LETTERATURA ITALIANA
RAFFAELLO BALDINI PRIMA DEL DIALETTO
Raffaello Baldini 1924-2005, santarcangelo di romagna
Il suo primo libro di poesie in dialetti santarcangiolese è stato pubblicato nel 1976. Non
abbiamo dichiarazioni del motivo che lo avesse scritto a scrivere questo libro.
Dal 1976 al 2005 scrive sempre in dialetto, fa eccezione un'opera teatrale “in fondo a
destra”.
Il suo mestiere nella vita è stato il giornalista, in particolare per giornale Panorama
(Baldini entrò a Panorama nel 1968, l'anno successivo alla pubblicazione del libro
Autotem, libro del quale Baldini e i più grandi scrittori non parlano)
Rodolfo Francesconi (Riccione) amico di Raffaello Baldini conservò una rivista “Imago”
nel quale nel primo numero della rivista c'erano tre articoli di Raffaello Baldini, tre
pezzi straordinari, sia dal livello grafico che di contenuto testuale. Anche nei numeri
successivi c'era la ricorrenza degli articoli di Baldini.
Il giovane Baldini si laurea nell’anno 1948-1949, ritardando la sua sessione a causa della
guerra.
Lavoro da giornalista per “settimo giorno” con i suoi reportage negli anni 50.
Articoli del ’60 su Imago.
Quattro reportage di viaggio per la rivista Pirelli, rivista aziendale nata subito dopo la
guerra nel 48, che però promuoveva cultura, questo perché dopo la guerra ,oltre
industrie italiano hanno vissuto il sogno di un possibile dialogo tra la realtà culturale e
aziendale. La prima a nascere cronologicamente è stata la rivista Pirelli, poi nacque
Comunità di Adriano Olivetti e poi un’altra rivista aziendale legata al petrolio di Eni Agip
“Il Gatto Selvatico” (nome che gli americani davano ad una trivella per scavare ed
estrarre il petrolio).
Nel 1967 arriva il libro Autotem, scritto in italiano.
AUTOTEM
La scrittura non ha i caratteri stilistici di Baldini, la prof ha attribuito la scrittura
dell’introduzione nel retro di copertina ad Umberto Eco, l'idea viene perché Eco è
entrato alla Bompiani da giovanissimo (22 anni) nel 1960. Eco è stato tra i principali
fautori di quel movimento di neoavanguardia italiana, fu tra i fondatori del gruppo 63,
che promuoveva questo movimento. Eco ragionava su quelle forme letterarie e poetiche
che cercavano un contatto con la realtà. Il suo sguardo era molto attento dal punto di
vista critico di ciò che accadeva in Francia. Si interrogava sui segni della realtà e sui
significati di questi segni. Come Baudelaire si interrogò sulla realtà simbolica che lo
circondava.
Egli sosteneva che ogni cosa sulla realtà sia oggettiva, ma congiuntamente qualcosa che
nasconde un significato sotteso.
Umberto Eco dice basta a questa scrittura idillica, nostalgica del passato, piuttosto
bisogna guardare al presente o al futuro; scrisse due libri Apocalittici e Integrati in cui
Eco trascriveva i suoi pensieri. I primi sono coloro che guardavano al presente e al futuro
con preoccupazione e nichilismo. Gli Integrati invece sono coloro che vedono nel
presente speranza.
Nell’introduzione del retro di copertina di Autotem ci sono dei riferimenti che fanno
pensare che essa sia stata scritta da Umberto Eco, perché si coglie il suo pensiero da
giovane.
Autotem è formato da lettere scritte dai cittadini di diversa estrazione sociale da diversi
posti d'Italia, a un direttore di giornale, non sappiamo di che direttore si tratti, ma esso
non risponde mai agli scrittori.
I cittadini sono persone comuni.
Siamo negli anni ’60 c'è il boom delle automobili di Fiat, sono gli anni in cui viene
costruita l'autostrada del sole, la macchina diventa un mito e un simbolo sociale, un
culto.
L'automobile diventa un valore fisso, le persone diventano come caduti in un’ossessione,
disparate sono le persone, alcune lettere sono lunghe, altre corte, alcune scritte in
italiano elegante e alcune in italiano povero.
La cosa interessante è che le lettere sono messe in serie, le persone che parlano sono
coloro che scrivono la lettera, la l'autore Baldini non compare mai, così come le risposte
del direttore del giornale di cui non si sa niente. Parlano solo i singoli personaggi molto
caratterizzati e le lettere sono messe in una sequenza calcolata e non casuale e c'è un
crescendo, questo perché. Una struttura di teatralità in questa successione delle
lettere.
La sequenza ha un ritmo che ogni tanto può cadere nel silenzio, ma poi si riprende.
Anche dei personaggi che a volte si firmano a volte no, non sappiamo granché. Qualcuno
parla di se ma le lettere sono incentrate sempre sulle vicende delle automobili.
Le vicende sono maniacali, alcune lievi altre pesanti. Le vicende sono tutte molto
stravaganti per far riflettere su come l'automobile sia diventata un’ossessione, da qui
l'idea del feticcio, ovvero del totem che si adora come una divinità ma che poi alla base
testimonia il vuoto dell'identità, di un idea di essere nel mondo, una crisi
dell’umanesimo di questa ossessione che avanza nel tempo. Ma questo non è senza
tradizione, perché il tema dell'automobile ha una grande ricorrenza nel tempo.
Nelle lettere si riconoscono due generi di persone, coloro che vedevano nel l'automobile
un riscatto dell'umanità e chi al contrario sosteneva la banalità nel quale gli uomini
erano caduti.
Sono tanti gli autori che hanno parlato del mito automobilistico, ma ciò che porta di
nuovo Baldini è la disposizione teatrale e drammaturgica.
L'ultima scrittura sul l'automobile di Baldini è una messa in scena La macchinite.
La ricerca su Raffaello Baldini è iniziata per mano della Prof ed è proseguita con l’aiuto di Ennio
Grassi. Silvio Castiglioni è stato l’autore che ha messo in scena i testi di “Autotem”. Ennio Grassi
si è occupato principalmente dell’analisi della tesi di Raffaello.
La lingua di Baldini è al tempo stesso semplice e complessa.
Nel 1976, con la sua prima raccolta “Il solitario”, Baldini parla della solitudine dell’uomo, per
poi proseguire con testi di poesia. Ci sono tre raccolte poetiche (La naiva, Furistir, Chiacchere).
Le scritture di Raffaello si muovono dai 24 anni ai 45.
In tutti i testi di critica su Baldini, Autotem viene solo nominato, nessuno ne parla. La
spiegazione di questo silenzio si può spiegare con la delusione, per il fatto che il libro non aveva
avuto successo, ma è strano perché il libro di Baldini è stato inviato ad un famoso premio
letterario di narrativa e poesia satirica, a Bordighera, e ha vinto il secondo premio. Tuttavia
Baldini non ha parlato a nessuno di questo premio. Oppure il motivo del silenzio su Autotem si
riferiva a qualcosa di diverso? Secondo la prof, questo libro è un libro conclusivo di una lunga
stagione di domande su qualcosa di decisivo a quell’epoca: l’utopia era che ci potesse essere un
dialogo strettissimo tra arte e realtà industriale. Questo tema ha impegnato tantissimo i filosofi
di quegli anni. Diversi autori hanno creduto a questa utopia.
“Civiltà delle macchine” ….
Andando a leggere i grandi poemi Omerici, notiamo che da sempre l’uomo pone a sé stesso la
domanda sul senso della propria vita, del rapporto con la realtà, rapporto che muta perché muta
la realtà che ci circonda anche se la domanda rimane sempre.
È come se la macchina stesse ingoiando l’individuo che perde di significato, mentre il mondo
della macchina sovrasta. Questo tema era già emerso quando le città hanno iniziato ad essere
illuminate dalle luci che erano a gas (Parigi). Ci sono molti testi poetici e narrativi che si
interrogano su un altro elemento importante del progresso umano, che è il treno. Questo è
un’esperienza non solo di viaggio, ma anche percettiva: abbiamo una percezione dettata dal
movimento. Noi non sappiamo immaginare un paesaggio nella velocità, prima lo si sperimentava
sul treno, poi c’è stata la comparsa dell’automobile.
Quello sul treno, così come in automobile, è, in molti casi, un viaggio solitario: la situazione è
contemporaneamente reale e non reale. La nostra attenzione si può concentrare su ciò che
vediamo fuori, ma anche su noi stessi.
Il viaggio avviene poi nello spazio e nel tempo: nel momento in cui si viaggia cambia la
concezione del tempo.
L’uomo al volante, durante la seconda guerra mondiale, era l’eroe moderno. Quando si arriva
quasi alla conclusione del 2° conflitto ci fu l’arrivo degli Americani in Italia, che portano la loro
cultura, i loro cibi, ma anche i loro mezzi (di sbarco, le automobili militari, gli aerei) ma anche
un’idea esistenziale completamente diversa: scoppia il mito americano. I nostri intellettuali
cominciano a tradurre le opere della letteratura americana dove sentono una freschezza, una
specie di originari età che la cultura Europea non aveva più. Come se l’Europa fosse arrivata allo
smarrirsi dei suoi valori, al tramonto, mentre quella Americana si presentava come una cultura
all’origine, fresca, caratterizzata da libertà di espressione. Elio Vittorini aveva costruito una
collana di testi intitolata “Americana” in cui venivano tradotti autori americani appunto; gli
Americani portavano il jazz, musica nuova assolutamente sconosciuta per quella generazione.
Quando Baldini, nel testo “…il dialetto”, costruisce il ricordo di un amico, ricorda che nel 1945
Di Michelino Provinciali, divenendo amico di un certo Guerra, aveva conosciuto 5 dischi. Questi
venivano spesso suonati da Baldini (che suonava il sax), di Michelino…quindi con l’arrivo degli
americani erano arrivati anche tanti elementi culturali nuovi. Gli americani più acculturati
portavano anche questa nuova idea di libertà.
L’idea stessa del viaggio, di libertà, lo troviamo anche nel testo di Kerouac “Sulla strada”. Tra
l’Europa e l’America c’era una diversa idea dell’automobile: in Europa l’automobile veniva visto
come oggetto di lusso riservato a pochi (il mito della Roll Roiche). In America, invece, un
industriale di nome Ford aveva avuto un’idea esattamente opposta: l’automobile non doveva
essere riservato al ceto borghese detentore del potere economico, ma qualcosa per tutti. Lui
stesso per primo costruisce industrie automobilistiche con la catena di montaggio: l’auto diviene
un oggetto in serie che possa portare libertà a tutti.
In una lettera Baldini, nel 1953, scrive all’amica Rina Maccredi, studentessa di lingue a Venezia,
che si trovava a Parigi. Baldini in quel periodo si trovava a Renn per insegnare italiano in una
scuola superiore. In questa lettera Baldini raccontava le sue giornate, parlava del teatro, e le
scrive una cosa per lui sconcertante: nella scuola in cui lavorava, che accoglieva coloro che si
preparavano alla carriera militare, era stata data una prova d’esame in cui i ragazzi potevano
scegliere se parlare di Gandhi o di Ford. Baldini scrive con molto sconcerto che tutti i ragazzi
hanno scelto Ford dimenticando i valori pacifisti di Gandhi.
Il Fordismo è stato proprio il periodo in cui il fenomeno del miracolo economico, in America, si è
verificato. Al tempo, la Ford T è stata chiamata “dream car” ed era stata disegnata in modo da
rappresentare un sogno, e le erano stati dati attributi che venivano dal mondo animale (musi
arrotondati come musi di delfino). La macchina era vista come un sogno domestico, e gli
americani portarono in Europa una cultura letteraria, una musicale, una automobilistica che
veniva dal fordismo.
La Citroen è stata in Europa l’azienda che negli anni ’50 ha saputo costruire una nuova “dream
car”, chiamata DS e letta alla francese “De ess”, la dea. Era una macchina molto diversa da
tutte le altre e molto adorata. Non è un caso che la DS sia sulla copertina di “Autotem” e
nemmeno che presenti una targa italiana: Franco Ricci (Franco Maria Ricci), proprietario della
rivista FNR, grandissimo designer originario di Parma, l’ha illustrata.
Certi oggetti, diventando mitici, hanno sostituito pensieri arcaici con nuovi pensieri. Questi
nuovi miti diventano pervasivi, si accampano nel nostro pensiero e da oggetti di supporto e di
sostegno, diventano oggetti necessari (vedi cellulare). Dall’utile all’indispensabile. Quella che
doveva essere una realtà di servizio (automobile) è divenuta una realtà indispensabile, come
fosse una specie di continuazione del nostro corpo, qualcosa che ci dà libertà, sogno, avventura,
comodità. Dunque i primi segnali di critica su questa trasformazione del nostro pensiero
possiamo trovarli negli scritti di Pier Paolo Pasolini, per esempio. È accaduto qualcosa di
epocale, noi non siamo più esseri umani simili o assimilabili a quelli delle generazioni che ci
hanno preceduto, perché sono cambiati i pensieri.
Nel 1963 uscì un film intitolato “Il sorpasso” che descrive un incontro casuale tra un giovane e
un uomo: i due decidono di compiere un’avventura insieme su un’automobile sportiva e
decapottabile che si conclude amaramente con un incidente in cui il giovane perde la vita.
Abbiamo parlato del silenzio che per lungo te
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