Letteratura latina - 2° semestre
Programma II semestre
- Lettura di testi in esametri dattilici - perfezionamento - dispensa Rivoltella;
- Appunti del corso;
- Traduzione antologia dei testi sulla pagina di Rivoltella;
- Studio del manuale di Rivoltella “Argomentazione, parola, immagine” (edizione 2016) segnalate, testi inclusi (riguardanti la metodologia - parti di lettura di un testo retorico, interpretazione di testi letterari).
Ultima lezione: giovedì 4 maggio
Esame possibile: sabato 20 maggio => UN’ORA SECCA
Lunedì 8 maggio a Brescia: 14.30-18.30 pomeriggio di studio di letteratura latina.
Corporeità e gestualità nella letteratura latina
Lezione
(Philus) 'sanxisset iura nobis…'
Traduzione: Testo 2
Analisi denotativa con contestualizzazione delle altre due fasi
Accertamento del testo e traduzione.
Accertamento del testo
Vedi slide
L’accertamento del testo consiste di tre snodi:
- Scelta dell’edizione critica prevalente - rassegna della tradizione del testo e dove esista una lettura critica dello stemma codicum e poi lettura apparato critico.
Due criteri per scegliere la migliore edizione critica:
- Esaustività: apparato critico che dia il maggior numero di informazioni e nella maniera più ordinata e nitida possibile; ad es. favoriamo un apparato critico positivo. A parità di apparato critico positivo selezioniamo alcuni passi e vediamo come lo stesso passo viene analizzato vedendo quante informazioni mi dà un’edizione, quanti testimoni, varianti, edizioni e scelgo la più completa.
- Carattere recentiore: tra due edizioni abbastanza esaustive, prendo in considerazione la più recente, in quanto sarebbe innaturale pensare che gli studi non abbiano portato ad una maggiore consapevolezza del testo col tempo.
Vediamo nella slide le principali edizioni critiche del De republica di Cicerone (es. non prendo la Loeb).
Ziegler: del 1969
Si tratta della settima edizione! La prima edizione curata dallo stesso Ziegler risale al 1915! È uno che ha studiato per più di mezzo secolo diuturnamente lo stesso testo!
Ziegler oltre allo studio assiduo si impone anche perché in questa edizione confluiscono due filoni di ricerca che Ziegler mette a frutto: da una parte gli sforzi reiterati di lettura e trascrizione del manoscritto palinsesto Vaticano che contiene il testo del De Republica messo in atto dalla Scuola americana di Roma con gli appositi strumenti; in più abbiamo le ricerche del Cardinal Giovanni Mercati che ebbe il merito di pubblicare in riproduzione fotografica il palinsesto vaticano che contiene il testo, preservando il codice dall’usura del tempo e della consultazione.
Analisi della tradizione del testo: secondo snodo
Vedi link alla biblioteca apostolica Vaticana: questa riproduce e dà alla consultazione il codice contenente il De Republica.
La tradizione del De republica è già dal v-vi secolo d.C. bipartita: già all’altezza del v secolo sappiamo che accanto al testo completo del dialogo circolava anche in forma indipendente la conclusione del libro vi, cioè il celeberrimo brano del Somnium Scipionis che per il suo contenuto doveva risultare particolarmente gradito ad un pubblico antico non solo pagano ma anche cristiano per la consonanza con le attese religiose, escatologiche di una retribuzione beata post mortem: l’accolta di spiriti beati nei campi Elisi di cui Scipione l’africano maggiore parla al Maggiore, può essere accolto dallo scrittore pagano come una prefigurazione del paradiso cristiano. Ma anche la filosofia neoplatonica doveva trovare nel Somnium Scipionis un testo molto gradito: ecco perché questa trasmissione parziale del Somnium staccata dall’opera intera trova non un originatore, ma un vivo sostenitore nel filosofo neoplatonico ed erudito Macrobio, Macrobio che nel v secolo correda il brano del Somnium di un’esegesi in senso neoplatonico.
Il Medioevo conosce bene il Somnium ma non perché lo legga nel filone dell’opera integra, ma perché lo legge in un manoscritto macrobiano, cioè un manoscritto che contiene il commento di Macrobio al Somnium Scipionis che in appendice aveva il testo ciceroniano. Sono una ventina i più importanti codici che ci trasmettono questa edizione del filone parziale.
Per quanto riguarda il filone dell’opera nella sua interezza, già nel tardo antico questa andò incontro ad un nefasto naufragio. Esponente della tradizione integrale del De republica è solo il Vaticano latino 5757. Si tratta di un latino palinsesto.
Palinsesto
Termine che aggettiva un codice che è due volte. Palin-psao: significa “io raschio di nuovo, una seconda volta”. Infatti questo codice, come tutti i palinsesti è pergamenaceo, solo la pergamena si può una e a maggior ragione due volte. La pergamena deriva dalla pecora, dall’agnello. Il costo allora era assai ingente (un capo per pagina!).
Il vello dell’animale viene una volta eraso, cioè conciato, il vello viene tagliato, la parte interiore a contatto con la carne dell’animale trattata con degli acidi, grattata con una pietra pomice per essere pronta alla scrittura. Una seconda volta, in caso di bisogno (la pergamena non si straccia essendo pelle animale, se si bagna non si riduce in poltiglia, è anche più resistente della carta all’arsione) si presta a essere riutilizzata.
Quando una biblioteca abbia bisogno di riutilizzare un’opera in pergamena non fa altro che affidarla al trattamento di una nuova erasione: si prende il testo che non serve più, lo si gratta nuovamente con la pietra pomice e/o lo si dilava (al Codice vaticano sono successe entrambe le cose). Il testo ciceroniano fu solo lievemente eraso poiché la pergamena era troppo sottile. Meglio accompagnare una dilavatura della pagina con acqua e preparati di argilla o argilla e cenere che strofinati sulle pagine servivano a dilavare il foglio; ma contrariamente a quanto ci si attenderebbe questa opera di dilavatura e abrazione non ha cancellato del tutto la scriptio inferiore (testo sottostante) poiché la pergamena essendo pelle di animale assorbe in maniera indelebile l’inchiostro della prima scrittura e lo conserva.
Qui siamo di fronte ad un testo di impressionante spessore storico: il Vaticano palinsesto di cui parliamo è quanto rimane di un codice vergato nel IV-V secolo in onciale maiuscola e poi riscritto nel VII-VIII secolo in onciale minuscola, riutilizzando in beato disordine ciò che rimaneva di questo codice ciceroniano.
2 marzo 2017
È possibile trovare in Lingua e Letteratura Latina – Documenti il facsimile del test di Letteratura Latina Palinsesto Latino 5757
Il recupero del De Republica ciceroniano
Aveva popolato i sogni erotici (inteso come “tensione a”) di generazioni di letterati. Negli ultimi mesi del 1819 il Cardinal Angelo Mai nella Biblioteca Vaticana capisce che il palinsesto di Bobbio contiene estratti del De Republica di Cicerone. È uno scritto ciceroniano mitico che viene ritrovato.
Foglio del Palinsesto vaticano
Da questo esemplare si evincono alcune caratteristiche in maniera più chiara grazie al contrasto cromatico di questa riproduzione quali non si evincono dal link suddetto. Il palinsesto è un manoscritto eraso due volte, una volta per confezionarlo e scriverci (scriptio inferior) e una seconda volta quando lo stesso codice pergamenaceo viene riscritto, ovvero vi si imprime un testo che è rispetto al precedente superior.
Il Vat. 5757 è del IV-V secolo, probabilmente di provenienza romana e nel IV-V secolo su quel codice venne vergato il testo dell’intero trattato ciceroniano del De Republica. Questo codice già malconcio lo si ritrova nella biblioteca monastica dell’Abbazia di Bobbio (splendida cittadina dell’Appennino piacentino). Il monastero di Bobbio fondato nel VI secolo da San Colombano, monaco irlandese, che si imbarca in viaggi apostolico-penitenziali. Il monachesimo irlandese fa sì che i monaci come da un alveare sciamassero dove volevano a far penitenza. Quando i vichinghi giunsero nell’VIII-IX secolo in Islanda furono stupiti di trovare uomini che parlavano il celtico e che vivevano in comunità. Questi erano monaci che cercavano un romitaggio ancora più isolato. San Colombano prende la rotta di sud-est: attraversa la Francia e la Svizzera e si ferma a Bobbio.
Ivi bisogna contestualizzare forse da Roma l’arrivo di questo codice pergamenaceo che nel VII-VIII secolo viene dilavato, riutilizzato per scrivervi un testo di S. Agostino, i Commentarii in Psalmos.
La scriptio inferior è in onciale maiuscola, divisa in due colonne. La scriptio superior è in onciale minuscola ed è del VII-VIII secolo.
Nel 1618 il manoscritto arriva alla Biblioteca Vaticana quando i monaci di Bobbio donarono al papa Paolo V questo e altri codici illustri. La Chiesa Abbaziale di Bobbio vede ancora scarsi avanzi di una biblioteca monastica. L’ultima spoliazione secolare venne data da Napoleone.
Nel 1819 il Bergamasco gesuita Angelo Mai viene a Milano e vive come scrittore amanuense dell’Ambrosiana. Dalla pubblicazione dei suoi studi viene notato da un cardinale romano che gli permette di fare carriera nella biblioteca apostolica vaticana. Egli diventa cardinale ed inaugura una consuetudine insieme utilissima e nefasta: egli va alla ricerca di codici classici sotto palinsesti medievali. Egli spennellava il testo superior con un reagente chimico, l’acido gallico, il cui impiego nella ricerca dei testi non è una invenzione sua. Mai però diventa il fautore dell’acido gallico, che viene dalle galle vegetali, ovvero dai tumori vegetali che le piante possono presentare sulle radici o sulle foglie. La galla è prodotta da un insetto che punge l’apparato vegetale che produce un’infiammazione. All’interno della galla che è ricca di acido vi sono le uova dell’insetto. Nel medioevo alcune di queste galle vennero usate per la produzione degli inchiostri. Esse venivano usate triturate per creare gli inchiostri.
Mai faceva così risaltare la scriptio inferior con l’acido gallico, che però logorava la pergamena. Il Plauto Ambrosiano spennellato da Mai è ora illeggibile purtroppo => non è un metodo geniale. Egli annuncia in un’udienza pubblica col papa e la curia romana il suo ritrovamento => In questo clima di euforia degli intellettuali europei vi è anche la gioia di Leopardi espressa in una canzone per Angelo Mai.
Cicerone aveva magnificato la sua opera nelle lettere a Quinto dicendo che era l’opera in cui confluivano le sue ricerche e che era una summa di politologia antica. Era a suo dire uno dei suoi scritti migliori. Molti avevano quindi sognato di ritrovare il manoscritto tra cui lo stesso Petrarca che nelle sue epistole dice di essere arrivato vicino a trovare il manoscritto. Anche Poggio Bracciolini era interessato ad esso. Questi intellettuali trovavano il titolo del De Republica nelle Biblioteche ma non trovavano più il libro. Mai cura 3 edizioni del testo di cui la prima nel 1822.
Lettura e interpretazione dell’apparato Critico dell’Edizione di Ziegler:
Si tratta di un apparato critico POSITIVO, anche se è da rimpiangere che comma positivo e comma negativo non siano propriamente separati dal punto di vista grafico con i due punti, ad esempio.
L’apparato critico del nostro Ziegler ha caratteri assolutamente eccezionali laddove eccezionale indica un carattere quantitativo e statistico. L’apparato critico risente di un’edizione del testo rappresentata da un unico codice antico, appunto il Vat. Lat. 5757. A questa peculiarità consegue il fatto importantissimo che sia impossibile all’editore del De Republica tracciare una recensio che postula di per sé la pluralità del testimoni. La recensio vede per prima la collatio codicum, ovvero la loro riunione in famiglie in base agli errori e la rielaborazione del testo fino a giungere all’archetipo.
Niente di ciò è possibile e la recensio è possibile solo nei casi sporadici in cui il testo Vaticano si possa confrontare con il brano citato dalla tradizione indiretta (Agostino e da altri autori cristiani).
L’edizione prevede quindi un’attenta trascrizione paleografica. Non è comune che le note dell’apparato critico siano una trascrizione esatta nello stile dei termini sub iudice del testo Vaticano. Ci sono anche interventi emendativi di tipo ortografico e linguistico.
Due difficoltà principali:
- La lettura del testo non sempre agevole per la sovrapposizione di scriptio inferior e superior, per gli stessi danni causati dall’acido gallico.
- Assoluto disordine delle sequenze testuali del trattato. Il codice ciceroniano doveva essere giunto nelle mani dei monaci di Bobbio già molto malandato e lacunoso. Chi lo riscrisse dopo averlo dilavato e leggermente eraso non si curò di conservare le pagine nell’ordine corretto ma una volta trattate le ricompose a caso sicché i brani superstiti del De Republica a chi li legga in tralice sotto la scritta superior appaiono in assoluto caos e disordine. Per questo Mai e la filologia successiva si trovarono di fronte ad un vero e proprio puzzle. Dopo aver letto con difficoltà bisognava ritrovare un ordine plausibile ai brani che si susseguivano senza un’apparente logica.
Il brano che leggeremo si trova nel 29° quaternione (fascicolo di quattro bifolii) del manoscritto dei Commentari Agostiniani.
Nel Link della Vaticana => prima del testo in misura più sobria c’è uno schema consimile dello stesso palinsesto in quaternioni => è uno schema elaborato da Mai ed ai suoi. Essi hanno rimesso in ordine le pagine del manoscritto bobbiese e hanno rimesso in ordine i quaternioni di cui constava il manoscritto.
Quaternione
Quattro bifolii (un foglio di pergamena piegato in due). Di conseguenza un bifolio corrispondeva a due folia o pagine o carte e a quattro facciate di testo, scritte sul recto e sul verso. Due folii ma quattro pagine fronte e retro. Per formare un fascicolo i bifolii erano posti uno dentro l’altro. Per formare un quaternione (rilegatura prevalente) si avevano 8 folii e 16 facciate di testo. Finita la trascrizione dell’opera per quaternioni questi venivano passati dall’officina dell’amanuense al rilegatore. I Quaternioni venivano forati e rilegati tra di loro e formavano il manoscritto. (Ci si rifà a dati di fatto concreti per interpretare adeguatamente il frammento di testo del De Republica che leggeremo).
Perché il rilegatore non errasse nel suo lavoro, si numerava il verso dell’ultima pagina di ogni fascicolo. Il nostro passo si trovava proprio nel Verso dell’ultima pagina del Quaternione => lo dice la riproduzione del curioso numerale riportato da Ziegler. C’è un segno che sembra una c con cediglia. XXçIII ≈ 20+6+3 = 29.
Il numero indica il 29° quaternione, ultima facciata del codice del V secolo che conteneva il De Republica. Questa edizione critica dà numerosissime informazioni.
Note sull'analisi sintagmatica
“velit” Si ha un *’ dopo (asterisco con apostrofo) e questo *’ si trova anche nella “non posset”. Questi asterischi delimitano il passo e segnalano convenzionalmente la caduta di un foglio o di più fogli. Ad esempio il quaterno 29° ci è giunto (primo asterisco di pg 89) di un foglio precedente, ovvero è caduto il foglio settimo su otto. Excidit quaternionis… => è caduto il foglio settimo.
Il secondo asterisco sta per una lacuna anche più grande. Dopo l’8° e ultimo foglio del quaternione 29 c’è la lacuna di 80 fogli. Dei quaternioni 30-39 ne sopravvivono soltanto 4. Questo fa capire quanto sia distrutto il manoscritto. Ciò porta conseguenze nell’analisi sintagmatica, che è un’analisi di tipo orizzontale => se ci sono lacune l’analisi avrà caratteristiche di ipotesi più che di certezza.
A pagina 89: Esistono due ordini di numerazione, sul margine destro e sul margine sinistro, espresse con caratteri diversi.
Numerazione
A destra => ci sono numerali in grassetto (10 e 11) ≈ numerazione moderna in capitoli. La successione in capitoli ignora la presenza o meno delle lacune.
C’è sempre sul margine destro una numerazione in sequenza in numerali arabi in tondo, non in grassetto. Questi numeri sono i paragrafi (17 e 18). Essi sono le coordinate convenzionali date dall’autore moderno per farci ritrovare un testo.
A sinistra => numeri di corpo minore (5, 10, 15, 20) che sono l’enumerazione delle righe. Sono necessari per consultare il testo. Ci sono anche altri numerali in corpo minore ma corsivo (204, 13, 14), che indicano la collocazione del testo così delimitato nel testo antico agostiniano.
Per esempio 204 ci dice che il testo da “Sanxisset” “iustitiam” in poi figurava a pagina 204 del manoscritto del commentari in Psalmos. Il testo da “Manilius” successivo a quello a p204 si trova nella pagina 13 e 14 del manoscritto di Agostino.
Le note dell’apparato critico non documentano interventi emendativi importanti per cui le scorreremo senza soffermarci eccessivamente ma soltanto per far risaltare devisu quali sono le condizioni di lavoro degli amanuensi antichi e degli antichi editori di questo testo.
Le uniche emendationes riguardano la riga sedicesima: l’editore Creuzer pensa di supplire quella lacuna di poche parole con uno “quodsi natura” <quodsi natura> tra parentesi uncinate che indicano (natura) una introduzione…
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