Cultura classica e comunicazione: la retorica
La retorica è il prodotto di una qualità umana, è una tecnica. La tecnica è un qualcosa che l’uomo si inventa per arrivare laddove non riesce ad arrivare con i suoi propri mezzi. Le tecniche servono all’uomo per esercitare la sua volontà di potenza sull’esterno, sulla natura. La retorica si divide in interna ed esterna: quella interna riguarda l’insieme di strategie attraverso le quali i parlanti organizzano i propri discorsi, quella esterna si occupa di queste pratiche e comprende i fondamenti teorici e i precetti tecnici per comporre discorsi persuasivi.
La retorica è una tecnica artificiale con cui ci si appropria delle virtù di un’eloquenza spontanea, ma elitaria, naturale ma non donata a tutti. La retorica, però, è una tecnica meccanica che serve a sottomettere il pensiero degli altri, non la natura. È una tecnica di persuasione che utilizza la parola, per questo motivo è una tecnica tipicamente umana.
L'origine dell'arte oratoria
Cicerone dice che l’arte oratoria sarebbe nata insieme alla lingua stessa, dall’inventiva di un uomo genio, per persuadere altri uomini ad abbandonare lo stato ferino così da aggregarsi nelle città. Le tecniche di persuasione sono numerose (violenza, corruzione). La retorica si occupa di persuadere l’interlocutore del fatto che una cosa è giusta rispetto a un’altra. Persuadere del fatto che una scelta è inevitabile perché l’altra è sbagliata. La retorica ci spinge verso un vero che è tale solo in determinate circostanze, il vero è circostanziale, consensuale nella retorica. Non è una scienza, incide sulla vita quotidiana in termini astratti. Persuadere è proprio della retorica, convincere è proprio della scienza. La retorica non dimostra, fa finta di dimostrare.
Strumenti persuasivi della retorica
La retorica utilizza numerosi strumenti persuasivi. Si serve dell’emotività umana, a volte la retorica riesce dove la scienza fallisce appunto perché la scienza non si serve dell’emotività. L’uomo si muove più per emozione che per razionalità. La retorica si pone nel campo del possibile, del verosimile. Il verosimile è una metafora, è ciò che è simile al vero, è una metafora radicale perché non possiamo sostituire “verosimile” con un’altra parola. La retorica è consapevole del fatto che il verosimile del quale si occupa è tangibile, referenziale.
La retorica insegna a prendere delle posizioni, ad essere faziosi, a non essere equanimi. Per far valere la mia tesi devo convincere del fatto che quella del mio avversario non è valida, per farlo arrivo per fino a screditarlo. Uso la retorica per ingannare il mio interlocutore. L’effetto che la personalità di un interlocutore ha sull’altro, influenza il livello di persuasione.
Il ruolo della retorica nella società
La retorica gioca un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’abbandono dello stato di natura e la nascita della società civile. È una tecnica che permette all’uomo genio di impadronirsi delle qualità civili di buon esercizio della parola. Alla retorica si attribuisce la nascita della società di mercato come società moderna di uomini liberi, che si contrappone al sistema feudale (fondato sulla servitù). La persuasione e la tendenza al dominio sugli altri uomini sono due pratiche diverse: l’attitudine al dominio corrisponde alle società schiavistiche e ai sistemi sociali basati sulla subordinazione di altri mentre, nelle società mercantili, le relazioni non sono gerarchiche e vi opera il principio “liberale” della persuasione alla retorica viene quindi attribuito il carattere di libertà attribuito al nuovo assetto sociale.
Lo strumento retorico per eccellenza è la logica, nonostante questo la storia della retorica vede lo studio dei modi irrazionali per aggirare i problemi. Secondo Empedocle, le parole hanno la forza di un incantesimo, l’eloquenza ha la capacità di intervenire sul mondo attraverso la parola, modificando l’atteggiamento degli uomini e orientandolo in un determinato corso d’azione. La parola ha potere di fascinazione, la sua potenza sovrana sottrae gli uomini dallo stato d’indifferenza (nel quale domina la logica) portandoli all’accettazione di un inganno.
La retorica e la logica
Retorica e logica si oppongono: la prima riguarda il verosimile, la seconda il vero. Il dominio della retorica è il verosimile, essa approda a conclusioni non vere ma probabili. La retorica è una pratica volta all’inganno perché si sforza di apparire come una delle arti volte al bene (es. la giustizia) rispetto alle quali è parassitaria, e perché inganna coloro che vuole persuadere rivolgendosi alla parte dell’anima dominata dalle passioni. I retori sono “spacciatori di lusinghe”, il quale fine è il piacere di chi li ascolta. La sola degna del filosofo è la buona retorica: quella che insegna a “dire cose che siano gradite agli dèi”, il più perfetto degli oratori è colui che utilizza e comunica un sapere elaborato altrove, dai filosofi.
Il dominio della ragione è limitato al dominio dell’evidenza e il ragionamento è sviluppato attraverso i mezzi della logica formale: tutto ciò sfugge al calcolo, quindi, sfugge anche alla ragione. Una nuova retorica può svilupparsi solo al di fuori di un concetto di prova come riduzione all’evidenza: fondando quindi i metodi di indagine della filosofia pratica sulle prove dialettiche. Le prove dialettiche rappresentano una “forma di gestione razionale dell’incertezza”.
Il compito della retorica secondo Socrate
Per Socrate, il compito della retorica è quello di indovinare gli stati emotivi dell’uditorio e a questi adattare la presentazione di contenuti. La retorica sollecita le emozioni e le passioni del pubblico solo in funzione della lusinga e dell’inganno. La ragione è schiava delle passioni. Le spinte ad agire, in un certo modo, dell’uditorio possono essere fondate sulla ragionevolezza delle argomentazioni, legittimate attraverso la probabilità delle conclusioni. In questo modo, l’azione degli altri si spoglia di ogni carattere di imposizione esterna, essendo frutto di libera adesione e scelta. L’agire per effetto di persuasione è un agire libero, motivato e rivendicato come corretto, diventando un modello di comportamento che si propone come imitazione. Questo tipo di comportamento ha maggior potere di modificare l’ordine sociale rispetto al singolo atto violento o costrittivo.
Le funzioni della retorica
L’insieme di strumenti dei quali si serve la retorica la rendono una disciplina complessa.
Funzione persuasiva
La prima funzione è quella persuasiva, si basa su due forme essenziali di strumenti, la prima coppia di strumenti riguarda l’ambito razionale:
- L’entimema è lo strumento quasi logico per eccellenza della retorica, di tipo deduttivo. È una forma particolare di inferenza è il processo per cui data una premessa (prima proposizione) a cui si dà valore di verità si giunge a una conclusione passando per una seconda proposizione, la cui verità è data dal contenuto di verità della prima. È il sillogismo della retorica.
- L’esempio è lo strumento quasi logico di tipo induttivo tale per cui partendo da una premessa particolare giungo a una conclusione universale. L’induzione è un esempio di logica ingannevole che colpisce l’aspetto emotivo. La deduzione invece è il contrario: partendo da una premessa universale si giunge a una conclusione particolare.
L’uomo comune non si lascia persuadere dalla scienza. La lotta tra ragioni e sentimenti è impari, la ragione molto spesso perde.
La seconda coppia di strumenti, di cui si serve la funzione persuasiva, riguarda l’emotività:
- Ethos è il carattere del parlante il quale per attirare la fiducia e l’attenzione del suo uditorio deve studiare le modalità adatte. Nel momento in cui il parlante raggiunge le modalità da applicare avrà già raggiunto più di metà del consenso, così da far passare in secondo piano le insensatezze, gli errori…
- Pathos è passione, è la capacità di ingenerare (=produrre dentro) affezione dell’animo. L’affezione è qualcosa che agisce su qualcos’altro, è diverso dall’affetto. Il pathos è la capacità di generare degli effetti sull’animo di qualcuno. Lo scopo del pathos è quello di sospendere la capacità raziocinante in relazione a determinate circostanze.
Funzione ermeneutica
La seconda funzione è quella ermeneutica, riguarda l’interpretazione della realtà intorno a noi. L’ermeneutica ci obbliga a non dare nulla per scontato, è una funzione più passiva rispetto a quella persuasiva. Bisogna essere in grado di decodificare le “armi” retoriche dell’avversario, del dissimile, così da sfruttare a proprio favore tali “armi”. La funzione ermeneutica ha una duplice valenza: critica e conoscitiva.
Funzione euristica
La terza funzione della retorica è l’euristica, è la funzione di trovare qualcosa, il verosimile. La retorica serve a legare insieme elementi in modo da arrivare ad un’emissione di un giudizio. La verità trovata è la più vicina a quella definitiva. Questo percorso vale anche nel dibattito tra me e me.
Funzione didattica
La quarta funzione è quella didattica. L’insegnamento si basa sulle strutture che si basano sulla retorica, in particolare lo strumento della composizione scritta che segue il percorso della dispositio. Il testo argomentativo è il prodotto didattico della retorica.
Funzione metalinguistica
La quinta funzione è quella metalinguistica, la retorica ci permette di focalizzarci sulle funzioni della nostra lingua. La retorica è servita a costruire un’ideologia della forma, una normalizzazione del linguaggio, ciò accumuna tutte le culture occidentali. Roland Barthes dice che la retorica è un linguaggio sul linguaggio, ha una funzione metalinguistica, ci permette di parlare della nostra lingua nella nostra lingua.
Origini storiche della retorica
La retorica nasce nel V secolo a. C. nella Sicilia ellenizzata. Nel 465 avvenne la cacciata dei tiranni: i tiranni avevano l’abitudine di confiscare i beni ai nemici politici, dopo la loro cacciati fu necessario recuperarli. Il recupero avvenne tramite via processuale. In quegli stessi anni si diffondeva una pratica di autodifesa: il dibattimento processuale. Vennero stilati degli appositi manuali pratici per tale dibattimento. Tutti questi manuali avevano il nome di “Rhetorhiké Tékhne”. Il primo retore di cui si ha notizia è Corace, il quale scrisse uno di questi manuali pratici. Il manuale serviva a coloro che volessero dibattere in prima persona e al logografo (colui che si occupa di redigere un’orazione persuasiva per il suo cliente). Corace fu il primo a definire la retorica come uno strumento euristico, per ritrovare la realtà e a definirla come “arte della persuasione”.
La retorica d’arte nascerà con Gorgia da Lentini, egli nascerà all’inizio del V a. C. secolo e morirà all’inizio del IV (109 anni). La sua orazione più famosa è “L’encomio di Elena”. Egli fu il primo virtuoso della parola. Società a oralità primaria = società in cui la scrittura non è conosciuta. Società chirografica = la società che conosce la scrittura. La società di Gorgia è una società mista (la comunicazione orale coesiste assieme a quella scritta) ma la percentuale di persone che ricorrono all’oralità è maggiore. La parola era vista come qualcosa di magico, la nominazione era una forma di potere es. nomino l’oggetto o il concetto e dunque lo possiedo.
Secondo Gorgia la parola è artefice di persuasione e appendice di inganno la lingua greca distingue due parole per esprimere tale concetto: apátē e pseudos:
- Apátē indica l’inganno o la menzogna. L’inganno è una realtà parallela a quella che tocchiamo, può essere un prodotto finzionale, come un romanzo, ed è quindi il prodotto soggettivo di un’intelligenza creativa e serve a sostituire una realtà con un’altra.
- Pseudos indica invece un inganno in cui però c’è un dolo, una volontà di ingannare.
La retorica mira a portarci in un mondo altro dal nostro e in parte risponde a delle esigenze definite de-cettive. Nella retorica ogni parola corrisponde ad un’immagine mentale e consente all’ascoltatore di essere trasportato in un altro mondo. Questo succede normalmente in una società orale. Le figure gorgiane sono quelle di suono: allitterazioni, onomatopee… espedienti di tipo musicale che hanno la funzione di stordire l’uditorio anche perché, in una società primariamente orale, il ritmo della parola è ipnotico. Il ritmo era binario perché, tutto ciò che è doppio, sull’uomo esercita una forma di fascinazione. Mentre il numero tre si carica di una simbologia propria della straordinarietà, il numero due provoca fascinazione es. quando l’uomo vede l’altro lo vede come caratterizzato da simmetria bilaterale: l’uomo è bilaterale e simmetrico. Il ritmo binario è anche facilmente ricordabile e ipnotizzatore.
Gorgia vuole ipnotizzare i suoi uditori perché l’ipnosi inibisce la ragione: quando ascoltiamo attuiamo una serie di barriere, nel momento in cui qualcosa ci ipnotizza le barriere cadono (questo succede nell’advertising o nella comunicazione politica). Gorgia è un sofista nel senso etimologico della parola: in greco, sophistes, è qualcuno in grado di essere professionista nel suo lavoro, qualcuno molto bravo in qualche cosa, questo termine venne anche utilizzato nel senso di “saggio”.
La sofistica e la retorica
Platone diceva che i sofisti erano “cacciatori di giovani ricchi”. Senofonte definisce i sofisti come prostituti dell’intelletto. I sofisti sono maestri del sapere e della parola, che si facevano pagare caro. Platone, allievo di Socrate come Senofonte, discreditava i sofisti: Socrate, maestro di sapere, non si faceva pagare e mise in gioco la sua stessa vita per la ricerca costante della verità, che sapeva essere difficilmente trovabile in vita. Platone e Senofonte erano dunque contro i sofisti. I sofisti erano dei retori, capaci di esprimersi su qualunque soggetto. Platone e Senofonte fanno riferimento agli ultimi sofisti: gli eristi, coloro che ricorrevano a una sorta di sonnambulismo verbale per ingannare l’uditore. Nel V secolo, ad Atene, era necessaria l’esistenza di professionisti della parola. Nel 462 a. C. la riforma di Efialte eliminava i requisiti censitari per partecipare alla vita polita: chiunque poteva entrare in politica ma necessitava degli strumenti culturali per farlo. I sofisti contribuirono a rendere possibile tutto questo. L’Atene del V secolo ha assistito alla fine della filosofia greca naturalistica (quella alla ricerca di certezze), si ha quindi un inevitabile spostamento verso una visione relativistica dell’esistenza, verso l’interesse per l’essere umano (una sorta di pre-umanesimo). La retorica è lo strumento principale per far prevalere una verità, lo stimolo principale al successo della sofistica e della retorica fu quindi l’instaurarsi della democrazia.
Protagora è stato il padre principale della sofistica, visse durante il V secolo. Si dice che egli fosse allievo dei magi persiani e che ebbe una particolare concezione filosofica, il fenomenismo, tale per cui noi non vediamo la realtà nella sua totalità ma solo per quello che i nostri sensi ci permettono di vedere. Fu chiamato a redigere una costituzione che, però, non piacque a tutti: secondo Protagora, per ogni esperienza che noi facciamo, esistono due discorsi antinomici l’uno all’altro. Questo pensiero è alla base della definizione tecnica della relatività dell’esperienza umana, ogni esperienza non va considerata come assoluta ma come relativa a chi la percepisce. Protagora prese atto del fatto che il nesso tra verità e diritto è labile: il diritto dovrebbe affermare la verità ma non lo fa necessariamente il bravo retore è colui che riesce ad affermare i propri discorsi anche se non erano portatori di verità. Per Protagora la realtà è inconoscibile, per questo gli è indifferente il problema del vero. Siccome è inconoscibile la realtà, io uomo divento abito di quello che mi sta intorno.
L’uomo è misura di tutte le cose che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono definizione tecnica del relativismo protagoreo gnoseologico conoscitivo. Un discorso non è valido in base al suo valore di verità, ma in base all’esito che ha. Nell’Eutidemo vengono elencati, da Platone, tutti i mezzi che gli euristi utilizzano per ingannare il pubblico. Lo stesso viene illustrato da Aristotele in Confutazioni sofistiche.
La critica di Platone alla retorica
Platone è stato il padre della metafisica e uno dei padri della filosofia, allievo di Socrate, nasce nel 428 e muore nel 348. Platone, nei suoi Dialoghi, cerca di preservare il pensiero del suo maestro e di portare avanti la propria concezione filosofica. Scrive un dialogo chiamato Gorgia dal quale emerge come per Platone la retorica sia una disciplina da biasimare dal punto di vista etico: l’uomo politico deve conoscere i fondamenti della virtù, la retorica non da niente di tutto ciò. Gli uomini politici dovrebbero essere instradati verso la conoscenza assoluta della verità, cosa che la retorica non fa, al contrario porta verso l’apparenza, il verosimile, la credenza. Platone vuole che l’uomo politico sappia, mentre la retorica insegna a credere. La retorica è un’arte incantatoria, che inibisce e prende in giro.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti Cultura classica e comunicazione - seconda parte
-
Cultura Classica - Appunti del secondo semestre (Tragedia classica, romana e moderna)
-
Appunti di Geopolitica
-
Appunti - Filologia classica (prof. Danese)