Antropologia dei processi migratori
Capitolo 1 - Riflessioni sull'approccio transnazionale alle migrazioni
Le transmigrazioni non sono un fenomeno né nuovo né omogeneo. Esistono, infatti, svariati modi di essere transnazionali (ad esempio in relazione al genere). Oggi le transmigrazioni sono solo più diffuse che in passato.
Il concetto di "transmigrazione"
Negli anni '90 sono gli studiosi nordamericani e più tardi europei ad occuparsi dello studio delle migrazioni internazionali, mettendo in evidenza però una "nuova forma di migrazione". Ci si è resi conto che, contrariamente a quanto era stato previsto negli anni '70, i movimenti internazionali invece di attenuarsi si sono intensificati portando con sé delle differenze. In questa "nuova era migratoria" coloro che migrano tendono a mantenere continui e significativi legami con il paese d’origine, a differenza dei migranti del passato i quali si stabilivano in maniera definitiva nei paesi d’arrivo.
Si utilizza così il concetto di "transnazionalismo" per indicare questo tipo di migrazioni internazionali (transmigrazioni), in cui i migranti stabiliscono campi sociali che attraversano confini geografici, culturali e politici, diventando "transmigranti" e di conseguenza sviluppando e mantenendo multiple relazioni (familiari, economiche, sociali, religiose e politiche) che si estendono al di là dei confini nazionali.
Esiste una lettura "politico-economica" del concetto di transmigrazione, in cui tale fenomeno è analizzato con una prospettiva transnazionale e inserito nel contesto del transnazionalismo. In questa versione la globalizzazione è il contesto all’interno del quale vengono compresi i movimenti internazionali contemporanei, accompagnata da nuove forme di organizzazione internazionale.
Esiste, inoltre, anche un’altra lettura delle transmigrazioni come processo che porta alla disgregazione dell’essenzialismo, ed alla sua sostituzione con reti e identità più complesse di natura diasporica o ibrida (versione postmoderna del fenomeno).
L’antropologo americano Rouse sostiene che si è passati da processi di accumulazione di capitale a processi organizzati lungo linee transnazionali. I migranti stessi divengono canali per ulteriore flusso di denaro, beni, informazioni, e questo a causa dell’insicurezza economica che non permette ai migranti di impegnarsi in una residenza di lungo termine nel paese d’arrivo. Le migrazioni, quindi, sono sempre più dovute alla ristrutturazione economica globale che rende insicuro qualsiasi luogo (aggravata da altri fattori come il razzismo o la pressione demografica).
Transmigrazioni, un fenomeno nuovo?
Nell’ultimo decennio si è molto dibattuto su se e come le transmigrazioni siano un fenomeno nuovo, sulle loro cause, sulle forme e sulle loro traiettorie a lungo termine. La letteratura sulle migrazioni economiche circolari in Africa coloniale e postcoloniale si è occupata di transmigrazione.
Negli anni '20 le migrazioni per lavoro erano combinate col ciclo agricolo annuale, in cui i migranti trascorrevano all’incirca sei mesi al lavoro per poi ritornare alle loro case nelle zone rurali. L’obiettivo di questo periodo era, infatti, incoraggiare le persone ad andare avanti e imparare la dignità del lavoro. Ma quando aumentò il bisogno di contanti (per finanziare l’educazione dei figli) cambiò anche il modello delle migrazioni, le quali invece che cicli annuali coprivano diversi anni, in media tre o quattro.
Durante gli anni '60 e '70, in certe industrie (miniere e ferrovie), i lavoratori africani cominciarono ad essere impiegati per periodi sempre più lunghi e continuativi ed essi iniziarono a portare le loro famiglie in città. A partire dagli anni ’70 le relazioni possono essere considerate transnazionali (anche se non furono teorizzate come tali), in quanto operavano attraverso confini nazionali, coinvolgendo contesti rurali e urbani, città e campagna. Questo mostra che le transmigrazioni sono un fenomeno di vecchia data, ma ciò che distingue i nuovi migranti transnazionali sono l’alta intensità degli scambi, i nuovi modi di commerciare e la moltiplicazione delle attività che essi intraprendono attraverso i confini.
Diversi modi di essere transnazionali
Le transmigrazioni non sono un fenomeno omogeneo. Fondamentale per capire meglio questa affermazione è, ad esempio, la distinzione tra i marocchini e i senegalesi, i quali hanno un diverso modo di percepire l’esperienza di vita in Italia.
- Marocchini: In Italia intorno agli anni '90 la maggior parte dei lavoratori marocchini era arrivata senza documenti ed aveva acquistato il permesso di soggiorno attraverso tre sanatorie. Essi sono spesso giovani, istruiti e accompagnati dalle famiglie. Circa il 20% sono donne, le quali sono arrivate in Italia da sole ed hanno trovato lavoro fuori casa in occupazioni di cura o lavoro domestico (a differenza di quanto siamo portati a pensare).
- Senegalesi: La migrazione dei senegalesi verso l’Italia è iniziata intorno agli anni '80 per ragioni economiche, tra cui la crisi dell’agricoltura tradizionale. I primi migranti provenivano dalla Francia, poi direttamente dal Senegal. Intorno al 1989, molti senegalesi che avevano lavorato in Sicilia ed al sud si spostarono verso il nord, più ricco e industrializzato, puntando all’ambulantato lungo le zone turistiche della costa. La maggior parte sono wolof e appartengono alla confraternita islamica dei muridi, la quale svolge un ruolo importante (sistema di solidarietà) sia in Senegal che fra i senegalesi all’estero. I senegalesi immigrati sono prevalentemente uomini singoli.
La maggior parte dei senegalesi lascia le proprie famiglie in Senegal, mentre molti marocchini vivono in coppia e con i figli. I senegalesi passano gran parte del tempo lontani da casa, tornandovi ad intervalli frequenti con il progetto di creare per sé e le proprie famiglie una vita in Senegal (definitivo ritorno in Senegal).
Anche i marocchini mantengono i contatti con le loro regioni d’origine, ma tendono a costruire la propria vita su due paesi (Italia e Marocco) ed è per questo possiedono due case (una in Italia, l’altra in Marocco). Alcuni studiosi parlano in questo caso di "doppia appartenenza" che a volte causa un senso di rottura e discontinuità. Tuttavia, entrambi i migranti sono sia qui che là, ma in modi diversi.
Completamente diverso è, invece, il caso dei rifugiati Tamil dello Sri Lanka in Norvegia, costretti all’esilio. La loro vita è caratterizzata dalla "simultaneità tra casa ed esilio", divisa tra due universi: lavoro norvegese, casa tamil, settimana norvegese, week-end tamil, pubblico norvegese, privato tamil e così via. Anche coloro che vivono da diversi anni in Norvegia tendono a ripudiare la società norvegese, cercando un senso di appartenenza in compagnia esclusiva di altri tamil; correndo il rischio, però, di diventare permanentemente esclusi dalla società norvegese.
Questi esempi confermano che le transmigrazioni sono un fenomeno sfaccettato, vissuto in modi diversi a seconda dell’origine nazionale e della classe. Oltre che a rappresentare un fenomeno di genere (es. le donne marocchine che hanno lasciato il loro paese da sole sono costrette a stare in regola con il lavoro per poter rinnovare il permesso di soggiorno, quelle che invece sono emigrate attraverso il ricongiungimento familiare non hanno bisogno di avere un impiego regolare costante al fine di rinnovare il loro permesso di soggiorno).
Temi nello studio delle transmigrazioni
La prospettiva transnazionale rappresenta un passo in avanti nello studio delle migrazioni in quanto prende in considerazione le continue connessioni degli immigrati con il contesto d’origine.
Le analisi che si basano sulla lettura politico-economica e su quella post-moderna, offrono stimolanti spunti attraverso cui guardare questo fenomeno, ma esistono anche altri aspetti (collegati), su cui è necessario fare ricerca:
- Le traiettorie presenti e future: Porgere una certa attenzione all’origine e ai luoghi fra cui i transmigranti si muovono (non solo verso nord-sud o est-ovest come è accaduto, ma anche verso gli assi nord-nord e sud-sud).
- Le transmigrazioni e lo stato-nazione: I contesti di partenza e di arrivo plasmano le esperienze e i progetti transnazionali in modi diversi. Si evidenzia, quindi, il bisogno di riflettere sulla relazione tra nazionale e transnazionale.
- Istituzioni e discorsi in conflitto: Lo Stato continua ad essere parte delle condizioni materiali, economiche e normative che condizionano le pratiche transnazionali dei migranti e la loro esperienza di transmigrazione.
- L’impatto di contesti locali specifici sugli scopi e la profondità delle pratiche transnazionali dei migranti: I contesti di approdo e i contesti di partenza giocano un ruolo cruciale nel permettere, limitare e incanalare l’organizzazione transnazionale.
- La natura eterogenea di pratiche e identificazioni transnazionali: Tale approccio evidenzia la presenza di uno specifico pregiudizio di genere all’interno dell’egemonia degli stati-nazione che spesso forgiano le diverse esperienze di transmigrazione (le transmigrazioni sono influenzate da fattori di genere).
- Disaggregare la cosiddetta "comunità transnazionale": I ricercatori devono riconoscere e analizzare le tensioni interne che caratterizzano queste comunità e pluralità di traiettorie che emergono dai loro spazi transnazionali.
- Gli effetti complessi e contrastanti delle transmigrazioni: Le transmigrazioni devono essere considerate come un processo costante di costruzione di reti all’interno di spazi transnazionali. In quanto le transmigrazioni includono una vasta gamma di pratiche contrastanti che variano situazionalmente. Le transmigrazioni costituiscono una reazione creativa alle tendenze assimilazioniste dello stato-nazione.
Capitolo 2 - Da rifugiati a comunità transnazionali? Il caso eritreo in Inghilterra e Germania
Le trasformazioni in Eritrea
Nel 1991 l’Eritrea è stata completamente liberata dall’occupazione etiopica e nel 1993 è stata dichiarata indipendente a tutti gli effetti, sulla base di un referendum popolare. Il nuovo stato ha cercato di ricostruire una società e un’economia devastante attraverso:
- Democratizzazione politica e stesura di una Costituzione (1997)
- Riforma economica multi-settoriale
- Riforma sociale:
- Istituzionalizzare le pari opportunità tra i generi
- Integrare le due principali religioni del paese (Cristianesimo e Islam)
- Autosufficienza attraverso il rifiuto dell’assistenza esterna delle Nazioni Unite e delle ONG internazionali e la sostituzione della valuta etiopica con una nuova valuta eritrea (nakfa)
Nel 1998 questo processo di ricostruzione è stato interrotto a causa del sorgere di un conflitto con l’Etiopia, conclusosi poi nel 1999.
Le comunità di rifugiati dell'Eritrea
Le comunità di rifugiati dell’Eritrea comprendono soprattutto quei rifugiati che fuggirono durante la lotta per l’indipendenza e cercarono asilo in Europa e America del nord. Molti rifugiati furono costretti a migrare nei paesi vicini, specialmente in Sudan.
Non esistono dati accurati sulla grandezza della popolazione eritrea rifugiata in Europa o America del Nord, soprattutto, perché all’arrivo essi vennero registrati nella maggior parte dei paesi ospitanti come "etiopici". I maggiori paesi ospitanti sono l’Arabia Saudita, gli USA, il Canada e la Germania.
In Europa e in America del Nord si sono verificate 3 ondate principali di rifugiati eritrei durante la lotta per l’indipendenza:
- Una a metà degli anni '70
- Una l’anno successivo alla Campagna della Stella Rossa
- Una alla fine degli anni '80
Dal conflitto all'indipendenza: la decisione di non tornare e la certezza dello status nei paesi ospitanti
A differenza di quanto era ampiamente previsto, e cioè che la maggior parte degli eritrei all'estero sarebbe tornata a casa, è chiaro che ciò non si è verificato.
Gli ostacoli al ritorno
La maggior parte degli eritrei in Gran Bretagna e Germania ha ancora il sogno di ritornare in patria, ma una serie di ostacoli impedisce a questo sogno di realizzarsi. In primis abbiamo sicuramente l’educazione dei bambini e l’effetto scombussolante che comporterebbe il doversi riambientare. A questo si aggiunge la scarsità degli alloggi ad Asmara e gli affitti e i prezzi delle case molto alti.
Altri ostacoli sono legati alle condizioni che ci sono in Eritrea (quali bassi salari, assenza si assistenza sociale, scarsa assistenza sanitaria affidabile), a cui si aggiungono, infine, ostacoli sociali (tra cui un "sistema patriarcale insopportabile") e politici al ritorno in patria.
La certezza dello status nei paesi ospitanti rifugiati
Nei paesi ospitanti molti eritrei hanno visto riconosciuto il loro status di rifugiati a causa della lunghezza della lotta per l’indipendenza dell’Eritrea. La prima e la seconda ondata di eritrei si vide garantito automaticamente lo status di rifugiati, mentre per i "minori stranieri non accompagnati" arrivati con la terza ondata regna ancora l’incertezza (sull’opportunità o meno di ritornare in Eritrea dopo i 18 anni).
Agli eritrei che avevano ottenuto lo status di rifugiati è stato permesso di restare anche dopo che era diventato sicuro ritornare nel paese d’origine; questo perché avevano trascorso periodi abbastanza lunghi per ottenere il diritto alla cittadinanza o altri avevano ottenuto la cittadinanza col matrimonio. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, gli eritrei hanno ancora lo status di rifugiati.
L'indipendenza 1991-1997: l'evoluzione dei legami con le comunità e il paese d'origine
La decisione della maggior parte degli eritrei di non ritornare dopo l’indipendenza ha fornito i requisiti geografici per la loro transizione in comunità transnazionali.
I legami con le comunità d'origine
Su 44 eritrei intervistati in Germania e Gran Bretagna, 42 hanno parenti stretti (genitori, fratelli, sorelle, ecc..) che vivono in Eritrea. Quasi tutti mantengono contatti costanti con i loro parenti e 30 su 42 sono tornati in Eritrea per far visita ai parenti durante gli ultimi due anni dall’intervista.
Oltre alla parentela ciò che spinge gli eritrei a mantenere queste reti transnazionali sono gli obblighi sociali relativi alla famiglia (40 eritrei su 42 invia contanti, ma anche abiti e altri regali alle loro famiglie occasionalmente, e in alcuni casi anche regolarmente).
Un terzo motivo per approfondire i legami con le comunità di origine riguarda lo status; per la maggior parte dei progetti pubblici in Eritrea, si richiede ai membri della comunità locale di contribuire, e questi, a loro volta, si rivolgono spesso ai parenti all’estero per un aiuto nei pagamenti. Con i loro contributi, gli eritrei della diaspora possono elevare il loro status sia all’interno della comunità in cui vivono, sia nelle loro comunità di origine.
Oltre ai legami con le comunità d’origine, esistono anche legami tra gli eritrei all’estero; il legame più importante è il DEHAI.
I legami con il paese d'origine
Tra i rifugiati e lo stato eritreo si sono sviluppati legami di diverso tipo a partire dall’indipendenza:
- Legame economico: dall’indipendenza ad oggi ad ogni eritreo adulto della diaspora è stato chiesto di pagare, volontariamente, allo stato eritreo il 2% del suo reddito annuale.
- Legame politico: partecipazione degli eritrei della diaspora al referendum per l’indipendenza (1993) e alla stesura della Costituzione eritrea.
Identità "transnazionali"
Molti eritrei, nonostante i legami economici e politici con lo stato eritreo, ritengono che il governo si è distaccato da loro a partire dall’indipendenza e che esso considera i loro contributi economici come funzionali e la loro partecipazione politica al referendum e alla stesura della costituzione come semplici formalità. Ritengono quindi che è stata negata loro l’opportunità di partecipare pienamente allo sviluppo del nuovo stato.
In buona parte queste percezioni sono esatte. Il modo più evidente in cui si verificò questo distacco fu attraverso la chiusura degli uffici politici del FPLE (Fronte popolare di liberazione dell’Eritrea) nei principali paesi ospitanti la diaspora dopo l’indipendenza del ’91 e la creazione, al loro posto, di organizzazioni delle comunità locali. Secondo il governo eritreo, infatti, tutti gli eritrei che intendevano tornare sarebbero stati accolti, e quelli che decidevano di non farlo dovevano focalizzare le loro energie sul loro futuro nei paesi ospitanti.
Da parte del governo, inoltre, esisteva anche un senso di delusione per il fatto che molti eritrei avevano scelto di non tornare in patria, e quindi la scelta di non coinvolgerli troppo nel futuro dello stato. Di conseguenza molti rifugiati eritrei hanno sviluppato relazioni contraddittorie con lo stato e dichiarato di avere identità confuse o miste in quanto non si sentono né inglesi (ad esempio) né eritrei.
Dalla pace al conflitto: l'istituzionalizzazione della Diaspora da parte dello stato eritreo
Con l’inizio del nuovo conflitto, il governo eritreo ha cercato di sviluppare nuovamente legami più stretti con la diaspora, principalmente, in tre modi:
- Riaprendo gli uffici politici nei principali paesi della diaspora
- Rivitalizzando la rete dell’ERA
- Iniziando una campagna di informazione all’interno della diaspora (visite di rappresentanti)
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