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Sunto per l'esame di Antropologia culturale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del testo consigliato dalla docente Rossi, Gli argomenti trattati sono: Michael Herzfeld - Pom Mahakan: umanita' e ordine nel centro storico di Bangkok,lina gebrailthan: le politiche del passato in libano. Identità ferite in gioco, chiara alfieri: rappresentazioni del territorio e questioni patrimoniali... Vedi di più

Esame di Antropologia culturale docente Prof. E. Rossi

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ESTRATTO DOCUMENTO

produzione di sentimenti identitari fondati sul meccanicismo strutturale dell'intimità culturale: e ha iniziato a sottolineare la

peculiarità dei sentimenti nazionalisti italiani, obbligati a costruirsi attraverso l'accettazione della molteplicità delle

appartenenze locali e della loro effettiva capacità di incrinare un'unità statale. In quest'ottica la produzione di livelli di identità

intimi, condivisi, sul versante interno, segreti e a volte imbarazzanti, sui versanti esterni, è sembrata all'autore la dimensione

centrale della vita sociale e politica. Le persone intervistate dall'autore, vinta l'iniziale resistenza, hanno compiuto un processo

di "auto-violazione" dell'intimità, fatta del continuo svelamento di piani sempre più nascosti e ufficialmente "indicibili" della

realtà locale. Il paese di Militello è infatti caratterizzato dall'antagonismo fra "partiti religiosi" (parrocchie). La percezione

degli abitanti dell'"esterno" è diversa: lo Stato è visto come assente, e nel contempo percepito come facilmente manipolabile,

la città di Palermo, vista come lontana e non interessata ad altro che alla protezione dei propri interessi, e Caltagirone, città

sede di un vescovado che ha avuto contrasti coi paesi. Anche l'Europa è esterno, ma è vista più positivamente. Evans Pritchard

(1975) parla di aree di intimità relativa tra loro alternate e/o complementari. Guardato dall'esterno, Militello ci appare come

un paese integro e compatto, campanilisticamente, contrapposto ad altri analoghi paesi, mentre, se lo osserviamo dall'interno

ci appare anche esso come dominato da forze fazionali e segmentarie. Nel processo di produzione di livelli di aggregazione

istituzionale e identitaria, la comunità e il paese, non costituiscono un punto fermo e neutro, e la lotta fra campanili, prima

di essere uno scontro fra paesi, è uno scontro interno al paese. Le loro valenze sono nascoste a uno sguardo esterno, e

quando le passioni portano ad azioni cruente, i giornalisti le presentano sempre come azioni anacronistiche, retaggi del

passato. Ma la "guerra dei santi", per i Siciliani, è radicata nell'anima quanto la cerimonia della "scisa a cruci", la cerimonia di

deposizione della statua del Crocifisso: entrambe le manifestazioni sono "oggettivazioni culturali", ma ciò viene celato allo

sguardo esterno, e nello stesso tempo esibito attraverso la messa in scena rituale è un intimo e pulsante cuore della comunità.

L'intimità culturale dei partiti è enormemente frazionata, soprattutto nei contra-partiti, che ai partiti parrocchiali si

oppongono: si individuano infatti cerchie sempre più ristrette di persone, tra loro solidali nel conseguimento di strategie

comuni e pronte a designare spazi ancora più ristretti di intimità. Tali caratteristiche sembrano permeate da una spinta

corrosiva, capace di manipolare senza sosta i rapporti fra antecedenza e posteriorità, verità e falsità, e tutte si rivelano

contestabili e relative. Espressione diretta e mediatori in questa lotta sono i beni culturali, perché, per quanto il loro valore sia

istituzionalizzato, la patrimonializzazione non ha impedito l'addensarsi in essi di più piani di senso, riflettendo la

stratificazione e la frammentazione delle persone della zona e catalizzando i conflitti.

CLASSIFICAZIONI UNESCO E GERARCHIA GLOBALE DI VALORI: su questo quadro istituzionale e patrimoniale instabile,

la burocrazia UNESCO ha proiettato la propria griglia di valutazione, una griglia oggettiva, classificatoria, caratterizzata dalla

logica formale e astratta. Infatti quello disegnato dalla WHL appare come uno spazio globale immaginario, nella quale ogni

singolo bene iscritto si pone come un'icona patrimoniale, idealmente paritetico delle capacità umane. Tale spazio

patrimoniale rivela l'esistenza di un'immaginazione burocratica e normativa per la quale il mondo è articolato in diversi livelli

istituzionali gerarchicamente differenziati e reciprocamente incapsulati. L'umanità viene garantita dall'apparato burocratico

Unesco, gli Stati sono presentati come produttori di beni, vengono cioè oggettivati. Un terzo livello di articolazione è quello

delle comunità locali e dei cittadini, che l'UNESCO ritiene ideali, e non problematici portatori di valori egemonici e

universali, concretizzati negli oggetti patrimonializzati. A livello etnografico notiamo che l'Unesco, idealizzando il bene, non

vorrebbe che da esso trasparisse la tensione di cui è oggetto. La definizione di "bene culturale" (e l'unesco in ciò segue un'idea

occidentalista) presuppone l'oggettivazione culturale, e una simile operazione si lega prevedibilmente all'individualismo

possessivo, attraverso la quale, nelle moderne società statali euro occidentali si costituiscono e rappresentano le identità

sociali. Espressione diretta di una gerarchia globale di valori, che pretende di imporsi su scala globale, tale processo appare

guidato dalla logica della cultura come possesso che attribuisce ulteriore concretezza all'identità. I beni si costruiscono, da un

lato come immagini simboliche si, ma dall'altro vengono mercificati come attrazione turistica. Delle realtà e del valore di tali

culture oggettivate i progetti di patrimonializzazione nella prospettiva UNESCO, devono tener conto, mettendo a punto

piani di gestione capaci di mediare fra esigenze tra le esigenze di una corretta azione scientifica, quella di un rispetto etico-

relativistico della diversità e le richieste di sviluppo provenienti da comunità locali. Senza queste strategie relativistiche e

socialistiche l'ideologia ufficiale ritiene che qualsiasi progetto di heritage management correrebbe il rischio di rivelarsi

inefficace.

UN PIANO DI GESTIONE SEMIUFFICIALE: tra gli eventi in qualche modo connessi all'iscrizione delle otto città tardo

barocche alla WHL alcuni avvenuti negli ultimi mesi sembrano, secondo l'autore, definire con precisione una situazione

politico culturale particolarmente dinamica: la costituzione del distretto culturale del Sud-Est, le lezioni del 2005 (con

prevalenza degli autonomisti), l'iscrizione dell'area di Siracuas alla WLH, la polemica esplosa fra l'Unesco e l'ARS (assemblea

regionale siciliana), poiché l'ARS non eraa intenzionata a impedire le trivellazioni di una ditta petrolifera americana sui

territori patrimonializzati dall'Unesco. (e la stessa Sicilia appare come una delle zone più patrimonializzate). In questa serie di

eventi ha assunto un'importanza particolare la compilazione di un Piano di Gestione economica e politica, e richiesto

dall'Unesco e dall'ICOMOS, i quali non avrebbero accettato la candidatura della zona della Val di Noto senza quel

documento.. L'invito della burocrazia unesco a fornire precise indicazioni sui modi e la volontà di gestione del patrimonio,

parve essere prontamente recepita o in loco. Già nel Gennaio 2002 fu trasmesso all'ICOMOS un dossier contenente un

concordato fra MIBAC e assessorato ai beni culturali della Regione Sicilia, in cui si definivano i criteri e i metodi per

l'attuazione del piano di gestione. Il documento, intitolato "Val di Noto Managment: targets and structures" conteneva le

linee guida di un piano, e fu elaborato in tempi brevi (novembre 2001/Gennaio 2002) da uno staff formato da funzionari

del MIBAC e da funzionari della Soprintendenza di Siracusa, nonché da esponenti di un'associazione privata dell'ambito:

Consorzio Civita. La ricerca de e la nomina dello staff fu pure quella fonte di conflitti, : una volta messi a conoscenza i

comuni della necessità di redigere questo documento, il sindaco e l'assessore d alla cultura di Militello proposero di affidare il

lavoro a una cooperativa di Roma (legata al centro-sinistra), ma il consiglio decise per lo stesso Consorzio Civita, causando

dure reazioni da parte della delegazione di Militello. Altrettanto sgradito ad alcuni degli otto comuni fu il suggerimento

avanzato dallo staff di rivolgersi al centro internazionale di studi sul Barocco per la compilazione delle schede, che invece

furono realizzate da persone legate ai rappresentanti dei comuni. Nel Giugno 2002 arrivò l'esperta a Militello, e là, le fu quasi

impedito di catalogare la parte urbanistica del paese, mentre fu portata a spasso per il paese e fu invitata a una cena. Lei

continuava a parlare dei futuri sviluppi del piano e sulla necessità di coordinamento, ma non era molto ascoltata. Nel 2003

Mariella Muti presentò in un suo testo l'informazione che il piano era pronto, ma non era ancora stato consegnato

all'Unesco. Il piano è organizzato in quattro parti: un'introduzione, la parte urbanistica e architettonica, compilata da Tatiana

Kirilova Kirova, una parte di pianificazione economica, effettuata da Pietro Antonio Valentino. e una conclusione. Il testo si

apre già con una manipolazione, riportando nell'introduzione che "la Val di Noto identificava un tempo uno dei tre ambiti

territoriali in cui era divisa la Sicilia": l'espressione diviene un indicatore geografico, amministrativo e territoriale ovvio, e da lì

una realtà attuale. Il Val di Noto, quindi, diviene etichetta identificante un territorio attuale, presentato come più vasto

rispetto a quello storico, e una volta ridefinito, in in termini politicamente creativi, la Val di Noto il piano passa a precisare i

contenuti patrimoniali dell'area. Le schede, piuttosto complesse, sono state compilate da addetti dei diversi comuni e

presentano una classificazione della realtà patrimoniale piuttosto classica, dove a trovare maggior spazio sono i beni artistici e

archeologici, con la sezione etnografica ridotta a una lista di feste patronali( speso indicate, come le chiese, a coppie) e sagre

paesane. Non c'è stato nessun tentativo di mettere in relazione questi beni fra di sé: la loro presentazione è distratta, casuale,

frutto di un assemblaggio. Non c'è neppure un tentativo di comprendere la natura dello spazio e delle relazioni socio

politiche: le chiese, le feste, i monumenti, sembrano muoversi in uno spazio "vuoto", come se non fossero connessi alla vita

del territorio, ma fotografati nella loro immobilità. Se la pratica social viene trasformata in identità e reificata, deve fungere da

docile supporto all'azione delle agenzie di patrimonializzazione e all'immaginazione dei suoi pianificatori. Contro questo tipo

di argomentazioni, lo sguardo intrusivo dell'etnografia ha mostrato la complessità dei piani di senso che si agglomerano

dentro usi eccentrici degli oggetti concreti del passato.. Non è un caso, però, che la parola "identità" compaia nel piano ,

poiché essa viene usata per trasformare la peculiarità del patrimonio in un "prodotto omogeneo". Nella terza parte del piano

di gestione, nella quale si definiscono le potenzialità e le linee di pianificazione dell'economia dell'area il riferimento

all'identità del territorio è costante. . Gli strumenti del piano e delle schede, al di là della loro efficacia come in termini

gestionali e di pianificazione, hanno comunque l'effetto, non più esplicitato, di ribadire il carattere "reale" della ricostruzione

burocratico-intellettuale, trasformandola addirittura in merce. Le "collettività locale"b sono evocate più volte, ma attraverso

retoriche che svelano i presupposti ideologici dello sguardo loro rivolto. Per esempio viene suggerita, data l'assenza nell'area

di strategie di valorizzazione, una maggior partecipazione della popolazione , per rendere più forte il legame fra collettività

locali e risorse del territorio. Sembrerebbe così che le collettività non riconoscano l'importanza patrimoniale del loro

barocco., e occorrerebbe quindi una loro "crescita d'identità" (azione che richiama l'idea di un atto magico). Come

antropologo della post-modernità, l'autore trova questo quadro di estremo interesse. Del resto la domanda dalla quale era

partita l'analisi degli effetti della patrimonializzazione sulla Sicilia sudorientale riguardava proprio la possibilità che Val di

Noto potesse trasformarsi in spazio di immaginazione istituzionale e aggregazione identitaria. E' difficile, soprattutto,

cogliere l'asprezza del conflitto in atto sulla scena politica siciliana, conflitto strettamente e direttamente connesso con le

vicende stesse dell'elaborazione del Piano e con il sorgere di rivendicazioni neoautonomiste che, partite da quest'area stanno

interessando tutta la regione. Il concetto di "identità" che viene fuori dal piano è di realizzazione di un effetto di

nascondimento della complessità allo sguardo degli osservatori esterni.

IL DISTRETTO CULTURALE VA ALLA GUERRA

Quando esplodono tensioni politiche è molto più difficile occultare i conflitti e gli interessi tornano a dare vita intima alle

rappresentazioni ufficiali. Nelle pagine del piano si trovano definite le coordinate concettuali formali e operative del distretto

culturale del sud est (DCSE) prima associazione di questo tipo creata in Italia, che ha veicolato e allo stesso tempo è stata

vittima di tensioni molto forti: Nasce nell'ottobre del 2002 a Catania e comprende i rappresentanti degli 8 comuni quelli

delle province delle sovrintendenze della politica e del mondo intellettuale, uniti nella volontà di essere coesi nella gestione

del sud/est siciliano. L'adesione al distretto è una scelta politica precisa che implica da parte dei sottoscriventi l'accettazione

del piano e dei numerosi vincoli che esso comporta e che non tutti sono disposti ad accettare. La costruzione di una

associazione era divenuta oggetto di discussione già durante la fase di valutazione della val di noto, quando si erano riuniti i

rappresentanti degli 8 comuni delle 3 sovrintendenze delle 4 diocesi e l'assessore ai beni culturali per definire un accordo di

programma comune. La parziale bocciatura unesco della primavera del 2001 giunse a frenare l'iniziativa di coordinamento

giunta dal basso, in un memento particolare, ovvero nel momento in cui il centrodestra aveva vinto l'elezioni nazionali. Il

cambio di maggioranza portò a un ricambio dell'intero personale politico che nei 4 anni precedenti si era speso per la

formalizzazione della candidatura unesco. Un personaggio chiave in questo processo fu l'assessore per i beni culturali e per

l'istruzione Fabio Granata eletto con AN. Accanto a lui agiva il sottosegretario ai BC Nicola Bono. Granata faceva della

rinascita culturale della val di noto una questione connotante la propria azione politica ed individuava nella tutela dei BC il

fondamento di un neoautonomismo siciliano. Nei 4 anni della sua gestione l'assessorato ai BC si è caratterizzato per la forte

volontà di tutela e valorizzazione del patrimonio, non sempre condivisa all'interno dell'amministrazione. Per questa energia

Granata ha ricevuto consensi da entrambi gli schieramenti, nonché di molti intellettuali siciliani. L'immagine che si intendeva

proporre sul mercato è quella di una Sicilia colta, metà privilegiata e celebrata dai viaggiatori dei gran tours, pronte a diventare

meta dei neo gran tours, luogo di bellezza e civiltà, spazio ideale di identificazione. Il suo è un neosicilianismo colto ed

eclettico che coniuga identità storica, slow food, grandi famiglie produttrici di vini, e treni del barocco, modo di valorizzare il

territorio molto vicino alle destre europee. Del back stage politico non si accorgono né i turisti né gli esterni alla realtà

siciliana di cui viene commercializzato il lato solare e nascosto il lato oscuro. Oltre a Granata, le critiche di elitismo, hanno

colpito anche Ferruccio Barbera suo consulente alla comunicazione. Nonostante questo, secondo l'autore , la politica di

Granata si è sempre dimostrata accorta e attenta alla costruzione di reti in grado di gestire le risorse connesse a fette diverse

della torta patrimoniale. La creazione del movimento "il vento" e la vicinanza tra AN e associazioni ambientaliste sono state

considerate operazioni politiche interessanti ed eclettiche, e anche lo stesso distretto sembra aver rappresentato uno spazio di

sperimentazione politica. Ci fu un conflitto anche sull'entrata di Siracusa nelle liste unesco osteggiata da alcuni centri perché

si temeva che rallentasse il processo di patrimonializzazione degli altri territori, mentre invece ha rappresentato un punto

forte di patrimonializzazione.

SICIALIANISMI, DEMONI E PUTTI BEAT.

La natura polemica e conflittuale del territorio è stata assente sia nelle retoriche ufficiali sia nel piano. La polemica fra

l'assessore Granata e l'assessore Pagano fa parte di un quadro politico sempre più in fibrillazione agitato dalle regionali e

amministrative del 2005 con la sconfitta dei partiti di governo e con l'incrinarsi in Sicilia del monopolio della Casa delle

Libertà. In tale scenario si inseriscono l'elezioni comunali di Catania, risultate in controtendenza con la rielezione del sindaco

uscente Scapagnini. Nel corso del 2004 emerge sulla scena l'europarlamentare Raffaele Lombardo che inizia a mettere a

punto una strategia fino a creare un movimento autonomista (MPA-movimento per l'autonomia) e a vincere le elezioni

comunali catanesi. Quel sicilianismo che con Granata intende configurare una declinazione colta, estetizzante,

neopatrimonialista e neoambientalista di AN, si trasforma in Lombardo e in parte in Musumeci (coordinatore regionale di

AN e fondatore di un altro movimento autonomista Alleanza Siciliana) in una radicalizzazione tattica. Il sicilianismo di

Lombardo (che si fonda su un consenso sociale compatto soprattutto nei quartieri periferici più interessati dal clientelismo)

non è quello colto di Granata né quello egemonico di Pagano, ma è piuttosto una rivendicazione di autonomia

amministrativa strutturale in linea con le più antiche tradizioni dell'indipendentismo siciliano i concetti di identità di storia,

di tradizioni sembrano assumere un peso, una forza, una connotazione differenti e più rischiosi. Più di un secolo fa Gramsci

parlava a proposito di un testo di Orlando del carattere bifacciale delle strategie attraverso le quali uomini politici e

intellettuali siciliani in quella fase storica cercavano di mettere in relazione ideologie e pratiche ufficiali e nazionali a un lato e

rappresentazione e azioni intime dall'altro. Vediamo come Gramsci avesse ben chiara la natura di alcune delle forze latenti,

demoniache, che si agitavano sotto le retoriche sicilianistiche, forze qui faceva riferimento nei suoi scritti. Il separatismo

ideologia mai del tutto spenta e che riemerge ciclicamente in alcuni segmenti sociali dell'isola, sembra comunque opzione

marginale sulla scena politica. I politici e gli intellettuali, come la gente comune continuano a rivelarsi maestri nel gioco di

svelamento/occultamento continuo e conflittuale di forme ufficiali e franche di appartenenza. Proprio come i Putti Beat,

non demoni certo ma pur sempre spiritelli, metà pietra e metà erba, che l'autore ha incontrato spesso durante le sue ricerche

nel sud est.

DOMINIQUE POULOT-ELEMENTI IN VISTA DI UN'ANALISI DELLA RAGIONE PATRIMONIALE IN

EUROPA, SECOLI XVIII/XX

Constatiamo a ogni istante il progresso della patrimonializzazione senza che l'intelligenza collettiva se ne renda veramente

conto. Una simile predisposi<ione al sacrificio, infatti, sia di risorse, che di lavoro, che di tempo, si esercita in vista di una

salvaguardia delle tracce del passato, ma di una tutela che al giorno d'oggi prende la forma di un'impresa quasi senza limiti. A

partire dal 1980, infatti, il patrimonio è stato definito da alcuni responsabili del ministero della cultura francese come

comprendente tutti gli oggetti del passato. Nella modalità di finzione o dell'interrogazione filosofica abbiamo visto fiorire

saggi sull'eccesso di monumenti e musei, che andrebbero, secondo alcuni, selezionati, e distrutti gli esclusi. Esaminare il

gesto patrimoniale in seno alla storia significa pensare i principi e gli inquadramenti, invece, cui è sottoposto senza che la

forma di questo inquadramento sia mai definita a priori. . In questo caso il patrimonio sembra fornire un campo di

applicazione privilegiato per riprendere tre questioni: quella dello sguardo rivolto a oggetti materiali, che occorre reperire,

quella legata al regime patrimoniale elaborato a poco a poco, infine, quella dell'etica e dell'estetica che ne derivano.

IL PATRIMONIO, LA MEMORIA, LA CULTURA: La storia della trasmissione del patrimonio che si rifà alle leggi della sia

protezione , alla loro modalità di applicazione, ai criteri di intervento, è molto spesso ricostruita sia nell'ambito dei compiti

professionali, sia in occasione di anniversari o retrospettive, oppure in casi di militanza contro atti di vandalismo. Nel primo

caso all'idea di patrimonio sarà legata la celebrazione del Paese, della sua Storia, delle sue tradizioni e letteratura, mentre nel

secondo si punterà più sui problemi legati ai beni culturali e a ciò che lo Stato NON fa per proteggerli. Se riflettiamo,

vediamo che queste posizioni sono entrambe le facce della stessa medaglia, poiché entrambe creano una visione del

patrimonio illusoria, riunendo sotto il termine "patrimonio" elementi che non ne facevano parte in precedenza. La nozione

di patrimonio nella sua evidenza attuale si è imposta solo alla fine di un complesso processo di conservazione e di lunga

durata e profondamente culturale. Questa nozione è frutto di una complessa dialettica di conservazione e distruzione ed è

elaborata in parallelo all'atto di inquadrare talune opere a un certo momento della loro storia, inquadramento trasmesso e

usato e dimenticato di generazione in generazione, in cui, a suo modo, ognuno di questi atti implicava e copriva gli altri. Il

patrimonio rinvia sempre a due modelli: o alla riflessione dotta o alla volontà politica. Pierre Legende chiama questa

demarcazione come "l'atto di trasmettere, cioè in definitiva, i montaggi fittizi che rendono possibile che un tale atto avvenga

e sia ripetuto attraverso le generazioni". Oltre a legittimare il potere grazie al ricorso alle origini come giustificazione

dell'ordine storico, l' atteggiamento patrimoniale comprende due aspetti fondamentali, : l'assimilazione del passato e la

ricreazione anacronistica, aggiungendo la relazione di fondamentale estraneità che intrattiene simultaneamente qualsiasi

presenza di testimoni di ciò che è passato.

IL PATRIMONIO:UN'ESPRESSIONE TRADIZIONALE DELLA CATENA DELLE GENERAZIONI: il diritto romano, che ha

formato una parte della oscienza occidentale, considera il patrimonio come l'insieme dei beni familiari intesi non secondo il

loro valore economico, ma secondo la loro condizione di beni trasmittibili. Infatti nella cultura del patrimonium, la norma

sociale voleva che ciò che si possedeva provenisse dall'eredità paterna, ed era mal visto il fatto di interrompere una catena di

trasmissione di cui l'istituzione familiare era pubblicamente investita. Vediamo quindi che nel significato originale, il

patrimonio non corrisponde a un tesoro o un capolavoro.

IL PATRIMONIO, FIGURA DELLA CONDIVISIONE DELLE OPERE DELLA CULTURA: Dalla definizione antropologica che

Tylor espose in Primitve Culture del 1871, cioè l'insieme della vita simbolica di un gruppo o di una società, Passeron (1991)

dice che essa presuppone l'esistenza di un'entità omogenea capace di operare in modo omogeneo in tutto ciò che fa sentire a

coloro che vi partecipano. Propone quindi di identificare la cultura in tre significati: la cultura-stile (insieme di modelli di

rappresentazione e pratiche), la cultura dichiarativa (rivendicazione di un'identità di gruppo) e cultura come corpus (universo

simbolico di un gruppo sociale. Secondo tale configurazione, il patrimonio si definisce nella lunga tradizione del

collezionismo. Con lo sviluppo di una circolazione legata al mercato, vediamo infatti come l'importanza dell'attribuzionismo

aumenta. Wendy Griswold invece parla di almeno cinque tipi di ricezione di oggetti culturali: interpretazione, successo,

impatto sul territorio culturale di riferimento, canonizzazione e durata, valori che sono necessariamente in relazione gli uni

con gli altri.

IL PATRIMONIO FIGURA DELLA COSTRUZIONE NAZIONALE: così ogni atto di formazione del patrimonio è

accompagnato sa saperi eruditi, specializzati, capaci di legittimare un certo intervento o di combatterlo. Il patrimonio, in altri

termini, è u n lavoro. Ritroviamo l'aspetto di una cultura dichiarativa, parlando come Passeron, quando il patrimonio prende

la sua forma moderna con al lotta alle distruzioni di tutti i generi. , qualificate ormai come vandaliche. E' questa

mobilitazione che lo legittima e gli fornisce il suo principio intimo di generazione al ritmo dei tagli statali. Verso il 1850 in

Europa la letteratura del patrimonio iniziò a mischiarsi on la tipologia ragionata delle distruzioni e delle minacce di ogni

tipo. Il patrimonio dipende concretamente dall'inquadramento degli oggetti, dalle delimitazioni di ciò che è venerabile e ciò

che è ormai caduto, e tale relazione specifica tra una comunità e determinati oggetti non implica né la questione della

visibilità o meno degli oggetti, né quella del loro interesse. Nello stesso momento, però, il patrimonio si iscrisse nella volontà

generale di fondare delle relazioni per tutto il XIX secolo, rispetto alle rappresentazioni gerarchiche e regolative dell'epoca

precedente. L'appropriazione ha luogo attraverso il riferimento alla comunità immaginaria e la salvaguardia del patrimonio è

generalmente abbinata all'idea di progresso. Il passato patrimonializzato rappresentava idealmente l'identità, la continuità e

l'unità. Questo è quel che avviene con l'invenzione di antenati fondatori, con l'affermazione di una lingua e letteratura

comune, con la creazione del folklore.. Il caso francese illustra ciò che il sociologo Luigi Bobbio (1992) definisce "concezione

nazional-patrimoniale" basata su una gerarchia e su una burocrazia macchinosa e dotta, contrapposta al modello inglese , che

ha una "concezione sociale" basata sul coinvolgimento della società civile attraverso associazioni contributarie.

IL PATRIMONIO COME RISORSA COMUNE: Durante la prima guerra mondiael i belligeranti mobilitarono ampiamente la

cultura per lo sforzo bellico, esacerbando giudizi xenofobi su oggetti appartenenti ad altre culture. Nell'era del totalitarismo

(come dice Halèvy in "L'era delle tirannie") si assiste alla statalizzazione del pensiero intellettuale, con la soppressione di tutte

le opinioni sfavorevoli al progetto statale. Dopo la seconda guerra mondiale, la coscienza patrimoniale europea prese di mira

una dimensione al di là dell'orizzonte antiquario o storico, in particolare ciò che Louis Grodeki chiamava la "ricerca del valore

di effetto prodotto" a discapito dei valori della conoscenza scientifica. Ovunque la rappresentazione di un'eredità da

conservare e da trasmettere si copre della forza dell'evidenza, e sembra soddisfare una delle aspirazioni profonde della società

contemporanea. Simboleggia al contempo l'incarnazione consensuale dei valori civici e il pretesto per articolare degli

atteggiamenti culturali e delle pratiche di consumo. Si nota il trionfo dell'ideale di partecipazione attiva. Il processo di

mediazione si pone in tal modo al centro delle istituzioni di una cultura e accompagna un'etica rinnovata del godimento dei

patrimoni. La coscienza di un rapporto costruttivo, attivo, col patrimonio, è oggi molto viva, perciò il patrimonio rivela lo

sguardo contemporaneo le ambivalenze o i paradossi dell'identità storica e richiama alle letture. La crescita di oggetti

patrimonializzati è il fenomeno più notevole dell'ultima generazione. Questi mutamenti hanno seguito tuttavia i ritmi di

ogni Pase interessato. In tal modo, ovvero quando l'individuo viene considerato erede, ci si rifà alla cultura-stile. Tutti gli

esempi di cultura possono diventare dei patrimoni. O la definizione del patrimonio come insieme di risorse cui applicare il

principio di precauzione mostra quanto il movimento tenda a rendere il patrimonio la posta in gioco politica ed economica.

L'idea di un giacimento di impieghi e di saperi pratici ampiamente disponibili intorno al tema del patrimonio e, se necessario,

esportabile in qualsiasi area di influenza è stata particolarmente presente in questi ultimi anni in Europa.

LA RAGIONE PATRIMONIOALE: UN PROGRAMMA DI RICERCA: Parlando dei vari aspetti del patrimonio notiamo che

per quanto rigaurda la legittimità, è chiaro che il fenomeno deriva da un'antropologia giuridica e politica di lunga durata..

L'aspetto identitario, invece, ha coinciso, durante la rivoluzione francese e l'apparizione degli stati-nazione del XIX secolo di

una comunità immaginaria. Le politiche educative dello Stato-provvidenza, hanno trasformato il culto dell'eredità da una

preoccupazione di pochi a un interesse di molti. La stessa definizione di cultura è cambiata dagli anni '60, inglobando gli

aspetti più vari delle pratiche sociali, confondendo cultura alta e bassa. Per tutte queste ragioni il patrimonio è diventato i

simbolo di una "crociata popolare" p, forse maggiore nel mondo anglo-sassone (neopagani che riprendono Stonehenge per

le loro celebrazioni) sono visti come un'appropriazione. La riconfigurazione delle eredità materiali in Europa legate alla

caduta del Comunismo, hanno dato luogo a una patrimonializzazione nostalgica. Su un altro piano, invece, il sentimento

d'urgenza che ha sempre nutrito la coscienza patrimoniale si è sovrapposto recentemente a certi processi di distruzione.

L'analisi delle vicessitudini del patrimonio entra perfettamente in un quadro di una nuova coscienza politica, non solo nel

caso di misure governative che si interessano esplicitamente al patrimonio, ma anche perché l'esistenza di una ragione

patrimoniale può fornire un quadro alla politica estera e alla condotta degli affari nel senso più generale del termine. Da più di

due secoli le diverse nazioni hanno elaborato e messo in pratioca delle politiche di tutela del patrimonio nel loro territorio, e

in seguito le organizzazioni internazionali hanno allo stesso modo rivendicato o ripreso su scala più o meno vasta tali

preoccupazioni. (convenzione del 1954). Sono nate però anche istanze di rifiuto della patrimonializzazione, subito bollate

come vandaliche. Talora accade che le rivendicazioni di patrimoni da parte di un gruppo sociale incitino a dibattere e

polemizzare riguardo a quella o a quell'altra forma di patrimonio, considerata come eccessiva o illegittima. la storia

dell'invenzione de della pubblicità del patrimonio attraverso l'esposizione e la scrittura deve essere considerata grazie allo

studio degli ambienti impegnati nel suo riconoscimento. L'evidenza del patrimonio, che, purtroppo, spesso viene assimilato

alla nozione di cultura, , immette nei discorsi moderni una ragione specifica, che s declina in convenzioni e procedure di

fronte agli oggetti e alle culture che da luogo a diversi registri di accesso, riappropriazione, emozione. Per adottare una tale

prospettiva critica, è necessario rifiutare gli approcci astorici.

UNA MATERIALITA':I MECCANISMI DI INCLUSIONE E DI ESCLUSIONE DI ELEMENTI PATRIMONIALI ognuno degli

"oggetti che contano" è identificabile a partire da guide, racconti di viaggio, carteggi,, giornali, in funzione delle riproduzioni

che circolano, dell'importanza delle evocazioni o delle citazioni di cui è il pretesto o il principio. L'epoca moderna vede

moltiplicarsi liste di opere o collezioni, in particolare grazie alla letteratura antiquaria,. Poi con la rivoluzione, l'argomento si

confonde con la lotta conto il vandalismo: dichiara di impegnarsi, secondo le circostanze, al mantenimento dello status quo.

Ma la cancellazione dell'ancien regiem va di pari passo con una riconfigurazione dei rapporti con la collettività durante il XIX

secolo. I nuovi monumenti storici si iscrivono in un luogo che illustrano e che li implica ia in una rivendicazione di

autoctonia, sia in un culto di trasmissione nazionale. Durante il XX secolo la nozione di conservazione implica quella di

storicità. La posta in gioco ideologica, economica e sociale supera abbondantemente le frontiere disciplinari. In parallelo la

prospettiva storico-critica è riuscita a far breccia nella coscienza dei silenzi e delle false evidenze. Anche se l'ambizione di una

storia del patrimonio non si confonde con una professione di scetticismo epistemologico si tratta di distinguere ciò che è

ereditato con ciò che è ricostruito o tra finzioni sincere e invenzioni disoneste, ma più ampiamente interrogare la

produzione e il consumo dell'evidenza patrimoniale stessa, al contempo immaginaria e istituzione.

UNA RAPPRESENTAZIONE: LA FORMAZIONE DI UN CANONE PATRIMONIALE: gli oggetti patrimoniali dipendo no

da e si costituiscono attraverso le convenzioni discorsive, le regole e le convenzioni spesso legate ad esigenze materiali o

tecniche. Il giornalismo patrimoniale, se si vuole definirlo così, annuncia continuamente invenzioni e scoperte, per aggiustare

il senso di un passato e la coscienza di un presente., contribuendo a mettere in evidenza alcuni patrimoni rispetto ad altri.

UN IMPEGNO: LA COSTITUZION DI UN'IDENTITA' DI GRUPPO: gli "amici" degli oggetti del patrimonio, che siano

dilettanti o professionisti, in qualsiasi tipo di figura, sono diventati a poco a poco stereotipi quasi antropologici, andando

oltre il registro dei chlichèès letterari. Incarnano più o meno le identità costruite attraverso il riciclaggio di immagini, di

oggetti e di pratiche cadute in disuso. e simultaneamente lasciate in eredità. Alimentano gli intrighi e contribuiscono alla

messa in scena di reti di socializzazione erudita e artistica,. Una delle questioni centrali del patrimonio in Europa sembra così

quella di sapere se e come l'antico regime degli oggetti di memoria e della loro testimonianza di civiltà ha ceduto il passo a

nuovi riferimenti e nuove distribuzioni. Da un lato la storia del patrimonio permette di consolidare il legame fra passato e

futuro in modo dinamico. Le crisi e le tensioni sociali, i conflitti artistici, sono tutti momenti che vedono l'invenzi one di

poetiche patrimoniali spesso inedite.

PIETRO CLEMENTE "ANTROPOLOGI FRA MUSEO E PATRIMONIO"

IMMAGINE DEL TEMPO: Clemente inizia questo saggio riflettendo sull'idea di tempo connessa all'interpretazione comune

del Museo: esso viene visto comunemente come legato a un passato più o meno lontano, e non nel "vero" tempo della

nostra conoscenza di esso. Il culto del passato come "Bene" è piuttosto recente, afferma Clemente, e deriva a una fondazione

antropologica della sensibilità storica che non ha più di 50 anni. Daniele Jalla afferma che il Museo, inteso come istituzione

culturale autonoma, è presente nella legge dal 2004. Tornando a parlare del Museo come interprete del tempo, vediamo che

in realtà non c'è nulla di più attuale e "legato al presente" del Museo, dal momento che questo è diventato un mezzo di

comunicazione di massa ed è inoltre interessato (soprattutto Musei della Scienza, archeologici ed etnografici) da un continuo

rinnovamento e ricerca tecnologica. Un altro punto nevralgico dell'immagine museale riguarda l'utenza, ovvero il "pubblico",


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Sunto per l'esame di Antropologia culturale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del testo consigliato dalla docente Rossi, Gli argomenti trattati sono: Michael Herzfeld - Pom Mahakan: umanita' e ordine nel centro storico di Bangkok,lina gebrailthan: le politiche del passato in libano. Identità ferite in gioco, chiara alfieri: rappresentazioni del territorio e questioni patrimoniali presso i bobo del Burkina-Faso, Bernardino Palumbo: il vento del sud-est. Regionalismo, neosicilianismo e politiche del patrimonio per la sicilia di inizio millennio, Dominique Poulot-elementi in vista di un'analisi della ragione patrimoniale in Europa, secoli xviii/xx, Pietro Clemente "antropologi fra museo e patrimonio".


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia e tutela dei beni archeologici, artistici e librari
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tardis di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Rossi Emanuela.

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