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all’urbanizzazione dei muridi a Dakar;

Con la siccità, negli anni ’60, si assiste ciò rischiò di

compromettere la relazione esistente tra discepoli e marabutti, in quanto il compito settimanale di

lavoro per il marabutto non poteva essere trasferito facilmente ad un contesto urbano.

dahira urbane

Fu così che si svilupparono le , e il commercio divenne l’attività economica

fondamentale.

Il ruolo della confraternita si è rivelato fondamentale anche nell’articolarsi di alcune reti migratorie

transnazionali, proprio grazie al diffondersi delle dahira nei contesti di approdo. È dunque

opportuno concepire la formazione della comunità transnazionale senegalese come un processo

storico-sociale che, partendo dalle migrazioni interne, tende ora a sposarsi con le trasformazioni del

capitalismo mondiale contemporaneo.

3.1.4 Traiettorie multiple

L’emigrazione dal Senegal verso l’Italia è un fenomeno molto vario. Esiste una nuova ondata

migratoria giovanile e della classe media da Dakar: studenti e laureati, ma anche impiegati

ripiegano sull’emigrazione come fonte di miglioramento socio-economico. La gente preferisce fare

piccoli lavori all’estero, piuttosto che lavori prestigiosi in Senegal, in quanto guardano all’Europa

come la sola opportunità per guadagnare uno stipendio “decente”.

Anche i giovani, che hanno intrapreso un percorso formativo di alto livello, infatti, non possono

sperare di trovare un lavoro se non nell’economia informale.

Sulla base di questo, quindi, possiamo dire che esistono molti modi di essere transmigrante, a

seconda dei contesti di partenza specifici, delle classi socio-economiche, delle diverse appartenenze

religiose e dall’origine rurale o urbana. Occorre quindi vedere nella transmigrazione una natura più

processuale che considerarla una semplice reazione.

3.2 Uno sguardo dal contesto di approdo

35 milioni uomini

I senegalesi in Italia sono circa , principalmente , che emigrano individualmente

seguendo contatti e reti sociali. Benché il numero delle donne sia in crescita, attraverso i

ricongiungimenti familiari, lo è molto meno che per altre comunità immigrate in Italia.

La prima migrazione senegalese sulla costa dell’Emilia Romagna rispondeva già ad una logica

transnazionale e una volta in Italia l’occupazione più facile da trovare era l’ambulante.

Per il nuovo arrivato, infatti, il commercio di presenta spesso come l’unica soluzione; egli trova un

sistema di compravendita già stabilito: persone disponibili a fornire un prestito per l’acquisto di

prodotti o gli stessi rivenditori all’ingrosso che forniscono i primi prodotti da vendere e che

insegnano le strategie necessarie per intraprendere il commercio ambulante.

3.2.1 Processo di continua costruzione di reti

I muridi che nell’ambiente rurale detenevano il monopolio dell’arachide, spostandosi,

nell’ambiente urbano, hanno conquistato il monopolio del commercio e dei trasporti informali.

Essi possiedono un sistema di reti che collegano legami di appartenenza con attività commerciali,

ma queste reti di appartenenza religiosa e familiare non si sovrappongono a quelle commerciali,

bensì si aiutano e stimolano reciprocamente. Le reti familiari e di amicizia interne alla comunità

transnazionale si intrecciano con reti informali forgiate nel contesto locale di approdo (il volontario,

l’operatore, il collega di lavoro o l’amico imprenditore).

Questo sistema commerciale informale non è chiuso, non ha un’organizzazione autonoma, ma

emerge dall’interazione con il contesto economico in cui gli immigrati approdano.

Quindi la transnazionalità non si compone solo di un sistema di reti familiari e religiose che

attraversano i confini degli stati-nazione, ma anche di un insieme di pratiche relazionali. Non è un

sistema di reti chiuso in se stesso, ma un processo di costruzione multipla di nuovi legami.

3.2.2 La rilevanza dei diversi contesti locali di approdo

contesto locale di approdo

Il è importante nell’influenzare gli scopi e la regolarità delle pratiche

transnazionali. Esso Svolge un ruolo cruciale nel canalizzare, facilitare o ostacolare

l’organizzazione dei migranti. Rimini e Ravenna

Prendiamo, ad esempio, due contesti di approdo dell’Emilia Romagna: .

Rimini ha un’economia fondata principalmente sul turismo e questo provoca una stigmatizzazione

dell’emigrazione senegalese. Essa è percepita come una minaccia al benessere della comunità che è

formata prevalentemente da negozianti e commercianti che utilizzano l’immigrazione senegalese

come capro espiatorio delle stagioni turistiche più infelici.

Spesso diversi tipi di problemi vengono associati con la presenza della nuova immigrazione

attraverso una retorica di perdita e nostalgia: quali il risentimento nel vedere mutare i luoghi un

tempo familiari, la crisi di un modello di economia turistica, il rafforzamento delle tassazioni statali.

Per questo gli immigrati diventano una minaccia per la sfera pubblica da diversi punti di vista.

Ravenna invece possiede un’economia che affianca l’industria all’agricoltura, oltre che al

commercio e al turismo (che non raggiunge mai il livello riminese). Essa si rivela più flessibile nei

confronti dei cambiamenti socio-economici e sembra presentarsi come meno conflittuale nei

cooperazione decentrata

confronti degli immigrati. Ne sono testimonianza i primi tentativi di “ ”.

CO-SVILUPPO  co-

Questo fenomeno, che si è da poco sviluppato in Italia, prende il nome di “

sviluppo ” ed è caratterizzato da micro-progetti concepiti nel contesto di immigrazione che

vengono poi attivati nel contesto di origine, e coinvolgono ONG, enti locali e associazioni.

transnazionalismo senegalese

Il ha una forma:

MICRO, individuale

- MACRO, che caratterizza la transnazionalizzazione delle confraternite

-

3.2.3 Disaggregare la comunità transnazionale: esperienze ambivalenti

Le esperienze senegalesi individuali sulla costa della Romagna sono ambivalenti. La stessa realtà

sociale del commercio senegalese in Italia è fortemente variegata.

I commercianti si distinguono per i tipi di prodotti che vendono e per le diverse strategie adottate.

C’è chi si specializza in prodotti di “artigianato etnico” e chi preferisce vendere prodotti contraffatti

come accendini, occhiali, orologi e cd masterizzati.

Molti senegalesi si sentono costretti ad un’ attività commerciali e preferirebbero altre forme di

lavoro, altri, invece, pur avendo un lavoro dipendente che permette loro di acquisire il permesso di

soggiorno, vedono nel commercio un segno di identificazione. Questo perché, molte volte, nel

lavoro dipendente, il lavoratore immigrato tende ad essere mal pagato e senza alcun tipo di

copertura; per questo tende a ritornare ad attività commerciali con un certo grado di soddisfazione

per essere almeno il rispettoso capo di se stesso.

Inoltre il commercio ambulante può anche fungere da sostegno nei periodi di ricerca lavorativa.

Un’ulteriore distinzione all’interno del complesso mondo dei commercianti senegalesi si riferisce

alle nuove generazioni. I giovani, a differenza dei vecchi commercianti, sono più propensi a correre

rischi, perché vogliono di più e vogliono vendere prodotti di cui andare orgogliosi per non essere

scambiati come mendicanti.

I giovani tendono a discostarsi dal modello tipico anche nelle strategie commerciali transnazionali

intraprendendo iniziative più costruttive (i giovani non investono più ad esempio in negozi di

vestiti, ma prediligono altre attività come la tipografia, le società di pesca, ecc…).

Infine possiamo dire che l’attività del commercio ambulante è caratterizzata da una certa

ambivalenza che riguarda la paura da un lato e l’orgoglio dall’altro.

3.2.4 Le reti religiose

Le reti religiose (dahira) facilitano un reciproco aiuto costante tra i membri della confraternita. La

confraternita impedisce la decadenza dei VALORI nell’immigrazione e consente il rispetto delle

regole del contesto di approdo e quello del controllo interno alla comunità transnazionale. La

confraternita, quindi, aiuta il migrante a non trasgredire i principi morali, riferendo ogni minima

trasgressione al marabutto e alla famiglia in Senegal.

Gli spazi transnazionali sono mantenuti in vita da conversazioni a distanza, telefoniche, con persone

in continuo movimento e attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie come Internet.

Inoltre, frequenti sono le visite dei grandi marabutti; molto importanti da un punto di vista

simbolico, spirituale e anche organizzativo. Il marabutto raccoglie delle offerte di denaro, fornisce

ai discepoli la benedizione (impedisce la decadenza di valori) ed alcuni consigli specifici.

Quindi l’organizzazione religiosa si mostra decisiva nel mantenere un legame transnazionale e nel

fornire agli immigrati dei punti di riferimento spirituali e ideologici.

Capitolo 4- L’IMPATTO DELLE RETI TRANSNAZIONALI DEGLI EMIGRATI

SULLE ELEZIONI PRESIDENZIALI IN SENEGAL NEL 2000

Negli studi sulle migrazioni sono stati individuati 3 tipi di questo fenomeno:

EMIGRAZIONE A LUNGO TERMINE che terminerà con l’assimilazione

1. IMMIGRAZIONE A BREVE TERMINE che ha come scopo il ritorno al paese di origine

2. IMMIGRAZIONE CHE CREA UNA DIASPORA che impedisce l’integrazione sociale

3. nel paese ospitante

A queste 3 forme se ne aggiunge un’altra l’ EMIGRATO PER LAVORO: quello di chi entra in

reti transnazionali molto complesse che servono come fonte di informazione per l’impiego o per il

trasferimento di denaro alla famiglia rimasta nel villaggio, di riferimento identificatorio

simboleggiante la patria attraverso le pratiche del quotidiano (preparazione dei pasti, organizzazione

di feste secondo riti familiari…). Questi processi migratori si strutturano secondo obblighi di

mutuo aiuto o di cura reciproca. Le posizioni e le identità così create sono IBRIDE in quanto

tengono conto sia di elementi della regione d’origine sia di elementi della regione ospitante che si

mescolano gli uni agli altri grazie ad un’interazione costante degli individui.

Lo svolgimento delle ultime elezioni presidenziali mostra l’importanza crescente delle reti di

emigrati senegalesi per lo sviluppo politico, economico, religioso e sociale del Senegal. All’interno

di questi spazi transnazionali circola un numero di informazioni, veicolate da differenti mezzi di

comunicazione: comunicazione orale (incontri personali, via telefono…), il fax, i volantini, i video,

internet…

La circolazione dell’informazione fra gli immigrati senegalesi non è un fenomeno nuovo per far

circolare messaggi, in quanto la cultura orale della trasmissione del sapere ha una lunga tradizione

(avviene per via orale l’istruzione religiosa, la trasmissione della storia della dinastia ecc…).

Prima di vincere le elezioni presidenziali nel 2000, Abdoulaye Wade ha condotto per un anno la

campagna elettorale a partire dalla sua residenza in Francia. Egli ha puntato sui collegamenti

transnazionali come moltiplicatori di voto.

Capitolo 5- IDENTITA’, MODELLI DI CONSUMO E COSTRUZIONE DI SE’ TRA

IL MAROCCO E L’ITALIA

Fino agli anni ’70, i migranti erano percepiti ed analizzati per lo più nel quadro delle loro vite

all’interno del paese di accoglienza, o come lacerati dal dilemma del vivere “tra due culture”.

Una letteratura più recente si è , invece, particolarmente interessata alla natura transnazionale delle

migrazioni contemporanee. ibridità

I migranti sono divenuti dei simboli dell’ . Vivere nella diaspora conferisce agli individui

doppia coscienza

una “ ” in cui l’identità è il prodotto di un percorso di rottura di barriere e di

superamento di identità fisse e immutabili.

La possibilità di avere identità e località multiple grazie alle nuove tecnologie di trasporto e

informazione, porta alla disintegrazione delle barriere tra la società di accoglienza e quella di

origine.

Ralph Grillo si chiede se, per caso, i migranti che conducono vite transnazionali non siano in

realtà dei “lavoratori stranieri (gastarbeiter) camuffati” in cui la vita transnazionale non facilita

l’appartenenza simultanea a due paesi, ma può paradossalmente generare un sentimento di

dispersione dato dal vivere in due paesi, ma non appartenere a nessuno (ambivalenza e sentimenti

contraddittori che le donne marocchine in Italia esprimono verso la frammentazione delle loro vite

tra due paesi).

Indubbiamente, un importante aspetto della migrazione transnazionale è il fatto che essa rende

possibile la costruzione della propria identità sociale attraverso l’ottimizzazione delle risorse tra due

o più paesi.

Miller concede ai soggetti il ruolo di parte attiva nella costituzione della società e delle sue identità

teoria del consumo oggettivazione

elaborando la “ ” in cui si assiste ad una “ ” tramite cui lo

sviluppo umano è strettamente collegato alle sue forme esteriori.

Obiettivo di questo contributo è analizzare la negoziazione di significati sociali e culturali che

ruotano attorno al flusso di oggetti tra il Marocco e l’Italia.

Mentre nel caso di alcuni migranti, la percezione del paese di origine come “casa” diventa più

intensa, le donne marocchine rivelano una certa tensione attorno alle loro percezioni di dove è

“casa”. E ciò lo si può intuire analizzando le loro pratiche di consumo tra Marocco e Italia.

5.1 Marocchini in Europa: una popolazione di migranti in un contesto socio-

economico in mutamento

In Italia la presenza di immigranti marocchini inizia ad essere visibili dagli anni ‘80. Nel 1997 i

marocchini residenti in Italia erano 119.481, di cui 23.919 donne.

Circa l’11% delle donne marocchine vive in Emilia Romagna e, a differenza di quanto si possa

pensare, molte di loro hanno intrapreso l’esperienza migratoria da sole.

La maggioranza dei marocchini in Italia è giunta sprovvista di documenti ed ha ottenuto il

“permesso di soggiorno” attraverso successive regolarizzazioni.

Oggi il mercato del lavoro in Italia si presenta con notevoli differenze interne. Nelle regioni più

ricche del nord, come l’Emilia Romagna, l’immigrazione è più stabile che nel sud, poiché è stata

fin dall’inizio caratterizzata da un maggior numero di ricongiungimenti familiari e di migranti

“regolari” con progetti di insediamento a lungo termine. Nonostante ciò il numero di lavoratori non

in regola rimane alto anche qui.

L’andamento demografico dell’Italia, caratterizzato da tassi di natalità ai minimi storici, provocano

il bisogno di manodopera femminile immigrata. Le donne immigrate, attraverso le loro occupazioni

nei settori domestici e nei lavori di cura, risultano sempre più funzionali alla crisi dello stato sociale

in corso nelle società post-industriali: la maggior parte lavora in nero senza assicurazioni o

contributi.

5.2 Consumi, identità e percezioni di “casa”

5.2.1 Creare una “casa” in Italia

Molte donne marocchine in Italia esprimono il desiderio di comprare una casa o una terra in

Marocco, ma investire in attività in Marocco non è una pratica sempre sostenibile; soprattutto

quando tutta la famiglia è immigrata in Italia.

Ciò che costituisce un incentivo alla ricerca di riconoscimento sociale in Italia sono i figli, che

spingono le donne marocchine a conformarsi ad uno stile di vita rappresentato dall’uso e consumo

di certi beni. Per esempio acquistando beni di consumo per i loro figli (zainetti scolastici, vestiti,

scarpe o giochi particolarmente popolari in un determinato momento) in modo che si sentano

“pari” ai loro compagni.

Il “consumo della modernità”, quindi, diviene una modalità attraverso cui i migranti negoziano la

propria differenza e quella dei loro bambini con la società dominante di accoglienza.

“Casa”

Il termine acquista in questo caso diversi significati: è concepita, sia come lo spazio fisico

vissuto dalle donne e le loro famiglie, sia come elaborazione simbolica del luogo a cui si appartiene.

E’ uno spazio costruito attraverso la combinazione di beni e oggetti che rappresentano la loro

doppia appartenenza (all’Italia e al Marocco)- arredamento a basso prezzo, acquistato in Italia,

coesiste con oggetti che richiamano il mondo arabo come stoffe, quadretti con scritte coraniche,

ecc…

Anche il cibo conservato in casa riflette una doppia appartenenza ( cibo italiano affiancato da spezie

ed ingredienti particolari portati dal Marocco).

I beni e gli oggetti non sono solo consumati, ma anche disposti ed esposti. Infatti, sia in Italia che in

Marocco sono le donne a decidere quando, come e cosa disporre a seconda dell’importanza del

visitatore.

5.2.2 Marocco: ritorno estivo, modernità e costruzione di sé

Lo stile di vita e un certo grado di benessere che molte donne sono in grado di mostrare in Marocco,

durante il breve ritorno estivo, è frutto di un anno di fatiche e rinunce in Italia.

La preparazione del ritorno (molto lunga) ruota attorno all’acquisto di beni da regalare ai parenti,

ma anche da acquistare per sé e i propri figli; soprattutto oggetti per la casa (molto richiesti sono gli

elettrodomestici) e vestiario. fare il commercio

Molte donne marocchine sono attive nel “ ” , ossia acquistano beni in Italia per

poi rivenderli in Marocco. Tuttavia, la maggior parte delle cose acquistate in Italia non sono

considerate alla moda o espressione di modernità nella società italiana, ma lo saranno in Marocco

secondo i loro canoni di ciò che è alla moda o moderno. Quindi non sono scelti con i parametri della

moda in Italia, ma quelli marocchini. La stessa cosa vale per i beni che le donne portano dal

Marocco in Italia ai loro amici; tutti prodotti che tendono a sottolineare l’aspetto “orientale” (come

le ceramiche colorate introvabili nelle case marocchine).

5.3 Transnazionalismo: continuità e rotture

migrazione transnazionale

La , attraverso i continui viaggi, ma anche grazie ai nuovi mezzi di

comunicazione e di trasporto, permette ai migranti di rimanere membri sociali a pieno titolo del

campi sociali

proprio paese di origine, creando “ ” che legano il paese di origine al paese di

accoglienza.

Allo stesso tempo, però, questi legami non hanno il potere di superare il senso di rottura che le

donne vivono a causa dei tentativi di mantenersi membri sociali di entrambe le società in cui

vivono, ma di non essere pienamente parte di nessuna delle due.

Ciò provoca un profondo disagio tra le donne marocchine, a causa del senso di precarietà che la vita

transnazionale le procura.

Molti migranti conducono vite in Italia che sono prevalentemente funzionali al loro ritorno in

Marocco (anche se solo temporaneo); altri invece conducono vite complementari tra “qui” e “là”.

Poi ci sono i casi di famiglie in cui i legami transnazionali possono paradossalmente condurre a

scelte che si autoescludono (vita di sacrifici in Italia per poter affrontare i diversi viaggi in

Marocco).

La vita transnazionale, quindi, comporta uno sforzo di ottimizzazione di risorse tra il Marocco e

l’Italia che mira a soddisfare contemporaneamente i bisogni dei figli in Italia e i desideri dei propri

parenti in Marocco.

Capitolo 6- CENSO, ONORE E PARENTELA. SGUARDI INCROCIATI TRA

MAURI IN FRANCIA E MAURI IN MAURITANIA

6.1 Una società genealogica e corporativa fondata sull’onore

onore

Nei sistemi fondati sull’ , una minoranza detiene e gestisce le risorse ridistribuendole al resto

della popolazione. L’onore istituisce un’ineguaglianza degli individui. Questa ineguaglianza è

assunta come codice relazionale e comportamentale da tutte le categorie sociali.

Questa gerarchia si fonda su una superiorità morale delle élite rispetto ai gerarchicamente

subalterni. I Subalterni accettano la naturale tutela economica, politica e sociale dei dominanti e in

cambio forniscono solidarietà e lealtà.

In questo modo, inoltre, vengono anche suddivisi i ruoli: l’élite detiene la produzione simbolica e la

gestione delle risorse, mentre i subalterni detengono la produzione economica e sono fortemente

stigmatizzati tra i mauri. Sulla base di questo all’interno del discorso normativo venivano suddivise

attività nobili attività

le (commercio all’ingrosso. Amministrazione pubblica, i servizi…) dalle

servili (attività manuali e domestiche, il commercio al dettaglio…).

L’onore definisce le frontiere politiche del controllo sugli individui e sulle loro azioni sociali.

Più un gruppo possiede onore/patrimonio (simbolico-economico) più deve ridistribuire in suo

onore. Più ridistribuisce, più ha dipendenti. Più ha dipendenti, più ha onore/patrimonio.

prestigio

Il diventa uno degli idiomi politici dell’onore, attraverso cui vengono espresse le

differenze sociali, attraverso cui si realizza la mobilità sociale e attraverso cui può esplicitarsi il

dissenso dei subalterni.

6.2 Mauri residenti e studenti di passaggio

I Mauri non amano emigrare, preferiscono restare a casa loro e tra di loro. In Francia sono la

comunità meno numerosa. La prima generazione è formata da uomini nati in Mauritania e da donne

maure o marocchine vissute in Marocco fino al loro arrivo in Francia.

La maggior parte degli uomini è arrivata in Francia all’età di 17-20 anni e appena arrivati si sono

arruolati nell’esercito di liberazione della Mauritania. Il loro intento era mettere da parte del

capitale per comprare bestiame per la famiglia e la riabilitazione del rango e di condurre una vita a

cavallo tra i due paesi, lavorando saltuariamente in Francia e svolgendo transazioni commerciali

con la Mauritania. Non lavoravano regolarmente, avendo come reddito di base gli aiuti sociali

forniti dallo stato francese.

I nobili non hanno attuato una strategia di inserimento nelle logiche e nelle gerarchie lavorative

francesi, e questo li penalizzerà a partire dagli anni ’80 in seguito alla riduzione del mercato del

lavoro come conseguenze della crisi economica di quegli anni.

La comunità di Mauri in Francia si costituisce a SENS e nel 1974, con l’approvazione della legge

per il ricongiungimento familiare, molti mauri sono andati a sposarsi in Marocco e poi hanno

condotto con sé le loro mogli.

6.3 Endosocialità e lingua

Per la prima generazione di residenti e per gli studenti la LINGUA è considerata il vertice dei valori

e del comportamento ed è per questo che i Mauri che emigravano ed imparavano il francese non

erano visti di buon occhio. La lingua è un fattore di assimilazione e di pratica identitaria.

Esistono, inoltre, dei parametri di INCLUSIONE ed ESCLUSIONE tra i Mauri:

Forte solidarietà tra i Mauri

1. L’appartenenza al gruppo si fonda su un ideale di esemplarità morale (es. non rubare).

2. Coloro che non si conformano o che mostrano di non preoccuparsi della loro reputazione

rischiano l’esclusione dal gruppo.

Pratiche di ordine rituale imposte alle donne: mangiare a terra, in un piatto comune, offrire e

3. preparare il thè mauro, vestirsi con gli abiti mauri, parlare hassaniyya.

L’identità, essendo pubblica, è una pratica comportamentale. Se non la si pratica, la si perde.

4. Perdere l’identità per i Mauri significa perdere l’onore e quindi l’appartenenza e la

rispettabilità.

I figli dei Mauri nati in Francia vengono educati alla DISTINZIONE e alla NON

5. OMOLOGAZIONE rispetto alle pratiche dei francesi. Ai figli, nati in Franci o in Marocco,

quindi, viene insegnato che vengono dalla Mauritania e che la cittadinanza è

GENEALOGICA e non territoriale. Le ragazze, più che i ragazzi, sono maggiormente

controllate dai genitori e vengono cresciute in casa. I ragazzi, al contrario, vivono più fuori

casa.

6.4 Le nuove gerarchizzazioni urbane: la rispettabilità dei residenti agli occhi degli

studenti di passaggio

I nuovi parametri monetari e la forte urbanizzazione hanno accentuato la competizione tra gruppi di

pari statuto e quindi cambiato i parametri del prestigio e creato nuove alleanze tra famiglie per la

costituzione di nuove élite. Il dovere di ospitalità e redistribuzione, pur rimanendo forte, si andava

restringendo escludendo i membri più lontani.

Per i Mauri contemporanei, l’appartenenza di classe è oggi prioritaria su quella del nome e su quella

statutaria, ma il sistema normativo dell’onore come ratifica del comportamento rimane vigente.

Tuttavia l’onore e il prestigio sono definiti su dei parametri moderni. I RESIDENTI vengono

equiparati ai SUBALTERNI perché operai, sposati con delle straniere e con delle figlie ibride

franco-marocchine che non parlano Hassaniyya e lavorano in casa come le serve.

I parametri del PRESTIGIO sono dunque parametri politici che i dominanti impogono alla società

come parametri di esclusione ed inclusione al loro gruppo.

Capitolo 7- LE COSTELLAZIONI MIGRATORIE BURKINABE’ E LA RIPRODUZIONE

DEL CONTESTO LOCALE

Dall’inizio degli anni ’90 nello studio dei fenomeni migratori c’è stato uno slittamento semantico in

diaspora migranti

base al quale la nozione di ha preso il posto di quella di .

Si è rivolta maggiore attenzione allo studio dei migranti considerati come diaspore e verso l’analisi

della costruzione diasporica delle società contemporanee, ora rappresentate come “culture in

viaggio”, “ibride”, “nazionalismi culturali”.

DIASPORA  Sebbene etimologicamente la parola diaspora si riferisca esplicitamente alla

dispersione originaria e volontaria del popolo Ebreo e ad un’ideologia fondata sul giudaismo, la sua

accezione contemporanea tende a mobilitare un significante di portata universale nel contesto della

globalizzazione caratterizzato dall’emergenza dell’economia dell’informazione e dal consolidarsi

delle identità.

Diaspora come relazioni con il paese d’origine?

7.1

I migranti Bisa, nonostante siano sparsi in diversi posti dell’Africa e dell’Europa, affermano la loro

appartenenza al BISAKU (villaggio nel sud-est del Burkina Faso) senza neppure qualificarsi come

diaspora. Allo stesso modo preferiscono parlare di “AVVENTURA” anziché di migrazione , senza

l’intenzione di rompere col proprio paese (KU).

Compiere l’avventura significa uscire dal KU per dedicarsi ad un qualunque lavoro nella savana,

nella capitale o all’estero.

Queste rappresentazioni dell’avventura designano i migranti come “gente di uno stesso lignaggio”,

oltre che ad essere designati da una seconda appartenenza inerente una destinazione migratoria

come “ghana zanno” (gente del Ghana) o “italienro” (gli italiani).

Bisogna aggiungere che le varie destinazioni non hanno lo stesso valore per i Bisa: se dagli anni ’60

agli anni ’80 le migrazioni all’interno dell’Africa (Ghana, Costa d’Avorio) davano modo di

accumulare un certo prestigio e di aumentare il capitale simbolico, questo ruolo appartiene oggi

all’Europa, considerata la destinazione che produce un capitale economico.

In questo contesto, le destinazioni migratorie sono l’oggetto di una gerarchia che si fonda sul

prestigio e lo status dei migranti: “Se vai là, anche se non fai nulla, sei già qualcuno”. Questo crea

un divario fra le aspettative e le possibilità realmente offerte dalla migrazione. Il cambiamento di

status evocato dalla migrazione in Italia caratterizza anche le abitudini sociali dei migranti al loro

ritorno: gli italienro quando ritornano in Burkina Faso si stabiliscono nella capitale.

Gli status sociali vengono definiti tramite le divergenze dalla “norma” e la morte nella savana o il

migrante che progetta di non fare più ritorno al paese costituiscono, forse, la più grave mancanza

alle regole abitudinali. Nel contesto burkinabè, infatti, la curiosità e lo spirito indipendente sono

giudicati negativi. All’opposto l’anziano della savana rappresenta la figura ideale dell’emigrante

che è stato in grado di preservare al tempo stesso i suoi legami con il paese. La speranza di ritorno

che lo anima lo preserva da qualsiasi giudizio negativo riguardo alla sua esperienza migratoria.

Una costellazione di pratiche migratorie

7.2

La MOBILITA’ è un elemento storico nella formazione dell’identità bisa. Tuttavia, la comprensione

delle migrazioni bisa contemporanee non può ridursi alla mobilità vista come principio che assicura

un profitto tramite uno spostamento. Allo stesso modo, le migrazioni si distinguono dalla mobilità,

perché generano delle rappresentazioni del paese e delle pratiche di allontanamento degli individui

più durevoli, implicando delle nuove modalità d’inserimento residenziale o professionale nel paese

d’arrivo.

A riguardo, i cambiamenti di scala provocati dalla diversificazione delle zone che creano profitto

sono stati determinanti nell’organizzazione delle vie migratorie alimentate sia dall’innovazione che

dalla tradizione.

Caratteristica transnazionale  “meglio sopravvivere in Italia, che morire al villaggio”

Dai “Ghana zanno” ai “Bidja zanno”

7.3

Le migrazioni Bisa si fondano su strategie di negoziazione o di scavalcamento dello stato. A

differenza di altre popolazioni del Burkina Faso, le migrazioni “tradizionali” dei Bisa in cerca di

benessere si sono, da tempo, sviluppate verso il GHANA con finalità sia economiche che politiche.

Fra il 1960 e il 1975 dei giovani di Beguedo s’impongono come corrieri e, andando a risiedere nei

villaggi , aprono sbocchi commerciali soprattutto verso il TOGO e la COSTA D’AVORIO.

Rapidamente il quartiere di Beguedo diventa un luogo di scambi e crea la propria stazione.

Il Bisa per natura non è portato a dimenticare la sua terra natale e quando parte per l’avventura è

allo scopo di trovare qualcosa e far ritorno per occuparsi della propria terra. Questa prospettiva ha

favorito la creazione di “catene migratorie” fondate sulle famiglie, e dunque l’esistenza di alloggi e

fonti d’informazione sulle opportunità di lavoro e tappe di transito verso un altrove in Costa

d’Avorio. punti di sosta teste di ponte

Questo sistema migratorio basato sulla costruzione di “ ” e di “ ” , che

hanno come obiettivo la creazione di nuovi spazi migratori, permette di moltiplicare i luoghi

geografici di produzione di profitti. La costruzione degli spazi migratori, infatti, è collegata

all’estrema mobilità dei migranti.

Nel 1975 la recessione economica della Costa d’Avorio costringe i Burkinabè al ritorno in patria o

ad una ridefinizione dei progetti migratori . la circolazione migratoria funziona sempre come

un’impresa familiare, benchè l’inserimento professionale passi, sempre più, da un’esperienza di

apprendistato presso dei tutori burkinabè che, installatisi da tempo, hanno sviluppato delle attività

commerciali o delle sartorie.

Questi cambiamenti avvenuti fra il 1975 e il 1987, costituiscono uno dei contesti della costruzione

di reti di migranti burkinabè in Italia.

7.4 Dai “bidja zanno” agli “italienro”

L’ITALIA rappresenta una scelta di ripiego per i migranti dell’Africa Occidentale e i primi a

raggiungere il nostro paese sono arrivati tramite i loro vecchi datori di lavoro italiani e con la

certezza di un impiego. La maggior parte sono Bisa.

La rete migratoria viene a crearsi sulla base della solidarietà familiare e di villaggio. Forti del

successo dei primi migranti, approfittando di un mercato del lavoro favorevole e della presenza

familiare, nuovi migranti, formano la SECONDA GENERAZIONE. Tra il 1989 e il 1991 questi

migranti, impiegati in attività agricole in Campania, utilizzano tale opportunità per accedere

all’attività industriale del Nord Italia.

Tuttavia la branca di lavoro del Nord non può più assorbire le domande dei nuovi arrivati, mentre le

zone di produzione agricola del Sud hanno bisogno di una manodopera irregolare che si adatti ai

bisogni del lavoro stagionale. Così, mentre i migranti regolarizzati partirono alla volta degli spazi

industriali dell’Italia settentrionale, i nuovi arrivati si dovettero accontentare del lavoro nei campi

nel mezzogiorno da metà luglio a metà settembre. I migranti giunti dopo il 1990,quindi, data la loro

clandestinità sono costretti ad installarsi in modo irregolare negli accampamenti di Napoli e Caserta.

Attorno a questo spazio nasce il “GHETTO” incendiato nel 1994. Dopo l’incendio molti lavoratori

furono costretti a spostarsi nei dintorni della città di Foggia, dove crearono nuovi ghetti.

7.5 Abisso di un “contesto locale”: il ghetto

GHETTO  spazi geostrategici che riflettono l’andamento delle strategie degli orizzonti migratori

e in cui si costruisce una cultura del migrante. Sono, inoltre, “contesti locali” in cui si notano delle

configurazioni comunitarie che rappresentano l’Africa o il paese.

Allo stesso tempo i ghetti italiani si collocano in un “altrove” o “all’esterno” rispetto al paese di

origine.

7.6 Senso e potenza del ghetto

ghetti del mezzogiorno

I sono sorti intorno alla metà degli anni ’80 ad opera dei primi migranti

giunti in Campania per la raccolta dei pomodori.

Per ghetto, quindi, si intendono i rifugi precari in cui i migranti che svolgono un lavoro stagionale si

trovano costretti ad alloggiare. I ghetti dei primi migranti burkinabè in Campania sono analoghi ad

altri sistemi di alloggio e di aiuto reciproco fondati su una solidarietà di paese che fa fronte a

situazioni transitorie.

Queste forme comunitarie non controllano né il mondo del lavoro né le attività economiche

secondarie, per cui si limitano all’aiuto per l’alloggio e per il cibo.

7.7 Nuove gerarchie, nuovi codici di comportamento

Dopo l’incendio del 1994, l’organizzazione dei Ghetti si rivolge ad altre funzioni e ad altri modi di

socializzazione. Molti abitanti Bisa sono costretti a spostarsi nelle periferie di Napoli e Caserta

dove creano nuovi ghetti temporanei che, a differenza dei primi, rispondono ai bisogni di una

circolazione riservata capace di sottrarsi allo sguardo degli amministratori.

La maggior parte trova lavoro nel settore agricolo e così sono costretti a spostarsi in base al ritmo

del calendario agricolo: a giugno la raccolta delle fragole e delle patate nella periferia di Napoli, a

luglio la raccolta dei pomodori in Campania e ad agosto in Puglia, ecc…

I ghetti che si trovano su questo percorso assistono i migranti nella loro ricerca di un lavoro o di un

alloggio, facendo distinzione tra la “popolazione stabile” che costituisce il nodo centrale del ghetto

ed i lavoratori stagionali di passaggio. Questo dimostra che l’organizzazione della circolazione

migratoria si fonda sulla conoscenza di luoghi in cui i lavoratori stagionali sono sicuri di trovare dei

parenti o degli “originari” con cui possono stabilire legami di solidarietà.

Da quando i ghetti si sono moltiplicati nel territorio in funzione dell’intensificazione della mobilità

del lavoro, è scomparso il sistema d’aiuto reciproco fondato sull’alloggio e sul cibo lasciando

spazio a nuove attività secondarie.

Benchè l’accesso ai ghetti sia libero, in realtà questi sono posti sotto la sorveglianza di mediatori

che controllano sia l’accesso alle abitazioni, sia il soggiorno. Questo funzionamento spinge i nuovi

arrivati che non possiedono un capitale di relazioni a dormire fuori del ghetto, in quanto, rimanere

nel ghetto richiede denaro che i nuovi arrivati non possiedono.

Tuttavia per la ricerca di un lavoro è fondamentale soggiornare nel ghetto, così i nuovi arrivati

finiscono con l’indebitarsi con i residenti di vecchia data nella speranza di un guadagno futuro.

Quindi sulla base di questo possiamo dire che, oggi, i ghetti non hanno più la funzione di garantire

solidarietà ai nuovi arrivati, ma piuttosto quella di includerli come clienti di un’economia fondata

sulla migrazione.

Capitolo 8- MARGINALITA’ TRANSNAZIONALI. MODERNITA’, MIGRAZIONI E

NOSTALGIA TRA L’ARCIPELAGO DEI BIJAGO’ (GUINEA BISSAU) E LISBONA

Ormai è diventata comune l’idea secondo la quale l’economia culturale globale non può più essere

modelli centro/periferia

compresa secondo . Tuttavia permangono forti asimmetrie

Bijagò della Guinea Bissau

nell’economia mondiale. Il caso delle migrazioni transnazionali dei

è un esempio di come sussistano le categorie di margine/centro.

8.1 La Guinea Bissau in crisi

Guinea Bissau

La , un piccolo paese dell’Africa occidentale, colonia portoghese fino al 1974,

attraversa dagli anni ’80 una situazione di instabilità.

Nel 1998 scoppia una guerra civile che porta un paese già fragile, ad una situazione di profonda

crisi economica e sociale.

Bubaque è l’isola principale e sede degli organi del governo. Ospita l’unico centro urbano

Praça contact zone

dell’arcipelago dei bijagò chiamato . Praça è una “ ” in cui si svolgono

attualmente attività commerciali.

8.2 I giovani e il mito della modernità mitologia della

Uno degli aspetti salienti della cultura giovanile urbana a Bubaque è la

modernità .

Definendosi “sviluppati” i giovani della Praça si contrappongono al mondo dei valori e alle pratiche

rituali associate alla vita rurale dei villaggi e difese dagli anziani che, a detta loro, non

consentirebbero la realizzazione delle ambizioni individuali e lo sviluppo dell’Arcipelago (le classi

di età, le iniziazioni, il pagamento agli anziani).

Questa opposizione ideologica tra tradizione e modernità ribalta le relazioni di gerarchia proprie

della comunità di villaggio.

8.3 Marginalità e fuga

La percezione che i giovani di Bubaque hanno della propria posizione all’interno del sistema del

capitalismo globale è basata sulla contrapposizione tra centro e periferia, misurando la propria

modernità su una scala evolutiva lineare (“Qui a Bubaque siamo secoli in ritardo rispetto

all’Europa”).

Questo discorso della modernità e civilizzazione rappresenta chiaramente un’eredità dell’ideologia

coloniale che ha plasmato e continua a plasmare non solo le politiche degli stati africani.

Purtroppo la continuità coloniale non è solo discorsiva, ma anche economica e politica: la Guinea

Bissau e Bubaque sono percepite come periferiche perché sono distanziate ed escluse dai flussi

politici, economici e culturali mobilitati dal capitalismo globale.

Quindi è vero che ci sono periferie e centri politici ed economici nel mondo contemporaneo ed è

l’apertura di orizzonti più ampi, attraverso il contatto con flussi globali, che provoca nei giovani di

Bubaque sentimenti di esclusione e frustrazione.

Dunque nonostante il discorso egemonico della globalizzazione, l’ordine economico mondiale crea

marginalità tanto quanto connessioni.

La Guinea e , a maggior ragione Bubaque, sono considerati luoghi dove “non capita nulla”, dove

“non c’è nulla” ; per questo molti dei ragazzi della Praça guardano alla migrazione come l’unica

salvezza e come l’unico mezzo efficace per migliorare la propria situazione economica. E in

particolare la migrazione verso l’Europa vista come regione ufficiale della modernità.

L’Europa diventa il luogo ideale dove andare a formarsi per potersi sviluppare.

Tuttavia la migrazione a Bubaque rappresenta un lusso che pochi possono permettersi, quindi, nella

maggior parte dei casi il desiderio di fuga viene frustrato.

8.4 I guineensi in Portogallo: elementi statistici e istituzionali

Dati relativi alla situazione dei migranti in Portogallo e degli immigrati guineensi in

particolare  Il fenomeno dell’immigrazione è osservabile specialmente nell’area metropolitana di

Lisbona. Di fronte a tali flussi migratori il governo portoghese ha adottato negli anni varie misure

legali fino ad arrivare ad oggi dove, secondo la nuova legge, gli stranieri possono restare in

Portogallo in funzione del reale bisogno di manodopera, attraverso la concessione di un permesso di

lavoro rinnovabile anno per anno fino ad un massimo di cinque. Quindi il diritto di soggiorno è

subordinato al contratto di lavoro, fondamentale per il rinnovo del permesso di soggiorno.

Una nuova disposizione del 2003 nega qualunque tipo di regolarizzazione straordinaria e prevede

l’espulsione per più di quarantamila immigrati considerati irregolari.

I guineensi sono diventati una delle popolazioni immigrate più numerose. Nel 1998 sul territorio

portoghese se ne contano circa 25/26.000 di cui il 47% per motivi di lavoro e di condizioni di vita

migliori, il 22% per motivi di studio.

In confronto con l’emigrazione guineense in Portogallo, l’emigrazione delle isole Bijagò è un

fenomeno recente e ancora molto contenuto. Inoltre non ha senso parlare di una comunità Bijagò di

Lisbona, in quanto è la più ampia dimensione nazionale che tende ad evitare le differenze etniche.

8.5 La stanchezza dell’Europa: il grande inganno e la delusione

L’arrivo in Portogallo viene sempre descritto dai migranti come un momento di profonda

grande inganno

delusione. La percezione del “ ” è una delle prime esperienze a cui vanno incontro

gli immigrati. livello abitativo

Per prima cosa rimangono delusi dalla situazione precaria a ; sono costretti ad

adeguarsi ad una situazione di degrado abitativo rappresentata dalle “baraccopoli in legno”.

Dopo l’arrivo la delusione si trasferisce presto anche in altri ambiti della vita: lavoro che non

corrisponde alle aspettative o alle qualifiche degli individui. La grande maggioranza degli

immigrati vive, infatti, un’esperienza di “rottura professionale”, svolgendo impieghi poco


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in progettazione e gestione dell'intervento educativo nel disagio sociale
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tonia_la di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia dei processi migratori e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Riccio Bruno.

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