Introduzione
L’Italia, dopo un apparente miglioramento nel periodo di ‘tangentopoli’, ha visto di nuovo un aggravarsi del già difficile rapporto tra élite e non élite, nonché una crescita della criminalità e del degrado economico. Le élite al potere hanno perso di credibilità e il rapporto di fiducia con il resto della società si è indebolito, alimentando la corruzione del processo democratico. Oggi il nostro Paese attraversa una fase di transizione politica, istituzionale e culturale, caratterizzata da una debole interazione tra politica, società civile e legge.
Vi è un profondo conflitto morale tra chi governa e chi è governato ed è presente un diffuso scetticismo di fronte all’affermazione dei governanti. In questo breve saggio elaborato da Pardo nel 1997, viene esaminato l’approccio delle élite politiche, religiose e intellettuali verso la gente ordinaria, nonché le dinamiche attraverso le quali vengono rappresentati gli interessi dei cittadini. Le problematiche di legittimità si presentano soprattutto nel Meridione, un luogo in cui sono sempre stati incoraggiate forme di accondiscendenza e sono state giustificate politiche inefficaci e controproducenti, presentate come tentativi di offrire soluzione ai problemi dell’esclusione sociale, ma in realtà hanno soltanto discriminato ancor di più le persone. È necessario rivedere importanti principi etici, politici e legislativi.
Rappresentazioni del valore, interessi e responsabilità
La nozione di cittadinanza comprende tutte quelle modalità con cui i valori, gli interessi individuali e collettivi vengono ricevuti nella società, nonché tutti i criteri che definiscono il sistema normativo e il potere in aree specifiche. Lo scopo principale di questo saggio è quello di analizzare questioni centrali nella definizione di legittimo esercizio della cittadinanza e più precisamente di cosa significa essere un buon cittadino. Dobbiamo chiederci qual è il rapporto tra la distribuzione reale e quella ideale di fondamentali diritti, come l’accesso alla giustizia e alla proprietà. Bisogna saper identificare chi rappresenta i nostri interessi e cosa è legittimo e cosa non lo è.
In questo saggio si parlerà di una ricerca sul campo che Pardo ha svolto nel Meridione, in particolare a Napoli; essa è basata sull’osservazione partecipante nella vita quotidiana e in situazioni rilevanti private e pubbliche. I soggetti sono quasi tutti ‘informatori’ che appartengono alla piccola-media borghesia e alle élite; per quanto riguarda queste ultime, la ricerca prende in considerazione le persone protagoniste della politica, delle strutture amministrative e burocratiche, di sindacati e Chiesa.
Viene messa in discussione la moralità assoluta di ideologie politiche e religiose e si sviluppa una prospettiva critica sull’opposizione concettuale tra individuo e società. In pratica lo studio della complessità sociologica napoletana impone una prospettiva pluralista, non ideologica. Il sistema non è qualcosa di immutabile e auto-riproducente, ma è continuamente soggetto (come il potere ed altre variabili sociologiche) a modificazioni che si fondano sul piano economico e più in generale materiale.
I cittadini non sono imprigionati nel sistema, ma le loro moralità, i loro valori e le loro aspettative personali svolgono un ruolo determinante nelle scelte e nelle decisioni del sistema stesso; essi cioè costituiscono la Problematica Strutturante: il potere dell’azione individuale di negoziare ed influenzare il sistema sociale nel tempo. Quindi si pone attenzione all’individuo vedendolo soltanto come una forza collettiva che è in grado di creare cambiamento come risultato di motivazioni ed idee personali.
In pratica la vita degli attori sociali è negoziata, ed essi non sono la causa ed il prodotto della loro marginalità ed esclusione sociale. Ciò dà origine al difficile rapporto che vige tra élite dominanti e gente ordinaria, un rapporto caratterizzato da una cattiva etica della responsabilità nell’esercizio del potere, che contribuisce ad indebolire il rapporto di fiducia tra la società civile e le istituzioni dello Stato. La fiducia deve essere presente da entrambe le parti, è difficile fidarsi di dirigenti che non mostrano di aver fiducia nella cittadinanza e allo stesso tempo è difficile fidarsi della legge se non ci si fida di chi la fa e l’amministra.
Il secondo capitolo
Il secondo capitolo tratta invece della debolezza di quelle opposizioni categoriche che vengono usate per analizzare la moralità della gente comune, oscurando la rilevanza della moralità nell’orientamento sociale dell’azione individuale.
Il terzo capitolo
Il terzo capitolo studia l’interazione tra moralità personale e religione avvalendosi dell’idea che le scelte e le motivazioni degli individui siano razionali; inoltre vengono presi in considerazione i valori che soggiacciono nelle diverse articolazioni della fiducia.
Capitoli quattro e cinque
Nei capitoli quattro e cinque, invece, vengono trattati i problemi che la fiducia porta con sé e il rapporto tra valore ed interesse nell’esercizio del potere e della cittadinanza. Viene presa in considerazione la continua erosione dell’autorità politica che si sta verificando ai giorni nostri, nonché la destabilizzazione del rapporto simmetrico di obbligazione tra elettori ed eletti. Verranno presi in esame casi in cui i politici locali hanno fatto uso di una retorica affabulato ria ed hanno operato scelte a sostegno di manipolazioni, sollevando interessanti questioni di legittimità.
L’individuo nella società e i problemi del prospettivismo forte
Nelle società occidentali si è largamente affermato il modello Fichteano dello studioso che si impegna attivamente nella società. L’analisi di un’intellettuale è al tempo stesso analisi politica, e in quanto tale può avere risvolti politici anche immediati. Vi è quindi un’opposizione tra un approccio indipendente ed uno dettato da interessi di parte. È difficile capire se vi sia quindi responsabilità intellettuale nel processo di stereotipia che è ancora in atto al Sud, per questo esso è un importante oggetto di ricerca antropologica.
Sin dai tempi dell’Unità d’Italia si è consolidato lo stereotipo che i meridionali sono politicamente e socialmente rozzi, nonché individualisti, arretrati ed inclini a clientelismo e corruzione: insomma, gente di cui non ci si poteva fidare. Pur essendo teoricamente discutibile, questo determinismo culturale è rimasto largamente indiscusso e più o meno esplicitamente incoraggiato dalle generazioni successive che hanno scritto sull’Italia, continuando a ripetere gli errori di chi li aveva preceduti.
Così si è ritualizzata l’immagine distorta della società meridionale secondo la quale le élite di queste zone sarebbero dei falliti che non sono in grado di costruire un’alternativa credibile e durevole alla difficile situazione in cui versa questa parte del Paese. I meridionali sarebbero i parassiti della società italiana, che contribuiscono a distorcere il già difficile legame tra burocrazia e democrazia. Li si ritiene colpevoli di essere a lungo sfuggiti alle proprie responsabilità, preferendo assoggettarsi ad una confortevole subalternità al Nord.
La società meridionale sarebbe minata da una diffusa corruzione che si affiancherebbe alla criminalità e sarebbe dominata da un mondo finanziario disponibile a consentire l’immissione di denaro sporco nel normale flusso degli affari. Questa argomentazione fornisce una lettura semplicistica ed idiosincratica di una situazione composita e generalizza delle caratteristiche che potrebbero riferirsi soltanto ad una piccola parte della società. Si sorvola sul fatto che la maggior parte dei cittadini ha vissuto politiche di élite ora flessibili e clientelari e ora rigide, dirigiste e selettive.
Inoltre ci si dimentica del fatto che spesso i fattori frenanti sono altri; problemi che potrebbero essere risolti con l’aggiornamento, la consulenza, la costruzione di strutture adeguate e cercando di bloccare lo spreco di risorse causate dall’inefficienza amministrativa e dall’incompetenza.
Dinamiche di legalità e legittimità nell’esercizio della cittadinanza
Nelle società occidentali la legge dello Stato spesso coesiste con sistemi normativi non ufficiali: insiemi di costumi, regole di comportamento ed ordini morali anche non scritti che possono obbedire a principi diversi da quelli che soggiacciono al diritto formale. In molti casi questi sistemi godono di un buon grado di articolazione e legittimità tra la gente ordinaria e la loro completa attuazione è probabilmente irrealizzabile. La sociologia di Weber offre notevoli spunti di riflessione sul principio della ‘legge come legge imposta’.
Raramente il diritto ufficiale gode di totale dominanza sui sistemi normativi non ufficiali; i meccanismi del diritto ufficiale sono determinati dal più ampio contesto morale, politico e legislativo e dai cambiamenti attraverso cui si definisce nel tempo. I sistemi normativi ufficiali e non ufficiali sono espressioni di strutture morali e di pensiero che possono articolarsi su basi diverse ma è inevitabile che ci siano estrapolazioni ed influenze reciproche tra le due realtà normative.
Queste riflessioni possono essere applicate alla realtà napoletana, dimostrando che la legge formale regola il controllo parziale di un ordine parziale. Il diritto e la politica non possono permettersi di essere debolmente legati o imposti al contesto sociale; e i suoi rappresentanti non possono ridursi al ruolo di agenti di una giustizia burocratizzata.
L’idea che i napoletani hanno di ciò che è legittimo può non sempre corrispondere alla definizione formale; pratiche di fatto illegittime possono essere incontestabilmente legali. Vi è una tensione fra la razionalità giudiziaria e la razionalità della gente ordinaria; ci sono azioni semi-legali che vengono totalmente descritte come non disoneste e vengono praticate come alternative ad inutili proibizioni o come risposta ad esigenze non soddisfatte dal mondo ufficiale. Non vi è una distinzione assoluta tra ciò che è legale e ciò che è illegale, tanto che l’illegalità viene spesso soggetta a negoziazioni nella realtà empirica.
Anche le azioni improprie a volte non minacciano l’ordine morale, economico e sociale della vita quotidiana; anzi, in molti casi contribuiscono al suo rafforzamento. Analizziamo ora il rapporto tra le motivazioni che caratterizzano i diversi livelli di illegalità e la censura o la legittimazione che derivano da ciascun livello. Ne emergono principi che contribuiscono a rendere meno ambivalente l’atteggiamento di molti nei confronti della legge.
Molti giovani rivedono l’idea di ‘saperci fare’ come la capacità di gestire la propria esistenza sviluppando iniziativa personale ed abilità imprenditoriale nel costruire e gestire risorse di vario tipo, senza essere necessariamente spietati; chi ci sa fare migliora la propria esistenza e quella della sua famiglia.
Come abbiamo già detto, la relazione tra moralità, scelte individuali e norma produce più che dei suggerimenti da tradurre in leggi e in programmi politici. Analizzando il senso che la gente ha del bene e del male, del giusto e dello sbagliato ci permette di distinguere fra comportamenti illegali e condannabili da quelli illegali ma leciti.
Queste strategie di vita mostrano la necessità della popolazione di sviluppare svariati contatti con il mondo dei criminali, che nella comunità locale vengono definiti ‘codardi’, perché usano la pistola ma si fanno proteggere da chi è più potente di loro. I loro valori e stili di vita sono ben lontani dal soddisfare i criteri del ‘saperci fare, li si considera fatalmente corrotti dal vantaggio che deriva loro dal denaro sporco che riciclano. Sono marginalizzati dal normale flusso della vita quotidiana, tuttavia vengono mobilitati come risorse in circostanze estreme, quando non ci sono alternative, in forma occasionale o temporanea.
Si riconosce che essi non solo danno poca garanzia di successo, ma personificano anche risorse potenzialmente pericolose.
Tra legalità ed illegalità: imprenditorialità e dinamiche dell’esclusione
I Napoletani fondano il loro sostentamento sia sulla pratica del lavoro formale che su quella del lavoro informale (lavoro nero). Tuttavia sarebbe scorretto definire quest’ultima pratica come segno della degenerazione della società civile; ne va invece compresa la dimensione etica.
Il mondo del lavoro oggi è diventato sempre più complicato e non esclude situazioni liminari che si collocano in un’area grigia tra le definizioni di legalità e di illegalità. I Napoletani dicono di essere costretti ad operare informalmente a causa dell’eccessiva regolamentazione e degli alti costi a cui è soggetta l’impresa, in questo modo mostrano inconsapevolmente il loro controllo morale e pratico sul rapporto tra trasgressione e ordine.
Il popolo napoletano, inoltre dà un grande peso alla famiglia, che è vista anche come vera e propria impresa collettiva, ma anche ad ampie relazioni che si estendono ben oltre i confini del vicinato. Comunque queste persone lavorano sodo per guadagnarsi da vivere anche ben oltre il livello di sopravvivenza. Molti sono occupati nel lavoro pubblico, mentre è opinione diffusa che il lavoro dipendente imponga eccessive restrizioni, con ambiente inquinato e cattivi guadagni.
Il lavoro indipendente e la libera impresa, invece, vengono visti come attività meritorie ed economicamente e moralmente gratificanti. In generale, nel Meridione, svolgono un ruolo dominante valori ed attività non industriali. È presente un orientamento al mercato e alla libera scelta e azione, con una profonda antipatia per la burocratizzazione dei rapporti sociali.
Per questo si è giustificata l’assenza di investimenti e il fallimento dei tentativi di costruire le infrastrutture necessarie ad uno sviluppo sostenibile. Questa immagine di un Sud Italia che non vuole essere aiutato e portato ai livelli del Nord, ha così creato rappresentazioni sproporzionate del rischio, che hanno giustificato soluzioni sconvenienti per la comunità locale ed hanno interferito con l’investimento di risorse. Così si sono consolidate politiche basate sulla premessa che gli imprenditori locali siano collusi con il crimine e la corruzione, e che ci decide di operare al Sud dovrebbe sapere che si espone a rischi eccessivamente alti, rafforzando così l’esclusione e la diseguaglianza.
Nel prossimo paragrafo si tratterà di come i meridionali gestiscano la relazione tra il livello personale e il livello comunitario nella loro vita.
L’opposizione tra individualità ed individualismo: i valori di pluralità
Il rapporto tra pubblico e privato è sempre mediato e soggetto a cambiamenti culturali e contestuali, quindi di fatto l’interazione tra moralità ed interesse personale è negoziabile. L’azione individuale può essere di due tipi: quella senza alcun valore civico motivata da interessi strumentali ed egoistici e quella che appaga l’interesse personale sul piano pratico e morale. Dobbiamo quindi chiederci se ‘orientato in senso individuale’ significhi necessariamente individualistico.
Secondo il concetto di pluralità di Hegel essere umano significa essere parte della comunità umana, da solo l’uomo è inesistente. Questo concetto dimostra che:
- La partecipazione ad azioni di massa formalmente organizzate mostra che si è buoni cittadini, mentre il perseguimento di individuale di obiettivi è moralmente reprensibile ed antisociale.
- Le politiche di elargizione di elemosina al Sud e i tentativi di strumentalizzare il disagio di molti verso la burocrazia possono essere spiegate secondo il concetti di pluralità
Questa prospettiva presume un rapporto etico, non negoziabile tra valori, norme sociali ed interesse personale, svolgendo un ruolo decisivo nella definizione dominante di appartenenza, non appartenenza o appartenenza immeritevole alla società. Di fatto però non ci troviamo di fronte a condizioni predeterminate di cultura che si riproducono, anche se spesso la gente lo crede e così contribuisce a rafforzare i fondamenti della propria subalternità. Perciò seguendo questa linea si è ampiamente sottovalutato il carattere socialmente orientato dei napoletani. La concezione di cultura è stata presa troppo rigidamente, creando una sorta di disprezzo verso una morali
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