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Introduzione di Irene Maffi

L'introduzione prende le mosse da due eventi distruttivi degli ultimi anni particolarmente rilevanti, quali l'abbattimento delle statue dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan (2001) e il saccheggio e la distruzione del museo archeologico di Baghdad (2003). Il primo evento è stato fondamentalmente di natura politica, il secondo invece ha visto come protagonista la folla degli abitanti della città, in occasione dell'arrivo delle truppe americane. Tuttavia entrambi gli avvenimenti mostrano importanti sfumature che riguardano la concezione di patrimonio culturale, sia in Occidente che in Oriente.

Se prendiamo in analisi la distruzione dei Buddha di Bamiyan, vediamo che l'annientamento di queste statue è stato improvviso, essendo esse statue millenarie, che non avevano mai suscitato alcuna reazione da parte delle dinastie di regnanti e governanti, pure musulmani da molto tempo. Vediamo quindi che l'aspetto del fondamentalismo religioso e della barbarie, in questo caso, è marginale, mentre invece appare che l'atteggiamento dei talebani è modernissimo, e consapevole del valore del patrimonio culturale. Hanno affermato infatti, che le statue rappresentavano un simbolo anti-islamico ed incitavano all'eresia religiosa. Ciò significa che hanno assimilato l'idea occidentale di patrimonio culturale come semioforo, ovvero portatore di storia, cultura, valore politico e religioso.

Non va dimenticato che una cosa del genere accadde anche con la rivoluzione francese, dove la popolazione distrusse molti simboli dell'aristocrazia, della monarchia e del clero, oppure il movimento iconoclasta, che, pur essendo di natura religiosa, causò uno scisma genuinamente politico fra chiesa d'Oriente e d'Occidente. Tornando ai Buddha, vediamo che la distruzione, e la seguente ricostruzione delle statue, portino le insegne della politica: lo scultore, Haiderzad, ha affermato che i talebani hanno distrutto un patrimonio afghano e dell'umanità. È stato quindi un gesto mirato alla distruzione dei SIMBOLI, in un atto di sfida all'Occidente (che è il luogo di nascita dell'UNESCO e del concetto di patrimonio culturale).

Se invece esaminiamo la distruzione del museo di Baghdad non potrà sfuggirci l'atteggiamento ambivalente dell'Occidente, che da una parte deprecava l'azione, ma dall'altra non ha fatto alcunché per impedirla. Il museo archeologico, poi, era un simbolo del potere di Saddam Hussein, il rais dello Stato, il quale aveva investito molto sull'archeologia, per tentare di creare un'identità nazionale irachena, dare unità alla nazione e giustificare il proprio potere. Tuttavia l'Occidente non ha una posizione chiara anche perché pochi mesi dopo, alcuni pezzi rubati al museo furono ritrovati a Parigi, al mercato delle antichità, altri sono stati confiscati dalla dogana americana.

Inoltre, poco prima dell'invasione dell'Iraq aveva avuto luogo un incontro fra i rappresentanti della difesa statunitense e l'ACCP (American Council for Cultural Policy), un'associazione che riunisce privati e conservatori dei musei americani. Il tesoriere dell'ACCP ha affermato in un'intervista che riteneva la politica afghana sul patrimonio culturale "eccessivamente restrittiva" e che lui sosteneva una politica che permettesse "l'esportazione" dei beni culturali. Gli Stati Uniti hanno quindi ignorato le direttive dell'UNESCO in materia, che proibiscono l'illecita esportazione di oggetti in eventi armati. Questo atteggiamento è di matrice fortemente coloniale, e riporta ai musei di quell'età, dove più pezzi etnografici si riusciva a depredare meglio era, perché coi musei antropologici il Paese acquistava lustro.

Questa situazione non è molto cambiata, dal momento che molti soggetti del patrimonio culturale degli stati del Sud del mondo continuano ad affluire verso stati più ricchi e potenti, nonostante il traffico illegale dei beni culturali sia proibito da una convenzione dell'UNESCO del 1995, firmata però solo da 24 stati. I paesi mediorientali, africani e sud-est asiatici, sono stati vittime della colonizzazione, che ha lasciato forti impronte, come il modello dello Stato-nazione, e il discorso concernente i patrimoni culturali. Essi hanno assunto nel corso del XIX e XX secolo, una valenza politica, e sono stati al centro delle rivendicazioni politiche. Gli stati ex-colonizzati, gruppi etnici di alcuni paesi hanno iniziato a valorizzare il proprio patrimonio culturale e la propria storia, che sono diventati la posta in gioco di relazioni politiche asimmetriche, fra un paese più ricco e potente e uno meno.

Riassumendo, il patrimonio culturale ha assunto l'accezione di strumento di espressione identitaria e resistenza nei confronti di un'istituzione percepita come oppressiva. Anche il processo di patrimonializzazione (ovvero il processo di iscrizione dei beni nel patrimonio culturale) diventa momento di negoziazione politica. Accanto alla rivendicazione abbiamo però il concetto di invenzione identitaria, dal momento che, ogni volta che si parla di patrimonio culturale, notiamo che è un processo di fabbricazione identitaria, finalizzata a dare profondità storica a un gruppo e a radicarlo in un territorio reale o immaginario da cui avrebbe avuto origine.

Tuttavia non è solo questo l'unico modello di patrimonializzazione esistente. I Bobo del Burkina Faso, per esempio, hanno un complicato sistema di classificazione della società e dell'ambiente che li circonda, basato sulla cosmologia, secondo la quale il mondo naturale e il mondo sociale sono ordinati in modo preciso e coerente. È proprio in tale sistema classificatorio che si può vedere una costruzione patrimoniale autonoma, avulsa dal sistema occidentale. Le forme di patrimonializzazione locale sono però sempre in relazione coi discorsi e le pratiche dei governi con cui dialogano, ma comunque, sia nelle espressioni locali che internazionali, l'ampia diffusione del paradigma patrimoniale fa sì che esso sia una componente essenziale dell'IDEASCAPE (paesaggio trans-nazionale, termine coniato da Arjun Appadurai). Il patrimonio culturale è quindi un elemento dei flussi di idee e pratiche a esse associate che, con un movimento continuo, attraversano le regioni del mondo contemporaneo.

Michael Herzfeld - Pom Mahakan: umanità e ordine nel centro storico di Bangkok

Il saggio è incentrato su un problema che vede protagonista l'eterogenea popolazione del quartiere di Pom Mahakan, a Bangkok: il 24/01/2003 è stato intimato agli abitanti di lasciare le proprie abitazioni entro tre mesi. Il quartiere è uno dei più caratteristici del centro storico: è situato fra il tempio di Golden Mount e il molo e il ponte di Paan Fa, entrambi importanti dal punto di vista storico. L'ordine di espulsione ha causato disordini, dal momento che gli abitanti hanno cercato di difendere il loro diritto a rimanere in un luogo che avevano trasformato in un esempio di cittadinanza attiva e di solidarietà.

A voler sfrattare dalle case gli abitanti è la BMA, la Bangkok Metropolitan Administration, la quale ha in mente un progetto che prevede di radere al suolo il quartiere per costruirvi un grande giardino pubblico, progetto cui la popolazione ha risposto con una proposta di divisione delle terre e con la realizzazione di un parco pubblico nella zona. Un progetto simile ha riguardato un'altra zona della città, Rattanoskin Island, dove la vegetazione naturale (che comprendeva anche alberi sacri) è stata sostituita con un parco artefatto, che, purtroppo, è diventato una meta privilegiata dei vagabondaggi notturni.

Il conflitto è fra gli abitanti del quartiere e gli alti funzionari della BMA (lo stesso presidente è contrario al progetto), i quali rifiutano ogni forma di dialogo con la cittadinanza, la quale è invece sostenuta dalla Commissione nazionale dei diritti umani, dal Comitato delle Nazioni Unite dei diritti economici, sociali e culturali e il presidente eletto del consiglio legislativo. Un leitmotiv della BMA è stato il rispondere alle proposte col silenzio: già l'autore, mentre era in città, propose ai funzionari della BMA di intervenire a una conferenza per spiegare le proprie ragioni, senza ricevere alcuna risposta.

La difesa dei cittadini (portata anche ai congressi dell'università di Chulalongkorn e Thammasat) si basa sulla tutela delle vecchie, tipiche, case di legno che popolano la zona. Il fatto che anche alcuni esperti propugnino la tutela di un patrimonio non monumentale, evidenzia il cambiamento in atto a Bangkok, fra una comunità che ha ampliato il concetto di patrimonio, e un'amministrazione cittadina che giudica artisticamente e culturalmente rilevanti solo i palazzi e i monumenti, in un atteggiamento tanto antiquato quanto antidemocratico. Può sembrare che i funzionari temano l'interessamento al patrimonio da parte della cittadinanza.

Fra l'Aprile e il Giugno 2003 sono stati effettuati vari sopralluoghi che hanno incontrato la resistenza della cittadinanza: il 29 Aprile i cittadini si sono barricati tra il muro del forte e il canale, per impedire alle autorità di attraccare da Mahai street, mentre il 13 Giugno sono giunti dei soldati, che dicevano di essere là per conto delle Belle Arti, i quali hanno velatamente dimostrato solidarietà alla popolazione, la quale aveva avuto il successo di allontanare la droga dal quartiere.

Un altro momento di tensione si è verificato quando la comunità ha perso la causa presso la Corte Amministrativa, al seguito dell'evento sono stati riaperti i cancelli del quartiere (decisione presa democraticamente, con pubblico referendum della popolazione). Gli abitanti di Pom Mahakan vogliono entrare nella modernità, ma vogliono anche tutelare la propria collettività, che si è dimostrata efficace nel creare un sistema creditizio a rotazione, delle assemblee di quartiere, nella tolleranza nella gestione di occasionali comportamenti abusivi (alcolismo) senza umiliare il o la colpevole.

Quando l'autore arrivò a Bangkok era il Marzo del 2003, nel pieno delle proteste: gli fu chiesto di partecipare a un dialogo e lui, sebbene sapesse ben poco della situazione, accettò, ritrovandosi con un microfono in mano a porre domande alla cittadinanza che rispondeva. Mentre gli abitanti della zona presentavano loro stessi come abitanti di case antiche e rappresentanti di attività tradizionali e artigianali, la BMA rispondeva che molti di loro non erano "originari" del luogo, in quanto non possedevano in molti un certificato di proprietà, fatto che fece classificare la zona alla BMA come "popolata da squatters".

È pur vero che il quartiere è caratteristicamente multietnico, con persone provenienti da altre zone del paese, alcuni di Fede e tradizioni diverse, ma che si riconoscono tutti nell'idea di tutela del quartiere e nella collaborazione fra cittadini e cittadine. La stessa città di Bangkok risale alla fine del XVIII secolo, e nessuno della comunità nega l'eterogeneità della popolazione, che appare problematica solo agli amministratori, sia perché complica i controlli, sia perché rappresenta un disordine simbolico.

Questo scontro presenta tutte le caratteristiche tipiche della battaglia mondiale fra una visione "altamente modernista", assai disinformata della realtà fattuale della città, e una visione basata sull'ambientalismo sociale responsabile. La zona non è infatti appartenente in toto alla BMA, ma presenta anche templi di proprietà di associazioni religiose e proprietà private, nessun edificio è però di proprietà della corona. Il 5 Settembre del 1999 il governo Thailandese ha sottoscritto la convenzione delle Nazioni Unite, secondo la quale i governi che intendono eseguire espropri, devono dimostrare che essi sono in conseguenza di una stringente necessità e non si può agire altrimenti.

Un approccio del genere conduce all'impasse da entrambe le parti: o la popolazione compie una violazione in quanto non può provare di possedere un titolo o la municipalità rischia di costringere lo Stato a violare accordi internazionali. La cittadinanza, optando per un accordo sulla distribuzione e suddivisione della terra, è andata incontro alla razionalizzazione modernista di tradizione nazionale, e sono andati incontro alla campagna del governo centrale contro gli sprechi e l'inefficienza, dando via a procedure democratiche comunque rispettose della gerarchia thailandese.

In materia di diritti umani potremmo analizzare la questione partendo dalle parole che disse all'autore un politico in pensione, ovvero che il governatore non si sarebbe fatto influenzare dagli accordi internazionali, e che non era pratico tentare una strada del genere: può essere significativo il fatto che il governo centrale non abbia espresso fino a oggi né l'appoggio né la contrarietà alle azioni della BMA, la quale invece ha replicato che: "la commissione non ha il potere di impedire l'esproprio".

Pare evidente, quindi, che il potere è diritto. Mark Askew fa notare che la tutela pubblica dell'ordine condotta nella Bangkok attuale rappresenta per sé un metodo profondamente radicato nella storia per generare potere e legittimazione. Considerazioni di ordine pragmatico non dovrebbero infatti dare spazio all'universalismo tirannico a la eccezionalismo locale: il primo minaccia la sovranità di uno Stato modernista, il mina alla base le pretese di trasparenza e buon governo.

La BMA ha poi cercato di presentare Pom Mahakan come una zona "a rischio", degradata e piena di drogati e alcolisti, progetto fallito per la virtuosità della popolazione che abita là. Ma la lotta per il quartiere ha anche il significato della lotta per stabilire se i margini debbano essere definiti come elemento che contamina l'immagine pura della Thailandia oppure come quel che di sacro sopravvive agli attacchi massicci contro l'identità thailandese.

Gli abitanti contestano l'ispirazione occidentale della BMA, che ha tagliato alberi sacri (al Phra Sumen Fort), fatto molto antitradizionale, in un'ispirazione occidentale volta più a soddisfare il turismo che le necessità della popolazione locale. Il patrimonio è stato soggetto a una spazializzazione e razionalizzazione come parte dell'espropriazione statale di ciò che è familiare. L'appello degli abitanti a una nozione collettiva di eredità funziona in modo da rappresentare la BMA come invadente e antitradizionalista.

I santuari degli spiriti e degli alberi sacri sono visti come una proprietà collettiva, che rappresenta gli antenati thailandesi, perciò se la BMA interverrà, si renderà colpevole di affronto al patrimonio nazionale, non solo quello della comunità. I Thailandesi hanno un forte senso della nazionalità, perciò anche durante le proteste venivano esposti ritratti del re (la BMA si arrabbiò molto quando seppe che la popolazione del quartiere aveva scritto al Re), e il compleanno della regina è stato celebrato in una fortezza del quartiere dove volevano eliminare gli alberi perché lo rendevano poco visibile, problema anch'esso risolto dalla cittadinanza, che ha potato le piante per effettuare uno spettacolo pirotecnico.

La BMA ha però risposto negativamente a questi sforzi, scaricando spazzatura nel giardino pubblico realizzato dalla comunità, e che è stata costretta a sistemarlo. I diritti umani comprendono il diritto alla protezione dall'uso della paura come strumento di potere, e in questo caso, se la pretesa della BMA di affermare che la comunità è afflitta da problematiche sociali, risolvibile solo con lo spostamento in un'altra sede, potesse essere convalidata, potrebbe esserci una motivazione per farlo effettivamente.

Queste accuse sono state riferite al pubblico da un giornale che poi ha rettificato, una volta visitato il quartiere, passando dalla parte della cittadinanza, esempio che la BMA non ha emulato. Il potere, infatti, ispira paura, la quale a sua volta accresce il potere, e l'assenza di un intento trasparente non fa che aumentarne l'effetto. Questo tipo di potere nascosto e incerto genera paura, ma basare l'autorità sulla paura rinvia a questioni di legittimità nel quadro democratico. Sembra proprio che la BMA abbia paura della negoziazione diretta con gli abitanti, poiché la legittimità della loro posizione poggia sulla politica messa in atto a un livello più elevato invece che sulla volontà popolare.

Una tesi spesso propugnata dalla BMA è che esiste un budget pensato per la costruzione del parco del Pom Mahakan, consistente di 18.760.000 baht, il che suggerisce che la BMA intendeva spendere una cifra considerevole per i compensi agli appaltatori. L'ulteriore ironia della sorte sta nel fatto che il progetto di suddivisione territoriale gioverebbe alla BMA, poiché gli abitanti non reclamano i diritti sul territorio. Se le autorità decidessero infatti di portare avanti il progetto degli abitanti, potrebbero rivendicare di aver cambiato opinione una volta realizzato che la comunità stessa era cambiata e che la comunità non avrebbe mai potuto cambiare così radicalmente, se non fosse stato per la pressione che l'attuale situazione ha esercitato su di essa.

Lina Gebrailthan: le politiche del passato in Libano. Identità ferite in gioco

Sono molti i problemi che riguardano la gestione dei musei e del patrimonio in Libano, cominciando da una carenza della ricerca, di discussioni sulla tutela e di programmazione didattica. Questi problemi sono emersi dal momento che il lascito della cultura libanese, dagli egiziani, agli assiri, ai romani, ai bizantini e agli ottomani, è passato attraverso l'intervento francese e la guerra civile. Ottenuta l'indipendenza nel 1943, il paese ha conosciuto 16 anni di guerra civile dal '75 al '90 che ha reso instabile la situazione, politica, economica, culturale e sociale. In tutto questo il patrimonio, soprattutto archeologico, è stato tenuto ai margini, e pochi

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tardis di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Rossi Emanuela.
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