Contestualizzazione generale e "remota" all'opera di Lucrezio
Lucrezio e l'epicureismo romano
Parlare dell'epicureismo a Roma di Lucrezio prima e coevo a lui significa cercare di comprendere l'attrazione per il verbo epicureo che contagiava anche altri ambienti e altri autori e che lui specifica in un modo particolarissimo. Il De rerum natura è la prima e l'unica opera latina che ci è giunta ispirata totalmente e integralmente alla visione epicurea del mondo, in questo senso il De rerum natura è un unicum ideologico. Essa è stata a lungo un mezzo di diffusione autorevole dell'epicureismo presso il popolo romano ma non è stato l'unico strumento di divulgazione dell'epicureismo e nemmeno il più antico a Roma.
Tentativi di diffusione a Roma precedenti e contemporanei
Di tali tentativi abbiamo una conoscenza incerta e frammentaria e talvolta contraddittoria. Altro ostacolo per inserire Lucrezio nel panorama dell'epicureismo oltre alla frammentarietà è il dubbio quadro cronologico della biografia lucreziana.
Datazione della biografia lucreziana
Abbiamo una duplice cronologia della biografia Lucreziana:
- Datazione bassa colloca la biografia lucreziana negli anni che decorrono fra il 94 e il 50 a.C. Variante della datazione bassa è 96-52.
- Datazione alta (Lucrezio sarebbe nato prima del 94) 98-55 a.C.
Non si tratta di una sfasatura drammatica tuttavia ha una relativa importanza.
Testimonianze a favore della datazione bassa
Tale datazione è trasmessa da San Gerolamo (IV-V sec D.C.) nel suo Chronicon, si tratta di un'opera composta intorno al 380, è una storia universale. È una delle opere di San Gerolamo più feconde dal punto di vista dell'influsso sulle epoche successive in quanto dà autorevolezza presso le epoche successive (a partire dal medioevo) ad un genere che è la storia universale (che parte in molti casi dalla creazione del mondo per giungere ai tempi dello scrivente). Per Gerolamo il punto di partenza è la partenza di Abramo da Ur, il terminus ad quem sono i tempi dello scrittore, un ventaglio di tempo amplissimo, di millenni, condensato in una trattazione sintetica e sinottica, vale a dire che per date o per lassi di tempo più o meno ampi sono esposti i fatti di storia sacra e di storia profana tra loro contemporanei, egli tratta negli stessi capitoli fatti della storia orientale, greca, romana e allo stesso tempo fatti della trattazione vetero o neo-testamentaria.
L'opera di Girolamo è in parte una traduzione dal greco in latino dei Chronicon di Eusebio di Cesarea Marittima, era un'opera storiografica, incominciando da Abramo e si fermava nel 325 (Anno del Concilio di Nicea). Girolamo riprende traducendo quest'opera in greco di Eusebio e vi aggiunge oltre ad un supplemento cronologico, un aggiornamento che miglia dal 325 al 379 aggiunge notizie che erano ignote ad Eusebio. In aggiunta alle notizie che Eusebio forniva riguardo a ciò che era capitato nell'anno 94 a.C., Girolamo aggiunge un paragrafo dedicato a Lucrezio.
Il passo del Chronicon è menzionato nella Patrologia Latina (P.L.) volume 27 pagina 535. Titolo che viene dato ad un'opera monumentale, la patrologia ha anche una parte greca (P.G.) opera di Jacques Paul Migne, un sacerdote francese, personaggio di una grandiosa attività intellettuale (opera composta fra il 1844-1855) in 241 volumi contiene le opere da Tertulliano a Innocenzo III, i volumi dal 22 al 30 contengono le opere di San Gerolamo. Gerolamo chiosando Eusebio disse che in quell'anno nacque il poeta Tito Lucrezio, aggiunge scarne nozioni biografiche e concluse dicendo che si suicidò all'età di 44 anni, dunque se nel 94 è da porsi la data di nascita di Lucrezio, la sua morte deve cadere nel 50. Ecco l'origine della datazione bassa la quale però ha una variante. La si giustifica perché in alcuni codici del Chronicon di San Girolamo, l'anno sotto il quale sono riportate le notizie di Lucrezio non è il 94 ma è il 96, di conseguenza l'anno della morte dell'autore sarebbe il 52. Tali notizie giunsero a Girolamo da una perduta biografia di Lucrezia che faceva parte del De Poetis di Svetonio (Autore di età imperiale vissuto tra I e II sec D.C.) autore tra l'altro di un de viris illustribus, biografie di uomini illustri divise per sezioni, ce n'era una dedicata ai poeti, all'interno di queste compariva anche una biografia di Lucrezio.
Da questa sezione infatti Girolamo dimostra di attingere anche altrove nel Chronicon notizie quando si parla di letterati latini, quando aggiunge notizie a quelle esuberante e quando riguardano autori latini la sua fonte è Svetonio, il De Poetis quindi è probabile che abbia attinto anche in questo caso da Svetonio.
Datazione alta
La datazione alta invece è giustificata da un passo di un grammatico latino, Donato, il quale fu maestro di grammatica di Gerolamo. Colui nella sua Vita di Virgilio al paragrafo 6 trasmette una diversa datazione della morte di Lucrezia. Donato infatti colloca il decesso di Lucrezia sotto il secondo consolato di Crasso e di Pompeo che cade nel 55 a.C., di conseguenza la data di nascita di Lucrezia dovrebbe collocarsi nel 98 a.C. sempre che si accetti per verosimile con approssimazione per difetto la durata di quarantaquattro anni la durata della vita di Lucrezia che è riferita da Gerolamo. Nel 98 furono consoli tali Cecilio e Didio che secondo gli studiosi nella versione di San Gerolamo sarebbero stati confusi con un'altra coppia di consoli, Celio e Domizio, consoli nel 94, questa confusione di Gerolamo deriverebbe dall'assonanza dei loro nomi (Questo secondo coloro che accettano la datazione alta).
Secondo la maggioranza degli studiosi (NA che Riv.) è d'accordo la datazione alta è la più probabile. Probabilmente Lucrezia visse fra il 98 e il 55, soli 44 anni lasciando incompiuto il suo poema che non può dirsi concluso così come finisce ora.
Tentativi di penetrazione dell'epicureismo a Roma
- Indubbiamente anteriore: quello di Alceo e di Filisco primo approccio dell'epicureismo al mondo latino che si concluse in un fallimento, ne danno testimonianza due eruditi antichi Ateneo ed Eliano. Il primo di origine greca ma nato a Naucrati, nell'alto Egitto ovvero nell'Egitto del sud, (II e III sec. D.C.) ne parla nell'opera I Deipno-sophist in 15 libri di cui i primi tre sono andati perduti (anche denominata come i saggi a Banchetto) libro XII capitolo 68 paragrafo 567 a si tratta di un dialogo simposiaco (il simposio nella cultura ellenistica è la bevuta dei pari) in questo contesto appare un discorso che riguarda la prima penetrazione del verbo epicureo.
- Eliano era di Preneste vissuto fra II e III sec. scrisse Varia Historia in 14 libri (ci sono giunti per interno soltanto i primi due, degli altri ci sono giunti estratti e sunti) è un'opera di aneddotica, sono raccolte di aneddoti che hanno come protagonisti personaggi storici antichi famosi. Il passo che ci interessa è contenuto nell'epitome (sunto) del libro IX paragrafo XII. Ateneo ed Eliano narrano che due epicurei ateniesi Alceo o Alcio (per Ateneo) e Filisco sarebbero giunti a Roma per tenere delle conferenze sulle dottrine delle loro scuole, la loro permanenza fu brevissima perché poco dopo sarebbero stati espulsi da Roma per motivi morali, perché inducevano i giovani romani al piacere, ad ordinarne l'espulsione sarebbe stato il console Lucio Postumio.
In questo fatto possiamo cogliere un primo motivo di attrito fra la filosofia epicurea da un lato e il mos maiorum dall'altro, tale attrito è caratterizzato dell'edonismo visto come centralità del piacere, tale edonismo cozza con la centralità nel mos maiorum della virtus che non significa "virtù" in senso morale. Virtus è corticale di Vir dunque significa etimologicamente insieme di atteggiamenti che sono propri dell'uomo romano adulto e cioè il coraggio, la abnegazione, il senso del sacrificio, la prudenza, le virtù tipiche del cittadino romano, del pater familias in grado di reggere la famiglia e di impegnarsi nella vita civile e militare. Il piacere epicureo non è inteso in senso dinamico quanto catastematico.
Questa opposizione fra piacere e virtus è in realtà un episodio fra una contrapposizione più globale ovvero l'antitesi fra due generi vitae, quello epicureo e quello tradizionale romano, il primo genera una fuga dalla dimensione pubblica della vita, predicava il disimpegno politico per coltivare una felicità domestica, privata. La ricetta epicurea del ben vivere era condensata nel detto greco "Lathe biosass" ovvero "vivi nascosto" con la tua famiglia, con i tuoi amici, cerca con loro, la verità la sapienza. Il modo di vivere romano non concepisce il singolo se non come parte di una collettività, il romano ideale è il cittadino, il politico, il soldato, chi vive per la res publica, la difende, la amministra, vi partecipa. Opposizione fra una concezione della vita astratta dalla res publica e una sua totale dedizione. La datazione dell'episodio secondo le testimonianze di Ateneo e di Eliano è discussa, vi fu il consolato di tale Lucio Postumio nel 173 a.C. e uno di un omonimo nel 154 a.C. dai brani di Ateneo e di Eliano non abbiamo un soccorso.
Riv. Propende per la datazione alta 173 perché essa spiega la già notata assenza di un epicureo nella delegazione del 155 con la quale convenzionalmente comincia il percorso storico del filosofare a Roma (Carneade rappresentante dell'accademia, Diogene era uno stoico, Critolao era un peripatetico) ora capiamo perché non c'era un epicureo accanto agli altri tre grandi rappresentanti. Dal 173 a.C. gli epicurei dovevano risultare a Roma "persone non gradite" ovvero persone che si erano segnalate per una predicazione di contenuti pericolosi per le autorità romane, inutile per il governo ateniese che voleva convincere il senato mandare anche un epicureo che avrebbe lanciato un'ulteriore ombra negativa sugli altri tre filosofi. L'epicureismo accettando questa ipotesi sarebbe stata la prima a tentare un approccio con il mondo romano e la prima a fallire.
Secondo tentativo di penetrazione
Il secondo tentativo di penetrazione fu messo in atto dal filosofo epicureo Caio Amafinio di cui ci informa una fonte latina, il libro IV delle Tusculanae disputationes di Cicerone, composte nel biennio 45-44 cioè in un periodo di marginalità politica dell'autore, ormai al di fuori del dibattito e della vita della res publica perché legato al carro del dux perdente ovvero di Pompeo. In questi anni si è ormai consumata la fondamentale sconfitta in oriente delle truppe pompeiane a Farsalo nel 49 in seguito ad altre sconfitte delle resistenze pompeiane, annullate a Zela nel 47 in Asia, battaglia africana di Tapso nel 46 segnerà l'avanzata dell'egemonia cesariana nell'Africa settentrionale, a Munda nel 45 disfatta delle ultime resistenze pompeiane. Questa è la cornice politica entro cui Cicerone compone le sue opere filosofiche.
Che cosa sono le Tusculanae? Dal punto di vista del genere letterario sono un dialogo fra Cicerone e alcuni discusiti di cui la gran parte di loro ha identità indefinita, ha come ambientazione la villa di Tuscolo. Il tema principale del dialogo è di natura etica, morale e precisamente la felicità umana si cui si analizzano i nemici veri o presunti al fine di dimostrare che essa consiste nella virtù cioè in quel deposito di convinzioni interiori che nulla di esterno a noi può toglierci. Cicerone si chiede quando tutte le contingenze esserne congiurano a rendere l'individuo infelice che cosa rimane? Che cosa è indispensabile per essere felici? Che cosa rema contro la felicità umana? Egli dimostra che il potere dei fattori contrari è solo apparente o comunque limitato.
Il primo nemico, affrontato nel primo libro ad essere analizzato è la morte, la paura della morte, nostra e altrui. Nel secondo libro si parla del dolore, della paura del dolore fisico e mentale, i libri III e IV affrontano un altro nemico, ovvero le passioni. Passio era per i latini una malattia mentale, un turbamento profondo dello spirito, uno squilibrio interiore. Nel V libro si analizza l'influenza dei beni esteriori sul raggiungimento della felicità, per dimostrare che essi non sono necessari, possono coadiuvare la felicità: il discorso non investe solamente i beni materiali ma anche gli affetti che ci circondano, altro bene fondamentale è la fama, l'immagine di noi stessi, o un bene primario come la salute. Si tratta di domande di grande peso esistenziale. La conclusione è che nonostante tutte le privazioni a cui è sottoposto l'uomo nella sua vita, egli può essere felice e ciò che lo rende felice è l'aderire ad una roccia, ad un convincimento interiore, la virtù. Egli fa corrispondere ogni libro a una giornata di discussione. Cinque libri, cinque giornate. Da un punto di vista ideologico egli aderisce alla IV accademia di Filone di Larsa il quale affermava una sorta di probabilismo scettico, ma nei libri III-IV si segna un importante avvicinamento di Cicerone alla morale stoica sia a livello di diagnosi delle passioni sia a livello di terapia delle stesse.
Testo antologizzato appartenente al prologo del IV libro
Il prologo è dedicato alla preistoria della filosofia romana, cioè al reperimento di tracce dell'interesse per la filosofia a Roma prima dell'ambasciata del 155 a.C. data che anche Cicerone ritiene cardinale, importante punto di svolta nel rapporto fra romanità e cultura filosofica, anche Cicerone lo ritiene l'inizio del filosofare a Roma. Nel paragrafo V immediatamente precedente parla dell'ambasceria e forma a mo' di conclusione la tesi che ha guidato la sua esposizione nei primi quattro capitoli che aprono il libro. "Lo studio della filosofia è certamente antico presso di noi" egli nei primi quattro capitoli vuole dimostrare che l'interesse per la filosofia a Roma è molto antico, precede l'ambasciata del 155, nonostante egli stesso debba ammettere di non saper citare il nome di un filosofo romano prima dell'età di Scipione Emiliano e di Lelio. Nel paragrafo 1.4 egli si prodiga nel dimostrare l'antichità dell'interesse per la filosofia a Roma e lo fa cercando di evidenziare gli influssi che la filosofia pitagorica avrebbe avuto sull'età romana più antica, quella di età monarchica. Egli a questo fine riferisce la credenza diffusa presso i romani che anche il secondo re di Roma, Numa fosse un filosofi pitagorico, si tratta di un clamoroso errore cronologico, se si pensa che se secondo la datazione tradizionale dei re di Roma in voga all'epoca di Cicerone, Numa sarebbe morto nel 673 mentre Pitagora sarebbe morto nei primi anni del V secolo dunque il maestro sarebbe morto un secolo e più dopo il suo presunto allievo.
Lo studium philosophiae era molto antico ma la sua diffusione era limitata
- Per motivi pragmatici, i romani erano occupati nella conquista del Mediterraneo.
- L'opinione pubblica si trovava impreparata per la fruizione di un'opera filosofica.
Analisi di Cic. Tusc. IV
Partiamo dal dato che la filosofia di Amafinio e dei suoi emuli sia l'epicureismo non si evince da questo passo. Che Amafinio e i suoi seguaci fossero epicurei lo dice un altro passo delle Tusculanae Libro II capitolo III paragrafi 7-8 tale paragrafo riflette una focalizzazione profondamente anti-epicurea. Nei limiti del possibile bisognerà epurare le notizie ciceroniane discernendo ciò che è dato di fatto da interpretazioni ostili. A riprova di quest'ottica negativa esistono infatti due tipi di filosofia e di conseguenza due stirpi di filosofi: da una parte c'è la filosofia vera et elegans che è incarnata da peripatetici, stoici, accademici che si ricollegano tutti all'esempio e all'insegnamento socratico e costituiscono una sorta di aristocrazia filosofica, dello spirito. Dall'altra parte esistono le dottrine di epicureo propagate da Amafinio e dai suoi che Cicerone accusa di essere prive di profondità speculativa, accusate di cercare consenso nella massa, portatrici di idee di felicità facili e per questo apprezzate da tutto il volgo e diffuso in tutta l'Italia. Le accuse di indebita semplificazione e di demagogia che prende corpo in una predicazione assidua e diffusa compare anche in Tusculanae I, 3.6. Depurando la testimonianza ciceroniana dalle sue punture polemiche permette di affermare che l'epicureismo di Amafinio dei cui libri non ci è giunto nulla avesse due caratteri:
- Indole divulgativa anziché speculativa (intenzione ad essere una sorta di propaganda dell'epicureismo anziché essere una scuola di approfondimento e di ricerca guidata dal verbo epicureo).
- La limitazione probabile a temi di tipo etico (strettamente legata all'indole divulgativa). Amafinio e i suoi per essere comprensibili alla massa non dovevano predicare raffinate questioni di fisica o di psicologia che non erano attendibili dai più (es. la complessità della teoria atomistica nella rivisitazione epicurea, visione anti-democritea del clinamen. Parlare di atomi, di clinamen, di libero arbitrio non doveva essere alla portata di un pubblico come quello di Amafinio) era una sorta di "catechismo" epicureo e verosimilmente era imperniato sul tetrafarmaco (il sunto dell'etica epicurea elaborato già dal fondatore, un sunto che consisteva di quattro commi come un farmaco composto da quattro ingredienti e i quattro commi erano l'invito a liberarsi dalla paura della morte, il secondo dalla paura del dolore, il terzo dalla paura degli dei, per far scoprire in che cosa consista la vera felicità (quarto comma), la vera felicità corrisponde all'atarassia ovvero il piacere catastematico).
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