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Essi possiedono un sistema di reti che collegano legami di appartenenza con attività

commerciali, ma queste reti di appartenenza religiosa e familiare non si sovrappongono a

quelle commerciali, bensì si aiutano e stimolano reciprocamente. Le reti familiari e di amicizia

interne alla comunità transnazionale si intrecciano con reti informali forgiate nel contesto

locale di approdo (il volontario, l’operatore, il collega di lavoro o l’amico imprenditore).

Questo sistema commerciale informale non è chiuso, non ha un’organizzazione autonoma, ma

emerge dall’interazione con il contesto economico in cui gli immigrati approdano.

Quindi la transnazionalità non si compone solo di un sistema di reti familiari e religiose che

attraversano i confini degli stati-nazione, ma anche di un insieme di pratiche relazionali. Non

è un sistema di reti chiuso in se stesso, ma un processo di costruzione multipla di nuovi

legami.

La stessa realtà sociale del commercio senegalese in Italia è fortemente variegata. I

commercianti si distinguono per i tipi di prodotti che vendono e per le diverse strategie

adottate. C’è chi si specializza in prodotti di “artigianato etnico” e chi preferisce vendere

prodotti contraffatti come accendini, occhiali, orologi e cd masterizzati. Alcuni anche se hanno

la possibilità di andare a lavorare preferiscono fare il vu cumprà, perché non sono quelli che

vendono accendini, ma sono dei veri commercianti che vendono e guadagnano molto,

rimangono solo il periodo dell’estate e poi ritornano in Senegal.

Molti senegalesi si sentono costretti ad un’ attività commerciali e preferirebbero altre forme di

lavoro, altri, invece, pur avendo un lavoro dipendente che permette loro di acquisire il

permesso di soggiorno, vedono nel commercio un segno di identificazione. Questo perché,

molte volte, nel lavoro dipendente, il lavoratore immigrato tende ad essere mal pagato e senza

alcun tipo di copertura; per questo tende a ritornare ad attività commerciali con un certo grado

di soddisfazione per essere almeno il rispettoso capo di se stesso. Infatti, la mancata

conoscenza delle leggi sul lavoro frena spesso gli immigrati dal denunciare i casi di

sfruttamento.

Inoltre il commercio ambulante può anche fungere da sostegno nei periodi di ricerca

lavorativa.

Un’ulteriore distinzione all’interno del complesso mondo dei commercianti senegalesi si

riferisce alle nuove generazioni. I giovani, a differenza dei vecchi commercianti, sono più

propensi a correre rischi, perché vogliono di più e vogliono vendere prodotti di cui andare

orgogliosi per non essere scambiati come mendicanti.

I giovani tendono a discostarsi dal modello tipico anche nelle strategie commerciali

transnazionali intraprendendo iniziative più costruttive (i giovani non investono più ad

esempio in negozi di vestiti, ma prediligono altre attività come la tipografia, le società di pesca,

ecc…).

Per molti senegalesi commerciare è un’arte e per questo molti cercano di mettere in atto

variegate strategie per migliorare le loro vendite come, ad esempio, l’occasionale periodo dei

saldi.

Infine possiamo dire che l’attività del commercio ambulante è caratterizzata da una certa

ambivalenza che riguarda la paura da un lato e l’orgoglio dall’altro.

Con il decreto Bersani del 1998, il commercio ambulante ha conosciuto negli ultimi anni un

processo di emersione e di regolarizzazione. Infatti, molti lavoratori autonomi svolgono attività

commerciali al dettaglio e solo pochi all’ingrosso. Inoltre, l’aspetto più problematico è

rappresentato dai numerosi lavoratori registrati ufficialmente come autonomi, ma che lavorano

in realtà come subordinati e dipendenti, ma con la partita IVA, alleviando il datore di lavoro

dai costi dell’assunzione.

Molti senegalesi trovano lavoro in piccole o medie aziende come saldatori, meccanici,

muratori, operai e nelle costruzioni. Ad ogni modo, anche per il lavoro subordinato, è

attraverso le reti sociali senegalesi che la maggioranza trova un impiego.

Per alcuni senegalesi non ci sono né le libertà del lavoro autonomo né le sicurezze del lavoro

dipendente.

3. Le associazioni religiose e laiche

In molte province italiane le reti religiose (dahira) facilitano un reciproco aiuto costante tra i

membri della confraternita. La confraternita presenta delle caratteristiche simili a quelle di una

SETTA (valore della separatezza, coesione e solidarietà, sacralità del gruppo, ecc…); quelle

tipiche del MISTICISMO ed in misura minore le caratteristiche della CHIESA (obbedienza ad

un superiore). A queste caratteristiche è opportuno aggiungere le caratteristiche organizzative

della raccolta fondi e della facilitazione a mantenere i legami transnazionali tra contesti di

origine e di approdo. Anche il successo e il progresso sono spesso interpretati come prove del

possesso della grazia e di essere aiutati da forze nascoste. In questo modo il migrante non è

mai abbandonato a se stesso, ma si muove in un universo di riferimenti noti. Di conseguenza,

anche la società d’accoglienza si trova a fare i conti con un gruppo di migranti compatto e

conscio delle difficoltà d’inserimento in un’altra realtà, piuttosto che un gruppo di individui

sradicati o privi di controllo sociale.

La confraternita impedisce la decadenza dei VALORI nell’immigrazione e consente il rispetto

delle regole del contesto di approdo e quello del controllo interno alla comunità transnazionale.

La confraternita, quindi, aiuta il migrante a non trasgredire i principi morali, riferendo ogni

minima trasgressione al marabutto e alla famiglia in Senegal. Gli spazi transnazionali sono

mantenuti in vita da conversazioni a distanza, telefoniche, con persone in continuo movimento

e attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie come Internet.

Inoltre, frequenti sono le visite dei grandi marabutti; molto importanti da un punto di vista

simbolico, spirituale e anche organizzativo. Il marabutto raccoglie delle offerte di denaro,

fornisce ai discepoli la benedizione (impedisce la decadenza di valori) ed alcuni consigli

specifici. Gli incontri si svolgono all’interno di spazi qualsiasi senza il bisogno che quello

spazio sia architettonicamente riconoscibile: una sala di quartiere o una palestra fungono

temporaneamente da MOSCHEA.

L’ideologia del lavoro, l’identificazione con ciò che viene percepito come etica islamica da

praticarsi nella quotidianità e il rispetto delle norme e delle istituzioni dell’ambiente straniero

costituiscono gli aspetti salienti del modello muride di migrazione.

Grazie alle attività delle DA’IRE, l’organizzazione muride è in grado di assumere un informale

ruolo di mediazione e di interfaccia con le istituzioni di accoglienza.

Quindi l’organizzazione religiosa si mostra decisiva nel mantenere un legame transnazionale e

nel fornire agli immigrati dei punti di riferimento spirituali e ideologici e, soprattutto

indirettamente, nello stimolare sviluppo di reti, che si combinano ad altre già esistenti.

Le associazioni non religiose e le diverse forme di rappresentazione

Per rapportarsi alle istituzioni del contesto di accoglienza, gli immigrati senegalesi in Italia

associazioni laiche

hanno sviluppato negli anni ’90 delle unite in un coordinamento (CASI),

che dichiarano la loro indipendenza da ogni partito e associazione religiosa. Questo tipo di

associazioni emerge spesso grazie all’operato degli immigrati più scolarizzati, spesso di

origine urbana.

In molti casi a queste associazioni torna utile e fondamentale conquistare la fiducia delle

organizzazioni religiose. Quindi, nonostante le due forme organizzative siano distinte, devono

occasionalmente dialogare tra di loro per assicurare una rappresentanza coerente nel contesto

di approdo locale. associazioni etnico-linguistiche e

Oltre alle associazioni nazionali esistono anche numerose

di villaggio .

Le associazioni di villaggio tendono a svilupparsi nelle province in cui si riuniscono molti

migranti provenienti da uno specifico villaggio e spesso si impegnano in vari tipi di

MICRO-PROGETTI di sviluppo nel contesto di partenza, come la costruzione di SCUOLE,

POZZI, ACQUEDOTTI…Queste associazioni si rivolgono si ai contesti di partenza, ma

richiedono una creativa interazione con gli attori sociali del contesto di approdo come le ONG,

gli entri locali…

Le associazioni etniche si riferiscono invece a delle minoranze linguistico-culturali del Senegal

che si organizzano nella diaspora.

Una variabile che sembra contraddistinguere le associazioni di villaggio è la loro

TRANSNAZIONALITA’ MULTIPLA, in quanto esse non connettono solo contesti di origine e

di approdo, ma vivono spesso all’interno di reti diasporiche che mettono in comunicazione le

associazioni in Italia con le corrispettive in altri paesi.

Infine, negli ultimi anni sono nate diverse iniziative individuali che vanno ad agire sulla

struttura economica o associativa italiana permettendo ai senegalesi socialmente attivi di

costruire reti sociali sul territorio e avviare attività interculturali, imprenditoriali e politiche.

4. Co-sviluppo?

I migranti senegalesi si possono trovare a ricoprire un ruolo inedito di “ATTORE DI

SVILUPPO”, capace di ricostruire socialmente ed economicamente il paese di provenienza.

Questi investimenti assumono spesso una forma “localizzata”, indirizzandosi ai contesti più

significativi per i migranti: famiglia allargata, villaggio, quartiere e organizzazione religiosa di

riferimento. Tale processo può vedere il coinvolgimento dei migranti in MICRO-PROGETTI

DI COOPERAZIONE concepiti in Europa per essere implementati nel loro paese di origine.

COOPERAZIONE DECENTRATA

Negli anni ’80 la ha visto un’enorme crescita in

Francia, in cui diverse collettività ed enti locali si sono impegnati in gemellaggi con partner nel

“sud del mondo” e in progetti di cooperazione allo sviluppo di vario genere con il

coinvolgimento di ONG o di migranti che si sono proposti come “ATTORI DI SVILUPPO”.

Anche in Italia si registrano i primi tentativi di cooperazione decentrata o co-sviluppo che

fanno leva sul migrante come mediatore tra due o più contesti locali. Si assiste allo sviluppo di

iniziative di raccolta fondi e di progetti che vengono elaborati dagli immigrati in

collaborazione con le realtà del contesto di accoglienza (sindacati, associazioni, ONG ed enti

locali), spesso finanziati da grandi ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI, per essere poi

impiantati, non senza difficoltà, nel contesto di origine. Queste iniziative possono riguardare

attività produttive (agricole, commerciali…), culturali (festival, mostre) e sociali

(alfabetizzazione, progetti socio-sanitari).

Il rischio che si corre, a volte, con questi progetti è quello della riproduzione della dipendenza

e dello sfruttamento, oltre alla capacità di produrre l’innovazione sociale (rilevante è l'impatto

delle associazioni di migranti che s'impegnano oltre che in iniziative sociali, come la

costruzione di scuole, laboratori sanitari, anche nell'implementazione di complessi programmi

d'irrigazione o di raccolta di rifiuti, con l’ obiettivo di rendere il migrante attore protagonista

dello sviluppo del proprio paese di origine).

La transnazionalità non deve essere concepita solo come un sistema di reti familiari o religiose

che attraversa i confini politici degli stati-nazione, ma anche come un insieme di pratiche

relazionali. Le reti familiari e di amicizia interne alla comunità transnazionale si intrecciano

con reti informali e formali create nel contesto di approdo. In questo modo si sviluppano anche

i potenziali per la cooperazione decentrata.

Tuttavia, nei processi di realizzazione di PROGETTI DI COOPERAZIONE DECENTRATA si

possono scorgere diverse sfumature problematiche:

Numerosi sono gli esempi di malintesi o di veri e propri casi di disonestà. Come nel caso di

1. partner italiani che modificano gli accordi e le caratteristiche del progetto quando il

programma è stato già avviato;

Comportamenti ambigui da parte dei migranti nel favorire in certi casi spese che rafforzano

2. il prestigio personale o famigliare a scapito di un interesse più complessivo per lo specifico

contesto di intervento.

In realtà, nell’idea di co-sviluppo sviluppatasi in Italia ed in Francia, la funzione di interfaccia

dell’immigrato richiede la sua presenza attiva nel contesto di accoglienza. Viene sottolineata a

più riprese la necessità di visibilità e trasparenza in modo da convogliare diverse energie,

altrimenti bloccate da mancanza di fiducia e dal sospetto nell’uso del denaro. Le invidie e la

mancanza di fiducia nei confronti delle istituzioni di entrambe i contesti di origine e di

approdo, sembrano costituire il limite principale a varie attività di cooperazione

decentrata.

Diversamente, i migranti sembrano preferire le soluzioni più informali perché snelle, efficienti

e garantite.

Capitolo 4 - ALLOGGIO, ESPERIENZE DI OPERATORI E

RAPPRESENTAZIONI RECIPROCHE

1. Le politiche per l’alloggio

Nella seconda metà degli anni ’80, in località Casal Borsetti, nella provincia di Ravenna, un

tale R. F. alloggiava un centinaio di senegalesi che vivevano in una situazione di

sovraffollamento in un condominio con 34 posti letto.

Tale avvenimento stimolò le iniziative politiche nella costruzione di un complesso istituzionale

adibito all’accoglienza degli immigrati.

Prima dello scandalo mediatico, Casal Borsetti era comunque uno dei siti di immigrazione più

rilevanti dell’intera provincia. Infatti, è proprio qui che fu spostato in un’altra palazzina un

secondo gruppo di senegalesi che precedentemente viveva in condizioni difficili nel comune di

Cervia. In questa palazzina iniziò il primo esperimento di AUTO-GESTIONE: 4

rappresentanti erano responsabili della raccolta degli affitti, delle spese e della manutenzione.

L’esperimento fallì rapidamente: nonostante i soldi venissero raccolti non giungevano al

comune; e si svilupparono tensioni e malintesi sia tra i senegalesi che tra gli operatori sociali.

Questo portò ad un ripensamento organizzativo e si ripassò alla GESTIONE DIRETTA del

centro.

Nel 1995 l’edificio venne venduto al comune e di conseguenza svuotato e i suoi inquilini

espulsi con l’intervento della polizia.

La palazzina in cui vive oggi il gruppo di senegalesi è di 6 piani e suddivisa in diversi

appartamenti. Molte sono le caratteristiche che evidenziano sia un certo grado di autonomia sia

il forte legame con il Senegal ed in particolare con i simboli religiosi del contesto d’origine

(poster di Touba, Cheick Amadou Bamba…).

L’alloggio rimane una delle aree di intervento più impegnative per le politiche locali nei

confronti degli immigrati.

2. Le esperienze degli operatori sociali

In una città turistica come Rimini si è diffusa la “brutta immagine dei senegalesi prodotta dagli

abusivi”; di conseguenza, si sono diffuse opinioni di tipo “razzista” che legittimano le

discriminazioni nel mercato dell’alloggio, come l’eventuale svalutazione dei prezzi dell’affitto.

Tra i vari immigrati, i Senegalesi sono quelli che incontrano i maggiori problemi bel trovare

appartamenti.

Anche l’alloggio per immigrati a Ravenna, se pur gestito in maniera più efficiente, sembra

essere caratterizzato da problematiche simili a queste. Uno dei problemi principali è trovare

appartamenti nel mercato privato e forme di garanzia finanziaria che permettano ad immigrati

di comprare gli appartamenti.

Per ogni alloggio/centro di accoglienza gli inquilini nominano un loro responsabile che si

preoccupa di raccogliere le rette e di versare mensilmente l’affitto. Si stabilisce così un

rapporto diretto con l’operatore per tutte le problematiche abitative del suo gruppo di

riferimento e per la gestione e la variazione delle presenze nell’appartamento. Il responsabile

conosce tutte le persone del suo appartamento e rappresenta una figura di equilibrio e di

controllo, per età o autorità, per tutto il gruppo.

I problemi principali riscontrati in questi edifici sono:

Sovraffollamento

- Basso standard igienico

- Il problema della rappresentanza

- Il conflitto tra la logica sedentaria delle pratiche istituzionali e la logica della mobilità

- caratteristica delle migrazioni transnazionali.

Il SOVRAFFOLLAMENTO è spesso il problema principale presentato dai senegalesi alle

organizzazioni che implementano le politiche dell’alloggio per gli immigrati. Questa differenza

nel livello di pulizia viene associata a ragioni culturali o meglio, culturalizzanti: la loro

caratteristica SOLIDARIETA’ (teranga) li rende capaci di vivere uno sopra l’altro senza

problemi.

Tra gli operatori è molto diffuso il discorso sui diritti e i doveri degli immigrati all’interno

delle regole delle leggi del contesto in cui si sono venuti a trovare (es. il modo di tenere la casa

qui deve essere imparato con lo scopo di essere accettati);e quello sul PROFESSIONISMO

contro l’ASSISTENZIALISMO – questi non sono miei amici, ma utenti del servizio che io

devo fornire.

Altrettanto intricato si rivela un altro problema, la necessità di avere portavoce e la difficile

rappresentanza dei gruppi migranti. Questo bisogno di punti di riferimento, crea certi

“capoccia” che possono abusare del loro potere (es. un referente di un appartamento che

raccoglie l’affitto tra gli altri inquilini e utilizza i soldi per i propri scopi…), o in maniera

opposta, manca la “rappresentatività” (es. succede spesso che dopo un po’ il capo o il

rappresentante venga declassato).

L’immagine dei senegalesi non corrisponde al tipo “ideale” da integrare nella società di

approdo, perché sono i più accettati ma i meno integrati. Infatti il loro scopo è quello di

lavorare per un futuro ritorno nel contesto di origine; per questo non sono particolarmente

interessati all’INTEGRAZIONE.

L’attaccamento che i senegalesi mostrano nei confronti del contesto di origine insieme al loro

modo mobile e circolare di organizzare l’esperienza migratoria, è visto come un problema. Il

bisogno implicito che gli utenti si stabilizzino, rivela la logica sedentaria sottostante questo

tipo di lavoro (logica sedentaria alla base delle politiche locali).

3. Le esperienze abitative dei senegalesi

Nel paese di approdo i primi due problemi da affrontare per i senegalesi sono:

problema casa

Il “ ”: le cui caratteristiche principali sono l’affitto alto, le discriminazioni

1. nel mercato dell’affitto e le situazioni disagevoli di alloggi troppo affollati.

convivenza in grandi gruppi”

Il secondo è l’alone di ambivalenza che circonda la “

2. (coabitazione) , che spesso è stata individuata come una caratteristica degli insediamenti di

cultura dell’ospitalità

migranti senegalesi e che è strettamente connessa non solo ad una

aiuto reciproco risparmiare

e dell’ , ma anche con la necessità di .

Lo stare assieme è fonte di sicurezza materiale ed emotiva, ma può anche comportare

problemi. mediazione di

La maggioranza dei senegalesi accedono all’alloggio tramite la

connazionali reti informali

, ma esistono anche casi in cui ci si riferisce alle che si

costituiscono con gli Italiani. L’aiuto reciproco è fondamentale per trovare un luogo dove

abitare (“La gente trova tramite i connazionali il posto letto perché dividono le spese

insieme”).

Anche per chi interagisce maggiormente con le istituzioni del contesto di accoglienza e che, in

teoria, può affidarsi a reti informali multiple coinvolgenti anche gli italiani, l’accesso

all’alloggio si è rivelato molto problematico.

Le storie di vita e professionali esprimono contemporaneamente l’importanza

dell’interdipendenza e dell’aiuto reciproco quanto quella dell’indipendenza (“L’ospitalità e la

solidarietà sono dei codici. La comunità dà sicurezza, è un punto di riferimento. Si fanno le

cose insieme, ma tutte le persone vogliono farsi anche per conto proprio. C’è solidarietà ma

anche concorrenza, competizione e invidia”).

La coesistenza sia di motivazioni di risparmio sia valoriali ed emotivi è riscontrabile nella

doppia attrazione del centro di accoglienza - “ci sono persone che vanno al centro di

accoglienza anche se vivono in appartamento” – il piccolo Senegal creato nei condomini di

presenta spesso come un luogo per combattere quella solitudine che caratterizza la doppia pena

del migrante (Sayad)”.

Alla mancanza di risorse e alla necessità di risparmiare per sé e la propria famiglia in Senegal

si affiancano i valori attribuiti alla socialità e alla solidarietà- “l’ospitalità è una cosa nostra,

la Teranga fa parte della nostra cultura. È una cosa culturale e naturale per un senegalese

accogliere i suoi amici e parenti” .

4. Le rappresentazioni della società italiana: una critica afro-mussulmana

Una delle critiche dell’Italia più ricorrenti da parte degli immigrati da più di 10 anni è la

mancanza di POLITICHE efficaci, combinata ad un eccesso di politica in tutte le sfere della

VITA SOCIALE – “le associazioni e i sindacati predicano troppo la solidarietà in termini

astratti, ma a livello pratico è stato fatto poco”.

Oltre alle delusioni nei confronti dei servizi e delle politiche nei confronti degli immigrati, la

frustrazione maggiore viene espressa nei confronti di altre istituzioni, quali la polizia, ritenute

responsabili di abusi burocratici e talvolta di discriminazioni esplicite (es. le lunghe attese per

ottenere il permesso di soggiorno).

Tuttavia esistono anche delle eccezioni di senegalesi per cui gli italiani sono i migliori

d’Europa ed è per questo motivo che non si spostano in altri paesi. La coesistenza di queste

opinioni illustra un’immagine ambivalente dell’Italia, che è criticata per le sue carenze

organizzative e per il razzismo crescente, ma è anche ritenuto un contesto per stabilirsi

temporaneamente ed investire in progettualità di vario tipo.

Il “bianco occidentale” viene descritto come un individuo che enfatizza l’importanza del

DENARO e dell’acquisto, contrariamente alla CONDIVISIONE, come modalità specifica

degli occidentali di effettuare transazioni economiche o di garantirsi la sussistenza. Il bianco

occidentale è caratterizzato anche dall’incapacità di evitare lo sfaldarsi della famiglia e dei

valori spirituali. Questo ragionamento può sviluppare anche una critica complessa della società

italiana che in parte influenza la scarsa inclinazione al RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE

e la durata del modello migratorio individuale e maschile.

Il senegalese non è un immigrato che va per impiantarsi. Tutti i senegalesi vogliono ritornare

– infatti, nel caso senegalese, l’orientamento al ritorno, e per alcuni, il ritorno intermittente

collegato con attività commerciali da svolgere sia in Senegal sia in Italia è ritornello ricorrente-

il senegalese è molto legato alla sua terra. È costretto ad emigrare perché non trova le

condizioni per rimanere, ma il suo desiderio è sempre ritornare.

Resistenze al ricongiungimento si possono riscontrare anche nel contesto di partenza, per

problemi legati all’educazione sia religiosa che scolastica, in Italia molto differenti da quelle

senegalesi, oltre al rispetto di valori come la vecchiaia ormai persi in Italia. Una critica

ricorrente del contesto di approdo, infatti, è quella riferita alla MANCANZA DI FEDE oltre a

quella nei confronti del MATERIALISMO OCCIDENTALE.

Quindi il POTENZIALE degenerativo del DENARO, l’accecante MATERIALISMO e la

DISTRUZIONE DELLA FAMIGLIA sono tutti rimproveri tipici nei confronti della società

occidentale.

Capitolo 5 – “ABUSIVISMO COMMERCIALE”, NUOVO RAZZISMO E LA

CRIMINALIZZAZIONE DEI MIGRANTI

“abusivismo”

Il problema dell’ e i dibattiti conflittuali su questo fenomeno preesistevano a

qualsiasi forma di discorso sull’immigrazione. Allo stesso tempo, l’abusivismo commerciale,

costituiva il contenitore immaginario all’interno del quale la comunità riminese pensa il

fenomeno immigrazione; riducendo così la complessa vicenda migratoria ai due aspetti che

“straniero ambulante” “straniero deviante”

ripropongono al lettore lo schema di o .

1. Rimini: “il divertimento d’Europa”

L’economia turistica riminese ha inizio dal ventesimo secolo. Una data simbolica è

sicuramente rappresentata dal 1908 grazie alla costruzione del Grand Hotel.

È comunque nel periodo tra le due guerre che si assiste agli investimenti infrastrutturali più

impressionanti e che il target delle iniziative turistiche si allarga gradualmente verso le masse

popolari.

Tra il 1920 e il 1940 Rimini fu caratterizzata da un grande processo di urbanizzazione che

portò anche all’aumento del numero di Hotel e di negozi legati al turismo.

Dopo la guerra si assiste ad un secondo boom economico e alla trasformazione della città in

“spiaggia nazional popolare”.

Verso la fine degli anni ’80 la riviera riminese conosce un certo periodo di stagnazione e,

successivamente di declino dell’immagine della riviera adriatica, la quale sembra aver perso la

sua forza di attrazione. Sempre in questi anni il destino sembrava accanirsi con il fenomeno

delle mucillagini che allontanò ulteriormente i turisti, soprattutto stranieri.

In particolare due furono le reazioni e le strategie da parte degli operatori turistici:

Una parte degli operatori turistici si impegnò in un processo di rivitalizzazione

- dell’immagine della riviera e di diversificazione delle offerte cercando di corrispondere

alla varietà dei tipi di turista.

Un secondo atteggiamento fu quello di puntare sulla leva dei prezzi senza mutare il

- modello turistico.

La resistenza al cambiamento si mostrava sia nei confronti delle strategie turistiche da adottare

che nell’affrontare la nuova immigrazione internazionale.

L’immigrazione a Rimini

Tra il 1974 e il 1984 gli unici stranieri a Rimini erano qualche pescatore tunisino e qualche

lavoratore stagionale marocchino.

Tra il 1985 e il 1989 si assiste alle prime ondate di immigrazione con gruppi di senegalesi,

marocchini, tunisini e brasiliani.

I locali cominciarono a mostrare i primi segni di ostilità per ciò che veniva sentito come

“competizione economica”, in particolar modo nei confronti degli ambulanti in cui la

maggioranza era di origine senegalese.

In questo periodo vennero aperti i primi due centri di ascolto e informazione sia a Rimini che a

Riccione.

Tra il 1990 e il 1995 altre nazionalità si aggiunsero a quelle già citate, rendendo la questione

immigrazione un tema politicamente “caldo”.

Le forze politiche gradualmente si ritirarono dall’impegno nel settore delle politiche sociali,

delegando molti degli oneri al VOLONTARIATO, che in ogni caso non riuscì a colmare la

mancanza di promozione di politiche finalizzate ad un positivo inserimento dei migranti nei

mercati dell’alloggio e del lavoro. Di conseguenza diminuì la fiducia nei confronti delle

istituzioni pubbliche da parte degli stranieri che reagirono mettendo in atto forme informali o

anche illegali di lavoro, andando così a peggiorare sia le loro possibilità di residenza regolare

nel paese che gli atteggiamenti ostili degli autoctoni.

Nell’arco di tutti gli anni ’90 e in particolare durante l’estate la cornice dell’”abusivismo

commerciale” e della micro-criminalità si presenta come il contenitore immaginario all’interno

del quale la comunità riminese pensa il fenomeno immigrazione.

Il conflitto sulla stampa locale

Nel 1996 una ricerca finanziata dalla regione Emilia Romagna, smentisce alcune leggende che

circondavano il fenomeno dell’abusivismo commerciale sulla riviera romagnola:

L’esistenza di una centrale organizzativa che controllasse gli ambulanti (era una

- situazione di mercato anche se informale);

La crescita continua del fenomeno ( il numero risultava stabile sulle 2 mila unità da

- qualche anno );

Appannaggio dell’immigrazione clandestina (molti avevano il permesso di

- soggiorno).

Quasi la metà è di nazionalità SENEGALESE e la maggioranza si riforniva proprio in

RIVIERA.

È a luglio che il dibattito si accende. La Cgil critica l’eventualità di un azione di

pattugliamento delle spiagge sulla base di un accordo preso con i comuni.

Si comincia a parlare di “soglia di tollerabilità oltrepassata” e ha inizio l’organizzazione di

controllo, prevenzione e repressione del fenomeno coordinata tra questura, prefettura,

carabinieri, finanza, capitaneria di porto e vigili urbani.

Il dibattito continua tra precisazioni, controproposte che ribadiscono le divergenti posizioni

fino alla fine del mese. In questo periodo il dibattito sull’abusivismo e il discorso

sull’immigrazione si confondono totalmente e vengono presentati come lo stesso argomento. Il

complesso fenomeno dell’immigrazione viene ridotto al problema dell’abusivismo

commerciale.

Se si segue la lettura dei giornali locali non si riesce a conoscere questi senegalesi: uomini neri

o di colore, vu cumprà, abusivi, extracomunitari, deboli, ma allo stesso tempo pericolosi. Dai

giornali locali traspare un’immagine di volenza e criminalità organizzata che non corrisponde

affatto all’immagine che traspare dalle testimonianze dei cittadini della riviera.

L’evento è esemplare di come vengano erroneamente percepiti i senegalesi che vivono nel

contesto riminese soprattutto durante un’estate trascorsa a seminare un clima avvelenato da

rappresentazioni che confondono l’abusivismo con l’immigrazione.

2. Le rappresentazioni ambivalenti nei confronti dei migranti senegalesi

Un ulteriore sguardo etnografico a contesti quotidiani come bar, spiagge ecc… ha permesso di

vedere come i giornali locali, in realtà, più che demonizzare lo straniero, tendono ad

assecondare i “luoghi comuni” sulla questione immigrazione.

Nei confronti dei senegalesi, infatti, abbiamo opinioni al quanto ambivalenti, poiché,

nonostante sia una delle comunità immigrate a cui si riserva di solito più simpatia, esistono

alcuni stereotipi su di loro come il conflitto sulle attività commerciali.

Si può distinguere una forma di stigmatizzazione connessa alla questione dell’”immagine

della città” (l’immagine di capitale turistica d’Europa DANNEGGIATA DAL DISORDINE

FATTO DA QUEI NERI DAVANTI ALLE VETRINE DEI NEGOZI) e un sentimento più

antagonista legato alla competizione sleale che si suppone metta in ginocchio l’economia

turistica.

Alcuni testimoni, infatti, sostengono che la competizione in realtà non è il vero problema, ma

la frustrazione di una stagione andata a male che spesso viene attribuita alla presenza straniera.

Ad ogni modo anche queste due argomentazioni sono state smentite dalla ricerca. I turisti sono

più infastiditi dall’ossessivo pattugliamento che non dall’occasionale venditore e, inoltre,

l’impatto negativo del commercio informale corrispondeva al massimo 2,3% rispetto al

guadagno stagionale in riviera.

È comprensibile da parte del commerciante l’antagonismo sviluppato nei confronti dei “vu

cumprà” se pensiamo ai continui aumenti e alle tasse a cui devono sottostare.; in quanto

l’ambulante diventa il tipo ideale di antagonista capace di godersi impunemente la libertà

negata (“siamo soffocati dalle tasse e non sopportiamo di vedere della gente vendere nelle

spiagge liberi di fare i comodi loro”).

Bisogna smentire poi che dietro le attività commerciali di molti senegalesi esiste molta

ORGANIZZAZIONE, ma non di tipo criminale o malavitosa.

attore simbolico

Il migrante rappresenta ciò che ALTHABE chiama “ ”, il terzo escluso con

funzione di mediazione. L’immigrato nelle realtà urbane, infatti, funge da attore simbolico

negativo, il quale con la sua esclusione e segregazione rafforza l’intesa e il consenso tra gli

autoctoni.

3. Un sito di riterritorializzazione

Nello studio delle migrazioni si rivela interessante anche la capacità dei migranti di ricreare il

proprio contesto culturale all’estero.

Un esempio molto importante per capire questo concetto è il campeggio “sole” sulle colline

della provincia di Rimini che ospita, in inverno, una trentina di senegalesi e si affolla sempre e

soprattutto di senegalesi venditori durante l’estate. Il campeggio era stigmatizzato non solo da


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in progettazione e gestione dell'intervento educativo nel disagio sociale
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tonia_la di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia dei processi migratori e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Riccio Bruno.

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