Potrebbe essere lo stesso Michele Provinciali visto

che l’articolo si trova proprio dietro il suo poster, potrebbe essere anche l’autore visto che sta

tenendo la penna in mano, potrebbero essere entrambi o nessuno dei due così come una

determinata persona che è stata presa dalla mania automobilistica.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienza della formazione primaria (laurea a ciclo unico - 4 anni)
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Thomas Shape di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Mattioli Tiziana.

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