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Introduzione

L'antropologia delle migrazioni ha assunto negli ultimi anni un ruolo cruciale. L’obiettivo di alcuni studiosi è quello di fornire una serie di concetti per sviluppare un vocabolario meno essenzialista e capace di tradurre la complessità delle esperienze migratorie contemporanee superando la schematicità dei modelli bipolari.

Secondo Grillo lo studioso del fenomeno migratorio deve lavorare contemporaneamente su tre fronti:

  • Le istituzioni della società di approdo
  • Gli immigrati
  • La società di origine

Riccio per questo lavoro ha seguito i consigli di Grillo. Questo lavoro rappresenta un buon esempio di migrazione transnazionale, quello dei senegalesi emigrati dalle regioni nordoccidentali e da Dakar per lavorare e vivere in Italia. L’analisi si focalizza sulle molteplici relazioni tra questi migranti e gli italiani che partecipano alla costruzione dell’immigrazione a livello locale (sindacalisti, operatori sociali, ecc.). Questa interazione può produrre effetti costruttivi, quali i tentativi di cooperazione decentrata, quanto effetti conflittuali e fenomeni di razzismo.

L'antropologia e l'etnografia delle migrazioni transnazionali

La recente antropologia delle migrazioni ha subito profonde trasformazioni a livello teorico e metodologico. Un’influenza importante è costituita dall’anti-essenzialismo. Si è cercato, soprattutto, di superare il modello “bipolare” che tendeva a rappresentare il migrante come uno “sradicato”, rispetto a un contesto considerato immutabile, che mira ad “integrarsi” faticosamente in un altro contesto. Molti approcci etnografici alle migrazioni contemporanee cercano di focalizzare l’attenzione sulla capacità dei migranti di essere in entrambi i contesti contemporaneamente.

Transnazionalismo è il processo attraverso il quale i migranti, grazie anche alle innovazioni tecnologiche, tessono reti e mantengono relazioni sociali, economiche, culturali e politiche che, collegando le loro società di origine a quelle di approdo, attraversano i confini nazionali. Tale approccio tende ad evidenziare la dimensione “micro”, ovvero si concentra sulle esperienze quotidiane delle persone. L’approccio transnazionale costituisce un’innovazione importante perché consente, inoltre, di comprendere adeguatamente i contesti di approdo.

Tuttavia alcuni autori hanno espresso dubbi riguardo l’approccio transnazionale alle migrazioni. Il transnazionalismo contemporaneo è caratterizzato da velocità, intensità e frequenza.

Schema teorico sottostante l’approccio transnazionale

  • La migrazione transnazionale è influenzata dal capitalismo globale e va analizzata nel contesto delle relazioni globali tra capitale e forza lavoro.
  • Il transnazionalismo è un processo attraverso il quale i migranti con le loro attività quotidiane e le loro relazioni sociali, economiche e politiche creano campi sociali che attraversano i confini nazionali.
  • Vivendo le proprie vite attraverso i confini, i transmigranti si trovano coinvolti in due o più stati nazione.

In questa sede si è preferito utilizzare al posto di transnazionalismo quello di transnazionalità, perché meno politico e più generico.

Esistono, inoltre, autori che vedono nelle migrazioni transnazionali dei sintomi del declino dello stato nazionale. Le pratiche transnazionali con la loro natura contro-egemonica rappresentano atti di resistenza nei confronti del potere definitorio e regolatore degli stati nazione. Altri autori sostengono che in zone del mondo diverse fra loro come l’Asia, gli Stati Uniti e l’Europa, gli stati nazionali stanno ora adattando e ridefinendo le loro pratiche per gestire le conseguenze della ristrutturazione economica globale.

In Europa, specialmente per quanto riguarda le politiche migratorie, gli stati nazionali mantengono ancora una sovranità assoluta sul processo decisionale, e la globalizzazione, pur comportando una diminuzione del potere degli stati in alcuni campi, permette che questi ultimi mantengano una capacità regolatrice in aree cruciali per la funzionalità della nuova organizzazione capitalista. Lo sviluppo delle migrazioni transnazionali potrebbe stimolare più delle trasformazioni dello stato nazionale che un esaurirsi totale della sua funzione, in particolare per quanto riguarda quella di controllo e polizia.

I senegalesi in Italia come esempio di transnazionalità

I senegalesi prediligono la Spagna e soprattutto l’Italia dopo la Francia. Infatti rappresentano la comunità più importante dell’Africa Subsahariana in Italia con quasi 50.000 residenti regolari, principalmente uomini (90%) che emigrano individualmente seguendo contatti e reti sociali. I senegalesi non emigrano mai senza un contatto o un indirizzo in tasca.

La prima migrazione senegalese in Italia rispondeva già ad una logica transnazionale e molti di loro provenivano a quel tempo dalla Francia e solo in seguito dal Senegal. La maggior parte dei senegalesi è impegnata nel settore del commercio, anche se negli ultimi anni è aumentato il numero dei lavoratori dipendenti. In ogni caso molti dei lavoratori dipendenti affiancano il proprio lavoro a qualche esperienza in campo commerciale, sfruttando al massimo i due paesi (Italia-Senegal) cui vivono contemporaneamente durante l'anno.

Infatti, loro trascorrono gran parte della loro vita all'estero, ma ritornano nei contesti di origine abbastanza spesso con la finalità complessiva di creare una vita in Senegal per sé e la propria famiglia. Le migrazioni senegalesi verso l'Italia coinvolgono soprattutto migranti Wolof provenienti dalle regioni nord-occidentali e da Dakar. La maggioranza appartiene alla confraternita Sufi Muridiyya, che ha facilitato lo sviluppo di reti sociali nell'emigrazione e nelle reti economiche.

Esclusione ed integrazione come processi interattivi

Si può essere esclusi dall'accesso a diversi tipi di risorse. Un primo livello è costituito dall'esclusione insita nel termine "extra-comunitario", che implica uno stato di estraneità territoriale rispetto al contesto "Schengeliano". Infatti, in diversi paesi europei assistiamo ai continui tentativi di escludere gli stranieri che vengono rappresentati come unità lavorative temporaneamente funzionali a cui concedere con sempre maggiori difficoltà i vantaggi della cittadinanza.

Esiste, però, un altro tipo di esclusione che colpisce molti migranti in Europa, ovvero quella con cui devono confrontarsi una volta dentro la "Fortezza": essi risultano marginalizzati economicamente a causa dello svolgimento di lavori insicuri e della frequente disoccupazione; socialmente a causa di una scarsa scolarizzazione, dell'esposizione al coinvolgimento criminale, e di frequenti tensioni familiari; politicamente per la mancanza di potere nell'influenzare le prese di decisione ad ogni livello di governo; fisicamente attraverso processi di ghettizzazione urbana.

Si viene a creare così una sorta di circolo vizioso: i migranti vengono rappresentati come criminali, vengono fatte aggressive campagne politiche sull'immigrazione irregolare, accrescendo così l'ansia per il controllo dei flussi e la tendenza mediatica a rappresentare i migranti come un problema socio-culturale; di conseguenza si diffonde tra la popolazione autoctona un clima xenofobo che tende a colpire soprattutto le minoranze presenti nei paesi europei.

Come conseguenza si è avuta, anche, una forte politicizzazione del concetto di cultura e di appartenenza culturale. Infatti l'esclusione viene legittimata con ragioni "culturali" che esaltano le differenze per giustificare le disuguaglianze, e di conseguenza si assiste alla nascita di quello che prende il nome di "razzismo debiologizzato" che si basa su argomentazioni emergenti dal senso comune (es. desiderio di regole chiare, l'ordine, ecc.) come naturale difesa del proprio territorio. L'immigrato viene visto come culturalmente differente da noi in modo eccessivo e quindi di conseguenza ci si sente giustificati nel considerarlo inferiore.

L'esclusione può essere analizzata anche in chiave contestuale e relazionale; infatti, benché esistano sistemi sociali ed economici che marginalizzano ed escludono, esistono anche attori sociali che includono ed escludono. L'opposto del fenomeno dell'esclusione è quello dell'integrazione. Per integrazione si intende quel processo di incorporazione che trasforma temporaneamente o permanentemente i migranti in nuovi membri della società di accoglienza. Tale processo inizia già prima che i migranti arrivino nella società di approdo attraverso forme di controllo altamente difensive e rappresenta un fenomeno di reciproco adattamento che influenza sia i gruppi immigrati che la società d'approdo.

Un altro aspetto sottolineato è l'importanza delle esperienze e dei desideri dei migranti come variabili determinanti per la loro integrazione o non integrazione.

Le ambivalenti politiche migratorie italiane all'interno della "fortezza europea"

A metà degli anni '80 gli italiani e la società italiana subirono lo "shock" dell'immigrazione. Si osserva una profonda ambiguità nel percorso delle politiche sull'immigrazione in Italia che esprimono da un lato il bisogno oggettivo di lavoratori stranieri da parte del mercato del lavoro e, dall'altro, una crescente criminalizzazione dei migranti visti come un pericolo da espellere.

Leggi nazionali sull'immigrazione

  • Prima legge: nel 1986 fu varata la prima legge in materia (L 943 del 30.12.1986) con cui ci si pone l'obiettivo di garantire ai lavoratori extracomunitari gli stessi diritti dei lavoratori italiani, si prevedono procedure per il ricongiungimento familiare e, in ultimo, la possibilità di ingressi su richiesta nominativa di un datore di lavoro italiano.
  • Seconda legge: nel 1990 veniva emanata la cosiddetta Legge Martelli (legge n. 39/1990), che cercava per la prima volta di introdurre una programmazione dei flussi d'ingresso, oltre a costituire una sanatoria per quelli che si trovavano già nel territorio italiano. Questo significa che, negli anni '90, il permesso di soggiorno in Italia veniva accordato solo per ricongiungimenti familiari, a rifugiati politici e a coloro già in possesso di un contratto di impiego in Italia. Tale normativa, pur se disorganicamente, rivisitava tutta la disciplina in materia di asilo politico, ingresso, soggiorno, respingimento ed espulsione del cittadino extracomunitario, secondo un’ottica di rigoroso controllo dell’immigrazione. Si cerca di andare sul concreto ed individuare strumenti che consentano di gestire almeno le emergenze (si vedano i centri di prima accoglienza). L'approccio è più orientato ai problemi, e in particolare alla soluzione delle emergenze portate dalla presenza immigrata nel nostro paese.
  • Terza legge: è del 1998 la legge Turno-Napolitano (legge n. 40/1998), che cercava di regolamentare ulteriormente i flussi in ingresso, cercando tra l'altro di scoraggiare l'immigrazione clandestina e istituendo, per la prima volta in Italia, i centri di permanenza temporanea (CPT) per quegli stranieri "sottoposti a provvedimenti di espulsione". Al lavoratore extracomunitario deve essere assicurato il pieno accesso alla sanità, ai servizi sociali, alla scuola e alla casa, nonché la protezione della cultura e della lingua di origine, ma l'attuazione è complessa, frammentaria, parziale. La materia sarà tuttavia regolamentata nuovamente nel 2002, con la cosiddetta Legge Bossi-Fini, che prevede, tra l'altro, anche la possibilità dell'espulsione immediata dei clandestini da parte della forza pubblica.

L'immigrazione in Italia ha contribuito ad una crescente preoccupazione a livello europeo circa le frontiere. Il governo italiano ha continuato a rafforzare i controlli alle frontiere sotto la pressione di una "Fortezza Europea" sancita dall'"Accordo di Schengen". Il contributo italiano alla costruzione della Fortezza è divenuto ancor più chiaro con il Decreto Dini (1995) sull'immigrazione. Il decreto prevedeva la regolarizzazione per due anni degli immigrati dipendenti, l'espulsione degli immigrati illegali e disoccupati, l'espulsione degli extracomunitari ritenuti "socialmente pericolosi" ed il dovere per gli immigrati alla frontiera di esibire un certificato medico.

La ricerca sul campo: pregi e limiti delle etnografie multi-situate

Per chiarire il dibattito sulle ricerche multilocali è fondamentale fare due distinzioni:

  • Una prima distinzione è quella tra l’etnografia multi-situata, come una tra le strategie sperimentali più adottate dai ricercatori per allargare lo sguardo etnografico e abbandonare l’idea di comunità o cultura come “entità chiusa”, e la pratica di ricerca che studia la vita dei migranti su due sponde, il contesto di partenza e il contesto di approdo. Nel secondo caso ci si riferisce ad una metodologia più precisa e caratterizzante gli studi delle migrazioni, già evidenziata negli anni ’70 da Watson, il quale sosteneva che “è impossibile acquisire un’immagine completa dell’immigrazione come processo senza investigare le persone e le loro famiglie su entrambi i lati”.
  • La seconda distinzione, invece, consiste nel non confondere l’approccio transnazionale allo studio delle migrazioni con lo specifico fenomeno della migrazione transnazionale. Negli anni ’90 si assiste ad una crescita enorme della ricerca transnazionale delle migrazioni. A riguardo può risultare molto utile anche un’altra distinzione tra: approccio metodologico e fenomeno sociale.

Per questa analisi la prima cosa da fare è stato costruire un “campo etnografico” selezionando gli informatori tra la comunità migrante e all’interno di istituzioni del contesto di accoglienza (sindacati, centri stranieri, volontariato, ecc.). Nella ricerca sul campo iniziale si è voluto esplorare come le reti transnazionali influenzano le vite dei migranti e come questi ultimi si relazionano con i limiti e le opportunità dei contesti di immigrazione. Un secondo punto di osservazione è il lavoro quotidiano e le rappresentazioni dei diversi operatori (sociali, sindacali, formativi), i quali forgiano parzialmente il contesto di accoglienza.

Gli strumenti utilizzati per tale ricerca sono stati:

  • Osservazione partecipante
  • Storie di vita e professionali
  • Interviste

È risultato fondamentale conquistare la fiducia degli interlocutori per esplorare aspetti cruciali dei loro percorsi biografici. Questa ricerca è stata scandita da almeno quattro tipi di comparazione:

  • Un confronto nello spazio connesso ai continui riferimenti e comparazioni tra azioni e pensieri emergenti dai diversi siti della ricerca sul campo.
  • Un confronto tra due province vicine e le loro politiche nei confronti dei migranti.
  • Una comparazione nel tempo per il suo valore longitudinale.
  • Una comparazione tra storie di vita e professionali (somiglianze e differenze).

Uno degli obiettivi principali della ricerca era quello di documentare la varietà dei punti di vista nei confronti del processo migratorio. Va sottolineato, inoltre, che la transnazionalità va intesa non solo come un sistema di reti sociali che attraversa i confini politici degli stati-nazione, ma anche come un insieme di pratiche relazionali. Le reti familiari e amicali interne alla comunità transnazionale si intrecciano con reti formali e informali create nei molteplici contesti locali di immigrazione. I connazionali all’estero oltre a riferirsi ai legami di comunità, tentano di costruire altre reti nel contesto di approdo. Inoltre, nei ritorni intermittenti in patria i migranti espandono la propria rete.

La ricerca translocale, quindi, permette di esplicitare in modo marcato la natura processuale e costruttiva sia dell’etnografia, sia della vita degli stessi informatori. L’etnografia multisituata si costruisce come una spirale. Infatti, ogni stadio del processo di ricerca beneficia di quello precedente. Questo tipo di ricerca può risultare stancante anche dal punto di vista fisico, in quanto richiede abilità umane di socialità, pazienza e capacità di adattamento al movimento continuo. Inoltre, va sottolineato che attraverso una ricerca translocale un ricercatore tende a focalizzarsi su alcuni aspetti (lavoro, famiglie transnazionali, ecc.) a scapito di altri.

Un aspetto di fondamentale importanza nello studio di tale specifica comunità transnazionale è l’importanza dei diversi contesti locali di partenza e di approdo nell’influenzare l’esperienza dei migranti. La sfida metodologica da affrontare consiste nel rendere lo sguardo etnografico capace di cogliere le connessioni transnazionali senza perdere di vista il contesto locale, il quale, a sua volta non è un dato naturale. Al contrario, anche esso è mutevole e prodotto di performance, pratiche, narrazioni, relazioni, ecc.

Capitolo 2 – Contesti di partenza e rappresentazioni dell’emigrazione

L’emigrazione dal Senegal come metafora di successo

Il Senegal contemporaneo è caratterizzato da una situazione economica e sociale precaria con un’agricoltura al collasso e la siccità che stimola processi di urbanizzazione di sempre più difficile gestione. Inoltre dagli anni ’60 la popolazione è più che raddoppiata (da 3 a 7 milioni di abitanti), con un’alta presenza giovanile che va a gravare sulle famiglie. Il ritiro parziale dell’impegno governativo dal settore agricolo, i prezzi alti e le tasse proibitive rendono sempre più difficile il sostentamento delle famiglie.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tonia_la di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia dei processi migratori e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Riccio Bruno.
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