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Antropologia politica: una panoramica

Dietro alla sete di potere, alle scelte di amministratori corrotti, all’indebolimento dello stato globale o il nazionalismo non ci sono soltanto fatti politici, ma più celati meccanismi culturali e sociali. L’antropologia politica parte dalla trattazione classica di sistemi e costumi di governo dei popoli preindustriali per arrivare a cogliere oggi l’essenza dei comportamenti politici dell’uomo occidentale contemporaneo.

Le basi teoriche

In questo capitolo vengono prese in esame le fasi storiche dello sviluppo dell’antropologia politica; un settore non sempre nettamente distinguibile dagli altri, come ad esempio l’antropologia economica, religiosa, legale ecc. Alcuni studiosi hanno addirittura denunciato la reale esistenza della disciplina, in quanto sarebbe impossibile studiare le politica slegandola dal contesto economico, sociale e religioso di riferimento.

Tuttavia con il tempo, questa disciplina è stata in grado di delimitare cinque aree di studio, ovvero: la classificazione dei sistemi politici, l’evoluzione degli stessi, lo studio della loro struttura e della loro funzione, i processi di mutamento politico e la teoria dell’azione.

L’origine dell’antropologia politica

L’antropologia politica nasce nel 1940 in Inghilterra, grazie alla pubblicazione di un lavoro di Fortes e Evans-Pritchard sui sistemi politici africani. Molti lavori antropologici di questo periodo sono infatti legati all’esperienza coloniale. Fino a quel momento, i filosofi di politica avevano tentato di comprendere le istituzioni esistenti senza giustificarle o criticarle, ma non erano in grado di comprendere le basi del funzionamento di tali forme.

Uno degli errori che si compiva, era il voler tentare di ricostruire le forme politiche primitive studiando quelle preindustriali ancora esistenti. Fortes ed Evans, comunque, contraddistinsero l’esistenza di due categorie di sistemi politici:

  • Società con forme di autorità centralizzata  con sistema che distribuisce ricchezza, prestigio, status e potere. I legami sono quelli del gruppo di parentela (famiglia bilaterale).
  • Sistemi non accentrati  divisioni meno nette di del potere, prestigio e ricchezza; sono organizzati attraverso il lignaggio (sistema segmentario permanente a discendenza unilineare).

La prevalenza di una di queste due forme porta all’esistenza di tre tipi di sistemi politici:

  1. Sistema con piccoli gruppi dominati solo da legami di parentela.
  2. Società con strutture di lignaggio che determinano il sistema politico.
  3. Società con un’organizzazione amministrativa centralizzata.

Come si può vedere si fa solo una classificazione dei vari sistemi in base al loro funzionamento, ma non si pongono in evidenza le loro caratteristiche interne.

Un altro testo che ha aperto la strada all’antropologia politica è ‘La società antica’ di Henry Morgan (1877); egli ha categorizzato i sistemi di parentela degli Irochesi creando una griglia evoluzionista basata su tre modi di sussistenza: selvaggio, barbarie e civilizzazione. Diverse sue idee sono state riprese dalla nascente antropologia politica, ad esempio:

  • Il fatto che l’evoluzione delle forme sociali e politiche sia stata conseguita attraverso il passaggio da forme di organizzazione basate sulla parentela a forme basate sulla territorialità.
  • La scoperta del concetto di lignaggio (struttura corporativa in cui la forza decisionale del gruppo viene confinata a chi è in grado di risalire da una discendenza comune).
  • Il carattere egalitario delle società primitive e l’assenza in esse della proprietà privata.

Un altro importante lavoro è quello di Rober Lowie ‘L’origine dello Stato’, nel quale egli rifiuta il concetto di Morgan e Maine; sostiene che non tutte le società umane si sono sviluppate secondo le stesse modalità e seguendo la stessa direzione del mutamento.

Tratta inoltre del concetto di territorialità, sostenendo che è a causa delle associazioni territoriali che si è spezzato il dominio delle relazioni di parentela; si è ottenuto poi un consolidamento nel potere centrale così da arrivare ad una massima integrazione sociale. In questo modo, il concetto di territorialità ha costituito il tratto di unione tra le forme politiche pre-statali e quelle statali.

Radcliffe Brown, infine, inaugurò la diffusione di un tipo di antropologia basata sullo studio delle organizzazioni sociali, viste come strutture organicamente interdipendenti, e costituite da funzioni interne (tra cui la politica) che servivano a creare e a perpetuare tipologie di ordine sociale. Questi lavori di stampo strutturalista tuttavia lasciavano poco spazio alla trattazione del mutamento sociale e politico.

Erano basati sul paradigma dell’equilibrio, secondo il quale un sistema politico è una struttura in grado di ricostruire il suo ordine interno, studiando come le varie forze in gioco riuscissero a prevalere l’una sull’altra e a ricostruire sempre forme di equilibrio per non sconvolgere la struttura sociale dalla quale dipendevano.

La svolta: da Edmund Leach alla scuola di Manchester

A partire dagli anni ’40 le posizioni struttural-funzionaliste divennero sempre meno attraenti per gli antropologi. Leach fu uno fra questi critici; riscontrò l’esistenza di 3 tipologie di sistemi politici che non erano in rapporto di equilibrio tra loro:

  1. Sistema quasi anarchico.
  2. Sistema intermedio, con continui sconvolgimenti che determinano instabilità.
  3. Piccolo stato centralizzato.

Leach non approva il modello di equilibrio strutturale proposto dai suoi predecessori, mettendo in mostra la realtà della vita politica vissuta dagli attori locali, anche se non vengono ancora analizzati i conflitti che i gruppi e i singoli mettono in atto per raggiungere potere e prestigio.

Un’altra figura spartiacque è Gluckman, fondatore di una scuola antropologica. Egli critica il funzionalismo, ponendo l’accento sul ruolo strategico degli individui, sui processi decisionali, le strategie di manipolazione da parte di individui e gruppi e il conflitto.

Critica il concetto di equilibrio attraverso la ricerca dell’ordine sociale, sostituendo ad esso l’idea di un processo dialettico e dinamico, in cui le parti dei gruppi politici sono in conflitto. Quest’ultimo serve a generare nuove forme di ordine.

Il nuovo studio delle reti sociali ha permesso all’antropologia politica di uscire da sistemi di tassonomia e categorizzazione strutturaliste per riportare l’individuo al centro dell’analisi. La rete è uno strumento analitico che permette di seguire anche graficamente i cambiamenti nei rapporti di potere, in quelli amicali e semplicemente di parentela attraverso il tempo. La rete è quindi un esempio di come l’ordine sociale e politico costituito possa essere messo in discussione, rafforzato o semplicemente abbandonato attraverso processi di scelta individuale.

Ecologia della cultura e materialismo storico

L’antropologia politica ha avuto origine in Inghilterra, tuttavia, a partire dal 1955 si affermarono in USA nuove posizioni che si distaccavano dall’antropologia tipicamente sociale inglese, per dirigersi verso un’antropologia culturale. Alcune di queste nuove teorie sono di stampo evoluzionista e si rifanno alla scuola dell’ecologia della cultura.

Il fondatore di questa scuola è Steward; egli sosteneva che all’interno dei sistemi socio-culturali esistono delle aree centrali soggette a cambiamento ed evoluzione sulla base della loro interazione con l’ambiente naturale nel quale si trovano. Queste aree sono:

  • La divisione del lavoro.
  • Le dimensioni e la stabilità della popolazione.
  • La distribuzione della popolazione nello spazio.
  • Le regole di residenza.

Un altro studioso vicino a Steward è White, che andava a ricercare all’interno di sequenze evolutive lo sviluppo di forme di proprietà privata, la specializzazione produttiva, la stratificazione sociale, la centralizzazione politica e la specializzazione del funzionari religiosi.

Bisogna notare come l’approccio dell’ecologia della cultura e dell’adattamento culturale si fondino su un substrato metodologico differente rispetto a quello europeo. Gli Stati Uniti, infatti, non hanno sviluppato una conoscenza antropologica legata all’esperienza coloniale come hanno fatto invece in Inghilterra, in quanto qui l’antropologia è nata come studio di popolazioni che già popolavano il continente americano. L’antropologia americana ha privilegiato il concetto di cultura rispetto a quello di società di stampo britannico, in quanto la cultura americana si è creata grazie all’integrazione delle culture di diverse popolazioni.

La scuola del materialismo culturale ha posto le basi per un dialogo più stretto tra tradizione nordamericana ed europea. Pone le sue basi nel materialismo storico di Marx, che suddivide i sistemi sociali in tre livelli strutturali:

  • Infrastrutture = sono la base materiale della società. Sono i campi della demografia e dell’economia di una popolazione.
  • Strutture = funzionalità propriamente sociali di una popolazione (relazioni interpersonali, parentela, forme di organizzazione).
  • Sovrastrutture = ideologia, politica, religione e credenze.

Harris è il principale esponente di questa scuola, egli spiega forme, pratiche ed attività culturali attraverso motivi materialisti (es. in India si venerano le mucche semplicemente perché è troppo oneroso allevarle, tuttavia sono utili per il lavoro nei campi; la politica diviene un riflesso delle prerogativa ecologiche e di adattamento economico).

La scuola dell’ecologia culturale e del materialismo storico hanno avuto due implicazioni importanti negli Stati Uniti:

  • Hanno superato la staticità, proponendo modelli di trasformazione e di cambiamento – in origine evolutivi; ogni sistema culturale si trasforma tramite adattamento, quindi non si studiano più le sue caratteristiche sincroniche, ma questa trasformazione.
  • Si è capita l’importanza di correlare con due campi che permettono di comprendere tutti i processi di sviluppo culturale: la demografia e l’economia. Infatti l’analisi politica delle strutture sociali dipende da una serie di variabili come la tipologia della discendenza, la forza dei legami di parentela, la terminologia della parentela e la produzione.

Teoria processuale e azione individuale

Abbiamo visto come lo studio dei sistemi politici sia passato da un’analisi strutturale ad una processuale. Le tre innovazioni nello studio dei sistemi politici sono state:

  1. Una più netta delineazione dell’ambito di ricerca, abbandonando l’idea funzionalista.
  2. Il considerare gli obiettivi degli attori sociali come definiti dalla trasformazione; ovvero, il mutamento non è meccanicistico, ma determinato dalle scelte degli individui o gruppi che perseguono una particolare strada.
  3. L’analisi di tipo processuale permetterà di svolgere uno studio più allargato, che passerà dai gruppi ai meccanismi di dominazione, di governo e di amministrazione del potere.

Queste tre posizioni hanno generato tre paradigmi teorici:

La teoria processuale

La teoria processuale si occupa dello studio dei gruppi con caratteristiche sociali e culturali specifiche, spesso interconnesse e temporalmente organizzate. Il gruppo si distingue dal campo politico, esso è il campo di azione politica di individui e gruppi che creano alleanze, si muovono all’interno di esse e generano conflitti. Il campo politico è sempre caratterizzato da tensione e dinamismo e all’interno vi si intrecciano competizione e scelta politica.

Il campo politico è a sua volta suddiviso in arene politiche, ovvero aree specifiche di intervento politico in relazione a particolari obiettivi e in cui le regole sono condivise in modo uguale tra i partecipanti, in un rapporto di competizione. Campi e arene politiche sono legati da relativismo, in quanto gli antropologi possono ascrivere liberamente individui o gruppi in essi. Quindi di fatto, i cambiamenti del gruppo sociale provocano cambiamenti in basso, in questi campi e arene.

I mutamenti vengono introdotti con diverse modalità, come attraverso: il potere, la violenza, la coercizione, la legittimità ed il consenso. Questi sono meccanismo culturalmente riconosciuti che spingono gli individui in competizione tra loro ad operare determinate scelte e, tramite esse, ad introdurre importanti mutamenti nei campi politici di appartenenza. Comunque, questi concetti, pur costruendo modelli teorici a valenza universale (es. potere e legittimità), mantengono comunque un approccio processuale e quindi strettamente dipendente dal contesto socioculturale preso in esame, espandendosi soltanto con lo strumento della comparazione.

La teoria dell’azione

Prende in esame la posizione di singoli individui o piccoli gruppi di essi all’interno della sfera politica di interesse. Si vuole ritornare ad analizzare aspetti che fino a questo momento erano stati trascurati. L’individuo è visto come colui che massimizza il potere politico tramite una serie di scelte più o meno razionali che tendono ad esercitare il suo controllo su altri o semplicemente di mantenere la legittimità della sua funzione politica e sociale. Due esempi classici di questa posizione sono:

  • Il dramma sociale = è uno strumento analitico introdotto da Turner nel suo studio sugli Ndembu, una società africana. Egli mira a ricostruire le fasi della competizione politica tra gli individui di questa società. Descrive il conflitto fra due membri della tribù: il capo anziano del villaggio ed un giovane uomo che aspirava conseguire il potere spodestando il primo, offendendolo e ricorrendo alla magia nera. Quando il capo è morto, il consiglio non l’ha comunque eletto. Le fasi del tentativo di ascesa del giovane sono descritte da Turner come una complessa interazione politica definita ‘dramma sociale’. Esso si compie in quattro fasi:
    • Rottura di una relazione sociale.
    • Crisi (e/o allontanamento).
    • Riconciliazione.
    • Reintegrazione e definitivo allontanamento.
    Ognuna di queste fasi è accompagnata da un simbolismo rituale (doni, banchetti, danze) che sanciscono lo sviluppo delle interazioni politiche. La novità sta nell’attenzione al ruolo dei singoli individui all’interno di processi di scelta ed azione politica. Studiare i comportamenti individuali permette di ricostruire l’avvicendamento dei diversi ruoli politici e i conflitti che si generano tra questi e i ruoli sociali. Queste frizioni sono poi risolte per mezzo di rituali e gesti simbolici che scaricano la tensione, evitando la violenza.
  • La politica come gioco = la nozione di gioco politico è stata sviluppata da Bailey; essa parte dal presupposto che ogni cultura sviluppa le sue regole del gioco per la manipolazione politica degli individui. La politica è vista come un gioco di competizione in cui sia le regole che gli obiettivi sono conosciuti e condivisi. Le regole sono di due tipi:
    • Normative = non prescrivono un determinato modo di agire, ma pongono dei limiti alle possibili azioni. Alcune regole sono molto vaghe, come ad esempio l’onestà e l’obbedienza. Servono a permettere un riconoscimento morale e pubblico agli individui.
    • Pragmatiche = sono modi di giudicare se un particolare atto sia efficace o meno (non se sia giusto o sbagliato), cioè se conduca velocemente ad uno scopo. Il problema di queste regole è che spesso non si conformano con quelle normative, lasciando così spazio alla disonestà e all’inganno, perché ciò che conta è il raggiungimento degli obiettivi.
    Quindi se il normale gioco è soltanto da regole normative, il gioco politico va oltre, diventa lotta. Questa prospettiva mette quindi al centro gli individui; bisogna chiedersi chi siano i leader, come riescano ad attrarre e a mantenere il supporto e in che modo prendono decisioni.

La teoria della dipendenza e la teoria dei sistemi

Queste due teorie hanno dominato il periodo del 1970-1980. Spiegano alcuni problemi di ordine mondiale come la povertà o il sottosviluppo e nascono da una critica generale delle prime posizioni sullo sviluppo, incentrate sul paradigma della modernità. Esso aveva giustificato l’intervento diretto di paesi dominanti su altri più deboli che secondo loro avevano bisogno di aiuto.

La dicotomia tra modernità ed arretratezza era presente non solo nel rapporto tra primo e terzo mondo, ma anche all’interno di regioni di singoli stati. Se il paradigma della modernità sanciva una differenza tra stati sviluppati e stati sottosviluppati, la Teoria della Dipendenza, invece, sostiene che sviluppo e sottosviluppo sono due processi organici correlati, come due lati della stessa medaglia. La dipendenza diviene lo strumento per analizzare il rapporto di potere tra Paesi all’interno di un processo di politica internazionale. Una teoria è quella secondo la quale la povertà dei Paesi del terzo mondo sarebbe determinata da processi ineguali di scambio con i paesi più ricchi.

In seguito, la teoria della dipendenza lascia il posto alla Teoria dei Sistemi, la quale sposta l’attenzione dal rapporto di supremazia-dipendenza al flusso di capitali e di potere politico a livello mondiale. Non ci si concentra più tanto sul rapporto fra singoli Stati, ma sui sistemi economici e politici mondiali. Ci sono dieci premesse a questo nuovo approccio:

  1. Tutte le regioni del mondo si trovano in un unico sistema capitalista globale basato su rapporti di scambio e su una distinzione del lavoro fra le aree che si trovano al centro e quelle di periferia.
  2. Il sistema è di tipo capitalista, e i più ricchi si appropriano del surplus.
  3. Le regioni non possono essere analizzate singolarmente perché le loro scelte riflettono le influenze del sistema mondiale.
  4. Il sistema mondiale è suddiviso in Stati nazionali in competizione tra loro per potere ed influenza.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sofia_polly di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Torsello Davide.
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