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Appunti Comunicazione Interculturale

Appunti completi del corso "Comunicazione Interculturale" (MOD. 1 del corso integrato Sociologia della Cultura) tenuto dal Prof. Domenico Perrotta. Bastano per l'esame. Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del professore.

Esame di Sociologia della cultura docente Prof. D. Perrotta

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ESTRATTO DOCUMENTO

N. 2

Alessandro Dal Lago

“Esistono davvero i conflitti tra culture? Una riflessione storico-

metodologica”

1. Questione di civiltà.

Ogni epoca seleziona un certo tipo di conflitto simbolico, e oggi quello prevalente nel

dibattito scientifico e nel senso comune è il conflitto tra religioni come espressione di

civiltà e culture.

Huntington basa la sua dottrina sullo scontro tra occidente e resto de mondo. Il

termine civiltà, per Huntington, è la forma complessiva che in una certa epoca storica

assumono grandi formazioni politico culturali. Esse ingloberebbero le culture, le

religioni, le economie e le società.

A un occidente sviluppato lui contrappone le diverse periferie del mondo identificate

quasi ed esclusivamente dalla religione. È lo scontro di civiltà tra civiltà e non civiltà e

qui si riprende l’idea anche di Fukuyama secondo cui la storia è già finita con il trionfo

dell’Occidente liberale, ma in realtà se ne distanzia solo in termini diagnosti.

Huntington invece pensa che il trionfo dell’occidente ha davanti ancora parecchi

ostacoli.

La visione del mondo per H.: Il pericolo islamico è diventata la stabile ossessione del

nord ricco del mondo, invece la Cina si profila ormai come il competitore più

minaccioso per la cultura economica e politica occidentale.

Secondo H. le altre civiltà sono condizionate da uno specifico stigma culturale. Edward

Said sostiene siano dei luoghi comuni plurisecolari e coloniali, secondo cui le altre

civiltà non evolvono perché troppo legate alla loro cultura.

La conclusione contro le teorie di H è che lo scontro di civiltà non è altro che la

rappresentazione di uno scontro politico globale per l’egemonia travestito da conflitto

tra culture o civiltà. H ha dato forma sintetica a un pensiero diffuso che aspettava solo

un profeta.

Nell’articolo si fa riferimento anche ad Oriana Fallaci sostenitrice del pensiero di H.

2. La genealogia immaginaria dello scontro di civiltà.

Inizio del articolo racconto storico periodo greco.

La contrapposizione tra Greci e barbari era molto meno marcata di quello che la storia

ci racconta.

Nel V secolo due mentalità politiche si scontravano:

1) I persiani non potevano accettare che piccole comunità urbane litigiose ai

confini dell’ impero si sottraessero ad un sistema ecumenico e ben organizzato

2) i greci dall’altra parte disprezzavano l’assolutismo persiano, il carattere magico

delle sue procedure e il lato militare grande, ma primitivo. Ma lo scontrò che ne

derivò deve essere ridimensionato. Si parla di patriottismo politico e non culturale.

I romani, invece, hanno la straordinaria capacità aggregante della repubblica

Imperialista e poi dell’impero e si spiega in larga parte con l’oculata estensione della

cittadinanza ai popoli man mano conquistati e grande tolleranza. L’esercito era la

struttura portante dell’impero e rappresentava il multiculturalismo romano.

Anche l’avvento del cristianesimo fece sì che l’impero potesse ancora concepirsi come

una struttura politicamente unitaria ma culturalmente e religiosamente composita.

L’impero riuscì a sopravvivere per un millennio grazie alla capacità di assimilazione

politico e sociale.

Ma questo ci indica soprattutto come la rappresentazione dei conflitti di cultura che

offrono gli scribi sia solo un aspetto parziale e non necessariamente valido per l’intero

che una società si fa dei suoi avversari e nemici esterni.

Bastano solo pochi esempi per mostrare come l’idea di una contrapposizione culturale

muro vs muro tra islam e cristianità sia stata per molto tempo uno stereotipo

ideologico, oltre che una semplificazione storica. Il primo esempio sono i crociati

arrivati dopo la conquista di Gerusalemme da parte dei primi crociati. Essi si erano

ormai integrati con la vita palestinese, meno fanatici più pragmatici nei rapporti con le

piccole e grandi potenze. I confini politici erano netti, non quelli sociali e culturali.

I motivi religiosi che portarono alle crociate furono sì determinanti, ma altre

motivazioni, quelle economiche per esempio, le superarono di importanza. Per

semplificare però si parla di conflitto islam e cristianesimo.

Altro esempio importante fu la caduta dell’impero romano d’oriente nel 1453.

Nell’attacco a Costantinopoli da parte dei turchi l’Europa per questioni economiche e

mercantili rimasero a guardare perché una volta conquistata dai turchi sarebbero

diventati i nuovi clienti mantenendo i precedenti attracchi mercantili.

Qui non si volle difendere la cristianità.

Cosa ci dicono questi cenni sul conflitto Occidente-Barbari? Che al concatenarsi storico

come intreccio tra rari ed eterogenesi sovrappongono facilmente le riletture unitarie

che ogni presente fa sul passato.

Si postula un fatto vecchio come la storia ma giustificarne storicamente l’esistenza

dello scontro attuale in loop.

3. Digressione epistemologica.

Weber analizza LA NAZIONE. In un paragrafo di Economia e società egli spiega cosa

non è la nazione: non è il popolo, non è la lingua, non è la comunità etnica, ma è

qualcosa che ha a che fare con l’agire di comunità, forse e soprattutto con il prestigio

politico.

Per Weber la nazione è il nome dato alle pretese con cui un gruppo afferma di credere

in qualcosa. La pretesa è un insieme di affermazioni, di espressioni, performative con

cui i gruppi giustificano la loro esistenza. (un mito, un processo, configurazione

simbolica, narrazione).

Il letterato spiega i problemi storici e politici di ieri e oggi generalizzando le proprie

categorie ideologiche. Si parla di INTERPRETAZIONE.

Nietzsche come Weber sosteneva che è un conto riconoscere l’esistenza di formazioni

storico culturali come il socialismo, statismo, nazionalismo; è un conto adottare i

paraocchi concettuali.

4. La cultura come risorsa

Le culture sono come realtà autonome e soggettivate come organismi dotati di

pensiero per quanto irrazionale. Con l’eccezione dell’occidente in cui la libertà

individuale ha un ruolo preponderante. Nelle altre culture non si è in grado di

inventare, creare ecc, perché legati troppo alla propria cultura e tradizione. Questa

idea ovviamente ideologica e non in linea con la definizione di cultura data

dall’antropologia.

Infatti, LA CULTURA è l’insieme di simboli, credenze, valori, costumi, riti che rende

specifica una società che condiziona i suoi membri.

Esistono diverse definizioni di cultura, infatti in realtà pochi oggi definiscono la cultura

come qualcosa di coerente e organico e si è messo un po’ da parte l’idea di

condizionamento e ci si è spostati su quello di integrazione.

Ci si orienta sull’intensità delle nozioni di cultura: la cultura vista come aspetto della

vita sociale e le culture come realtà meta sociali. Nel primo caso la cultura è il lato

simbolico di qualsiasi aspetto della vita sociale.

Nel secondo caso, quello più ideologicamente intenso, si passa ad una visione

metasociale. I classici hanno sempre sostenuto che non fosse giusto concepire la

cultura come qualcosa di organico, ma è senza dubbio corretto affermare che le

società indagate durante il periodo fiorente dell’antropologia erano studiate per la loro

unicità culturale.

Oggi l’idea di cultura come meta realtà unificata capace di descrivere gli attori è priva

di senso.

Da una parte le dimensioni culturali possono essere definiti come sub sistemi,

dall’altra è la relazione dei soggetti come i sistemi culturali ad essere sempre

problematica e variabile.

Infatti se prendiamo come esempio la religione non solo sono molto variabili le forme

di identificazione dei credenti in una fede, ma mutano i modi in cui la religione è

capace di influenzare gli altri sub sistemi sociali.

Non si può definire la cultura come un macrocosmo perché subisce una turbolenza in

cui si esprimono relazioni di attori sociali con gli orientamenti culturali prevalenti in

certe società. La turbolenza è l’insieme dei mutamenti, aggiustamenti, negoziazioni

che intervengono nelle sfere di orientamento culturale e tra di loro. Oggi si parla di

altre culture che ci porta a parlare multiculturalismo, parola densa di equivoci, in

quanto si parte sempre dal presupposto che ci sia una cultura uniforme e dominate

che viene rotta da macchie di diverso colore legate alle migrazioni. Ma esiste la cultura

dei migranti? In quanto tale no. I migranti derivano da culture tutte differenti.

Paul Veyne sostiene che la cultura sia una pedina che sulla scacchiera convive con

altre pedine, magari confondendosi con loro: le forme sociali, gli interessi materiali, le

credenze di ogni tipo. Dire che è una pedina significa che gli attori ne sono

condizionati e allo stesso tempo la usano a qualsiasi fine.

Viene analizzato l’esempio di carcerati islamici che si vantano di avere come eroe

Osama Bin Laden e ciò ci può insospettire di estremismo islamico e magari questa

notizia finisce su qualche giornale che a questo punto la utilizza per arrivare allo

scontro di civiltà. Questo ci dice che la cultura, in quanto pedina, rientra in un gioco

sicuramente sovradeterminato, ma dalle regole problematiche e soprattutto situate su

livelli logici confusi. La cultura è una risorsa e quindi lascia spazio a notevoli

manipolazioni.

Nell’articolo si parla della manipolazione fatta dalla lega nord. Esiste la cultura

leghista? Possiamo dire di sì. In quanto è condivisa da diverse persone. Non sappiamo

in che termini lo sarà ed è per questo che la cultura è una risorsa sotto diversi punti di

vista. Fornisce una semplice identità agli attori sociali e offre agli studiosi risposte

coerenti.

5. La Cultura “fluida”

Si affrontano i modi di essere di scambio che devono essere sopravvalutati che hanno

lo stesso diritto di esistenza. L’altra tendenza secondo cui la cultura è una cosa fissa,

una maledizione o benedizione che ci accompagna dalla nascita alla morte. Chi migra

oggi porta con sé un bagaglio materiale, mentale e culturale non per forza cucito

addosso, ma modulabili. Lo spazio fisico e mentale del mare è il luogo ideale in senso

lato per essere chiamato ibridazione. La globalizzazione è un’ibridazione.

Le città di porto non vedono l’immigrazione, intesa come fatto fisico dello sbarco,

come una cosa strana, proprio perché sono città di porto e vedono sbarchi di ogni tipo

e da ogni parte del mondo tutti i giorni. I migranti hanno un carattere socialmente

FLUIDO e sono ontologicamente fuori posto, e non solo perché forse resteranno o

soprattutto perché esercitano la pretesa di non vivere nello spazio che il destino ha

assegnato loro. Il messaggio che incarnano i migranti è: si può vivere altrove senza il

paese d’origine. In questo senso sono esseri marini per eccellenza. Suscitano nella

società di arrivo l’impulso di etichettarli come pezzi della loro cultura.

Non saranno mai considerati individui mobili e attivi, ma islamici, magrebini, asiatici

ecc.

I migranti non minacciano la nostra cultura perché arrivano da un’altra, ma perché

vogliono vivere al di fuori della loro. Il migrante suscita sospetto e paura perché è un

veicolo di ibridazione.

Si definisce fluido come il mare in quanto nella dimensione marina l’interferenza è

presente. L’integrità di usanze e credenze è minacciata dal contatto tra usanze e

credenze. Successivamente il legame tra l’individuo con la propria cultura è

continuamente messo in gioco.

Ciò che vi è in gioco non è la negazione della cultura, ma la problematizzazione della

sua capacità di condizionare gli individui.

N. 3

Gerd Baumann

The argument. Identifying a dominant discourse” in “Contesting culture.

Discourses of identity in multi-ethnic London”

La reificazione della cultura

Il concetto di cultura è diventato un pietra miliare del discorso pubblico riguardante le

minoranze etniche. Il discorso pubblico è redatto nel linguaggio di comunità separate

definite dalle loro culture ed esige il riconoscimento collettivo dei diritti.

Il libro di Baumann si concentra su Southall, una città multietnica alla periferia di

Londra, dove vivono 60000 persone provenienti da contesti etnici e nazionali diversi

(irlandesi, inglesi, afrocaraibici, sud asiatici).

Le parole cultura e comunità sono state usate in due modi diversi. Uno riflette il

discorso dominante enfatizzato da esperti in relazioni tra comunità, da studi sulle

comunità e dai loro oppositori politici, che hanno accusato le minoranze etniche e la

loro cultura per i problemi sociali di fronte alla nazione. Gli usi locali hanno stabilito un

discorso alternativo, chiamato demotico (del popolo), che nega la congruenza tra

cultura e comunità, che era la caratteristica del discorso dominante.

Il termine discorso può essere relazionato alla reificazione (=concretizzazione di un

concetto astratto) della cultura: il termine cultura sembra connotare una certa

coerenza, uniformità e atemporalità nei sistemi di significato di un dato gruppo, e

operare, come il concetto di razza, una fondamentale identificazione di differenti,

essenzializzate e omogenee unità sociali. A causa di queste associazioni, fissa

falsamente i confini tra gruppi in un modo assoluto ed artificiale.

Il significato della nozione di cultura è stato oggetto di dibattito per lungo tempo tra gli

antropologi. Secondo gli etnografi la cultura non è una cosa reale, ma una nozione

astratta e puramente analitica.

Al di là dell’antropologia, il termine è stato preso in prestito e assegnato a nuovi e

meno concreti significati, come quello di etnopolitica. Il termine è usato per descrivere

il processo di mobilitazione etnica da un dato psicologico, culturale o sociale in

influenza politica con lo scopo di alterare o rinforzare sistemi di ineguaglianza

strutturale tra categorie etniche. Le categorie etniche sono convalidate in modo da

formare gruppi etnici che sono definiti con riferimento ad una cultura, che si presume

condividano.

In questo nuovo contesto, la parola cultura non può più funzionare come astratto, ma

deve essere riempita con significati standardizzati, predittivi del comportamento

individuale e causa di azione sociale.

La reificazione è l’apprensione dei fenomeni umani come se fossero cose,

l’apprensione dei prodotti dell’attività umana come se fossero qualcosa in più che

prodotti umani, come fatti della natura. È una modalità di coscienza, più precisamente

una modalità di oggettivazione del mondo umano.

Questa reificazione della cultura deve apparire necessariamente se il temine serve

nella contestazione di un nuovo tipo di diritti, rivendicati sulla base dell’adesione delle

persone a un collettivo definito dalla sua cultura.

In un discorso di contestazione politica, la reificazione può essere desiderabile, e

sembrare addirittura necessaria, per effettuare la mobilitazione. Questa mobilitazione

di tutti quelli che si ritiene abbiano la stessa cultura è aiutata dall’invito a far parte di

una comunità predefinita.

Il discorso di comunità sulla base dell’etnicità

Il termine comunità non ha mai avuto un ruolo centrale nei vocabolari delle scienze

sociali.

Le minoranze etiche sono chiamate comunità sia perché le fa sentire meglio, sia

perché fa sentire più sicura la maggioranza bianca. Questa costruzione di comunità

non fa però sentire del tutto bene le persone identificate come minoranze.

Perché la comunità viene generalmente immaginata come una parola intrinsecamente

disonesta? Comunità può essere il termine persuasivo che descrive un esistente

insieme di relazioni o un alternativo insieme di relazioni. La cosa importante è che

sembra non essere mai usato sfavorevolmente.

La parola è così attraente, anche per i detrattori delle minoranze entiche, perché

sembra valutare le persone come membri di un collettivo speciale. Ciò che c’è di

speciale in questo collettivo è che, nel caso delle minoranze etniche, si presume che

esse condividano una cultura nella sua forma reificata.

Nel discorso dominante, il termine comunità ha la funzione di un ponte concettuale

che collega la cultura alle etnie. Questa cultura, specialmente quella etnica, può

apparire come un mandato universale di leggi naturali, come la conseguenza

necessaria di forze biologiche. Il continuo ricorso al biologismo crea l’aspettativa che

le differenze culturali si possano trovare in quelle naturali.

I due termini chiave si rinforzano l’un l’altro: le minoranze etniche devono formare una

comunità basata sulla loro cultura reificata; la loro cultura deve apparire nella forma

reificata perché esse sono identificate come una comunità.

Il discorso dominante riguarda presumibilmente le minoranze etniche, più che le

minoranze in generale. Il termine “etnico” è un termine relazionale sotto due aspetti. Il

primo riguarda i criteri di distinzione usati per distinguere una categoria etnica dalle

un’altra. Il criterio entico si fonda su quello biologica chiamato a volte discendenza o

razza. Ma queste basi biologiche spariscono quando emerge che la discendenza è una

costruzione sociale. La distinzione etnica quindi non si basa su criteri biologici.

Gli scienziati sociali parlano di gruppi entici sulla base di un linguaggio condiviso o di

una patria comune; una nazionalità comune o una religione spesso transnazionale;

una casta o assioma politico.

I confini etnici, lontani dall’oscurare le distinzioni biologiche, sono socialmente costruiti

su una varietà di criteri. Nelle società plurali la grande molteplicità di criteri etnici,

come lingua, fedeltà nazionale o casta, identifica come etnico una vasta gamma di

etichette etniche considerate socialmente rilevanti.

Per gli antropologi il termine etnico riflette le distinzioni tra identità etniche e altre

identità ritenute distintive.

Un elemento è la presenza, e l’efficacia sociale, di un discorso dominante che reifica la

cultura e la riconduce all’etnicità, e che reifica l’etnicità e postula comunità di culture

basate su categorizzazioni etniche.

Il discorso dominante in Gran Bretagna

Le tendenze a reificare la cultura delle minoranze etniche, a stilizzare le categorie

pseudo-biologiche in comunità, e a ricorrere a concezioni biologiche popolari della

cultura non sono difficili da confermare nella politica e nei media inglesi.

La cultura è una forza dinamica e potenzialmente oppositiva, che si trova in una

complessa relazione con le condizioni materiali della società. La concentrazione sulle

differenze culturali tra neri e bianchi ha frequentemente oscurato il fatto che la cultura

è dinamica piuttosto che statica. Questo approccio confonde spesso il colore con la

cultura.

Il discorso dominante, e strategicamente de-razializzato, delle comunità definite da

culture condivise è impegnato anche tra le minoranze etniche nei contesti adatti. I

termini cultura e identità possono funzionare come parole in codice per razza.

In Gran Bretagna si può osservare un discorso dominante che prevede

presumibilmente culture sigillate l’una dall’altra per sempre da linee entiche. Questa

però non è l’unica nazione dove equazioni semplicistiche tra identità etnica, cultura e

comunità sono state congelate in un discorso egemonico riguardo le minoranze

entiche. Perché un discorso sia riconosciuto come dominante deve presentare 4

caratteristiche indipendenti:

1. La sua formazione concettuale dovrebbe essere economica;

2. Le sue risorse comunicative dovrebbero rasentare il monopolio;

3. Dovrebbe avere flessibilità di applicazione e permettere una grande plasticità

ideologica;

4. Dovrebbe prestarsi a stabilire finalità istituzionali.

Per quanto riguarda l’economia concettuale, il discorso dominante propone parecchie

equazioni tra termini che dovrebbero essere considerate reciprocamente variabili

indipendenti: sia che le categorie etniche corrispondano a gruppi etnici, sia che i

gruppi entici condividano la stessa cultura per necessità, sia che anche una cultura

condivisa stabilisca delle comunità.

Un discorso economico così ermeticamente chiuso è bene posizionato quando si trova

a competere per il monopolio comunicativo. I suoi protagonisti sono, da una parte, i

politici che pretendono di rappresentare gli interessi delle comunità, e dall’altro lato, i

politici che sostengono di parlare per un ampio interesse nazionale o per la

maggioranza. In Gran Bretagna il discorso dominante è riflesso virtualmente da tutte

le voci che compongono l’opinione pubblica.

Questa egemonia richiede un’alta flessibilità d’applicazione di questa parola chiave.

Suppone che esitano due grandi comunità, una afrocaraibica e una asiatica, che

designa persone proveniente da tutti i contesti sud asiatici e le accredita con una

cultura asiatica condivisa. Quando la razza non è vista come un fattore rilevante di

differenza culturale, i protagonisti del discorso potrebbero fare ricorso a criteri basati

sulla nazione d’origine. Spaziare attraverso criteri etnici, nazionale e linguistici simili,

le comunità con una cultura reificata sono stabilite sulla base delle religioni. Si

immagina che la cultura mussulmana stabilisca una comunità nonostante le grandi

differenze etniche, nazionali e linguistiche. Si creano anche comunità basate

sull’origine regionale o la storia migratoria. In questo modo però la stessa persona può

essere classificata come membro di più comunità, ognuna delle quali accreditata con

la sua propria cultura reificata.

Il discorso dominante può essere impiegato per essere utile alla grande varietà di

posizioni e interessi ideologici. La versione di destra del discorso dominante prevede

persone delle ex colonie che sono migrate in Gran Bretagna per una vita migliore. Il

loro carattere distintivo etnico e culturale le distingue da una cultura britannica o

inglese ugualmente reificata. La versione liberale del discorso dominante evita ogni

riferimento ai problemi nelle culture delle comunità. Immaginano gli immigrati esclusi

dalla piena uguaglianza civica dagli svantaggi sociali. Questi handicap li costringono a

vivere nelle loro comunità isolate, spesso definite tradizionali. La versione di sinistra

del discorso dominante sostituisce la riforme culturale con una rivoluzione culturale.

Più che giudicare le culture delle comunità come un ostacolo alla mobilità sociale nel

sistema, le considerano come necessarie e progressive forme di resistenza contro il

razzismo e il razzismo istituzionale reificato. L’efficacia istituzionale del discorso

dominante può essere documentata da decine di istanze locali sulla politicizzazione

comunale dell’etnicità. È però raro trovare una area locale dove il discorso dominante

sia istituzionalizzato.

Vi sono molte ragioni per cui il discorso dominate delle minoranze entiche ha

conquistato l’approvazione in Gran Bretagna, come ad esempio le ragioni storiche. Il

discorso dominante, infatti, è basato su, e rafforza, il rifiuto delle scissioni sociali

trasversali che caratterizzano le società plurali, anche quelle coloniali. La divisione in

comunità delle persone che devono governate è una tipica strategia coloniale. Questo

aiuta a spiegare l’importanza del discorso sulle comunità tra i britannici che associano

le minoranze etniche ai problemi sociali. Inoltre, quelle che un discorso politico chiama

comunità potrebbero non essere in alcun modo comunità in un senso sociologico o

descrittivo. La ragione per cui le comunità vengono postulate nel discorso coloniale

non costituisce le comunità in alcun senso sociologico. Nel contesto coloniale, il

discorso sulle comunità può essere visto come il rifiuto di una scissione trasversale

negli interessi di un élite dominante.

Il discorso sulle minoranze entiche come comunità definito dalla cultura reificata

sostiene tutte l caratteristiche della dominazione.

Pratiche e usi locali a volte affermano e a volte negano il discorso dominante.

Questa cultura è realizzata dagli uomini prendendo in considerazione le loro identità

entiche ascritte o percepite. Le culture, per quanto facilmente reificate, sono il

prodotto della volontà, dei desideri e della forza umana. Le culture, anche nella loro

pratica più individualizzata, sono il risultato della validazione del passato. La creazione

delle culture è un progetto di continuità sociale posizionato tra momenti di cambio

sociale.

Presentazione dei dati

La cultura di Southall è basata sulla competizione tra comunità, come definito dal

discorso dominante. Tra ogni comunità l’equazione dominante tra cultura e comunità è

designata dagli stessi abitanti della città. Il rapporto della cultura alla comunità, e il

significato stesse delle parole, sono oggetto di continua contestazione nella cultura

che gli abitati di Southall condividono. Essi dibattono e creano la cultura della città,

che ruota attorno ai termini stessi di cultura e comunità.

Molti adulti di tutte le comunità si trovano d’accordo nel condannare la città come un

brutto posto e spesso eguagliano l’allontanamento fisico dalla città alla rivincita

sociale. La mobilità sociale comporta competizione, così come l’accesso alle scarse

risorse pubbliche che la retorica politica chiama strutture comunitarie.

Queste comunità sono definite sulla base di criteri entici e religiosi proveniente dal

discorso dominante. Si identificano differenti comunità, la cui logica riflette il discorso

dominante. Esso è basato sulla divisione razziale tra asiatici, caraibici e bianchi. Molti

abitanti di Southall operano una distinzione basata su criteri religiosi, parlando di

comunità Sikh, Hindu e musulmane. La religione da solo, però, non è sufficiente per

forgiare una comunità di cristiani. Gli afrocaraibici sono tenuti a formare una propria

comunità; inglesi e irlandesi formano invece una comunità bianca.

I bambini, cosi come gli adulti, tendono a confermare la visione delle culture come

beni stabili, collettivi e distintivi delle comunità, e a pensare le due come coesistenti e

ad identificare l’una all’altra.

La cultura bianca può continuare ad essere vista come patrimonio di una comunità

entica o religiosa, può essere apprezzata come un processo dinamico che si basa su

agenzie personali, la ri-negoziazione dei confini comunitari, e la possibilità di ridefinire

cosa significa comunità in ciascun contesto.

Il vero significato di cultura e comunità diviene oggetto di contestazione sociale. Molti

momenti di contestazione infatti riguardano la riaffermazione o la ridefinizione del

significato di comunità.

Un’altra importante contestazione sul significato e la relazione tra cultura e comunità

avviene nelle sfere politiche e religiose. La negoziazione di confini comunitari religiosi

mostrerà processi e idee locali di convergenza religiosa, che può essere neutralizzata

dal riferimento ad un discorso multiculturale, ampiamento condiviso, di pari rispetto e

rappresentazione per ogni comunità.

N. 4

Benjamin Bailey

“Communication of respect in interethnic service encounters”

Negli USA sono frequenti contrasti tra immigrati Coreani proprietari di negozi di alcolici

e i clienti Afroamericani. 25 negozi coreani sono stati analizzati attraverso

videoregistrazioni, ed è emerso che il rispetto eccessivo dei coreani è percepito dagli

afroamericani come razzismo, mentre il coinvolgimento personale e il modo di fare

degli afroamericani è percepito dai coreani come imposizione irrispettosa. Si creano

quindi contrasti tra le pratiche internazionali, e questi contrasti riflettono i diversi

concetti di relazione e di attività di comunicazione.

I conflitti tra venditori coreani e clienti afroamericani risalgono ai primi anni ’80; a

metà degli anni ’90 i conflitti si sono particolarmente evoluti a Los Angeles, dove

Bailey nel 1995 ha effettuato la sua ricerca.

Il conflitto è dovuto alla storia della disuguaglianza sociale, razziale ed economica che

caratterizza la società statunitense. Infatti le persone di colore vivono in una

situazione di tensione, per cui ogni azione, anche la più semplice, può trasformarsi in

un problema (a causa del razzismo). Questa situazione di disuguaglianza è

rappresentata dal rapporto tra coreani e afroamericani. Nei negozi coreani i prezzi

sono alti, e i proprietari sono visti dagli afroamericani come servi dell’economia, che

vogliono guadagnare privando gli afroamericani dei loro bassi salari. Quindi sono

frequenti saccheggi e atti violenti nei confronti dei negozi.

Le differenze nella comunicazione del rispetto nelle interazioni faccia a faccia sono

molto significative. L’obiettivo della ricerca di Bailey è quello di analizzare come

queste comunicazioni hanno contribuito ad aumentare sentimenti di mancato rispetto

tra i due gruppi.

Bailey parte dalla domanda “Perché i coreani sono razzisti contro gli afroamericani, se

in realtà anche gli stessi coreani sono immigrati? Forse perché vi sono differenze

culturali?”  La risposta prende in considerazione l’esistenza di regole di interazione

sociale differenti nelle interazioni di servizio (interazioni con un cliente) tra coreani e

afroamericani.

Rispetto

Il rispetto è un fattore importante per entrambi i gruppi culturali, infatti entrambi

considerano la maleducazione come un comportamento inappropriato, e considerano

invece positivamente rispetto e cortesia.

Nei rapporti tra le due diverse culture, anche se sono presenti buone intenzioni, il

rispetto non è compreso, perché si verifica un problema di incomprensione culturale,

causato da diversi modi di comunicare il rispetto in diverse culture.

Bailey parte dalle considerazioni di Goffman e dai suoi micro-rituali, nei quali esiste

una sacralità comunicata attraverso atti simbolici, come la prosodia, la prossemica, la

scelta di parole e argomenti di conversazione... Le differenze culturali portano

differenze nella scelta di tali atti simbolici, e quindi portano a incomprensioni nella

comunicazione interculturale. Negli incontri tra diverse culture gli individui possono

vedere i comportamenti reciproci come aggressivi: da qui si crea il conflitto.

Partendo dalla classificazione di Brown e Levinson, Bailey analizza due modi per

manifestare il rispetto nei confronti dell’altra persona, durante i rituali di

comunicazione:

a. Faccia negativa contegno.

 Desiderio di non imporsi sugli altri con le proprie

azioni. Si tratta del rispetto delle regole l’essere contenuti, avere rispetto per

un’altra persona.

b. Faccia positiva deferenza.

 Desiderio di essere desiderabili agli occhi degli

altri, ma anche di approvare, apprezzare e comprendere i comportamenti altrui.

Rituali della deferenza sono ad esempio i rituali di presentazione, in cui si ha un

confronto diretto, i rituali del saluto e i rituali di discrezione, che prevedono il

mantenimento delle giuste distanze per non violare i territori del self.

Deferenza e contegno hanno un carattere morale: se una delle due persone che

interagiscono viola una di queste regole, le viene dato un giudizio/valore morale (es.

essere permaloso, essere presuntuoso...). Se un individuo non sa usare le regole

dell’interazione sociale viene etichettato negativamente. Se le persone hanno un

background diverso anche le interazioni sociali saranno diverse, e ciò può provocare

problemi.

Metodologia

Campo di ricerca: Los Angeles tra luglio 1994 e aprile 1995.

Metodi: osservazione etnografica, intervista, visite ripetute ai negozi, registrazione

degli incontri tra coreani e afroamericani (con videocamere in vista, senza però

attirare attenzione). Successiva trascrizione degli incontri tra coreani e afroamericani e

successiva analisi della conversazione (es. come si alternano i turni di parola, quanto

tempo passa tra un turno e l’altro...).

Struttura generale dell’interazione durante l’incontro di servizio (nei negozi)

Un interazione di servizio è un’interazione faccia a faccia tra due individui che

ricoprono un ruolo specifico (venditore e cliente). L’interazione è orientata alla

soddisfazione dei desideri del cliente da parte del venditore, che fornisce un servizio.

Le interazioni possono consistere di poche parole, e durare pochi secondi, oppure

possono durare di più e trattare diversi argomenti. Le attività comunicative di base

degli incontri sono:

A. Rituali di accesso, saluto

B. Negoziazione dello scambio economico

C. Chiusura dell'incontro.

Si delineano due tipi di incontri di servizio:

 Incontri di servizio socialmente minimi. Incontro che si limita a rituali di accesso,

negoziazione, chiusura, non include discussioni relative ad argomenti

interpersonali

 Incontri di servizio socialmente espansi. Includono gli elementi base (A, B, C) ma

anche discorsi che pongono attenzione alla relazione interpersonale tra clienti e

negozianti (si chiede, ad esempio “non ti vedo da un po', dove sei stato?”). Il

discorso quindi non è solamente legato alla vendita/acquisto, ma si focalizza sulla

relazione.

Quindi attraverso la loro interazione negozianti e clienti possono creare, mantenere o

evitare il coinvolgimento con gli altri.

Incontri di servizio tra immigrati coreani (negozianti e clienti)

Come negli incontri con gli afroamericani, anche negli incontri tra connazionali i

coreani si mostrano taciturni, impersonali. Le interazioni tra coreani sono addirittura

più brevi rispetto a quelle con gli afroamericani, anche se non esistono barriere

culturali e linguistiche. Non si sviluppano relazioni personali.

Si è notato che tipico degli asiatici è la drastica differenza nel comportamento

comunicativo tra persone che si conoscono e che non si conoscono. Infatti incontri

espansi avvengono quando gli interlocutori sono amici; anche in questi incontri tra

amici, però, si manifesta un certo gradi di contegno.

Gli afroamericani percepiscono questo contegno come razzismo, mancanza di rispetto

o insulto; i coreani invece ritengono questo atteggiamento normale. Infatti è tipico

dell’ideale internazionale coreano il fatto di comprendere l'interlocutore parlando il

meno possibile, interpretando il volto e la situazione senza comunicare. Questo ideale

di comunicazione e comprensione senza parlare è tipico delle religioni filosofiche del

Confucianesimo e Buddismo. Questo ideale pero si può espandere anche alle

interazioni faccia a faccia di tutti i giorni, oltre che alla religione.

I coreani esprimono rispetto attraverso il contegno e i rituali di discrezione, e

preferiscono mantenere i rituali di servizio in una forma minima (non si chiacchiera

perché è ritenuto sconveniente) non solo tra di loro ma con chiunque.

Incontri di servizio tra immigrati coreani e afroamericani

Questi incontri sono più lunghi e intimi, perché gli afroamericani trattano l’interazione

non solo come uno scambio di merci, ma come un’attività sociale, per creare contatti

con altre persone. Dall’altro lato i coreani non sono proattivi, ma reagiscono solo agli

stimoli degli interlocutori afroamericani  rispondono mostrando di aver compreso ciò

che è stato detto, ma non mostrano coinvolgimento emotivo. Questo fattore non

dipende solo dalla cultura coreana (che preferisce gli incontri di servizio minimi), ma

anche da limiti connessi alla conoscenza della lingua inglese.

Tra coreani e afroamericani le differenze nel modo di parlare e comportarsi negli

incontri di servizio porta a rafforzare stereotipi peggiorativi, razzismo e inimicizie. Per

gli afroamericani l’incontro di servizio deve essere espanso, deve esserci altro oltre al

solo servizio (ad esempio chiedere come va, raccontare altro, chiacchierare); i coreani

invece si limitano al rapporto di vendita, non cercano l’intimità.

Bailey ha analizzato due tipi di incontri:

1. Con un cliente regolare afromericano

Si crea una relazione nella quale però si notano comunque differenze di

coinvolgimento degli interlocutori.

- Il cliente si mostra interessato non solo all’acquisto, ma anche a chiacchierare.

Mostra un alto livello di coinvolgimento personale, vuole creare rapporti con

l’interlocutore (“Nice talking to you” alla fine del discorso)

- Il venditore coreano conosce le preferenze del cliente, e non ha bisogno di

parlare con lui per dargli il prodotto di cui ha bisogno. Non mostra

coinvolgimento personale nella conversazione, è interessato solo all’incontro di

servizio (“Keep up the good work” alla fine del discorso).

La disparità nel coinvolgimento emotivo crea problemi nella relazione tra le due

persone, dovuti anche a diversi modi di interagire propri della cultura. Infatti gli

afroamericani mostrano il loro interesse nelle interazioni attraverso il metodo “call-

and-response”, per cui quando un individuo parla, l’interlocutore può intervenire

sovrapponendosi al parlante, interrompendolo, mostrando coinvolgimento con atti

verbali e non. Questo modo di interagire non è proprio delle persone bianche, che:

- Sono passive, e agli occhi degli interlocutori di colore sembrano non essere

interessate al discorso, o addirittura sembra che non stiano ascoltando;

- Pensano che l’interlocutore di colore non stia ascoltando, perché continua a

interromperli.

Nelle situazioni di incontro tra coreani e afroamericani (a differenza di quelle

coreani-coreani) gli interlocutori cercano di mostrare interesse verso il discorso

dell’altro, e cercano di adattare il proprio discorso al comportamento degli

interlocutori. Questa pratica di avvicinamento all’altro non è però sempre

apprezzata dall’interlocutore.

2. Con un cliente nuovo

Il cliente cerca il coinvolgimento interpersonale. Cerca di raggiungere l’intimità

attraverso uno stile interazionale che i coreani considerano irrispettoso.

Il modo di comunicare di venditore coreano e cliente afroamericano è molto diverso,

e il venditore non riesce a fare proprio lo stile intimo e personale usato

dall’afroamericano. Le differenze relative agli stili comunicativi più appropriati

provocano i contrasti che si verificano durante l’incontro. Il venditore cerca di

portare la conversazione all’argomento “vendita”, mentre il cliente cerca di parlare

di altro e creare intimità ( vuole farsi conoscere, ma l’idea di conoscenza è diversa

per i due interlocutori: per il venditore coreano questo significa conoscere le sue

abitudini di acquisto; per il cliente invece significa conoscere aspetti personali e

intimi).

Il venditore, comunque, mostra un certo interesse nei confronti di ciò che dice il

cliente, ma la sua limitata conoscenza dell’inglese fa sì che l’interesse non venga

percepito dall’afroamericano, e fa sì che il coreano stesso non comprenda alcune

situazioni. L’afroamericano cerca di coinvolgere il coreano attraverso una battuta,

ma il coreano rifiuta il coinvolgimento, non ride. È possibile che il coreano non abbia

capito la battuta, ma anche che non voglia mostrarsi solidale con il comportamento

dell’afroamericano (perché non condivide l’opinione su un certo argomento ma non

solo, perché capita anche per argomenti generici, come il tempo atmosferico).

Il cliente si mostra solidale con il venditore (si offre di aiutarlo nel difendere il

negozio da attacchi razzisti, come nel 1992; afferma di non lasciarsi condizionare da

barriere di razza), ma il venditore non apprezza e rimane in silenzio  Spesso il

venditore non risponde alle domande del cliente, anche se le domande prevedono

una risposta semplice e immediata. Ciò mostra contegno, ma anche assenza di

interesse. In generale è sempre importante rispondere a un interlocutore, pertanto

la non risposta viene considerata inappropriata.

Man mano che l’interazione procede, il cliente parla sempre più, ma il venditore non

risponde. Il venditore è comunque meno reticente rispetto che negli incontri

coreani-coreani.

Entrambi gli interlocutori cercano di andarsi incontro, ma ciò può portare a

incomprensioni e valutazioni negative (più l’afroamericano si dimostra coinvolto e

amichevole verso il coreano, per coinvolgerlo, più il coreano declina il

coinvolgimento).

Per gli afroamericani un incontro rispettoso prevede il coinvolgimento personale;

per i coreani invece prevede silenzio e poca intimità. Quindi entrambi gli

interlocutori non sanno che stanno facendo qualcosa che l’altro percepisce come

negativo, e quindi incrementano il loro atteggiamento.

Conclusioni

I contrasti tra coreani e afroamericani sono dovuti a:

Diverse pratiche di mostrare rispetto negli incontri di servizio. I coreani si

focalizzano sulla vendita; gli afroamericani sui dettagli personali. La reticenza al

coinvolgimento dei coreani è vista dagli afroamericani come razzismo e arroganza;

il coinvolgimento interpersonale degli afroamericani è visto dai coreani come

egoismo, imposizione, scarsa educazione.

Scarsa conoscenza della lingua

 Condizioni socio-storiche

Nell’interazione con un afroamericano il coreano non risponde perché non è abituato a

farlo, e si dà vita a un non allineamento. Bailey sostiene che tra i due interlocutori di

diversa cultura la conversazione sia sconveniente. Entrambe le parti si sforzano di

andarsi incontro per soddisfare le richieste degli altri ma nonostante tutto c’è un

distacco da parte del coreano nelle risposte. Quindi le conversazioni non sono

allineate, e entrambe le parti hanno un’impressione sgradevole della conversazione,

perché le abitudini e le aspettative di entrambi sono diverse. I valori ci sono, si cerca

di rispettarsi, ma in maniera diversa.

Questo esempio ci fa capire che non sempre c’è la comprensione reciproca della

difficoltà di comprensione, ma si dà subito un giudizio morale. La reazione alla

mancanza di allineamento porta a un giudizio negativo dell’altro (es. il coreano è

razzista, maleducato; l’afroamericano è espansivo e fastidioso) e non alla

comprensione (es. è straniero, non sa la lingua, non sa come comportarsi, deve

ambientarsi).

Garfinkel sostiene che la società sta insieme perché esistono questi atti di deferenza e

di contegno che sono da rispettare. Una delle basi è riconoscere il ruolo dell'altro

all'interno della società (es. cliente scambiato per commesso). L’interazione passa

attraverso questi micro aspetti e dobbiamo essere in grado di analizzarli.

Il testo di Bailey ha dei limiti:

A. Bailey individua due gruppi omogenei e li dà per scontati, mentre invece

esistono differenze all’interno dei gruppi sociali. La differenza culturale è solo una

differenza, ma all’interno dei gruppi esistono molte differenze.

B. Manca totalmente un’analisi del potere simbolico, di definizione della realtà dal

punto di vista culturale. Ci sono alcuni elementi nella cultura che vengono dati per

scontati, sui quali non si ragiona; altri elementi invece sono soggetti a giudizio. Il

potere simbolico è il potere che ha un individuo di fare entrare qualcosa ne senso

comune di altri individui.

C. Manca l’idea che esistano culture diverse da quelle nazionali (es. cultura di

classe)

“Riconoscersi: differenze culturali e pratiche comunicative” Quassoli

Si pone domande analoghe a quelle di Bailey, e effettua un’analisi basata sulla

metodologia goffmaniana. Quassoli vuole studiare i malintesi nella comunicazione

interculturale, e studia gli uffici pubblici del comune di Milano che offrono servizi agli

stranieri e un’organizzazione di volontariato (Naga) che offre servizi sanitari agli

stranieri che non hanno il permesso di soggiorno. Si tratta di un rapporto di servizio

che non implica lo scambio di beni ma di servizi veri e propri.

Quassoli effettua una ricerca etnografica, quindi è presente nella realtà, che osserva

direttamente prendendo appunti. Tra gli individui che interagiscono vi è una differenza

di nazionalità, ma anche di ruolo, di linguaggio. Quassoli evidenzia due novità rispetto

alla ricerca di Bailey:

1. Ci sono 2 tipi di malintesi nelle conversazioni osservate: i malintesi di carattere

cognitivo e di carattere espressivo

2. Bailey dà per scontati i gruppi sociali, e la cultura resta dietro l’attore sociale,

ne influenza il comportamento e ne inibisce la libertà. Quassoli dice che la cultura

diventa una categoria usata dagli attori sociali per comprendere l’interazione

sociale. La cultura quindi ha un significato negoziato nell’interazione, ma usato

anche per comprendere cosa sta accadendo.

La cultura viene usata in maniera stereotipata, per risparmiare pensiero e per mettere

qualcosa tra parentesi, tipizzando elementi, per rendere l’interazione più veloce e

immediata. La scelta dello stereotipo da attivare dipende dal potere.

In un’interazione, più che comprendersi, è importante che le persone che

interagiscono capiscano che stanno andando in direzione dell’interazione. I malintesi

possono essere di due tipi:

1) Versante cognitivo: riguarda i contenuti dell’interazione (non analizzati da

Bailey). I malintesi sono dovuti al fatto che le persone non condividono gli stessi

contenuti (es. la lingua). Può esserci una difficoltà per scarsa conoscenza di

elementi linguistici (non si comprendono le parole); assenza di una conoscenza

specifica che non consente di comprendere i contenuti.

Lo stereotipo etnico, culturale, nazionale è qualcosa che orienta il nostro

comportamento e ci induce a leggere le altre persone tramite questi stessi

stereotipi. Questo meccanismo di interazione è usato anche dagli stranieri.

2) Versante espressivo: malintesi che dipendono dalla non condivisione delle

stesse modalità rituali di gestione dell’interazione. Non si comprende il ruolo degli

interlocutori, e ci sono malintesi sulla vera identità della persona. Quando c’è una

differenza di lingua e una differenza culturale si è meno a proprio agio nello

svolgere il proprio ruolo, perché non si può giocare sulle sfaccettature che invece

verrebbero comprese da una persona che parla la nostra lingua.

Il malinteso può essere usato come scusa, perché si fa finta di non capire per ottenere

qualcosa in più. Perciò è necessario capire se l’interlocutore non ha capito o se ha

capito ma finge di non capire per convenienza. Per sistematizzare questo problema

posto da Quassoli si usano 3 definizioni di Boumann

1. La cultura è un’entità fissa e stabile, collegabile al gruppo di riferimento 

definizione essenzialista

2. Il ricercatore ha una visione processuale della cultura; è consapevole del

fatto che non va bene la prima definizione, allora si mette alla ricerca di come si

è creata la cultura. Gli attori sociali usano l’idea di cultura e la cultura in base alle

occasioni dell’interazione sociale (io sono italiano e quindi faccio così)

3. Definizione discorsiva o interazionale  oltre ad identificarla e smontarla,

analizziamo come usiamo la cultura nell’interazione sociale.

N. 5

Enzo Colombo

“Multiculturalismo quotidiano”

Come possiamo studiare empiricamente il multiculturalismo?

Il multiculturalismo è qualcosa di relativo al fatto che nelle società occidentali negli

ultimi decenni ci sono tante persone straniere. Le società quindi devono affrontare

questioni culturali, legali, cittadinanza, giuridiche, economiche, lavorative che

dipendono dalla presenza degli stranieri nella società. Enzo Colombo dice che il

problema di questi studi è che ci sono due gradi modi di approccio secondo lui errati:

- Concettualizzare la società multiculturale come un mosaico, ovvero considerarla

come un insieme di molte comunità con una propria cultura ma culturale mente

separate. Colombo considera questa rappresentazione rigida è troppo

schematica.

- Gi studi sul multiculturalismo cercano di definire come dovrebbe essere una

società multiculturale. Analizzano come si comportano le istituzioni quando

alcuni gruppi chiedono riconoscimento dei diritti quali appartengono alle

minoranze. Casi più evidenti sono i cittadini del Quebec regione di maggioranza

francofona nel Canada in cui è presente una comunità di minoranza inglese,

quest'ultimi chiedono diversi diritti come comunità a se stante.

Enzo Colombo vuole studiare il multiculturalismo in pratica ovvero i processi pratici in

cui si realizza una società multiculturale nella quotidianità, cioè cosa fanno le persone

nelle interazioni quotidiane quando hanno a che fare con le differenze, questo

multiculturalismo quotidiano.

processo si chiama Questo da via ad alcune ricerche

empiriche.

Relazioni tra datrici di lavoro e badanti

Colombo analizza il rapporto tra datrici di lavoro italiane e badanti straniere. Questi

rapporti sono una tipologia di incontri con le differenze più frequenti nelle famiglie

italiane. Studia questa relazione facendo interviste a 32 donne italiane tra i 32-63

anni.

Colombo introduce facendo un discorso spiegando i motivi per cui il fenomeno delle

badanti sia così diffuso in Italia (esempio: nel 2006 339.000 lavoratori domestici

stranieri su 470.000):

- allungamento della vita,

- anziani soli,

- reti famigliari non possono fornire cure a causa del cambiamento delle famiglie,

- welfare,

- partecipazione femminile al mondo del lavoro,

- costi elevati delle case di cura.

A fine anni ’90 il fenomeno era molto diffuso e da qui deriva la nascita del termine

badante che appunto designa donne immigrate che convivono con autoctoni

prendendosi cura di loro e delle loro abitazioni. Le badanti accettano di lavorare a

bassi costi e di sostituire le donne italiane che rifiutano questo impiego. La

predominanza di queste donne è connessa anche ad una situazione illegale che

favorisce un lavoro sottopagato, disponibilità a tempo pieno, mancanza di vincoli, ecc.

Secondo Enzo Colombo, in Italia questo rappresenta per le famiglie italiane un

cambiamento multiculturale non indolore, ma che incide su ciò che le famiglie davano

per scontato rispetto ai ruoli di genere, per definire questa tensione utilizza il concetto

di dislocazione. La dislocazione è un cambiamento culturale che provoca tensioni nella

vita quotidiana delle persone. Ci sono due grandi dislocazioni rispetto a questo tema:

dislocazioni di genere e di potere.

- Dislocazione di genere, cambiamento relativo al ruolo di genere. Nella società

italiana per decenni si ritenne che le donne si dovessero occupare dei lavori

domestici. Le donne però diventano lavoratrici e non possono occuparsi di tutti i

loro ruoli principali (figli, bambini, casa, lavoro). Essendo il lavoro di cura

considerato degradante e che toglie spazio ad attività gratificanti, le donne

quindi rinunciano alla cura dell’anziano e affidano le cure ad una domestica. Le

figlie comunque mantengono il ruolo centrale di gestione e supporto affettivo.

Le datrici di lavoro tendono a sminuire il ruolo della badante, questa è solo una

delega per svolgere i compiti meno significativi e più ripetitivi. La figlia

supervisiona sempre il lavoro considerandolo primario e affettivo, mentre

afferma che quello della badante sia solo una sorta “di fare compagnia” e che

inoltre la badante abbia molto tempo libero e poco lavoro. Per ammortizzare le

dislocazioni le donne italiane utilizzano la differenza culturale. Nel caso della

dislocazione di genere si usano tre argomentazioni:

Destino: la condizione di immigrante gli consente di non avere altri vincoli

 cioè di essere libere da impegni familiari e sociali, quindi è lecito che la

donna italiana deleghi a loro il lavoro,

Tradizione: le donne immigrate hanno una presunta abitudine culturale che

 le rende capaci e vogliose di svolgere questo lavoro,

Sacrificio: queste donne sono venute in Italia per garantire futuro adeguato a

 figli e nipoti e quindi faccio bene a dagli questo lavoro.

Il ricorso alle donne straniere per il lavoro domestico finisce però per riprodurre

differenze e stereotipi di genere.

- Dislocazione di potere, il lavoro della badante è difficile da trattare perchè

presuppone due tipi di rapporto inconciliabili: rapporto di lavoro e il rapporto

famigliare, il lavoro di cura deve includere componenti affettive che sono

inconciliabili con il calcolo razionale degli orari e dei compiti. Questo causa una

serie di problemi perché il rapporto lavoro-lavoratore è squilibrato, la badante è

esposta al rischio sfruttamento, ma le donne italiane ritengono che le donne

immigrate accettano di fare questo lavoro perché hanno come scopo il

guadagno perché hanno impegno con i famigliari del paese d'origine. Gli ambiti

che sembrano creare maggiore tensione sono gli orari, permessi e il tempo

libero, infatti le badanti cercano di definire questi ambiti subito per cercare di

evitare fraintendimenti mentre le donne italiane vorrebbero più disponibilità. Le

datrici di lavoro evidenziano che le badanti siano molto legate all’ambito

economico e professionale. Sempre le donne italiane usano per giustificare

questo rapporto:

Inferiorità o libera scelta dello straniero: le badanti hanno bisogno di

 soldi, gli anziani di cure, quindi il rapporto è legittimato. Le donne

straniere trovano adeguato e conveniente questo tipo di lavoro per

raggiungere i propri obbiettivi.

Interesse economico: i conflitti che nascono durante il rapporto di lavoro

 sono dovuti al fatto che le badanti sono eccessivamente legate al denaro

e approfittano della situazione di necessità delle famiglie.

Enzo Colombo elenca 5 modelli ideali di controllo delle dislocazioni:

1. Modello Aristocratico, il lavoro domestico nasce con i nobili e c'è un rapporto

gerarchico tra padrone e lavoratore. Datrice di lavoro e badante si occupano

di cose diverse e hanno uno status diverso e la badante deve saper conosce

il rango differente. La badante deve avere rispetto e rivolgersi in terza

persona. Non devono esserci relazioni affettive. L'inferiorità della badante è

riconosciuta da entrambe. Le badanti accettano questo lavoro perché è

conveniente. Il lavoro duro non è sfruttamento ma è bisogno.

2. Modello Relazione contrattuale di lavoro , in cui si nascondono le relazioni

affettive e si sottolinea l'aspetto lavorativo.

3. Modello del materialismo, la datrice di lavoro ci tiene moltissimo alla

badante di voler instaurare un modello di relazioni intime con assistenza,

regali, importanza al contatto personale,... È una relazione contraddistinta

dalla carità del datore di lavoro. Questo è molto rischioso perché può essere

unilaterale solo dalla parte della padrona.

4. Modello del personalismo, è quello utilizzato dalle persone più colte, quelle

che si sentono a disagio a comandare e quindi trattano la badante come una

persona comune. Riconoscono alla badante autonomia. Il rapporto è

paritario.

5. Modello del conflitto, in cui non c'è relazione con la badante se non quello

del conflitto, dovuto a pregiudizi. Il fatto che le badanti siano straniere è il

motivo principale che impedisce la costruzione di un rapporto.

Oggi in Italia parlare di badanti significa parlare di immigrazione, inoltre sembra

evidente il fatto che si creino gerarchie molto precise anche se non stabili e non

condivise. Sono molto presenti anche pregiudizi nei confronti di queste donne per

esempio i neri sono considerati inadatti per il colore della pelle. Il grado di capacità

nello svolgere il lavoro è stabilito dell'etnia

N. 6

Martina Cvajner

“Hyper-femminility as decency: beauty, womanhood and respect in

emigration”

Ricerca in particolare riguardo badanti moldave e ucraine studiando gli aspetti

affettivi, sentimentali, che sviluppano queste donne in Italia, a Trento. Questi rapporti

vengono sottovalutati nelle ricerche sugli immigrati.

La ricerca si concentra sull'identità di femminilità e bellezza sviluppato da queste

donne.

Metodologicamente la tecnica è l'osservazione partecipante ovvero interagisce con

loro nei luoghi di ritrovo di queste donne (abitudine a Trento era di fare barbecue in

montagna). La frequentazione dura 2/4 anni. Lei afferma di avere punti di accesso con

queste donne perché era una immigrata croata, aveva fatto la lavoratrice domestica e

riusciva a parlare poco russo, afferma subito che nonostante punti comuni era molto

diversa da loro; la sua presenza non era un problema la accettavano anche perché lei

motivava di dover fare un libro per i suoi studi universitari.

La maggior parte delle donne in esame erano migrate da sole a causa della mancanza

di lavoro nel paese d'origine causata dalla crisi economica degli anni 90 (nel loro

paese questa crisi aveva anche causato la fine di rapporti coniugali).

Queste donne erano comunemente descritte come provocatorie ed eccessive e le loro

performance erano percepite come inadeguate, come una sfida o come un processo

per sedurre qualche vecchio italiano per appropriarsi della loro eredità. Le donne slave

erano consapevoli di essere riconosciute con questi stereotipi. Queste donne erano

guardate negativamente anche nel loro paese perchè lo lasciano e insieme anche i

loro figli e mariti alle cure altrui. La ricercatrice nota come le donne si agghindano per

rafforzare lo stereotipo di “ruba-mariti”.

Facendo parte del gruppo ormai le donne straniere cercano di fare emergere il lato

femminile della ricercatrice, vestendola e truccandola come loro per metterla in cerca

di marito. Cvajner cerca allora di studiare la loro idea di femminilità.

Il concetto di iper-femminilità è stato creato negli studi femministi per definire lo stile

di vita delle donne come le veline, ovvero modi di vestirsi e atteggiarsi molto sexy per

sedurre uomini secondo i modelli maschili di femminilità. Questo concetto non è mai

stato utilizzato per studiare badanti straniere, la ricercatrice per prima cerca di dare

significato a questa tipologia.

Significato iper-femminilità:

- Cultura, da loro si fa così. Sarà constatato che nella realtà non è così perché

sono donne di classe media nel loro paese, nonostante molti elementi della loro

rappresentazione sono simili ma i significati sono diversi. Dal punto di vista

sociale perché riservano questa esibizione solo a parenti e persone a loro vicine

(l'abbigliamento era giustificato come un dovere per il marito). Queste donne

hanno il desiderio di distaccarsi dal lavoro di badante, che è percepito come

degradante, perchè nel loro paese svolgevano una professione prestigiosa.

Quindi le donne vogliono nascondere la loro vera identità e quando non sono a

lavoro si truccano e si vestono come delle donne che ritengono desiderabili e

belle.

- Con questa modalità di presentazione del self cercano di distinguersi dalle

donne italiane che sono le loro datrici di lavoro. C'è anche una leggera rivalità

tra queste donne. Le badanti affermano che ci tengono al essere belle e le

donne italiane sono grigie, tristi, vestite non come le vere donne, quindi è chiaro

perché l'italiano cerca le donne slave.

- Inizialmente passavano per ridicole alla ricercatrice ma cominciando a studiarle

capisce anche che questo ideale di bellezza. Per queste donne la bellezza è il

frutto di uno sforzo. Il fatto stesso di sforzarsi per allontanarsi da uno stereotipo

e per mostrarsi in un certo modo è già indice di bellezza. Queste donne cercano

di attrarre gli uomini ma si vestono così per loro stesse e per le altre donne dello

stesso gruppo. Questo è uno sforzo collettivo e pubblico. La bellezza è un ideale

condiviso dal gruppo. La femminilità è un modo di mostrare che oltre alla

badante c’è altro.

Come si presentano le stesse donne nei loro paesi:

- Madre, escono con i figli (femmine principalmente) e consigliano come

comportarsi. Cercano di far combaciare il loro ritorno con avvenimenti

importanti della vita dei loro figli. Questo ruolo non è valorizzato quando sono in

Italia perchè a nessuno interessa se sono madri.

- Casalinga rispettabile e Bread Winner, la donna è una casalinga ma fa il

sacrificio di andare in Italia per poter garantire una vita migliore ai loro

famigliari.

- Consumatrici, nel loro paese vogliono dimostrare che hanno una capacità di

spesa, potere d'acquisto dovuto al fatto che lavorano in Italia.

Concludendo si può dire che la nozione di iper-femminilità può essere utilizzata per

indicare il modo in cui le donne provenienti da contesti diversi, fanno uso del

simbolismo di genere per stabilire una pretesa di valore sociale e rispetto.

N. 7

Fulvia Antonelli e Giovanna Guerzoni

“Giovani in cerca di cittadinanza”

Ricerca condotta a Bologna basata sull’osservazione partecipante in un Istituto

professionale per l’Industria e l’artigianato (triennio per qualifica + biennio per

maturità) considerato uno dei peggiori istituti di Bologna.

Più della metà degli studenti iscritti sono stranieri. La ricerca viene effettuata grazie a

un accordo tra università e istituto superiore, e prevede interviste agli insegnanti

(Guerzoni) e un’osservazione partecipante (Antonelli), prestando attenzione alla

sincerità dei ragazzi. Per evitare che i ragazzi mentano non si pone dalla parte degli

insegnanti, a cui i ragazzi mostrano un certo volto (a causa della cultura di opposizione

tra studenti e docenti), bensì segue i ragazzi a scuola ma soprattutto in strada, dove

sono loro stessi. In questo modo i ragazzi non la considerano come distante da loro,

ma apprezzano la sua vicinanza e si sentono liberi di comportarsi in maniera naturale.

I ricercatori analizzano la situazione dei ragazzi migranti di seconda generazione che

hanno molte difficoltà. Questi ragazzi frequentano una sorta di scuola ghetto, perché

gli studenti sono i peggiori delle scuole medie (sia gli italiani che gli stranieri), e anche

gli insegnanti vogliono allontanarsi in fretta da questo istituto.

L’edificio scolastico è vecchio, la palestra non è a norma e alcune aree della scuola

stessa sono inagibili. Di fronte alla scuola si trova il Museo d’Arte contemporanea. La

ricercatrice suggerisce ai ragazzi di visitarlo ogni tanto; dalla loro risposta nota che

non sono insensibili verso l’arte contemporanea (infatti apprezzano la street art e i

graffiti), si sentono invece estranei ai luoghi di culto dell’arte (musei e gallerie), perché

li ritengono socialmente selettivi.

La scuola analizzata nella ricerca è un punto di riferimento per gli studenti di altre

scuole, che si ritrovano fuori dall’istituto professionale prima di entrare in classe. In

queste occasioni si osservano legami, gruppi di amici, stili musicali e di vita, ma anche

conflitti fra gruppi, che si riverberano all’interno della scuola.

Le regole della scuola (ad esempio orario di entrata) non sono rispettate dagli

studenti: molti arrivano in ritardo, molti entrano alla seconda ora (senza giustificazione

anche se minorenni). I professori, dal canto loro, vivono una situazione di disagio e

conflitto in merito a questo argomento. Il risultato è che agli studenti non viene dato

un messaggio chiaro, quindi possono fare quello che vogliono ogni mattina.

I ragazzi non comprendono la differenza tra “fuori e dentro” la scuola, perché non è

ben scandita la soglia di ingresso; per questo motivo i ragazzi continuano a

comportarsi a scuola come farebbero per strada. Gli insegnati sostengono che gli

studenti ignorano le regole scolastiche: ciò assolve gli studenti della responsabilità dei

loro atteggiamenti insubordinati e di sfida nei confronti della scuola. Osservando gli

atteggiamenti di ragazzi protagonisti di episodi di insubordinazione si nota che essi

sono consapevoli, e lanciano coscientemente sfide alla scuola e agli insegnanti, per

reagire a un’istituzione e a soggetti (gli insegnanti, appunto) che li guardano come

svantaggiati perché stranieri.

Spazio scolastico

È uno spazio di scontro col potere (preside, insegnanti). Le frequenti sospensioni ed

espulsioni portano a un diverso modo di intendere gli spazi scolastici, in particolar

modo i corridoi e il cortile, che sono vissuti con la stessa libertà della strada.

- Il corridoio viene occupato impropriamente durante le lezioni. Qui i ragazzi si

mescolano (anche tra etnie diverse) e creano solidarietà (sono in corridoio per gli

stessi motivi: sospensione, espulsione da una lezione…). Ha fascino perché è uno

spazio regolato dal potere, in cui i ragazzi non rispettano le regole.

- Il cortile non è uno spazio regolato, anzi, è adibito allo sfogo dei ragazzi. È diviso

tra i diversi gruppi di origine

In generale la scuola non è uno spazio ben definito, non ha mura, non ha confini.

Le aule sono spoglie, il personale è molto apprensivo nei confronti del materiale e

delle attrezzature, che sono frequente bersaglio delle attività distruttive dei ragazzi.

I ragazzi compiono volutamente atti illeciti, non tanto per il risultato di tali atti (rubare

le pile del telecomando), quanto per creare problemi a bidelli e professori; in realtà

sono molto risentiti del fatto che vengono considerati come ladri. I ragazzi quindi sono

soggetti a uno stigma, in particolar modo i maghrebini, considerati naturalmente

indisciplinati, ladri, spacciatori. Questo stigma si presenta:

A scuola, dove, al verificarsi di azioni illecite che sono semplicemente bravate di

o

ragazzini (rubare alla macchinetta), sono chiamate ad intervenire le forze

dell’ordine. La scuola quindi non interviene, delega ad altri attori sociali la

soluzione del problema.

Negli spazi pubblici, come il centro della città o edifici pubblici dove si può

o

accedere senza pagare (centri commerciali, biblioteche).

Spesso i ragazzi sono sospesi dalle lezioni, e la ricercatrice approfitta di questa

situazione per istituire un progetto educativo, per cui durante la sospensione i ragazzi

vengono accompagnati in biblioteca, al museo, per evitare che la sospensione porti i

ragazzi a cacciarsi nei guai. L’obiettivo è quello di insegnare ai ragazzi come

comportarsi nella biblioteca, e quello di insegnare che per evitare guai bisogna saper

rispettare e intuire le regole di ogni luogo. I ragazzi devono compilare il modulo di

iscrizione ai servizi bibliotecari: in questo momento si nota il grande disagio della

realtà in cui ognuno di loro vive. I ragazzi non sono accolti positivamente dal personale

della biblioteca, che li rimprovera costantemente.

I ragazzi protagonisti della ricerca sono figli di immigrati, ma, a differenza dei loro

padri, non accettano lavori molto sfruttati e poco pagati. Cercano riconoscimento,

dignità, ma spesso cedono alla droga, all’illegalità e finiscono in carcere.

La composizione delle classi non aiuta ragazzi e professori: infatti i ragazzi più

problematici vengono concentrati in un’unica classe, provocando così maggiori

problemi. Le condizioni difficili di queste classi hanno conseguenze:

- Effetto ghettizzazione che demotiva la frequenza scolastica

- Impossibilità di apprendimento per gli studenti

- Difficoltà di gestione per i professori

Molti ragazzi frequentano l’Istituto in questione non per interesse, ma perché

indirizzati dai professori delle medie a causa dello scarso interesse per lo studio e

anche a causa di uno schema sociale che prevede che i figli delle classi popolari meno

agiate frequentino gli istituti professionali. Gli studenti non sentono di appartenere alla

scuola, ma vogliono fuggirne in fretta.

La svalutazione della scuola però non è operata solo dagli studenti, bensì anche dagli

insegnanti, per i quali l’insegnamento all’istituto professionale è una tappa obbligata

per salire in graduatoria, è una scelta dettata dalla comodità (l’istituto è in centro e

facilmente raggiungibile).

Ragazzi e insegnanti vivono una situazione fortemente conflittuale: i professori sono

considerati razzisti, non eseguono a dovere il loro ruolo di educatori.

Nell’istituto è molto frequente la dispersione scolastica (molti studenti abbandonano la

scuola prima di terminare il ciclo di studi). I ragazzi abbandonano la scuola per diversi

motivi: familiari, motivi personali, fattori economici, responsabilità dei professori e

della scuola (la scuola mostra di non essere focalizzata sulla correzione degli errori che

commette, e i professori non hanno a cuore il bene degli studenti; provano sollievo

quando un alunno problematico lascia la scuola, non lo vedono come un fallimento).

Nella scuola esistono progetti per ragazzi con difficoltà, ma tutti questi progetti non

agiscono in sinergia né tra loro, né con il percorso scolastico classico.

Insegnanti

Gli insegnanti sono disinteressati ai ragazzi, non conoscono le loro esperienze, la loro

vita, si interessano solo a cosa fanno in classe e non ai progetti che frequentano in

orario extrascolastico (es. laboratorio di teatro). Pertanto il rapporto anaffettivo nei

confronti della scuola rimproverato agli studenti è il riflesso di uno scarso senso di

appartenenza anche da parte dei docenti.

Gli insegnanti non hanno interesse a conoscere il gruppo dei ragazzi, e quindi non

conoscono le dinamiche che regolano i loro rapporti. Per questo motivo non possono

contare sull’autoregolazione del gruppo, perché non conoscendo a fondo gli elementi

non possono puntare sull’aiuto di nessuno degli stessi ragazzi. Questo disinteresse è

sintomo della scarsa importanza data dagli insegnanti alla dimensione educativa e

inclusiva della scuola. La classe non è importante per i ragazzi, non la sentono come

gruppo di appartenenza (cosa che invece accade per i gruppi culturali).

I conflitti frequenti tra studenti e professori sono dovuti anche all’assenza di uno sforzo

di creazione di un rapporto tra studenti e insegnanti. I conflitti non invadono solo la

sfera scolastica, ma diventano personali, corrodono i ruoli, arrivano allo scontro

violento fisico e verbale. Le relazioni quindi non sono educative né significative, e i

ragazzi spesso reagiscono in maniera violenta alle critiche degli insegnanti.

La maggior parte dei ragazzi, nonostante un percorso di scolarizzazione in Italia, ha

grossi problemi nella lettura e nella scrittura (influenzata dalla scrittura di sms), anche

se sanno usare la lingua anche per giochi di parole e rime. Si notano interferenze

linguistiche da arabo e francese, ma anche da diversi dialetti italiani (bolognese,

napoletano, siciliano). I professori stigmatizzano l’uso di questo linguaggio meticcio,

non lo comprendono e lo condannano, operando una sorta di sfida all’identità culturale

dei ragazzi.

Per i ragazzi la scuola è “la galera”, e vogliono fuggire, finendo poi in situazioni di

devianza (come spaccio, furto...). A scuola quindi sono protagonisti di episodi di

insubordinazione, sono orgogliosi delle sfide lanciate all’istituzione e ai professori.

Gli studenti non hanno libri/quaderni, e i professori attribuiscono la colpa di ciò alle

famiglie che non sono disposte ad investire denaro per l’istruzione; la scuola però non

propone soluzioni a questo problema (es. procurare libri/quaderni per gli studenti), e

neanche i professori (che adottano testi sempre nuovi impedendo l’acquisto usato). La

scuola quindi è un’esperienza estremamente frustrante per entrambe le parti.

Spesso al fallimento scolastico segue una carriera di devianza (furti, spaccio, risse) che

culmina nell’esperienza del carcere, arresti domiciliari o comunità. Gli adolescenti

sognano un successo e un arricchimento rapido; non possono lavorare perché

minorenni, allora si rifugiano nello spaccio e nel furto.

Le azioni e i pensieri dei ragazzi sono condizionati da un determinismo sociale: si

sentono condannati a ripetere le vite dei loro coetanei e dei loro fratelli maggiori. Si

rassegnano quindi ad interpretare il ruolo sociale che pensano gli sia assegnato

I ragazzi che frequentano la scuola sono molto diversi: pochissimi sono nati in Italia,

hanno compiuto solo una parte di formazione in Italia perché sono immigrati per

ricongiungimento familiare. A scuola formano un gruppo legato da esperienze comuni

e da legami di amicizia.

I ragazzi stranieri vengono rappresentati dagli altri (e si auto-rappresentano) secondo

idee razziste e generalizzanti.

Gli insegnanti vedono gli studenti stranieri come pericolosi, da tenere a freno, e sono

poco interessati a cogliere bisogni e necessità educative. Le origini nazionali sono uno

strumento usato per categorizzare i ragazzi, anche se in maniera infondata. A gruppi

etnici vengono assegnati stereotipi di carattere:

- I marocchini (marocchini e tunisini) sono i più difficili da gestire perché

indisciplinati;

- Gli asiatici (cinesi e filippini) sono silenti aggregati sociali, scarsamente

penetrabili perché non interagiscono con gli altri;

- I pachistani (pachistani e bengalesi) sono considerati scarsi a scuola ma docili e

ben visti perché tranquilli.

Diffusa è l’idea secondo cui un ragazzo integrato nel contesto scolastico sarebbe

“disintegrato”, isolato rispetto al suo gruppo di origine.

Spesso a scuola scoppiano conflitti in base alle diverse origini nazionali. Le offese

arrecate da compagni stranieri sono maggiormente accettate rispetto a quelle

arrecate dagli italiani (compagni o personale scolastico). Questo perché gli stranieri

condividono l’estraneità, che invece non è condivisa dagli italiani.

I ragazzi stranieri che frequentano l’istituto spesso si trovano in una situazione di

conflitto tra due culture, ed entrano in crisi perché non sanno come comportarsi. È

importante che i due mondi risultino comunicanti, in modo da rendere la vita e le

azioni dei ragazzi più semplici.

Rispetto alle caratteristiche dei ragazzi studiati da Colombo, questi ragazzi si situano

sul polo opposto: hanno un pessimo rapporto con la famiglia, rimproverano ai padri di

averli portati in Italia, e considerano il percorso dei genitori come un fallimento, perché

in Italia non sono riusciti ad acquisire la ricchezza e la possibilità di diventare

consumatori che era il loro sogno. Il problema principale di questi ragazzi non è quello

di essere tacciati come stranieri, quindi non è un problema culturale di

riconoscimento; bensì si tratta di un problema di classe, perché ciò che loro lamentano

è quello di essere poveri.

Anche i padri, dal canto loro, non riconoscono i figli, perché si considerano Italiani,

intraprendono percorsi devianti. Il rapporto tra figli e padri quindi è molto difficile. La

reazione dei ragazzi alle difficoltà non è la chiusura nella cultura d’origine, perché

questi ragazzi non si sentono marocchini, bengalesi, africani... questi ragazzi, a

differenza dei ragazzi di Colombo, non sanno usare con competenza le due culture che

li caratterizzano; questi ragazzi non si sentono né italiani né marocchini... sono

guardati con sospetto da entrambe le culture. La loro cultura in realtà è la cultura di

strada, fatta di stili di vita, unica sia per gli italiani e gli stranieri. È una subcultura

metropolitana giovanile che unisce i ragazzi di diverse culture. A Bologna questa

subcultura è egemonizzata dai ragazzi stranieri, che importano stili di vita di grandi

città (vestiario, musica, slang) come Casablanca, Tunisi ecc, immaginate in altre

metropoli come Londra, Parigi, New York... Così facendo questi ragazzi rifiutano

l’integrazione subalterna, si oppongono alla categorizzazione (appartenenza a una o

all’altra cultura) aderendo a una cultura di strada insieme ai loro coetanei (l’aspetto

generazionale è fondamentale).

Lavoro

I figli degli immigrati si trovano in un contesto di crisi economica, in cui la domanda di

lavoro è contratta: questa situazione è molto diversa rispetto a quella vissuta dai loro

genitori (giunti in Italia per lavorare, hanno trovato lavoro). I ragazzi si confrontano con

l’esperienza lavorativa dei loro genitori, da cui dipende la permanenza in Italia. I

ragazzi sono preoccupati, cercano in tutti i modi di entrare nel mondo del lavoro

perché il lavoro è visto come la soluzione di tutti i loro problemi (conflitti familiari,

incertezze, difficoltà economiche). Lavorare significa diventare grandi, responsabili; al

contrario la scuola li fa sentire piccoli, dipendenti dai genitori.

Alcuni sognano di diventare famosi (nella musica o nello sport) per evitare di seguire

la strada dei padri, e quindi per avere abbastanza denaro e non temere la

disoccupazione o la povertà. Questi sogni però sono limitati dal fatto di essere

stranieri.

Il lavoro è molto importante, è addirittura un’ossessione. Anche la coltivazione delle

proprie passioni deve essere direttamente finalizzata a uno sbocco lavorativo. Infatti

non si concedono attività ludico-formative che non possono portare a un lavoro e uno

stipendio. Ciò è dovuto al senso di responsabilità verso le loro famiglie, perché per

essere considerati uomini è necessario portare a casa i soldi.

Il lavoro però è fondamentale anche per garantire la presenza in Italia, per rinnovare il

permesso di soggiorno.

La scuola professionale forma gli studenti per un lavoro in fabbrica che in realtà sta

perdendo centralità; nonostante ciò è importante perché insegna ai giovani come

comportarsi in un ambiente lavorativo.

Una volta terminata la scuola, però, i ragazzi si trovano di fronte a difficoltà nel trovare

un’occupazione, perché non hanno qualifiche o esperienze, e quindi si rassegnano

arrabbiati al fallimento.


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7 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione d'impresa
SSD:
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher filipix95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della cultura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Perrotta Domenico.

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