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FILOLOGIA CLASSICA 04/10/18

I testi antichi sono arrivati a noi principalmente attraverso manoscritti

medievali, presi a loro volta da manoscritti antichi. Nel quarto secolo si

passa dal rotolo di papiro al codice, una forma all’incirca corrispondente al

nostro libro e molto più di prestigio rispetto al papiro. La copiatura dei

manoscritti comporta necessariamente dei guasti, a causa di errori (di

qualunque tipo) nella trascrittura. Esistono poi errori materiali, dovuti alla

distruzione o al danneggiamento del manoscritto.

Una delle conquiste più importanti della filologia ottocentesca è la

recensio: si tratta dell’esame di tutta la tradizione manoscritta di un

autore, con una selezione ed un’organizzazione dei contenuti. Per un buon

lavoro filologico c’è bisogno di controllare tutto quello che abbiamo a

disposizione. Il fine della recensio è l’emendatio, cioè la restaurazione del

testo attraverso gli strumenti della recensio. L’emendatio è di due tipi:

Emendatio ope codicum:

- veniva fatta nel Medioevo e nel primo

Umanesimo senza un vero criterio. Non si faceva la recensio all’epoca

e si utilizzavano solo codici recenti e leggibili: di conseguenza non

erano sempre i migliori codici ad essere studiati. Si può dire che

editiones principes

usavano solo ciò che trovavano. Le diventavano

vulgata,

così la usate anche per gli studi successivi. Umanisti italiani

quali Lorenzo Valla e Angelo Poliziano capiscono che spesso la

editiones principes

vulgata delle costituiva un errore.

Emendatio ope ingenii:

- soluzione per l’errata vulgata sono le

congetture frutto di preparazione e cultura personale, e il confronto

codici ritenuti più autorevoli,

con giungendo ad un emendatio non

più per congetture, ma usando l’autorità di altri codici. La figura più

importante in questo contesto è Angelo Poliziano, identificabile come

Miscellanea

un intellettuale a tutto tondo. Nei (la prima centuria

viene pubblicata nel 1489, mentre la seconda viene ritrovata secoli

dopo e pubblicata nel 1978) abbiamo una serie di riflessioni di

Poliziano:

1. Valutare le testimonianze manoscritte, abbozzando una

storia della tradizione superstite; in questo modo nasce già

l’idea dell’eliminazione di quei codici che dipendono da altri

(non danno lezioni originali)

2. Studiare gli usi linguistici attraverso documentazioni

coeve all’autore, cioè conoscere la storia della lingua ed

escludere eventuali lezioni linguisticamente sbagliate rispetto

all’epoca dell’autore.

3. Conoscenza del greco e degli autori greci, che permetteva

di fare confronti con le fonti greche di autori latini. Sono di

frequente le opere greche a fare da modello.

4. Citazione precisa e storia dei codici, a partire dalle note

paleografiche fino ad arrivare alla descrizione fisica del

manoscritto. Quest’ultima è molto importante perché la qualità

del libro ha un’influenza a volte determinante sulla qualità del

testo che ospita.

Era importante innanzitutto controllare l’autorità dei codici antichi, poi le

testimonianze degli scrittori più utili, infine il senso. Poliziano anticipa gli

esiti della filologia moderna, giunta a tali risultati quando la seconda

centuria non era ancora stata ritrovata. La cosa più importante di Poliziano

storica

è la considerazione della tradizione manoscritta: datare un codice

è fondamentale in quanto i codici vengono copiati l’un l’altro e quindi i più

antichi sono più vicini all’autore e più credibili. Si tratta di un fattore non

sempre vero, ma è comunque una grande innovazione per la filologia.

Filologia classica 05/10/18

Archetipo, collazione, parentela tra codici

Poliziano, Erasmo, Scaligero, Heinsius

In età umanistico-rinascimentale, e in particolare con Poliziano, inizia a

formarsi l’idea che esiste una genealogia di codici, che ci siano codici più

importanti di altri. È un criterio per l’epoca importante, per quanto non

sempre vero, perché è un primo passo verso la formazione dell’idea del

archetipo

codice progenitore, il concetto di (modello primo).

archetipus Erasmo da Rotterdam,

Il primo a usare la parola è stato che

Adagia

negli (raccolta di proverbi che lui commenta) dice che sopra la

genealogia di codici ce n’è uno, che non è necessariamente senza errori,

ma che è il progenitore di tutti gli altri. Per Erasmo l’archetipo era il primo

esemplare scritto sotto la sorveglianza dell’autore, da cui sarebbero poi

derivati tutti i manoscritti di tutte le epoche successive. Oggi noi per

archetipo non intendiamo questo. Se scorriamo gli scritti di Erasmo,

vediamo però che alla fine lui si convince che l’archetipo potrebbe essere

un manoscritto anche posteriore di molti secoli all’autore, anche sfigurato

da errori o lacune. Qui già ci avviciniamo al nostro concetto tecnico di

archetipo. Comunque per la prima volta si affaccia l’idea di un manoscritto

perduto, da cui sono derivati tutti i codici giunti fino a noi, che permette di

spiegare errori comuni a tutti gli esemplari della tradizione manoscritta.

Giorgio

Il primo che usa in modo chiaro questo concetto di archetipo è

dell’editio princeps

Merula, l’autore di Plauto (1472). Merula,

archetypus

nell’introduzione, dice che è:

unus liber,

- un manoscritto singolo

- perduto

- da cui sono derivate tutte le copie esistenti del testo plautino.

Giuseppe Giusto Scaligero, filologo italiano che lavorava in Francia, si

pone per primo il problema che l’archetipo in realtà, 90 volte su 100, è un

codice medievale, da cui sono derivati tutti gli altri. È difficile trovare un

archetipo in un rotolo di papiro. Di solito i testi antichi vengono

istituzionalizzati così come ci sono arrivati a partire dal IV secolo, nel

periodo di passaggio dalla tarda latinità al Medioevo. Questo è un concetto

che si avvicina molto al nostro concetto di archetipo.

Con Scaligero soprattutto si consolida l’esigenza, già emersa in Poliziano,

collazione

di una completa dei manoscritti. Con Scaligero si determina

l’idea che ci dev’essere un codice, perduto, di solito medievale o tardo

antico, che se ricostruito ci può dare un’idea più fedele al testo originale.

Come si fa a ricostruirlo? Con la collazione: il confronto di un manoscritto

con l’altro. De Officiis

Un esempio del metodo di Poliziano: passo del di Cicerone, in

cui Cicerone parla del fatto che i retori prendono spunto dai grandi episodi

o dai grandi personaggi storici. Nell’elencazione che fa c’è Stratocle, che

non si sa chi sia. Poliziano si pone il problema, e va a vedersi gli altri

codici. Va alla Biblioteca Medicea Laurenziana, e prende un codice di gran

lunga più antico (e qui ritorna l’idea del codice più antico come più

autorevole). In questo codice trova scritto, invece di ‘Stratocles’,

‘Stercocles’. Va a Bologna, e trova in un altro codice ancora scritto

c l

‘Stercodes’, che non è altro che ‘Stercocles’ con la e la scritte attaccate

d.

a formare una ‘Stercocles’ continua a non voler dire niente, ma forse

dietro l’errore c’è nascosta una ragione. Poliziano capisce che

probabilmente è caduto qualcosa: ‘Stercocles’ deriva da ‘ster cocles’, ossia

‘noster Cocles’: con questa formula, come intuisce Poliziano, Cicerone

introduceva gli esempi latini (‘noster’), dopo quelli greci che aveva fatto

fino a quel punto. ‘Stratocles’ probabilmente era un modo di grecizzare

‘Stercocles’. Nella copiatura sono cadute delle lettere, guasto

comunissimo. Poliziano presuppone dunque una lezione antica, che pur

essendosi guastata, sta alla base di tutte le altre e contiene in sé traccia

del testo autentico. A questa intuizione si può giungere solo con una

scrupolosa documentazione sulla tradizione manoscritta.

Questa intuizione di Poliziano è rimasta in ombra fino a Lachmann. La

novità di questa posizione andava contro la tendenza dell’epoca di

Poliziano: ci si affidava di solito ai primi codici che si trovavano, per poi

cercare di correggere il testo. Poliziano invece sostiene che prima bisogna

guardare e confrontare tutti i codici che possediamo, e solo poi mettersi a

ragionare sul testo. Conoscere bene il materiale manoscritto e valutarne

l’attendibilità è fondamentale, perché consente di partire da una base

oggettiva, che dia un’idea della storia di un testo.

A poco a poco queste idee si raffinano. Altri studiosi le portano avanti. Un

Nicolaas Heinsius

altro personaggio importante è l’olandese (1620-1681).

La scuola filologica olandese e belga è particolarmente all’avanguardia,

specie in questo periodo. Nel Seicento Heinsius mostra una grande

consapevolezza della tradizione manoscritta e del concetto di archetipo

famiglie di codici.

medievale, e inizia a distinguere tra Non più solo l’idea

di un codice unico da cui sono derivati tutti gli altri, ma l’idea che alcuni

codici sono imparentati tra di loro. C’è un vero e proprio albero

genealogico della tradizione manoscritta.

La filologia neotestamentaria

Le Clerc, Bentley, Bengel

Quest’idea diventa importante quando si afferma il problema della filologia

neotestamentaria, che in questo periodo di turbolenze religiose diventa più

importante della filologia classica. Del Vangelo si avevano tantissimi codici,

diversi tra loro. Ci si inizia a porsi il problema di quali codici sono i più

attendibili, ed è una questione importantissima (tanto che se l’era posta già

sant’Agostino), dal momento che sulla base di quel testo di decideva anche

della vita e della morte delle persone. I problemi della filologia

neotestamentaria erano che la tradizione manoscritta era ricchissima. Le

varianti testuali, gli errori, le lacune sono tantissime. Allo stesso tempo,

trattandosi della parola di Dio, è pericoloso e difficile fare congetture.

Scegliere una variante poteva avere anche implicazioni teologiche

importanti.

L’editio princeps dei Vangeli in greco è ad opera di Erasmo da Rotterdam.

Si tratta di un’edizione di scarso valore, perché si basa su codici bizantini

vulgata

scadenti, ed è fatta piuttosto in fretta. Divenne però la su cui tutti

si basarono, soprattutto i protestanti, per i quali divenne un testo

intoccabile. Non solo i teologi, ma anche i filologi erano restii ad

intervenirvi sopra, usando codici più antichi e più autorevoli. Così si faceva

editio

anche per autori come Plauto o come Dante: una volta che si faceva l’

princeps vulgata

a stampa, quella diventava la su cui si basavano tutti gli

altri, anche se si trattava di un’edizione di scarso valore filologico.

Ars critica

Jean Le Clerc (1657-1736) pubblica ad Amsterdam nel 1697 l’ ,

un libro dedicato al testo del Nuovo Testamento. Le Clerc inizia a

recensio.

considerare il problema della Dà valore alla tradizione indiretta,

in questo caso alle citazioni del Vangelo contenute negli scritti dei Padri

della Chiesa. Analizza e studia la natura degli errori dei copisti: capire

come si è generato un errore può aiutarci a capire anche qual era la

lezione originaria. Per il NT si tratta di un’impresa importante, quella di Le

Clerc. dell’Ars critica

Un elemento importante è che la congettura deve spiegare

De Officiis

la genesi della corruttela (come aveva fatto Poliziano col di

Cicerone). Con Le Clerc si arriva sempre più ad una definizione più

scientifica dell’intervento umano sul testo, che non è più totalmente

arbitrario, ma fondato su principi obiettivi, uniti certamente all’acume e

alla perspicacia del filologo.

Le Clerc comincia a manifestare diffidenza verso i codici di età umanistica,

a favore del recupero di codici più antichi. Come già detto, non è sempre

vero che i codici più antichi sono anche i più attendibili, ma sicuramente

spesso le varianti dei codici umanistici erano piuttosto arbitrarie e non

particolarmente ragionate, quindi la diffidenza di Le Clerc non era

ingiustificata.

Richard Bentley (1662-1742) è uno dei più importanti filologi del suo

tempo. Uno dei suoi cavalli di battaglia era la diffidenza verso la vulgata:

aveva capito che il testo più diffuso quasi sempre non era il migliore. Non è

una cosa banale, dato che la vulgata era considerata il testo di partenza,

intoccabile, da cui si doveva partire. Bentley instilla il dubbio che la vulgata

non fosse così attendibile e imprescindibile come si pensava. Bentley

faceva delle congetture geniali. Molte delle sue soluzioni testuali sono

Paradise Lost

ancora oggi ritenute valide. Fu editore di Orazio e del di

Milton.

Anche lui entra nel campo della filologia neotestamentaria, per difendere

l’autorità del testo biblico contro i “liberi pensatori” che gli facevano dire

quello che volevano, basandosi su edizioni poco credibili. Bentley decide di

gettarsi nell’impresa di fare una nuova edizione del Nuovo Testamento

Proposal of printing a

greco. Pubblica un libretto di natura programmatica (

New Edition of the Greek Testament, Londra 1721) in cui spiega come

secondo lui andava fatta questa nuova edizione:

a. Confrontare i più antichi codici greci con la vulgata latina.

b. Confrontare il testo con la tradizione indiretta, ossia con le citazioni

degli autori patristici.

Sulla sua strada si mossero due critici neotestamentari tedeschi: Johann

Albrecht Bengel e Johann Jacob Wettstein.

Johann Albrecht Bengel (1687-1752) è il primo che cerca di elaborare un

metodo per determinare i rapporti di parentela tra i manoscritti. Inizia ad

apparentare i codici sulla base di un principio che oggi consideriamo

completamente sbagliato, la comunanza delle lezioni: secondo lui i codici

sono tanto più parenti quante più lezioni hanno in comune. Oggi sappiamo

che più che le lezioni sono importanti gli errori in comune.

FILOLOGIA CLASSICA 11-10-18

Tra ‘600 e ‘700 (anche prima) inizia a specificarsi dal punto di vista

metodologico l’esigenza di recensire i manoscritti, soprattutto nei testi del

Nuovo Testamento. Questo sia perché si tratta di un testo che influisce

molto nella realtà quotidiana delle persone, sia per la qualità scadente del

testo circolava. Si inizia a notare che le varianti (e di conseguenza i

problemi testuali) erano tantissime. L’esigenza di arrivare ad una

credibilità del testo si manifesta nello studio e nell’analisi delle varianti.

Bengel

Chierici come (1687-1752) iniziano a lavorare sui esti sacri,

elaborando elementi metodologici utili anche per la filologia successiva.

rapporti di parentela

Egli cerca di determinare i tra i manoscritti e

comunanza delle lezioni

apparenta i codici anche sulla (metodo

sbagliato, in quanto ad assumere importanza è la comunanza degli errori).

La classificazione genealogica dei codici offriva un criterio sicuro per la

scelta tra le varianti: non conta la maggioranza dei codici, ma la

maggioranza delle famiglie di codici. Quando famiglie di codici

concordano, è probabile che sia la lectio più antica (non necessariamente

la più corretta). Johann Jacob Wettstein

Altro filologo importante è (1693-1754).

Wettstein mette in discussione l’attendibilità della vulgata, andando a

ricostruire il sistema di codici. Non capisce però i vantaggi della

classificazione genealogica dei manoscritti, limitandosi ai codici. Wettstein

ha due intuizioni importanti:

L’usus scribendi

- , cioè lo stile dell’autore su cui si lavora, rivalutando

un principio di filologi antichi come Aristarco).

lectio difficilior

- La , cioè, tra due lezioni, scegliere quella meno

banale: una forma complessa può essere realizzata in modo più

banale dal monaco medievale che non la capisce, mentre è più

difficile il contrario.

Altri studiosi si avvicinano ad un concetto molto importante: inizia ad

distinzione fra antichità del codice e antichità della

emergere la

lezione.

La filologia classica rimane indietro rispetto a quella neote

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/05 Filologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher f4cteoty di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia classica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Danese Roberto.
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