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Appunti completi secondo semestre letteratura latina II

Appunti completi secondo semestre anno accademico 2016/2017 del corso di Letteratura latina II basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Rivoltella dell’università degli Studi Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura latina II docente Prof. M. Rivoltella

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discorso etico sul conveniente, concepisce la realtà umana non come un’orda

dell’irrazionale a cui nessuno si sottrae, ma piuttosto relega da una parte il saggio e la

figura del saggio nel mondo dell’utopia, dell’ideale, cui la vita etica dell’aspirante

saggio punta, dall’altra parte sottace l’esistenza di autentici mostri capaci del male

assoluto e ritiene che la maggior parte degli uomini appartenga alla classe mezzana di

animali sociali, che non si lasciano guidare del tutto dalla ragione, ma si adeguano alla

voce di una fusis animale. Realismo e pragmatismo contraddistinguono questa visione.

Paragrafi 11-17: concetto di honestum, lo definiscono e ne pongono in luce le relazioni

con le virtù, in cui si esplica, 4 secondo la visione paneziana. Honestum sta per il

concetto vulgato di bene, il comune buon senso.

La quarta parta è strutturata secondo la teoria paneziana delle virtù, che si discosta

dall’ordine delle virtù proprio della stoà antica. Panezio distingue una virtù teoretica, la

sapienza, e 3 virtù pratiche. La sapienza consiste nella conoscenza intellettuale del

bene e ad essa sono dedicati i capitolo 18-19. Poi si occupa della giustizia (paragrafi

20-60); magnitudo animi, la grandezza dell’anima (61-92): consiste di fatto nel

disprezzo dei beni materiali, delle realtà concrete e nel desiderio delle realtà interiori,

dell’amore di gloria; decorum (93-151): spesso i traduttori lo rendono con temperanza,

in realtà il decorum è qualcosa di più. In questa sezione si inserisce il brano che

analizzeremo, visto che esso corrisponde a parte del capitolo 103.

ACCERTAMENTO DEL TESTO: 1) scelta dell’edizione critica: ogni edizione critica

condivide con le altre limiti inevitabili, che rende difficile il compito di scegliere

un’edizione eccellente tra le altre. Limiti dettati dal carattere approssimativo della

recensio dell’opera, manca ancora oggi una recensio completa del De officiis e di

conseguenza ogni edizione critica è limitata. Ogni edizione infatti si basa su una

ristretta rosa di codici, sempre medesimi, ritenuti potiores dagli editori, che

corrispondono a parte degli antiquiores. Il vero scarto sarebbe determinato da una più

estesa collatio codicum, che attende ancora di essere messa in cantiere. Per le

dimensione della tradizione manoscritta questa impresa non può essere soddisfatta da

una singolo studioso, parliamo di centinaia di manoscritti.

3 delle più recenti edizioni critiche: 1) I dovere pubblicati da M. Testard, uscito a Parigi

nel 1965, contemporanea è quella di 2) Paolo Fedeli, 1965, di grandissimo spessore

filologico è la prima, pubblicata nel 1949, con il contributo di Atzert, che riprende il

lavoro di due filologi, esperti dei testi ciceroniani, Plasberg (edizione del 1923) e Ax

(1932).

Analisi della tradizione manoscritta: Testard “uno studio generale della tradizione del

de officiis è ancora da scrivere”. 3 motivi: 1) carattere contraddittorio e provvisorio del

testo: una contraddittorietà del testo che forse risale all’originale addirittura, cioè alla

copia come è uscita dalle mani dell’autore. L’opera di Cicerone fu composta soltanto in

un mese e mezzo circa e in una cornice biografica densa di preoccupazione, lo scrive

in preda a una foga compositiva, vive emarginato dal contesto politico e minacciato da

Antonio. Questa situazione si riflette dal punto di vista stilistico e argomentativo: dal

punto di vista stilistico il dettato ciceroniano è piuttosto gracile dal punto di vista

sintattico, semplificato, non risente cioè di quella marca, di quella grana stilistico-

sintattica che si definisce concinnitas, l’effetto di armonia nella costruzione del

periodo, nell’ampiezza del periodare, nella solennità del periodare. Non è questo lo

stile, la concinnitas viene meno, è un periodare più gracile, prevalenza della

coordinazione; dal punto di vista argomentativo, l’andamento logico generale è chiaro,

nitido, ma non così è la membratura delle macro e micro sequenze interne ai libri,

l’andamento logico risulta abbastanza caotico per la ripetizione di parole, ma anche di

intere frasi o interi brani che sono già stati precedentemente riferiti; inoltre ci sono

passi in cui non è chiaro l’intendimento dell’autore. Sull’interpretazione di questi la

critica ciceroniana è divisa in 2 scuole: sostenitori delle varianti d’autore e gli

interpolazionisti. Si tratta di accentuazioni nello schieramento a favore dell’una o

dell’altra. I primi critici, ritengono che lo stato caotico, provvisorio risalga all’originale,

perché Cicerone componendo freneticamente quest’opera l’aveva anche fittamente

corretta con note interlineari, sopra il lemma o a margine, e aveva corredato anche

con note di ripensamento, di approfondimento il testo. Dalla biblioteca di Cicerone

gestita dall’erede il De officiis sarebbe passato al mercato librario e i copisti avrebbero

assemblato meccanicamente le varie redazioni, correzioni in un testo unico, incuranti

della coerenza formale e logica, ma tenendo come criterio la fedeltà al testo

ciceroniano, cioè copiare tutto ciò che si trovava nel testo originale. Gli altri ritengono

che lo stato del testo si debba alla compenetrazione nel testo di chiose non dovute del

tutto a Cicerone, ma agli antichi lettori e commentatori del testo, desiderosi di

spiegarlo, gli anonimi grammatici (= i maestri di grammatica, di lingua latina,

responsabili del grado medio di istruzione), i quali gradirono da subito l’opera

ciceroniana e cercarono di correggerla per renderla meno oscura per i propri studenti.

Non sappiamo quante delle correzioni provengano da Cicerone e quante dalla scuola.

2) vastissimo numero di manoscritti, che costituiscono la tradizione diretta, sono oltre

600 i manoscritti medievali censiti a oggi che ci hanno conservato il De officiis. Un

paio di anni fa ne sono stati trovati due in Croazia e forse ce ne sono altri. Questo

altissimo numero di documenti attesta il gradimento presso il pubblico medievale, un

gradimento che lo pone quasi in cima delle opere latine più lette in Occidente nel

medioevo. Al primo posto? Prisciano, un grammatico del V-VI secolo, autore di

un’opera, Institutiones gramatices. L’istituzione più importante in età tardoantica è la

scuola, ad una scuola serve in primo luogo un testo di grammatica. Cicerone serviva a

formare il senso morale in latino, l’etica stoica professata da Cicerone e il senso etico

cristiano presentano non poche somiglianze e questo decreta l’ampio successo. 3)

precoce e diffuso processo di contaminatio tra i codici (vettori tratteggiati nello

stemma codicum, l’amanuense aveva davanti a sé oltre a un antigrafo principale

anche un antigrafo di altra famiglia). La maggior parte dei codici è tarda, cioè la

maggior parte dei codici è due-trecentesco. Sono solo una 40ina databili tra VIII (un

solo testimone) e XII secolo. È impossibile ripartire nettamente i testimoni manoscritti

in famiglie tra di loro chiaramente distinte e ricostruire scientificamente il testo

dell’archetipo (nello stemma c’è, ma mai ricostruito). Il consenso frequente tra i

manoscritti più utilizzati dagli studiosi ha portato in maniera del tutto provvisoria i

filologi a ritenere che ci siano due grandi famiglie, che sono determinati a partire dai

due archetipi del VII e VIII secolo, Z e X. La famiglia Z è la più numerosa e con i

testimoni più antichi: il manoscritto più antico, U è un codice frammentario dell’VIII

secolo. Caratteristica comune: ha conservato un testo marcatamente contraddittorio e

provvisorio, il che è spia della discendenza del testo da una forma tra le più antiche

del De officiis che circolava tra il pubblico nel tardo antico. Perché una delle forme?

Perché abbiamo accanto alla tradizione diretta la voce della tradizione indiretta,

rappresentata per maggior parte da grammatici, tra cui Nonio. Nel tardo antico

circolavano forme testuali provvisorie, ma diverse, una delle quali ha trovato fortunata

continuità. Più sparuto il numero dei testimoni della famiglia X e più recenti; tipico è la

versione “più purificata, più emendata” del testo ci deve essere stato l’intervento di

maestri di scuola che abbiano proceduto con l’emendatio del testo ciceroniano.

Apparato critico: positivo o negativo? Positivo (prima dei due punti c’è il comma

positivo e dopo il comma negativo), ma mancano nel comma positivo dei testimoni

della lezione accettata. È un modo di operare di molti apparati critici positivi, i

testimoni non vengono elencati per economia di spazio: bisogna guardare il

conspectus siglorum: la prima parte con i manoscritti sempre citati in apparato critico,

quando Testard tace la lezione accettata è riportata da tutti questi, la seconda parte i

manoscritti a volte invocati nell’apparato critico, quindi gli altri sono dati per sottintesi,

questi saranno specificati. Il brano di cui occupiamo non presenta sensibili problemi

dal punto di vista formale, tranne per quanto riguarda l’ultimo periodo del paragrafo

104: alter est, si tempore fit..

1) Ut si (nesso subordinante): meglio et si (nesso coordinante)

2) Haine ritiene che, pur non essendoci una lacuna materiale tra animo e

homine, qualcosa manca nel testo.

Il modo di procedere è per criterio di maggioranza, la scelta delle lezioni è fatta sul

criterio della maggioranza, visto che non c’è un testo dell’archetipo dominante (stesso

modo di procedere per le Metamorfosi di Ovidio).

I criteri per la scelta dell’edizione sono due: quantitativo e qualitativo. 23 marzo 2017

Apparato critico: lettura di tipo analitico relativa al periodo che inizia con “alter est..”.

Quid:

Il primo problema è relativo alla congiunzione subordinante ut si. cita i testimoni

perché non c’è consenso, ne aggiunge altri dopo et. Et si è la lezione rifiutata, come

pure et sit, ut sit, aut si: sono lezioni alternative a ut si. La prima, et si, rispetto alle

altre 3 è proposta da L, Harleianus: il codice più antico, dell’XI secolo, della famiglia X.

Accanto a questo un codice del XIII secolo C attesta et si. L’etiam introduce altre

lezioni, corrisponde anche a un giudizio di valore, sono citare con beneficio di

inventario, ma la partita si gioca tra ut si e et si. Il testo se si sceglie et si cambia

sensibilmente dal punto di vista sintattico e poi del significato.

Si sta parlando di due tipi di umorismi: uno positivo e uno negativo. Alter è il primo

membro di una correlazione binaria, si riferisce all’umorismo positivo. Traduzione con

ut si: “Il primo se capita a tempo opportuno (in greco avremmo kairos, il tempo

puntuale, l’occasione propizio), come se per una distensione dell’animo: ut si

introduce, essendo un nesso subordinante di tipo condizionale, una subordinata alla

precedente, una subordinata di 2 grado; il primo tipo di umorismo, purché non sia fuori

luogo, cioè quando l’animo sia rilassato, si addice ad un uomo.”

ET SI: modifica la struttura sintattica perché avremmo non una subordinata di 2 grado,

ma una coordinata per asindeto alla subordinata di primo, essendo un nesso

coordinante. “Il primo, purché non sia fuori luogo e se con l’animo rilassato (e se esso

nasca da un animo rilassato), si addice a un uomo”. I due testi hanno entrambi senso?

Abbiamo un confronto tra due varianti, ma differenza di significato. Questo testo

esprime i caratteri di questo umorismo positivo: nel primo caso ne esprime una, che

non sia fuori luogo, cioè una condizione esteriore, nel secondo caso due condizioni,

una esterna e una interna, di tipo psicologico, deve nascere da un animo in pace,

benevolo. Questa alternativa è più soddisfacente perché più completa e più in linea

con il contesto: lettura di un altro passo dove si tratta del decorum, Cicerone dice che

il decorum contempera sì delle qualità esteriori, ma anche esigenze interiori di bontà e

Ubi:

di equilibrio. recensio ed emendatio insieme, l’ultima variante non è attestata dai

Cur:

codici, ma è un’emendatio, una congettura di un filosofo tedesco. che tipo di

errore è? Errore di lettura, quindi di copiatura.

QUID:

Homine dignus: liberalis è la trasposizione in campo etico di una notazione di

tipo sociologico: di per sé significa aristocratico, rappresenta in termini etici la

traduzione di questo classismo; gravis e severus sono quasi sinomini, significa serio.

UBI: nota di emendatio. CUR: errore di omissione, ha saltato una parola. “… si addice

ad un uomo. Il secondo non si addice nemmeno ad un liberto, poiché (se è vero che)

parole oscene esprimono un contenuto altrettanto vergognoso.” Se non si suppone

una lacuna, c’è un’incomprensibile contrapposizione tra un uomo e un liberto, quasi

che il liberto non fosse anch’egli un uomo. La più pertinente è la prima, liberali: di un

uomo che sia liberalis, noi diremmo di un uomo di classe.

Traduzione: “Né infatti la natura ci ha creati così che sembriamo fatti per il

divertimento e lo scherzo, piuttosto per la serietà e per occupazioni alte e impegnative

(comparativi assoluti, esprimono una qualità media senza necessità del secondo

termine). Certo però è lecito concedersi al divertimento e allo scherzo, ma come al

sonno e a ogni forma di riposo, dopo che avremo… Il modo di divertirsi di per sé non

deve essere eccessivo, ne smodato, ma ispirato a, come infatti non si accorda ai

ragazzi illimitata, quella che non sia estranea ad azioni tipiche dell’agire etico, così

anche nel nostro scherzare risplenda un po’ della nostra virtù. Ci sono due tipi di

umorismo: uno volgare, impudente, malvagio, osceno, l’altro distinto, composto,

nobile, elegante. Di quest’ultimo sono pieni non solo i drammi del nostro Plauto e dei

nostro antichi commediografi attici (in Plauto la scurrilità dei servi plautini?), ma anche

i libri dei filosofi socratici (Socrate ei suoi discepoli avevano fatto dell’ironia..) e molte

facezie di molti personaggi, come quelle di Catone che nella sua vecchiaia ha

chiamato Apophthegmata (significa quello che in latino si dice sententia: motto, frase

premiante; Catone nella vecchiaia avrebbe raccolto varie di queste sententiae

socratiche). Distinguere poi l’umorismo nobile da quello volgare è semplice: vedi

traduzione precedente. Anche nei nostri divertimenti occorre osservare un senso di

moderazione per non esagerare troppo in tutto e facendoci trasportare dal piacere

perché non cadiamo in qualche comportamento riprovevole. Come esempi di

divertimento positivo bastano (ipallage: di per sé onesti esempi di divertimento) il

nostro campo (= il nostro campo Marzio) e l’esercizio della caccia.”

Intervento esegetico: CAMPUS NOSTER: che tipi di divertimenti si praticavano? Pianta

della Roma attuale, la perimetrazione in rosso corrisponde a quello che era il Campo

Marzio al tempo del Cicerone. Era una pianura lungo il Tevere, che costeggiava

un’ansa, la più ampia, che si estendeva nella zona nord-ovest della città antica,

avendo verso est le pendici del Palatino e del Campidoglio e dall’altra le pendici del

Quirinale, un grandissimo spazio pianeggiante che allora si trovava appena al di fuori

delle cosiddette mura serviane. All’epoca di Cicerone era un’area quasi interamente

verde, non edificata, per lo più ad uso pubblico: che cosa vi si faceva?

Fondamentalmente attività militari e paramilitari (cioè attività politiche o ludiche

connesse all’esercizio della milizia), per esempio era l’area in cui la gioventù romana

(a 17 anni si cominciava a militare a favore dello Stato) si esercitava dal punto di vista

fisico, la corsa, lancio del giavellotto, nuoto nel Tevere, esercizi richiesti dalla tattica e

dalla strategia (bisogna correre tutti insieme): questo è il ludendi a cui allude Cicerone,

esercizi sportivi finalizzati a formare il buon combattente romano. Enorme spazio

popolato quotidianamente dalla gioventù romana maschile e ovviamente della

gioventù femminile, tanto è vero che era un luogo di convegni amorosi. Lì si facevano

anche le elezioni (si svolgevano per comitia centuriata, si votava per centurie, cioè di

schieramenti di cento armati). All’epoca di Cicerone non c’era niente, quasi niente,

solo la villa publica, cioè la sede di alcune riunioni di magistrati, all’epoca di Cesare si

arricchisce dei septa (è l’antenato dei centri commerciali lussuosi), zona commerciale

preceduta da un portico, all’interno del quale il centro si trovava al coperto: il ludus si

arricchisce di un’altra componente, lo shopping di lusso. In età cesariana si era

arricchita di un’altra componente, a nord viene edificato il primo teatro stabile di

Roma, il teatro di Pompeo nel 55. Con Augusto e i successori la campagna scomparirà.

(Plastico di Roma antica dell’Eur, quartiere romano, regalato dal Fascismo per

ricordare i dieci anni di Fascismo, a capo di quest’opera ci fu Marcello Piacentini, dal

2014 il museo della civiltà romana è chiuso. Plastico enorme, elaborato in 30 anni da

Gismondi, dal 35 al 65, con la pianta, archeologicamente aggiornata, di Roma antica,

ai tempi di Costantino, IV secolo, quando Roma raggiunge la massima espansione

edilizia. A sud c’era il teatro di Marcello c’è ancora, così come la zona del porticus

Octaviae.) Nell’ambito del campo Marzio si sono succeduti diversi tipi di ludus, ma

Cicerone si sofferma su quello paramilitare-sportivo, che fa da pendant al modo di

divertirsi alla greca con la caccia. Ma si sono succeduti diversi tipi di ludi, è la zona dei

teatri e dello shopping di lusso.

ANALISI DI TIPO SINTAGMATICO: dobbiamo tenere presente di quella che è la

situazione comunicativa che ne informa lo svolgimento logico. Il De officiis riconosce

nel figlio Marco il destinatario, ma anche il lettore implicito, cioè ideale a cui Cicerone

si rivolge. Contrariamente ai trattati visti fino ad ora, Cicerone non si sta rivolgendo ad

un pubblico colto di suoi pari, ma da padre che vuole comunicare al proprio figlio

l’eccellenza della propria esperienza dal punto di vista intellettuale e politica. Il figlio a

quest’epoca aveva 20-21 anni, studiava ad Atene e lì era a studiare filosofia. Dal punto

di vista della ricaduta a livello della qualità dell’argomentazione filosofica ciceroniana

si coglie una grande differenza dettata proprio da questo lettore implicito: il genere

letterario era quello della disputatio nei trattati precedenti, cioè della disputa filosofica

condotta secondo i modi della stoà, un modo di muoversi che si avvale degli strumenti

tecnici della disputatio, questo tecnicismo viene meno qui perché più che della

disputatio ha il carattere del sermo, il sermo è (deriva da serere= intrecciare parole in

questo caso) il discorso colloquiale, non è il chiacchiericcio, è il discorso che può

prevedere una materia impegnativa, ma trattata in maniera colloquiale proprio perché

ne suppone un pubblico di non addetti ai lavori. Il testo infatti esordisce (neque enim..

maiora) con non già un argomento tecnico articolato, ma con un luogo comune:

Cicerone che si rivolge al figlio o ai giovani in formazione sta affrontando un discorso

sensibile per un giovane, la voglia di divertirsi, la spensieratezza, l’umorismo, il ludus

nella sua veste di padre. Inizia con quello che Quintilliano chiamerebbe loci communi a

re (vedi suo libro). Cominciamo con trovare l’accordo sul terreno per essere ascoltato,

ma Cicerone sa che per disporre gli attanti alla comunicazione a questa prima parte

aggiunge una lenizione: è lecito concedersi al divertimento. Non siamo nel De Legibus,

sta parlando da padre al figlio. Siamo però nel campo dei luoghi comuni.

Letteratura Latina II

28 Marzo 2017

Introducendo la volta scorsa la parte dell’analisi sintagmatica si diceva che non si può

non tenere conto del destinatario, che è anche il lettore implicito. Marco ci fa

comprendere che il discorso di Ccerone dal punto di vista logico e psicologico è

calibrato su un lettore ideale che è un giovane, di estrazione sociale elevata, in

formazione culturale (in questo senso l’opera è un Bildungswerk, un’opera che ha a

che fare con la formazione del destinatario), destinato alla carriera politica. Invano

dunque cercheremmo i tecnicismi quanto piuttosto dovremmo ricercare le movenze

tipiche del sermo, della conversazione amabile, informale, ma non per questo frivola.

Una prima parte dei capitoli 103-104 vi è un medesimo argomento principale, il ludus

e insieme il iocus, noi diremmo la dimensione ludica della vita. L’argomento viene

immediatamente specificato (“Neque enim…videamur”). Il iocus è lo scherzo nella sua

dimensione soprattutto verbale, di battuta, di gioco di parole, mentre il ludus, parola

che è solitamente polisemica in Latino, perché si presta a definire tanto il gioco quanto

lo studio (è usato per definire l’introduzione alla vita culturale, l’istruzione elementare

del puer), ma anche la dimensione agonistica della pratica sportiva, ma anche la

trasposizione in ambito circense della pratica sportiva, ma anche la celebrazione

festiva in onore di una determinata divinità che comprende occasioni di natura

sportiva, celebrazioni rituali e rappresentazioni teatrali, ma qui significa qualcosa di

quello che in Italiano si definisce con “passatempo”, “divertimento”, e ha una

dimensione di azione, di azione che diverte, come iocus è la parola che diverte. Il

minimo comune multiplo semantico è la dimensione ludica, del divertimento, in parole

e in opere.

Esordio: pagina 157, righe 3-8 del paragrafo 103, da “Neque enim” fino a “fecerimus”.

Consiste innanzituto nel preparare un terreno propizio al dialogo con il figlio e

retoricamente questo avviene attraverso la ricerca di un locus communis che perimetri

il terreno su cui si possa svolgere questo scambio di idee che è il dialogo, in questo

caso tra un padre e un figlio. Se non si ricerca un punto comune lo scambio verbale è

pura lotta, non scambio ideale. Abbiamo visto che il terreno è un terreno minato,

perché quando un padre deve parlare dei limiti del suo modo di divertirsi è un terreno

minato. Parte con un locus communis a re sulla serietà, sulla gravitas della vita,

tipicamente parentale e tuttavia lenisce la severità di questo locus nel successivo

periodo (“Ludo autem ioco…”) affermando che locus e iocus sono importanti quanto il

sonno e il riposo, purché non siano anteposti alle faccende serie. Questa lenitio non

risponde alla voce del logos, ma dell’ethos: dopo aver fatto la parte del padre severo,

che richiama il figlio alla severità della vita, si mette in sintonia almeno parziale con

l’ethos giovanile equilibrio che non abdica al proprio ruolo paterno che è l’archetipo

di chi interpreta le norme, ma pur essendo un padre severo non è un padre

intransigente, comprensivo ma non lassista, addolcisce le esigenze della vita con la

comprensione. Cicerone è perfettamente in linea con l’idea di un padre equilibrato. La

lenitio con questo cedimento all’ethos giovanile nel caso della situazione presente che

vede a colloquio Cicerone con il figlio Marco è fondamentale dal punto di vista

biografico: alla fine della sua vita si trova a parlare con un figlio con cui non aveva mai

avuto un rapporto idilliaco. Marco non era stato il figlio che aveva avuto la lunghezza

d’onda più fine e percepita con Cicerone perché dalla parte del padre, lo vediamo

nell’Epistolario, c’era stata la primogenita Tulliola, Tullia, morta prematura nel 45:

vediamo qui l’archetipo tutto mediterraneo del padre innamorato della figlia. Quando

lei muore, Cicerone è un uomo distrutto, che vaga senza scopo nei boschi attorno alle

proprie ville pensando che la vita sia finita, come leggiamo nello scambio epistolare

con Attico. Cicerone ventinovenne, venendo a Roma dalla provincia come homo novus,

sposò un buon partito trovato dal padre, Terenzia, una ricca ereditiera di famiglia

aristocratico. Dopo trent’anni di matrimonio si lasciano piuttosto freddamente e

Cicerone sposa Publiola, ventenne, praticamente coetanea di Tullia, orfana di padre di

cui lui era tutore legale: freudianamente è un cliché. Sette mesi di matrimonio sono

bastati, perché muore Tulliola (Plutarco dice, forse esagerando, che Publiola si sia

rallegrata della morte di Tullia): i grandi dolori o uniscono o separano. Cicerone non si

è sentito confortato e la ripudia. Marco è l’ultimo brandello di famiglia di Cicerone,

Marco non è più “un” figlio, ma la vita lo ha reso “il” figlio, l’ultimo figlio superstite.

Le parti successive si distinguono sulla base della dittologia iocus-ludus: dalla riga 8b

(“ipsumque…”) comincia ad approcciare il primo elemento del binomio, dando qualche

consiglio al figlio sullo scherzo così come dovrebbe essere secondo la precettistica che

Cicerone dona al figlio. Dopo “verborum obscenitas” comincia la parte che tratta del

ludus. Ciascuna di queste due sezioni è simile per natura e per struttura, in quanto

ciascuna incrocia un’indole deduttiva ad una induttiva.

Indole deduttiva: ciascuna di queste due parti ha valore di

 un’applicazione settoriale di un ragionamento che ha le proprie premesse

in un altro testo (De officis I, 93-96), che non contiene cenni alla caccia,

ma le premesse logiche che vengono applicate a iocus e ludus, senza le

quali non capiremmo il tenore della precettistica enucleata da Cicerone.

La traduzione è un po’ difforme soprattutto per quanto riguarda

l’interpretazione di due elementi lessicali: è una difformità che riguarda

l’interpretazione/traduzione (ogni traduzione è una interpretazione) delle

due parole chiave, le due categorie di honestum e decorum. Il brano

scelto fa parte dell’esposizione (da analisi sintagmatica generale) che

riguarderebbe la cosiddetta quarta virtù della tassonomia paneziana, la

terza delle virtù pratiche (iustitia, magnitudo animi, che seguono quella

teorica della sapientia), il decorum. In tralìce e con una definizione un po’

diversa possiamo notare questa quadripartizione che caratterizza il

bagaglio dell’uomo saggio, anche cristiano: prudentia (sapientia),

giustizia, fortitudo (fortezza, magnitudo animi) e temperanza (decorum).

È una quadripartizione che Panezio mutua dal Peripato e che quindi San

Tommaso e in genere la morale scolastica medievale eredita in blocco,

proprio grazie al De officiis.

“Rimane da trattare l’ultima componente del bene morale (honestatis: la

maggior parte dei traduttori sceglie “dell’onestà”), nella quale si colgono

senso del rispetto e un certo modo di vivere elegante (hornatus è ciò che

non appartiene alla struttura del vivere, ma lo rende bello, è un’estetica

della vita), temperanza (il decorum non è equiparabile alla temperantia,

che è solo una delle componenti del decorum) ed equilibrio interiore e

pacificazione di ogni passione e misura di ogni cosa (opposizione tra

modestia, che è l’equilibrio interiore, e modus rerum, l’equilibrio

esteriore). A questa parte appartiene ciò che in Latino si può chiamare

bello morale (decorum: la partita dal punto di vista argomentativo si

gioca quindi tra l’honestum, ovvero il bene morale, e il decorum, che è il

bello morale; il bene è l’apparato radicale di una forma emergente,

fenomenica, che è il bello morale; siamo al grado estremo della vita

morale, i cui tre livelli sono: lecito e illecito, concesso e proibito, bello e

brutto). La sua natura è tale per cui non lo si possa separare dal bene

(bello e buono vanno insieme, quando sono autentici), infatti ciò che è

bello è buono e ciò che è buono è bello (“quod decet” = “ciò che sta

bene, ciò che si addice” Cicerone insiste sul verbo impersonale “decet”

non solo per un’esigenza di variatio, ma per un’esigenza esplicativa di ciò

che intende come decorum, è una dimensione di estetica, ma di estetica

morale). Che differenza vi sia tra buono e bello è più facile a

comprendersi che a spiegarsi: tutto ciò che è bello infatti appare tale in

quanto si radica nell’onestà (lett. “dal momento che lo ha preceduto la

bontà”); ne consegue che la bellezza morale si palesi non solo in questa

parte della bontà che ora va esposta, cioè il decorum, ma anche nelle

altre tre precedenti (Cicerone ci dice che il decorum di per sé ha due

semantiche, una più ampia e una più precisa: qui sta introducendo quella

più ampia, cioè del decorum come elemento comune dell’uomo in tutte

le sue componenti morali, in tutte le sue virtù; vi è poi una semantica più

specifica: nella trattazione successiva spiega al figlio come il fine

dell’essere sapienti, giusti, magnanimi, forti, si rinvenga precisamente

nell’essere belli; il decorum in senso lato non è una virtù separata dalle

altre, ma un elemento comune di estetica comune che motiva le altre).

Infatti ragionare e parlare saggiamente e agire in modo ponderato e

distinguere e osservare il vero in tutto è bello (la saggezza ti rende bello,

è questo lo scopo di essere saggi). Al contrario ingannarsi, errare,

sbagliarsi, essere nella menzogna è tanto brutto quanto delirare ed

essere folli. Inoltre tutto ciò che è giusto è bello (seconda virtù). Al

contrario l’ingiustizia è tanto brutta quanto malvagia. Simile è la natura

della grandezza d’animo (terza virtù). Ciò che infatti si compie con

coraggio e animo grande appare degno di un uomo vero e bello. Per

questo la bellezza di cui sto parlando appartiene ad ogni variante del

bene morale e gli appartiene in modo tale non da essere messo in luce

da qualche sottile ragionamento, ma da essere evidente. Sussiste infatti

una bellezza che si scorge in ogni virtù (il decorum ha una semantica

ampia, comune a tutti, la bellezza interiore, è l’essere bello dentro che ti

fa essere bello fuori, l’essere onesto ti rende bello) ed essa si può

separare dalla virtù nella teoria più che nei fatti: come il fascino e la

bellezza fisiche non possono separarsi dalla buona salute, così quel bello

di cui trattiamo è tutt’uno con la virtù e lo si distingue sono in modo

astratto e teorico. (Cicerone conclude con la precisazione della duplice

semantica del decorum) Esso è di due generi: infatti abbiamo

riconosciuto una bellezza generale che si rinviene in ogni genere di bene

etico e un altro, subordinato a questo, che è specifico di ogni virtù. Il

primo lo si suole definire pressappoco così: il bello morale è ciò che si

addice alla grandezza umana, in quanto diversa da ogni altro essere

animato. La parte subordinata (quella più specifica) la si definisce così

invece: è bello moralmente ciò che di addice alla natura umana così da

fare risaltare moderazione (è un termine sintetico e di modestia e di

modus rerum) e temperanza unite ad un atteggiamento signorile.”

Il discorso sulla sintesi di forme espressive signorili, di classe, e di

atteggiamenti interiori signorili, premia Cicerone: il discorso è tutto sul

rapporto tra dentro e fuori. Nella traduzione si evince chiaramente

quanto sia fuorviante tradurre decorum con temperanza. In ambito etico

“temperantia” è la capacità di accordare (tempero) desideri e istinti

diversi tra di loro in modo da non lasciare prevalere l’uno sull’altro. Non

ha niente a che fare con un’attitudine repressiva nei confronti di se

stesso. Tutto ha diritto ad esprimersi, l’importante è che una delle

componenti non oscuri le altre. La temperantia è solo una componente

dell’essere belli dentro: la modestia (l’equilibrio interiore, il senso del

limite, il niente di troppo, il non eccedere in determinate attitudini del

nostro animo), il modus rerum (riverbero esteriore della modestia), che

non sono virtù limitanti, ma consentono di godersi davvero la vita. La

misura, la bellezza, è la condizione stessa del godimento della vita.

Un’altra componente del decorum è la sedatio perturbationum, l’essere

una persona risolta, il non avere conti troppo aperti con la vita, il non

avere ferite non cicatrizzate che non si vogliono vedere (e questo è

l’errore più grave, il metterci una pietra sopra), l’accettarsi con i propri

limiti, l’essere in pace con se stessi, il sedare, non il reprimere, se stessi

ricerca di comporre tutto ciò che fa parte dell’emotività, della

razionalità, dell’animalità, e di farlo convergere in un giusto autodominio.

Un ottimo equivalente sarebbe quello di “sprezzatura” del Cortigiano di

Baldassar Castiglione: è un’eleganza esteriore che sempre prodotta con

nonchalance mentre ti costa disciplina, senza ipocrisia, ma per signorilità.

È molto apprezzabile questo atteggiamento, il decorum, la sprezzatura,

che ti rende capace di gestire con tutti in nome di questa bellezza

interiore, di dire dei no se vanno detti e di concedere la propria presenza

a tutti, in modo diverso, con eleganza, con classe, sono le buone

maniere, intere come epifenomeno del buono e del bello che hai dentro.

Il bello è l’epifenomeno del buono, il bel gesto nasce dalla bontà. Sono

premesse calate sul genus ludendi e iocandi: qual è il genus ludendi o

iocandi che non ti rendono brutto? È bello ciò che ti fa divertire e ti fa

essere più uomo, più padrone di te stesso. Dopodiché le norme vengono

da sé.

Indole induttiva: è costituita dalla costellazione di esempi, come la

 commedia di Plauto e Terenzio, l’ironia socratica, gli apoftegmi di Platone.

Nella parte successiva sul ludus sono citati due tipi di divertimento: il

Campo Marzio e la caccia. L’abbinamento di questi exempla di numero

pari (quattro e due) procede nell’abbinamento di un esempio greco e di

uno latino i Romani sono gli eredi diretti della grecità, le due culture

infondo sono una => modello antropologico ed etico unico, quello che

esalta il decorum come espressione dell’honestum, la bellezza come

espressione del bene. La civiltà occidentale ha saldato questo aspetto

con l’insegnamento biblico, che è perfettamente allineato, basti pensare

a San Paolo (“Tutto ciò che è vero, buono, giusto…”). C’è una profonda

differenza antropologica con un’altra cultura che non ha questa capacità

di sintesi (pur avendo anche noi i nostri estremisti che però non hanno

diritto di cittadinanza), come quella degli Jihadisti che distruggono

Palmira: è un non senso, uno spreco di munizioni, ma si capisce in una

mentalità come quella, per loro è un bello non loro, quindi è turpe.

Dobbiamo capire questa differenza e riconoscerci debitori di un passato

che non sempre riconosciamo: noi abbiamo un culto della bellezza che se

è veramente tale non può essere onesto. Già un Dante che si fa guidare

da un Virgilio ci dice chi siamo. Sulla verità non c’è il monopolio.

30 marzo 2017

Analisi paradigmatica: una di tipo generale relativo alla cognizione non tanto

dell’argomento, quando al grappolo di temi connessi a questo argomento, e poi un

esempio di rapporto tematico intratestuale, cioè nel De officiis c’è almeno un altro

passo che può essere avvicinato per motivi tematici a questo preso in esame.

Temi connessi al tema venatorio: l’argomento venatorio è del tutto secondario, cioè la

menzione della caccia è un cenno conclusivo della sequenza riservata al ludus e al

iocus. Come ogni attività umana che vuole essere significativa, anche nel ludus ci

deve essere una correlazione tra il decorum e l’honestum. Tra i due exempla citatati

c’è anche studia venandi: nonostante la menzione di questo argomento sia così

secondaria, attorno ad esso vengono comunque ad agglutinarsi almeno 5 predicati

tematici (l’argomento è il soggetto, il tema è il predicato): i primi due temi sono

deducibili non dal testo in se, ma dal suo contesto, cioè dalla natura del dedicatario e

lettore implicito, Marco, che sta per lettore giovane, elitario, in formazione, in vista di

accedere a responsabilità della vita politica. La caccia è consigliata come un

divertimento ad un pubblico giovanile: la caccia è un divertimento giovanile e solo per

questo pubblico la caccia è un divertimento, oltre che decorum, anche actum. Il

riferimento al dedicatario/lettore implicito porta con se un secondo tema: la caccia è

un divertimento elitario, non per tutti i giovani, ma per i giovani che, come Marco,

appartengano ad una collocazione sociale elevata. La caccia è per Marco e per i

giovani come lui qualcosa di equivalente a quella che è stata per secoli la caccia alla

volpe per l’aristocrazia inglese, l’occasione per incontri, per progettare matrimoni, per

riconoscersi come parte di un certo status. Cacciare è anche manifestazione di

un’appartenenza sociale, oltre che anagrafica: è il “giovin signore” il protagonista di

questo divertimento. Il terzo tipo di predicato, di tema lo rinveniamo espresso

esplicitamente: “esempi di divertimenti moralmente positivo”: la caccia è quindi un

esercizio di pratica dell’honestum, cioè dell’autodominio elegante, che si concretizzi

nel controllo delle passioni e nella gestione dei propri limiti: innanzitutto pone il giovin

signore davanti alle proprie passioni: la paura per esempio. La caccia è una forma di

autodominio elegante, nel senso che è anche un dominio dei propri limiti, che ti pone

davanti ai tuoi limiti e ti invita a celare i tuoi limiti fisici e psicologici. Il quarto tema: la

caccia è un divertimento “alla greca”: lo capiamo dall’abbinamento dei due exempla,

campus noster et studia venandi: gli esercizi parabellici sono sentiti come nostri, cioè

genuinamente romani, la caccia per converso non è nostra, è un divertimento alla

greca (corrispettivo di Socrate nel iocus). La caccia è avvertita come un modus ludendi

importato, alla mercè dei giovin signori a cui si rivolge, praticato a Roma dai giovani

romani, ma non per questo cessa di essere un divertimento importato. Narducci: “La

caccia era considerata un’attività nobile più dai Greci che dai Romani. L’accenno al

campo Marzio sarà un’aggiunta di Cicerone, mentre Panezio, fonte di Cicerone, avrà

parlato solo della caccia”. Quinto rilievo di tipo tematico, latente in questo testo e nel

confronto con il campo Marzio: la caccia è un divertimento pre e para militare: cioè è

un allenamento alla guerra, che precede la guerra stessa e che lo accompagna. La

caccia con il suo controllo delle pulsione, delle paure, delle fatiche, è un’ottima

simulazione delle paure e delle fatiche, oltre che un adeguato training dal punto di

vista fisica. Questo rilievo tematico è indotto dal parallelo con il campo Marzio, cioè il

teatro, la palestra all’aperto dell’allenamento della iuventus militare romana (la lotta, il

lancio del giavellotto e cosi via erano motivati dalla necessità di mantenere in

efficienza un esercito). L’avvicinare gli studia venandi e campo Marzio è

un’assimilazione motivazionale. Presso i Greci la caccia ha perso da secoli il suo valore

alimentare e ha assunto la funzione di preparazione all’avvenimento bellico.

Un cenno così gracile ha alle spalle una serie di motivi tematici numerosi.

Rapporto tematico con un altro testo del De officiis: è un passo del secondo libro,

paragrafi 55 partim (da Omnino…)-57. Questo passo intrattiene un rapporto tematico

intratestuale con il nostro passo, un rapporto intratestuale antitetico, per antitesi e

contrario, cioè i due brani si attraggono tra di loro per via tematica oppositiva: mentre

il primo tratta della venatio come ludus e ne fa un exemplum honestum, il secondo la

tratta come ludus, ma ne fa un exemplum negativo. Non già però trattando questo

secondo caso non della venatio vera e propria, ma della venatio circense, cioè quella

venatio artificiale che si svolgeva in un’arena di un circo.

Analisi denotativa: 1) contestualizzazione: 4 parti, al netto di un proemio (paragrafi 1-

8) e di una chiusa (paragrafi 88-89): la prima parte vera e propria contiene una

definizione dell’utile. Questa prima parte è contenuta nei paragrafi 9-30. Il secondo

libro fa centro intorno al concetto di utile. Cicerone procede con la definizione di utile,

nella sua definizioni smantella un luogo comune, cioè che esista una reale antitesi tra

l…: una condotta morale improntata all’honestum si rivela anche la più vantaggiosa.

Praticare il bene non è solo doveroso, ma anche vantaggioso. A seguire analisi delle

componenti dell’utile, delle fonti dell’utile, di ciò che è utile a livello sociale e poi

individuale: 1) quanto all’ambito sociale, collettivo, Cicerone si fa latore di un punto di

vista che mette al centro ancora l’honestum. Passa in rassegna le fonti materiali

dell’utile, sia quelle inanimate sia quelle animate, anche umane. Cicerone dice che il

successo di una società è legata alle sue fonti inanimate e animante. Altri due fattori

sono decisivi nello sviluppo della società, cioè le virtù, le attitudini morali di una

popolazione (il dna morale di una popolazione fa la differenza), e la Fortuna, la somma

degli sforzi non sempre è l’unica componente che porta a un risultato positivo, ci sono

creature ben nate e creature meno ben nate. 2) Ambito personale: dice al figlio che

per il suo successo politico, i soldi sono importanti, ma un fattore importante per il

successo sono le amicizie, cioè il chi conosci e il chi conosce chi, cioè padroneggiare le

do ut des):

situazioni sociali (amicizia nel senso amicizia politica, di un l’investimento

più grande è nel fattore umano.

La parte seguente è dedicata alla gloria: la gloria è un altro fattore di successo

individuale. La gloria è il carisma, l’ascendente sulle persone. Sviluppa una

precettistica per conquistare questo carisma nella vita politica e militare.

C’è un altro fattore per ottenere successo, la liberalitas e la beneficentia: binomio già

trattato nel libro primo (paragrafi 41-60), nell’ambito della virtù della giustizia.

Liberalitas = generosità e beneficentia = opere a favore del prossimo. Distingue due

beneficia: donazioni pecuniarie, dette largitiones (paragrafi 54-64) il nostro passo si

trova qui, mentre in seguito parla della donazione di opere, invece che di denaro.

L’ultima parte (86-87): precettistica sulla cura della salute e del patrimonio. Attinge

non più a Panezio, ma a uno storico del I secolo, autore di un trattato peri tou

kazekontos, Peripatro di Tiro.

2) Accertamento testuale: nel brano si rinviene un solo problema di rilievo ed è

rappresentato da un momento, da un passo del lungo periodo con cui si chiude il

paragrafo 56, cioè ipsaque… è posto tra virgolette perché è traduzione di un passo di

Aristotele. Mirari: è marca dell’oratio obliqua, indipendente nella traduzione.

Traduzione: “Quanto a questi sprechi illimitati e a queste spese smodate invece

(sottinteso) non ci meravigliano proprio per nulla, specie quando non si venga in aiuto

a un’esigenza primaria (necessitas è l’esigenza primaria) né si voglia restituire dignità

a qualcuno e quando lo stesso gradimento della folla sia fino ad un termine breve e

ridotto = sia tanto breve ed esso (ea è epanalettico di delectatio) da tutti i meno saggi

(non avrebbe senso ipotizzare un sum sottinteso, non c’è il verbo), proprio per i quali

tuttavia si estingue il ricordo del piacere provato, una volta raggiunta la soddisfazione

dello stesso.”

Dopo breve o dopo tempus ci sarebbe una lacuna, secondo molti critici: forse dopo

tempus. Senza verbo non ha senso, ne acquista se lo si considera enunciato nominale.

L’enunciato ellittico è quello che dà per sottinteso un verbo espresso immediatamente

prima o dopo, se lo traduci senza verbo non ha senso; un enunciato nominale non ce

l’ha, è composto solo da parti nominali e semanticamente queste bastano, non hanno

un verbo sottinteso. Se fosse nominale, qui è in una collocazione strana perché di per

sé è assoluta, non ha bisogno di un contesto, e poi questo carattere ex abrupto non ci

sta in un ambiente come quello di questa proposizione che è tutt’altro che indulgente

nella brevitas. La parte successiva è ancora più oscura perché a levissimo quoque è un

ablativo propriamente detto, di origine o provenienza: potrebbe essere un

complemento d’agente e quindi mancherebbe un verbo di diatesi passiva, che lo

giustifichi. Testard: “Non ci meravigliamo molto, quando questo piacere stesso della

folla è di durata molto corta, quando si addice agli uomini più leggeri, più superficiali”

Si addice a: in latino c’è un’idea di provenienza, non di spettanza. La traduzione di T.

regge se si sottintende di nuovo sum e complemento di spettanza, non provenienza

traduzione a senso ed è il frutto della cooperazione semantica fiduciaria tra

destinatario di un messaggio e mittente. È più onesto riconoscere che dopo tempus ci

sia una lacuna e che riprenda dopo una parte di oscurità. 4 aprile 2017

omnino duo sunt):

[55-56] (da “Esistono parlando in generale due tipi di donatori, i

prodighi e i generosi . I prodighi sprecano denaro in banchetti e in donazioni alimentari, in

1 2

offerte di giochi gladiatori e organizzazione di cacce circensi, cioè (è epanalettico, cioè

3

1 Il periodare ciceroniano è molto complesso, abbiamo un periodo lungo 10 righe, ma possiamo

individuare 3 commi: parte generale, esposizione dei prodighi e dei generosi. Nella traduzione

vengono distinte queste 3 parti, per cui quella che è una relativa nella traduzione sarà un

principale.

2 Sono due distribuzioni di alimenti a vantaggio della plebe romana: usualmente a queste

misure di “assistenzialismo” si dà il nome di epulae quando il donatore donava al popolo cibo

già cotto, viscerationes quando ad essere donata era carne cruda o viscere di animali, che

provenivano dai sacrifici: le vittime che venivano immolate potevano essere acquistate a spese

dello stato, ma in altri casi il donatore aggiungeva altre vittime. Secondo la liturgia del sacrificio

cruento greco-romana, a meno che non fosse un olocausto, in cui cioè l’animale sacrificato è

tutto arso, ad essere donati agli dei erano in genere il quarto posteriore e il grasso, cioè i tagli

che ancora oggi sono considerati i più pregiati; gli altri tagli e le viscere invece erano distribuiti

tra i partecipanti al sacrificio, quindi una parte per esempio ai sacerdoti e alla sua famiglia e

quanto avanzava, soprattutto le viscere, rimaneva alla mercé del benefattore, che poteva

distribuirlo al popolo. La cucina popolare, povera, che vede consumare tutte le interiora

dell’animale, ha origini molto antiche.

3 Letteralmente “di gladiatori”: Testard mette una virgola separativa tra muneribus e ludorum,

che non serve se traduciamo così (con ludorum subordinato a muneribus, mentre Testard fa

dipendere ludorum da apparatu). L’interpunzione la introdussero i filologi alessandrini, ma

comunque la separazione tra parole e l’uso della punteggiatura non è diffusa nell’Alto

medioevo, inizia ad affiorare nei testi solo tra X e XI secolo. L’editore dei testi antichi deve agire

sulla base di un testo che non è tradito con la punteggiatura, anche la punteggiatura è

un’interpretazione.

4 Magnificentia et apparitione: letteralmente “nel lusso e nell’elargizione”. Endiadi: figura

stilistica che consiste nell’esprimere un unico concetto attraverso due termini tra loro

coordinati.

riassuntivo) in quelle cose delle quali essi sono destinati a lasciare o un effimero ricordo o

nessuno del tutto. I generosi, invece, a proprie spese riscattano prigionieri dai briganti

oppure si accollano i debiti degli amici oppure li aiutano a dotare le figlie (la figlia non

dotata era destinata a rimanere zitella) oppure li soccorrono nel farsi o accrescere un

patrimonio economico. Per questo io mi chiedo che cosa sia venuto mai in mente a

Teofrasto nel suo “Della ricchezza”, libro pieno di molte eccellenti riflessioni, ma anche di

questa assurdità: egli si diffonde nell’elogio della sontuosa elargizione di giochi per il

4

popolo, e per di più egli reputa un buon investimento (fructum) delle proprie sostanze la

possibilità (facultas è la possibilità di fare) di affrontare simili spese. A me sembra invece

molto più importante e solida quella forma di generosità di cui ho esposto solo pochi

esempi. Quanto più saggio e veridico è stato Aristotele nel metterci in guardia

dall’ammirare simili sprechi di denaro, fatti per blandire le masse. Egli afferma: ‘Se degli

assediati (prolessi di una proposizione che è interna alla subordinata di primo grado)

fossero costretti a comperare al prezzo di una mina una pinta di acqua, noi tutti lo

5

troveremmo incredibile e ce ne meraviglieremmo (questi infiniti sono la marca dell’oratio

obliqua), ma lo giustificheremmo con la necessità, qualora essi ci si pensasse’ (la

necessitas è la necessità di sopravvivere).”

Segue il passo corrotto, fino a voluptatis (vedi traduzione precedente).

[57] “Bene quindi conclude: ‘Queste cose le approvano i bambini, le donnicciole, gli

schiavi e i liberi che si comportano come tali (sta parlando degli spettacoli per il popolo),

ma in nessun modo possono essere approvate da un uomo serio e capace di soppesare i

fatti con un giudizio maturo’. Ciò nonostante so bene che nella nostra città è prevalso da

tempo sin dal nostro glorioso passato (bonis temporibus: dai tempi quelli buoni, quando lo

stato era sano), che anche uomini illustri ambissero a dare lustro alla carica di edile curule

o plebeo (splendor nel senso della gloria che conferisce, quindi aedilitatum è da intendere

come un genitivo soggettivo. Il plurale è giustificato dal fatto che a Roma c’erano due

gruppi di edili). Così Publio Licinio Crasso, ricco sia di soprannome sia per il patrimonio

6

personale, svolse con il massimo sfarzo il proprio compito di edile e poco dopo Lucio

Crasso, avendo come collega Quinto Mucio, noto per moderazione come nessun altro,

assolse quel compito con straordinaria munificenza. Fu poi la volta di Caio Claudio figlio di

Appio e molti altri dopo, tra cui Lucullo padre e figlio, Ortensio, Silano; tutti però li superò

sotto il mio consolato Publio Lentulo e Scauro lo imitò. Davvero splendidi furono i giochi

offerti dal nostro Pompeo durante il suo consolato secondo; e tu sai bene come io la pensi

a proposito di tutto questo.”

Note esegetiche:

Venatio circense: insieme ai combattimenti tra gladiatori, costituiva

 occasione fissa nel programma dei ludi offerti dai magistrati al popolo

romano. Le venationes circensi erano una riproduzione artistica, una

forma di arte macabra e teatralizzata della vera caccia, che aggiungeva

ad un elemento, il gusto cioè per il macabro, per la violenza esibita,

anche una vena di forte esotismo perché portava lo spettatore romano o

delle città dell’impero a vedere animali che nessuno vedeva,

importandoli da paesi esotici. In genere erano spettacoli della mattinata:

per questo erano noti anche come ludus matutinus; mentre i ludi

gladiatori andavano in scena al pomeriggio e anche alla sera. Gli

5 La mina è un’unità monetaria greca, era un malloppo considerevole, stimabile tra 14000 e

16000 euro; la pinta è mezzo litro di acqua circa.

6 Cognomen era il soprannome nel sistema dei tria nomina: prenomen, cioè il nostro nome di

battesimo, nomen che indicava la gens, la quale non era una famiglia, ma un raggruppamento

di famiglie, cognomen identifica la famiglia della gens e assolveva anche alla funzione di

nickname, come qui: Dives, cognomen personale che si aggiungeva a quello della famiglia.

antagonisti degli animali erano di due generi: entrambi sono indicati con

il nome di bestiarius, ma soltanto al secondo ha il ruolo di cacciatore:

prima che incominciassero le venationes vere e proprie, per far scaldare

gli animali feroci, si gettavano loro in pasto dei bestiari che non erano

altro che condannati a morte, che venivano condotti nell’arena nudi e

disarmati (damnatio ad bestias, che si riservava solo ai condannati a

morte umiliores, cioè meno importanti; altre forme di supplizio erano per

esempio la crocifissione e l’arsione in pubblico); dopo costoro, entravano

in scena i venatores veri e propri, armati, che dovevano misurarsi con gli

animali feroci e anche con altri animali, non feroci di per sé, ma di grandi

dimensioni, quindi difficili da abbattere, come elefanti, oppure davano

spettacolo di sé uccidendo animali difficili da uccidere per la loro velocità,

come gazzelle. Questa forma di spettacolo è tipicamente latina (un altro

esempio di supplizio è la pena cullei: si giusitizia il matricida o il parricida,

veniva chiuso in un sacco con un cane rognoso, una scimmia, una vipera

e un gallo). Questo tipo macabro di utilizzo dell’animale come metodo di

supplizio viene probabilmente dal mondo etrusco.

Edili: a Roma c’erano due categorie di edili,

 aediles plebis (i più antichi) e aediles

magistrati

curules, ad anni alterni erano in carica due edili plebei e due edili curuli; erano

cura urbis:

che si incaricavano 1) della mantenere la città per quanto

cura annone:

riguarda, ad esempio, la viabilità e gli acquedotti; 2) della

del rifornimento cerealitico della plebe romana; 3) della cura ludorum:

erano incaricati anche di questo e svolgevano il loro compito potendo

contare su un finanziamento statale, l’erario statale erogava una certa

somma, ma questa somma poteva essere incrementata dagli edili in

carica.

ANALISI CONNOTATIVO-SINTAGMATICA

Protesis e pistis sono immanenti allo stesso brano. Confronto tra De officiis 103-104 e

De officiis 93-96 perché 93-96 costituiscono la protesis, di cui 103-104 era la pistis

settoriale. Qui invece la protesis è: due sunt genera largorum, arricchita in seguito da

alcuni esempi (fino a vel augenda): ci sono due tipi di donazioni pecuniarie, lo spreco e

la generosità. Segue la pistis, che abbraccia anche parte del paragrafo 57: è articolata

in due prove inartificiales e precisamente due auctoritates, una di Teofrasto e l’altra di

Aristotele: la prima è impiegata in refutatio, l’altra in confirmatio, cioè Cicerone usa la

prima per confutarla, mentre usa la seconda per sorreggere il proprio punto di vista.

Quanto a Teofrasto si tratta di una testimonianza tratta dal perduto trattato De divitiis:

lodava l’elargizione di privati in giochi pubblici sontuosi. Si tratta di una citazione dal

punto di vista letterario, ma di una citazione implicita, riassuntiva; al contrario

l’auctoritas di Aristotele consiste in una citazione esplicita, una traduzione (forse dal

De iustitia, trattato perso). Nonostante questo brano sia inficiato da una zona

lacunosa, il ragionamento di Aristotele è chiaro: si compone del paragone tra l’amore

incondizionato della folla per gli spettacoli pubblici e quindi l’accettazione disinvolta

della profusione di denaro, fatto che contrasta invece con la meraviglia che chiunque

di noi, dice Aristotele, nutrirebbe scoprendo che gli assediati comprano una pinta di

acqua a 16000 euro.

A questa parte, alla pistis, segue un’appendice storica, in cui sviluppa un excursus di

storia politica romana sulle largitiones crescenti in ludi pubblici da parte degli edili: il

primo menzionato è Publio Licinio Crasso Dives, il quale ricoprì questa carica alla fine

del II secolo a.C., l’ultimo menzionato è Pompeo e si fa riferimento ai ludi che Pompeo,

durante il suo secondo consolato, diede nel 55 a.C. per inaugurare il suo teatro.

ANALISI CONNOTATIVO-PARADIGMATICA

Argomento: la largitio, la largitio prodiga e la largitio liberalis. Per quanto riguarda la

prima, i 4 esempi sono elencati secondo una struttura binaria di 2 + 2, cita

innanzitutto due esempi di somministrazione gratuita di cibo e poi due esempi di

spettacoli gratuiti. Il giudizio, il tema, è marcatamente negativo: queste forma di

largitio prodiga sono uno spreco di denaro. Il giudizio negativo quindi non è di natura

morale, ma di tipo economico-politico, pragmatico-utilitaristico, e tale giudizio perché

Cicerone adotta l’ottica del benefattore, del donatore, non del destinatario, la plebe,

né tanto meno della vittime, animali o umane che siano; non creano nel destinatario

un senso di perenne gratitudine nei confronti del benefattore, l’effetto desiderato di

comprare il consenso elettorale non funziona. Come comperarli? Con la liberalitas:

tutti esempi in cui il denaro del benefattore viene utilizzato per cambiare

profondamente la vita del beneficiato e della sua famiglia, ne salva la vita dai briganti,

ne riscatta l’esistenza, gli dà dignità, gli ridona libertà, garantisce un futuro ai suoi

figli, ricostruisce uno stato economico di relativo benessere: in questo modo ti comperi

il tuo elettorato. Tuttavia è latente in questo confronto tra esempi di largitio prodiga e

liberalis anche una critica di tipo morale perché gli esempi di evergetismo, cioè la

beneficenza, il fare cambiando positivamente la vita delle persone, si rivela al

contempo una misura utile, per il beneficiato, ma anche per il benefattore. La tesi

capitale era che non esiste antinomia tra honestum e utile: fare il bene, conviene:

questa è una riprova. La filantropia è anche politicamente conveniente. 6 aprile 2017

Lunedì 8 maggio – 14.30-18.30/19.00: Eloquentia corporis, panoramica dei saggi sulla

dimensione della gestualità. Firme tra le 13.30 e le 14.30.

De officiis, 3, 68 partim (sed aliter leges…)–69

Con gli ultimi due brani, abbiamo inaugurato una nuova parte, che vedeva innestarsi il

motivo venatorio sul più ampio argomento del ludus. Una deviazione da questo

percorso per amor di completezza: dopo aver analizzato due passi degli altri due libri,

questo passo ci mette in contatto con il 3 libro e quindi ci spinge a d avere una

panoramica completa di quest’opera; inoltre questo terzo brano è l’unico altro passo,

accanto agli altri due, in cui si faccia menzione del motivo venatorio. Nelle ultime

lezioni argomento del ludus, a partire dal De amicitia.

Analisi denotativa: 1) contestualizzazione: 4 macro-sequenze compongono il 3 libro, al

netto di chiusa (paragrafo 141), in cui si rivolge nuovamente al figlio dedicandogli la

propria fatica letteraria (struttura ciclica) e proemio (paragrafi 1-6), che è molto

famoso, in questo proemio mestamente pone a confronto il suo otium filosofico

letterario con quello del tempo degli Scipioni: Cicerone è obbligato fondamentalmente

a “oziare”, cioè a ritirarsi nei propri studi, mentre la generazione dei tempi di Scipione

l’Emiliano completava il proprio negotium con l’otium. Ritiene con quest’opera e con le

altre composte nell’ultima parte della sua vita di aver dato un contributo non solo alla

vita civile, ma anche politica. 1 macro-sequenza: conflitto tra honestum e utile, che in

questa prima parte vede Cicerone tentare di coniare una regola di condotta generale

per i casi in cui questo conflitto si dia. Come agire? Come scegliere, quando la vita ti

pone di fronte alla opzione di fare il tuo utile e così facendo fare il male oppure fare il

bene e così facendo danneggiarti? A questo dilemma sono dedicati i paragrafi 7-32.

Panezio cessa di essere la fonte principale perché il filosofo greco aveva solo

abbozzato il problema di questo conflitto, ma non lo aveva affrontato. Tuttavia come si

evince dal seguito della trattazione ciceroniana questa rimane ancorata in gran parte

a fonti stoiche, per esempio cita tra le sue fonti Diogene di Seleucia o di Babilonia, lo

scolarca che interviene nell’ambasceria del 155 a.C. o anche Antipatro di Tiro, che

formula,

faceva capolino nell’appendice del libro secondo. Cicerone ricerca una cioè

una regola generale che consenta di giudicare e scegliere ogni volta che bene e utile

entrino in conflitto; è evidente che si rivolga a un futuro uomo politico per gli esempi:

per esempio pone il problema se esista un ordine nel salvataggio di vite umane, una

priorità che risenta come elemento decisivo della autorità e dell’utilità sociale di un

individuo, bisogna tener conto del rango sociale? Qual è la formula che conia?

Bisognerà ricercare innanzitutto l’utilità collettiva. Regola che saggiamente Cicerone e

le sue fonti adottano per evitare la dissoluzione del consesso sociale: una società in

preda al particulare è una giungla. 2 macro-sequenza: dopo aver fissato questa

formula, Cicerone però prende in esame l’eventualità che alcune dei conflitti tra

honestum e utile siano solo apparenti, non reali: anche qui ci vuole una regola di

discernimento. La parola chiave è insipientia, stoltezza: per stoltezza gli uomini

comuni considerano vantaggiosa una condotta malvagia e quindi la preferiscono a una

buona. Ma così si ingannano, dice Cicerone. In questa parte del libro 3 c’è un

equivalente simmetrico di quella parte iniziale del libro 2, in cui si eguagliavano utile e

honestum: fare il bene conviene. Qui cicerone riprende questa tesi, ribaltandola: fare il

male è sconveniente molto spesso. Ne consegue che se turpe e dannoso coincidono,

viene meno il dilemma tra profitto e etica. Agire secondo morale è anche fonte di utile

morale e sociale. Tra i tipi di turpitudo che prende in considerazione, c’è in particolare

il DOLUS, fraus, menzogna: è la menzogna, la frode, lo strumento più utilizzato

dall’uomo per danneggiare i propri simili. 3 macro-sequenza (65-95): conia una sorta

di morfologia del conflitto honestum/utile, quello vero. Cicerone prende in

considerazione qui casi di ingiustizia, cioè di infrazione della norma legale e lo fa

innanzitutto in campo economico (65-72; qui troveremo il nostro brano), poi 73-88 in

ambito politico, passando in rassegna esempi, personaggi che si sono fatti colpevoli di

una violazione subdola dei proprio obblighi di legge come magistrati. 4 macro-

sequenza (96-120): abbraccia casi di conflitto tra utile e fortitudo o decorum (o

temperanza) dall’altra. Nelle macro-sequenze 2 e 3 tratta di infrazioni all’honestum

che si concretizzano in episodi di stultitia, quindi feriscono la virtù teoretica della

sapientia, e nella 3 analizza di fatto modi di contravvenire alla giustizia. La struttura

dell’ultimo libro risulta piuttosto tormentata.

Accertamento del testo: “Non è forse un inganno già solo (igitur) tendere delle reti,

anche se poi non si scoverà e non si incalzerà verse di esse? Gli stessi animali selvatici

(ferae denota l’animale ferus, selvatico, contrapposto all’animale domestico) infatti vi

cadono spesso senza che nessuno le insegua.”

Il passo in questione è attestato anche dalla tradizione indiretta, compare nella De

compendiosa doctrina di Nonio.

Excitaturus: P e c sono due esponenti della famiglia X (Palatinus

 vaticanus del XII secolo e Bernensis del XIII secolo): 1) “Non è forse un

inganno…” 2) “Non è forse un inganno tendere delle reti anche se non si

scoverà poi una preda…” errore genuino è variante? E. in senso

assoluto ha senso o l’altra ha più senso? Si possono salvare entrambe. Il

secondo però è più chiaro, il primo è accettabile (è implicito che sia

riferito a un animale). Testard si trova di fronte a una minoranza con

bestiam: scegli in base al criterio quantitativo e anche lectio difficilior

senza bestiam. UBI: recensio, confronto tra lezioni diverse, entrambe

attestate. CUR: se excitaturus è la lezione genuina, da dove potrebbe

essere nato l’altro? È una glossa, un maestro di scuola verosimilmente ha

introdotto qui in posizione interlineare bestiam per spiegare il testo e poi

è stato copiato da un amanuense ignoto.

Sis: 1) “Non è forse un inganno…”: tu generico per rendere l’impersonale.

 2) “Non è forse… anche se egli non scoverà poi…” il secondo è un

errore: sit è insensato perché non c’è un referente prima. UBI: recensio.

CUR: errore di copiatura.

Ipsae/ferae: P e b sono rappresentanti della famiglia Z (P del IX/X secolo,

 il secondo del X secolo); è un errore unitivo-distintivo, cioè di apparenza

tra di loro, P e b sono riconducibili allo stesso antigrafo. Nel testo di P e b

abbiamo ipse e fere. “Egli stesso infatti vi cadono senza che quasi

nessuno le insegua”. è un errore. UBI: recensio. CUR: errore di dettato

interiore, già nel latino tardo e medievale i dittonghi ae e oe non si

pronunciavano più come dittonghi, ma come vocali palatali.

Domum… vendas: “Metti di porre in vendita una casa, di affiggervi un

 cartello che funga da trappola – di vendere cioè un’abitazione per i suoi

difetti – che qualche sprovveduto ci caschi.” Quid: non ci sono commi

positivi e negativi. Secl.: secludit/secludunt (escludere, espungono). Edd.:

non fa parte del novero delle abbreviazioni specifiche, editores (gli editori

sono i filologi). Solo Testard lo mantiene, negli altri editori non avremmo

trovato un inciso, ma delle parentesi quadre.

Siamo di fronte a due varianti, ma gran parte degli editori ritiene che sia

una glossa, esplicativa di tabulam… Se invece Testard lo conserva come

inciso, lo ritiene un passo ciceroniano: Cicerone stesso ha prima dettato

un paragone e poi l’ha chiarito. UBI: emendatio. CUR: eam è epanalettico

di plagam, metterci in mezzo questo inciso, anche se non insensato,

allontana eam da plagam in una maniera un po’ forzata e eam in questo

caso potrebbe avere anche come referente domum quasi sicuramente

è una glossa e quindi va espunta. 27 aprile 2017

TRADUZIONE: “Ma le leggi reprimono le astuzie diversamente dai filosofi. Il diritto lo fa

per quanto gli è possibile con la propria forza (la manus è il potere che un soggetto

esercita), la filosofia come può con la ragione e l’intelligenza (la ratio nei testi filosofici

latini, ispirati come questo dalla dottrina stoica, è il logos; l’intelligentia è la

comprensione del logos. Quindi abbiamo un’endiadi, consiste nell’esprimere lo stesso

concetto attraverso due parole coordinate: quindi con la conoscenza della verità). La

ragione richiede che nulla si faccia con l’inganno, la simulazione, la frode. Non è forse

un inganno già solo tendere delle reti se poi non si scoverà una preda e non la si

incalzerà verso di esse. Gli animali selvatici infatti vi cadono spesso senza che nessuno

le insegua. (Seguono una serie di congiuntivi indipendenti, alla seconda persona

singolare: congiuntivo di tipo suppositivo, uso particolare del potenziale) Metti di porre

in vendita una casa, di affliggervi un cartello che funga da trappola, di vendere cioè

un’abitazione per i suoi difetti, metti che qualche sprovveduto vi caschi. Nonostante io

mi renda conto che per il degrado della condotta abituale ciò non sia valutato come un

comportamento vergognoso né che sia punito a rigore di legge e di codice civile (la

dittologia ius e lex nel natura deorum avevano un significato differente, qui invece

siamo nell’ambito umano: lo ius civile contrapposto alla lex hanno una semantica

particolare, il ius è il diritto consuetudinario, la lex invece, che regola i comportamenti

tra cives, ha invece una paternità e una datazione), tuttavia esso è sanzionato dalla

legge di natura. Esiste infatti un’obbligazione sociale (societas rende cioè il greco

sumpatheia, cioè la solidarietà tra uomini che è indipendente dall’appartenenza

sociale, dall’appartenenza sessuale, politica), spesso lo si è detto, ma giova tuttavia

ripeterlo, che è della massima ampiezza, la quale vincola tra di loro tutti gli uomini.

Esiste poi un vincolo più ristretto tra gli appartenenti ad uno stesso popolo… Per

questo motivo i nostri antenati vollero che le norme del diritto internazionale fossero

diverse da quelle del diritto nazionale. Ciò che è proprio di quest’ultimo non

necessariamente vale per il primo, mentre ciò che appartiene al diritto internazionale

vale senz’altro per il diritto nazionale. (il ius gentium contiene tutto ciò che è

riconosciuto ad un uomo in quanto tale).

La parte dopo fino a utimur è posta tra virgolette “Ma noi non abbiamo nessuna

rappresentazione autentica e chiara del vero diritto e della genuina giustizia, ma ci

serviamo di una conoscenza umbratile di essa e di false rappresentazioni” E magari le

seguissimo! Esse derivano infatti dagli archetipi della natura e della verità” (feruntur:

derivano. La forma verbale si contrappone a diatesi. In latino le forme verbali sono 2,

attiva e passiva; la forma verbale è la classificazione del verbo in base alle

terminazioni. Le diatesi (classificazione del verbo in base al criterio sintattico del

rapporto tra soggetto e azione verbale) sono 3, attiva, media e passiva; questo è di

diatesi media. La forma media prevede la partecipazione emotiva del soggetto, che si

esprime con due tipologie di azioni; i verbi medi sono di due tipi: riflessivi e verbi che

esprimono un moto dell’animo, come queror (mi lamento, è un verbo pronominale). La

diatesi di tipo attivo si esprime in forma attiva, ma anche passiva (come i cosiddetti

verbi deponenti, non tutti); la diatesi passiva è espressa in forma passiva, molto

raramente attiva, come vendo; i verbi di diatesi media si esprimono con la forma

passiva, come queror, lavor, o con l’attivo + pronome.

ANALISI CONNOTATIVO-SINTAGMATICA

Testo argomentativo: se il brano è in se concluso, se la pericope è stata selezionata in

modo da renderla autonoma, due sono le componenti di un brano di tipo

argomentativo: protesis e di pistis. Il taglio della pericope conserva nei limiti della

stessa la protesis. La protesis è tra sed aliter e fallaciter: l’inganno è connotato dalla

filosofia in quanto contrario al logos, questa è la tesi che Cicerone propone e prova.

Sempre nella protesis cogliamo un altro argomento secondario, ma reiterato anche

nella pistis: in questa lotta alla frode si ritrova perfetto accordo tra filosofia e diritto,

sia pure con mezzi diversi e su piani diversi: la filosofia ricorre a ratio e intelligentia, il

diritto alla manus, cioè alle misure repressive. Segue la pistis: qui Cicerone sembra

che stia seguendo il modello della controversia, cioè quell’esercizio retorico del

dibattito pro e contro, che doveva essere ben familiare anche al giovane figlio Marco,

che era fresco di studi retorici. Era insieme alla suasoria parte della vita delle scuole di

retorica: il docente proponeva una quaestio, cioè un argomento al dibattito, un

esempio, un caso concreto da dibattere, seguito da una domanda. Poi assegnava, nel

caso della controversia, ai proprio allievi il dibattito a favore e contro una determinata

situazione. Poi si fissava un giorno per il dibattito pubblico, poi al docente spettava la

palma della vittoria, giustificando il proprio giudizio. Segue in questo brano

un’immaginaria quaestio enunciata e discussa, ogni quaestio richiede almeno 3

personaggi, la parte dell’avversario logico del parere Ciceroniano rimane anonimo, ma

pare si possa riconoscere un filosofo stoico, Diogene da Babilonia e di Seleucia, che

Cicerone cita pochi paragrafi prima: sosteneva che un negozio giuridico, in cui il

venditore tacesse al compratore gli svantaggi o i difetti del bene venduto, fosse

tollerabile, in quanto il filosofo ravvisava frode solo nell’atteggiamento attivo e non in

quello passivo di silenzio su notizie sconvenienti, quindi di dolo si parla. La quaestio

riguarda un caso concreto da dibattere: cioè il caso di acquisto di una malconcia, che

invece viene esibita come perfetta: il quesito che nasce in margine a questo caso:

suntne igitur insidiae? Non è già un inganno ciò? Certo non frode, ma dolo. Antipatro

diceva sì, mentre Diogene no. Segue il primo intervento riservata all’avversario logico

di Cicerone (hoc…iure civili): la subordinata concessiva riassume l’obiezione

dell’avversario, che è data per sottintesa: i tribunali romani non perseguono l’inganno

passivo, perché non lo si ritiene turpe, illecito e non lo si persegue per legge, cioè non

ne nasce una actio, quindi vengono definiti da Cicerone come un sintomo di

decadenza morale, depravatio consuetudinis. Subito dopo è Cicerone a parlare (tamen

naturae…debet): l’inganno passivo è condannato niente meno che dalla Natura, cita di

seguito la concezione stoica della sumpatheia, che costringe gli uomini a soccorrersi.

Segue poi quella parte posta tra virgolette perché in un discorso diretto riaffiora di

nuovo la replica dell’avversario, che è improntata a scetticismo sulla possibilità

dell’uomo a conoscere davvero le leggi di natura; Cicerone si rifà qui al platonismo, c’è

un riferimento ad un passo famoso di un dialogo di Platone, la repubblica, al mito della

caverna: narra che in questa voragine sotterranea sarebbero prigionieri dalla nascita

degli uomini che sono incatenati, nella caverna non entra sole. Questi uomini volgono

le spalle a un muro e hanno di fronte a se solo questa parete, dietro a questo muro

arde un fuoco perenne, acceso dai carcerieri per scaldarsi e per gli usi quotidiani,

questa luce proietta sul fondo della caverna le sagome o dei carcerieri o di oggetti

portati da questi dietro il muro, essendo queste figure interposti tra il fuoco e la parete

ne viene proiettata l’ombra sul fondo della parete stessa, si tratta di ombre. Cicerone

sta alludendo a un mito così famoso come quello della Repubblica platonica (l’uomo

non conosce le idee, ma la resa mimetica delle stesse).

L’ultima parte, quella conclusiva, che inizia con l’esclamazione, è l’esclamazione finale

di Cicerone: ammesso che noi abbiamo una conoscenza ombratile della legge, basta

seguire questi simulacri della legge, cioè le leggi umane: questi leggi umane, difettose

in rapporto al loro archetipo, bastano a condannare il dolo. Sembra riferirsi

all’evoluzione del diritto romano sul dolus malus, che condannava insieme alla frode

anche il dolo, cioè il comportamento di chi viziasse il consenso di un compratore

fornendo informazioni fallaci.

ANALISI CONNOTATIVO-PARADIGMATICA

Argomento e tema principale: il dolo è l’argomento, la sua condanna il tema

principale.

Il motivo venatorio compare nella: l’esercizio della caccia è connotato come ars

insidiarum, come tecnica dell’inganno, che consiste nel nascondere tra la vegetazione

rete in cui gli animali possono cadere, senza essere incalzate verso di esse. Siamo

lontani dal valore positivo della caccia come ludus, esercizio di decorum. Ha due

funzioni, uno di tipo formale, uno connotativo: una funzione retorica, di amplificatio (è

intensificazione di un concetto attraverso artifici letterari diversi, tra cui i principali

sono citati da Quintiliano nel libro VIII: 4 tecniche principali, qui viene usata la

seconda, cioè l’amplificatio per comparationes, cioè ponendolo a confronto con un

esempio: l’atteggiamento doloso del venditore viene intensificato con il paragone

venatorio. Poi c’è anche: il paragone tra la vittima umana e animale mette a giorno un

rapporto predatorio tra gli uomini, ispirato non a societas, ma ad antagonismo tra

simili, spietatamente cinico in nome del denaro. 2 maggio 2017

Laelius, 73-76

Contestualizzazione: 1) adotta il dialogo filosofico, un dialogo che è stratificato su 3

livelli differenti, che potrebbero essere descritti come 3 cerchi concentrici: livello

concernente il presente dell’autore, il passato del resoconto, quello centrale

concernente il passato del dialogo. Primo livello: è presente nel proemio dell’opera,

nella dedica a Tito Pomponio Attico, l’amico di Cicerone per antonomasia, di ceto

equestre, di poco più anziano, condivise con lui parte del curriculum di studi, a Roma e

in Grecia. In questi anni giovanili si forgia l’amicizia di una vita intera. Questa amicizia

così intensa e protratta ha caratteri singolari che distinguono l’amicizia tra due

persone mature e autonome: Tito Pomponio durante la propria permanenza ad Atene

maturò la sua fede epicurea. Cicerone si mostra eclettico nei confronti alle diverse

scuole filosofiche, tranne quella epicurea. L’amicizia tra i due non erano cementata

dalla somiglianza ideologica: Pomponio non aveva interessa per la carriera politica, per

Cicerone la dimensione politica era una dimensione fondamentale (nel De officiis si

lagna della sua posizione). In più viene anche a frapporsi un filoellenismo molto

spiccato in Pomponio, non a caso ha il cognomen Attico. Cicerone pur abbeverandosi

alle fonti greche condivide il punto di vista proprio di molti che Roma sia l’erede

legittima della grecità e che i Romani stiano sullo stesso podio dei Greci, concorrano

anzi con essi nell’elaborazione di opere di grande ingegno. Secondo livello: è

enunciato nel proemio, in cui forma la cornica del terzo livello. La cornice si colloca

nell’anno 89-88, l’azione che esso riferisce è posta nella casa romana di Quinto Muzio

Scevola l’Augure (per distinguerlo dal nipote, detto il Pontefice. Entrambi furono

esperti giuristi e Cicerone discepolo di entrambi in gioventù). In questa cornice ricorda

il proprio discepolato, una giornata spesa nella sua casa ad ascoltare un resoconto di

Scevola, che forma il terzo livello, che occupa per intero il dialogo. Terzo livello: si

ambienta nel 129 a.C. ed esattamente cade qualche giorno dopo la morte di Scipione

Emiliano. Siamo nella casa di Lelio e i due generi, Fannio e Scevola lo vanno a trovare,

conoscendone lo stato di prostrazione e l’amicizia intima che correva tra il suocero e

l’Emiliano. Questo è il resoconto del discorso di Lelio in margine alla morte di Emiliano.

Lelio era più anziano di circa 5 anni rispetto a . Erano amici fin dai tempi della scuola,

entrambi furono i più entusiasti testimoni delle conferenze che nel 155 i filosofi greci

sostennero davanti al pubblico romano. I due condivisero anche l’orientamento

filosofico, entrambi si abbeverano allo stoicismo di Panezio e Posidonio ed entrambi

maturarono una tendenza filoellenica. Lelio era legatus, vice, di Scipione Emiliano per

tutta la durata della 2 guerra punica e durante la campagna di Spagna contro i

Celtiberi e in particolare Lelio si distinse per il ruolo che ebbe per la conquista di

Numanzia. Anche in quest’opera sceglie un’ambientazione cronologica precedente e

ancora una volta sceglie l’età aurea della Roma del circolo scipionico, e fa riferimento

a un’opera, il De repubblica, con cui condivide la cornice cronologica e i personaggi (il

De repubblica si attua nel 129, ma pochi giorni la morte di Scipione Emiliano). Questa

rimozione dall’attualità ha 2 funzioni: assolvere a un compito di cautela nei confronti di

un infuocato clima politico e il compito di trasferire in una sorta di Roma idealizzata

questa indagine di Cicerone sull’amicizia. 2) Datazione: il terminus ante quem si trova

nel De officiis, 2, 31, dove Cicerone cita espressamente il Laelius de amicitia, che

quindi è composto precedentemente, quindi il terminus ante quem è prima

dell’ottobre/novembre del 44. Il terminus post quem è offerto dal proemio del Laelius

stesso, perché menziona un’altra delle sue opere, il Cato Maior, che venne composta

dall’autore tra gennaio e febbraio del 44. Il Laelius va collocato tra febbraio e ottobre

del 44 a.C. Si sono fatti tentativi di restringere questa finestra, però nessuno è

risultato credibile in maniera convincente; certo è che la meditazione ciceroniana

sull’amicizia si iscrive in un contesto che portava drammaticamente alla ribalta il ruolo

cruciale dell’amicizia in ambito politico. Era un tema quello dell’amicizia (rapporto

interpersonale di natura politica) che emergeva alla ribalta: sono i mesi che sono

animati a Roma dallo sconvolgimento successivo al 15 marzo del 44, uccisione di

Cesare: era il risultato del coagulo di una settantina di senatori coinvolti nel progetto

di uccisione del tiranno proprio di 3 amici, 3 uomini politici (Caio Cassio, Decimo Bruto,

Caio Bruto). 3) Struttura: 3 macro-sequenze, precedute da un proemio e seguite da

una conclusione. Il proemio (1-16): dedica, cornice e definizione dell’argomento,

l’amicizia. La conclusione (ultimi 5 paragrafi, 101-104). Le tre macro-sequenze sono:

1) paragrafi 17-24: si sofferma ad indicare la natura dell’amicizia. Cos’è l’amicizia?

Quali sono i caratteri dell’amicizia? 2) paragrafi 25-32: si sofferma sull’origine

dell’amicizia. L’amicizia capita? Sì, ma va anche suscitata, anche costruita. 3)

paragrafi 33-100: conservazione dell’amicizia, una volta nata e costruita, deve essere

conservata, non è un’acquisizione per sempre. Come conservarla? Mutando le

condizioni della vita di entrambi.

Analisi del brano in oggetto

Siamo nella terza parte, cioè relativa all’esposizione dei precetti relativi alla

conservazione dell’amicizia, e in particolare applicazione nella pratica dell’amicizia:

cioè l’investimento di energie, di intelligenza, di cura nel mantenere vivo e

incrementare il rapporto amicale. Cicerone dice che noi dedichiamo le nostre energie a

varie faccende che occupano il nostro orizzonte vitale, mentre non investiamo

sufficientemente nella creazione e nel mantenimento di rapporti amicali. Trattano dei

criteri per determinare cosa (=quale carica pubblica) offrire agli amici potendolo fare e

cosa attendersi da loro. Gli amici di Cicerone sono uomini politici.

Accertamento del testo

Molte sono le edizioni critiche che il ventesimo e il ventunesimo secolo hanno dedicato

al Laelius. Quelle utilizzate sono 3: Teubner di Simbeck, 1917 (ed. an. 1961), per la sue

età fa parte della storia della critica, tuttavia conserva autorevolezza per l’immensa

mole di erudizione che si evince dalla fitta rete di loci paralleli; edizione di Paolo Fedeli,

1971, non ha avuto la fortuna editoriale che avrebbe meritato, perché si tratta di

un’edizione che riposa su un’attenta ricostruzione della tradizione ciceroniana; Powell

2006, varie novità a livello di recensio, in particolare collazione di un manoscritto che

non era stato considerato dagli altri editori. Powell usa con grande rilievo il Vossianus

Latinus 104, F, che secondo lui sarebbe un ramo autonomo della tradizione.

I manoscritti del Laelius sono oltre 500 e Fedeli stesso in una sua recensione al codice

P pertinentemente dice che se si facessero indagini più complete delle biblioteche

europee e non che conservano manoscritti di opere antiche, questo numero sarebbe

destinato a crescere. Questo testimonia la fortuna di quest’opera. Tra questi codici

solo una quindicina sono gli antiquiores, cioè i codici iscritti in un lasso di tempo

compreso tra IX e XII secolo. La maggior parte dei codici recensiori è tre-

quattrocentesca.

Questo grande numero non permette una collatio codicum completa. Powell ritiene

che la tradizione del Laelius abbia una struttura trifida, laddove si riconoscono due

famiglie, ma pensa che il Vossianus costituisca un terzo ramo discendente

direttamente dall’archetipo. Questa struttura trifida è un dato di novità, discusso e

controverso, che tuttavia non basta a rendere applicabile il metodo di L., al quale non

basta il carattere trifido, ma anche è necessario che la tradizione sia esclusivamente

verticale, cioè che non ci sia stata una contaminazione. Questo invece è successo,

perché già i codici più antichi appaiono contaminati. Il testimonio migliore è

considerato P, il Berolinensis, scritto tra fine del IX e inizio X secolo, scoperto a Parigi

alla metà del XIX secolo da uno studioso tedesco Momsen, da Parigi questo codice

ricomparve a Berlino, dove attualmente è conservato.

Motivo venatorio: riga 14

“Come regola generale le amicizie vanno giudicate quando i caratteri degli amici sono

definiti e maturati e se alcuni condivisero in giovinezza la passione per il gioco della

palla o per la caccia, i compagni che allora essi amarono in quanto dotati delle

medesime propensioni li ritengono loro intimi (HABERE è un infinito, si può giustificare

o come indipendente, di tipo storico, oppure infinito iussivo. Potrebbe essere soltanto

un infinito marca dell’oratio obliqua, è tale in quanto postula un verbo dicendi

sottinteso, ma qui non c’è nessuno che sta raccontando)”. 2

Riga 16: <> integrazione, le lezioni recusate sono 2, add. (addit, aggiunge); seconda

mano. Entrambi hanno delle forme verbali che sono di reggenza, che non ci sono

nell’archetipo. QUID: Varianti o errori e varianti? HABERE è errore, le due forme

reggenti sono varianti: intorno ad HABERE c’è una lacuna. Powell invece credono si

tratti della collazione di tre varianti. UBI: nota di recensio. CUR: sono delle glosse

emendative (oportet e putant non sono errori, sono entrambe valide, ma la migliore è

oportet perché il discorso è sulla doverosità) meccanico nel testo che ha tolto

guasto

al testo la possibilità di reggere questa reggenza.

2/05/17 Laelius, De Amicitia 73-77

Analisi Denotativa:

Genere:

È dialogo filosofico. È diviso in 3 livelli differenti divisi per comunicante e

destinatario ma anche per sfera cronologica.

Vi è un livello concernente il presente dell’autore, uno concernente il passato

del resoconto e quello più ampio concernente il passato del dialogo.

Il primo livello è presente nel proemio dell’opera e soprattutto nella dedica a

Tito Pomponio Attico, l’amico per antonomasia di Cicerone. Anch’egli fu di ceto

equestre, di poco più anziano di Cicerone condivise con lui parte del curriculum

di studi retorici e filosofici a Roma e poi in Grecia. Anch’egli soggiornò ad Atene

per raffinare la propria formazione. Si forgia un’amicizia che dà vita al nutrito

scambio epistolare con Attico. L’amicizia intensa tra Cicerone e Tito Pomponio

Attico ha i caratteri che distinguono l’amicizia tra due persone singolarmente

autonome.

Tito Pomponio fu epicureo e rimase un esponente di spicco dell’epicureismo

romano fino alla fine dei suoi giorni. Se Cicerone è eclettico e aperto verso tutte

le scuole filosofiche si mostra acerbamente contrario all’epicureismo, per

questo Cicerone ed Attico sono due persone singolarmente autonome.

A dimostrare come l’amicizia profonda e intima tra i due non fosse cementata

dalla somiglianza ideologica ma anche di vita bisogna ricordare che Attico

aderendo alla predicazione epicurea, praticandone il lathe biosas non aveva

alcun interesse per la carriera politica mentre per Cicerone – che in questo è

tipicamente romano e Attico no- era essenziale. Cicerone si lagna della propria

emancipazione, di non poter più servire la Res Publica e col De Officiis si

occupa di dare una formazione all’uomo politico.

A scavare ulteriormente il fossato tra i due vi fu un filoellenismo di Tito

Pomponio che non a caso ha il cognomen di Atticoha l’assoluta convinzione

che la grecità ha espresso il massimo del bello umano e il cognomen ricorda la

sua permanenza in Grecia (vent’anni).

Cicerone invece condivide il pensiero che Roma sia l’erede legittima della

grecità e che i Romani stiano sullo stesso podio dei greci e concorrono con essi

con le opere intellettuali.

Nel proemio vi è il secondo livelloviene formata la cornice del terzo livello. La

cornice è fondata nell’anno 89-88 a.C. L’attenzione è posta nella casa romana

di Quinto Muzio Scevola detto “l’Augure” per distinguerlo dall’omonimo nipote

detto “il Pontefice”. Entrambi (L’augure e il pontefice) furono esperti giuristi e

di entrambi Cicerone fu discepolo in gioventù. In questa cornice egli ricorda un

giorno del proprio discepolato: ascolta con altri discepoli un resoconto di

Scevola che forma il terzo livello comunicativo che occupa pressochè per intero

il dialogo.

Il terzo livello si ambienta nel 129 a.C. e cade qualche giorno dopo la morte di

Scipione Emiliano. Siamo nella casa di Caio Lelio e i due generi, Fannio e

Scevola, lo vanno a trovare conoscendone lo stato di profonda prostazione data

l’amicizia intima tra il suocero e l’Emiliano. Questo è il nucleo centrale del

dialogo. È il resoconto del discorso di Lelio in margine alla morte dell’Emiliano.

Lelio era più giovane dell’Emiliano di 5 anni, la loro amicizia era emblematica.

Erano amici fin dai tempi degli studi filosofici. Entrambi furono entusisasti

testimoni del giro di conferenze che nel 155 a.C. Diogene, Carneade e Critolao

sostennero davanti al pubblico romano. I due sostennero anche l’orientamento

filosofico ≠ Cicerone e Attico. Entrambi si nutritono dello stoicismo di Panezio e

si nutritono di una corrente filoellenica (< circolo degli scipioni di cui Scipione

l’Emiliano fu l’anima).

Cicerone e Pomponio ebbero una comunanza di interessi politici.

Lelio è vice di Scipione l’Emiliano per tutta la durata della II Guerra Punica,

nella guerra di Spagna VS i Celtiberi e Lelio si distinse nell’espugnazione di

Numanzia.

Cicerone sceglie un’ambientazione cronologica rispetto al suo presente, solo

accennata nel proemio, proprio come in altre opere e sceglie l’età aurea

idealizzata della Roma del circolo Scipionico che fa da sfondo al De Republica

con cui il Lelio condivide la presenza dell’Emiliano e dello stesso Lelio tra i

personaggi dialoganti ma anche la cornice cronologica del dialogo narrato

perché la cornice si attua nel De Republica nel 129 ma pochi giorni prima della

morte dell’Emiliano, mentre il Laelius è pochi giorni dopo la morte dell’Emiliano

– tra l’altro sospetto omicidio.

Questa rimozione dall’attualità assolve ad un compito di cautela

nell’infiammato ambiente politico per non suscitare l’odio dei personaggi del

suo tempo e il compito di trasferire in una sorta di Roma idealizzata questa

storia di amicizia.

Datazione:

Termine ante quem nel De Officiis II,31 Cicerone cita espressamente il

Laelius, De Amicitia che è quindi di conseguenza precedente alla composizione

del II libro del De Officiis. Quindi siamo prima dell’ottobre-novembre del 44 a.C.

Termine post quem Fornito dal proemio del De Amicitia. Laelius I,4

 

Menzionato il Cato Maior de Senectute che sappiamo essere stata composta tra

gennaio e febbraio del 44 a.C.

Va collocato tra febbraio e ottobre del 44 a.C. Si è tentato di restringere

ulteriormente questa finestra di composizione ma nessuna di queste datazioni

proposte è risultata convincente.


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