Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

• Vulnerabilità socio-eco- politica

I gruppi diasporici muovendosi tra i confini tessono relazioni privilegiate con il luogo di

appartenenza, ma costruiscono anche relazioni tra le diverse collettività. Si destreggiano tra misure

legislative e opportunità economiche negoziando la propria identità in qualità di gruppo dislocato.

Ciò che distingue le diaspore dai gruppi migranti transnazionali è la MEMORIA, che identifica

eventi storici cruciali (spesso di dominio e di violenza).

sincretico

I gruppi diasporici hanno carattere ( e

Unione di idee e teorie di origine disparata, di carattere talvolta contrastante)

meticcio .

Si incoraggiano investimenti economici e si promuovono forme di impegno nello sviluppo sociale

ed economico del paese di provenienza.

COSVILUPPO  TRANSNAZIONALISMO

Diaspore protagoniste e responsabili dello sviluppo dei paesi di origine e di destinazione.

Capitolo 8 - GENERE

8.1 Introduzione

genere

Si può definire il come un insieme di attributi, caratteristiche psico-attitudinali e

comportamenti che si ritengono adeguati a un uomo e una donna, come esseri sociali.

La categoria di genere non è immutabile e non esprime un sistema di relazioni fisse, ma viene

costruita storicamente in modo processuale ed è sempre situazionale e relazionale.

La mobilità è fortemente condizionata dal genere: le donne non sempre hanno la possibilità di

muoversi a causa di ruoli stabiliti da cultura e società.

approccio di genere

Inoltre un ci permette di ricomprendere i processi migratori al di fuori delle

semplificazioni che hanno visto a lungo l’uomo come unico protagonista. E permette di decifrare le

relazioni asimmetriche tra uomo e donna.

Quando si parla della relazione tra genere e migrazioni, è inevitabile che il discorso si intrecci

fortemente con l’attenzione verso le MIGRAZIONI FEMMINILI, tema precedentemente trascurato

dagli studiosi. L’invisibilità delle donne negli studi sulle migrazioni internazionali non riflette la

realtà, poiché uomini e donne migrano all’incirca nella stessa misura.

Tuttavia, anche se alcuni studiosi hanno parlato della presenza di donne migranti, fino agli anni ‘70

l’emigrazione femminile è stata considerata di scarsa consistenza e le donne sono state considerate

come agenti passivi. Si riteneva che gli uomini partissero volontariamente e che le donne, come i

bambini, partissero invece involontariamente, costrette dai ricongiungimenti familiari. Le donne, in

realtà, non solo sono sempre emigrate, ma, come messo in evidenza da alcuni studiosi, anche nel

passato sono state protagoniste attive dei processi migratori, mostrando una forte dose di AGENCY.

Tuttavia per gli studiosi l’elemento di novità nel fenomeno dell’emigrazione femminile in generale,

negli ultimi decenni, non è tanto l’aumento numerico delle donne migranti, quanto piuttosto il

nuovo ruolo autonomo giocato dalle donne nei processi migratori, ed è proprio questo che ci

emigrazione femminile indipendente

permette di parlare di “ ”.

8.2 Bringing gender in. Migrazioni e genere nel dibattito teorico

L’analisi della relazione tra migrazioni e genere emerge con un grande ritardo. L’integrazione di una

prospettiva di genere nello studio di questi processi si deve al pieno riconoscimento dell’ agency

delle donne e si intreccia, da una parte, con la storia del passaggio dagli studi sulle donne agli studi

di genere; dall’altra con la valorizzazione dell’uso delle fonti orali, dell’antropologia come “ascolto

delle voci” anche delle minoranze.

Nello studio delle migrazioni femminili un ruolo decisivo è stato giocato dal contributo delle

antropologhe femministe non occidentali che hanno contribuito a porre l’attenzione sulle minoranze

e quindi sulle donne migranti.

In ogni società agiscono plurime ideologie di genere, di definizioni di maschile e di femminile, che

si intersecano e che cambiano a seconda dei contesti e dei processi locali in quanto “esistono centri

molteplici, esperienze locali, gruppi circoscritti e sapere situati”.

Si parla di un nuovo femminismo che viaggia attraverso il mondo. È grazie a queste critiche delle

antropologhe non occidentali verso quelle occidentali, che tra gli anni ottanta e novanta,

l’attenzione, prima concentrata sulla differenza fra culture e tra uomini e donne, venne indirizzata

sulle differenze all’interno di una stessa cultura e di uno stesso genere.

8.3 Il genere e le nuove prospettive d’indagine dell’antropologia delle migrazioni

L’adozione di una prospettiva di genere negli studi migratori ha quindi fatto emergere nuove

tematiche di indagine:

le famiglie transnazionali e la conseguente riorganizzazione di famiglie dislocate territorialmente,

- l’attenzione agli aspetti intimi, privati e non solo pubblici della migrazione,

- il tema della cura dei corpi,

- il tema del welfare,

- il ruolo della fantasia, della soggettività e del desiderio nei processi migratori.

-

I legami esistenti tra progetti migratori familiari e andamento delle migrazioni nei luoghi d’approdo,

tra concezioni della femminilità o mascolinità, dimostrano che quella che possiamo definire

dimensione intima delle migrazioni ha ripercussioni politiche, sociali ed economiche di grande

portata. La famiglia svolge una funzione importante nei processi migratori, che scaturiscono proprio

dalla combinazione fra motivazione individuale e progetto familiare.

famiglia transnazionale

Particolare rilievo è attribuito alla e all’analisi dei rapporti economici e

affettivi che si giocano tra individui dislocati territorialmente. Le famiglie transnazionali vivrebbero

così in un confine tra disgregazione e sopravvivenza familiare:

relazione a distanza tra coniugi

- relazione a distanza tra genitori e figli

- maternità transnazionale

- fratture intergenerazionali.

-

L’acquisizione di potere economico e di mobilità da parte delle donne migranti può favorire il

consolidamento di nuovi modi di essere donna. In alcuni casi, quindi, la migrazione femminile

incide in modo rilevante sulle relazioni di genere e l’emancipazione delle donne migranti, spesso,

mette in discussione la tradizionale visione della donna come garante della continuità sociale e della

memoria locale. Le donne, inoltre, sembrano più riluttanti a tornare al luogo di origine. Questo

dipende dal maggior grado di indipendenza e libertà che sentono di ave raggiunto nel luogo di

immigrazione rispetto alla loro condizione nel luogo di origine.

L’attenzione al genere significa anche attenzione all’intimità, all’affettività e alla sessualità che

sfera privata diasporica

regola il rapporto nazione/migranti e ne è regolato ( ).

8.4 Mobilità e genere sul campo: finestre etnografiche

Due ricerche etnografiche  l’emigrazione delle donne capoverdiane e quella degli uomini del

Kerala (sud dell’India). Due ricerche significative perché affrontano le dinamiche che intercorrono

tra genere e mobilità da un punto di vista, rispettivamente, femminile e maschile.

1. Studio riguardo gli uomini del Kerala  In Kerala, mobilità e costruzione delle identità

maschili risultano fortemente intrecciate. La migrazione sembra svolgere un ruolo primario

nella percezione della mascolinità, nel senso che esalta il rapporto con il denaro, inteso come

forma di potenza maschile.

In Kerala per gli uomini la migrazione è un vero e proprio rito di passaggio che coincide con

il rito di iniziazione all’età adulta. Il ciclo di trasformazione che porta all’età adulta è

inestricabilmente legato all’evento migratorio.

2. Studio riguardo le donne di Capo Verde  Negli anni ‘70 del Novecento a Capo Verde

inizia ad assumere consistenza l’emigrazione femminile, in particola modo dalle isole di

Santo Antao.

L’emigrazione femminile rappresenta una novità per la società capoverdiana, in quanto le

donne tipicamente restavano a occuparsi della casa e del sostentamento dei figli avendo

qualche scarsa possibilità di lavoro nel settore pubblico, nell’agricoltura di sussistenza e nel

piccolo commercio.

La società capoverdiana è modellata su di un sistema parentale matrifocale in cui la diade

madre-figlio è l’elemento primario e in cui è la stessa madre a essere responsabile dell’unità

domestica e del sostentamento della famiglia anche in presenza del padre, figura da rispettare

ma che non ha il “dovere” di mantenere i figli.

Con l’emigrazione femminile, le donne diventano a tutti gli effetti dei capifamiglia a distanza

che vantano, nel luogo d’origine, i diritti e i privilegi che derivano dal nuovo status raggiunto

con il successo migratorio e dal prestigio che gli si associa. Esse detengono un potere

economico e simbolico che deriva dalla mobilità.

A Santo Antao, con l’emigrazione femminile assistiamo, quindi, al passaggio da una società

matrifocale a forte denominazione maschile a una società matrifocale a indipendenza

femminile, dove il “viaggiare” diventa “affare di donne”. In questo modo le donne rompono

il modello patriarcale, sfidando l’autorità maschile.

Capitolo 9- LAVORO

9.1 Introduzione

Migrazioni e lavoro appaiono come due fenomeni connessi. Nelle analisi scientifiche si emigra a

causa della mancanza di opportunità lavorative nel paese di partenza. Si emigra alla ricerca di

redditi e livelli di vita migliori.

I lavoratori stranieri risultano estremamente funzionali alle attuali relazioni produttive ed alle

esigenze occupazionali delle società tardo-capitaliste (basso terziario, lavoro domestico e di cura,

mansioni più dure, lavoro sommerso).

Nelle auto rappresentazioni di chi espatria il lavoro è il terreno su cui generalmente si giocano le

proprie fortune e i progetti di vita, la propria posizione nel mondo e spesso anche la propria identità.

Al tempo stesso, per la società di destinazione, quella del “migrante lavoratore” rappresenta

l’immagine sociale legittima dello straniero, ovvero quella che lo rende “accettabile” nella società.

Il lavoro è dunque, al tempo stesso, causa e promessa e aspettativa e risultato. Lavoro e migrazione

sono perciò uniti in una concatenazione continua.

9.2 Antropologia, lavoro, migrazioni: una triangolazione ancora incerta

Nell’ambito degli studi delle migrazioni, in cui la tematica del lavoro è troppo spesso lasciata ad

economisti e sociologi, si segnalano alcune recenti indagini etnografiche focalizzate sulla sfera del

lavoro e la sua relazione con i processi e le pratiche transnazionali. Una prospettiva antropologica

sui migranti e lavoro è perciò il frutto di una convergenza di approcci eterogenei e risulta ancora in

parte da costruire, mentre le etnografie di migranti al lavoro sono ancora relativamente poche, in

particolare in Italia.

9.3 Strumenti teorici e analitici per un’antropologia del lavoro migrante

Alla pluralizzazione delle forme del lavoro contemporaneo corrisponde la diversificazione della

figura del migrante di oggi, e ciò comporta che la relazione tra migranti e lavoro si configuri in

maniera molto più ricca e problematica rispetto a prima.

Con l’avvento del post-fordismo, infatti, il lavoro si frammenta in un sistema a rete di imprese di

dimensioni più ridotte e si diversifica per modalità, contratti e mansioni. Di conseguenza, se prima a

recarsi all’estero erano quasi unicamente giovani lavoratori maschi poco qualificati con contratti a

tempo determinato, oggi si rilevano forme di mobilità molto più diversificate e figure di migranti

molto più eterogenee.

La ricerca socio-antropologica ha evidenziato sin dagli anni ’70 del secolo scorso l’esistenza di un

mercato del lavoro segmentato e di meccanismi di divisione culturale del lavoro, cioè una

ripartizione di posizioni e mansioni professionali basata sull’appartenenza culturale e sulla

condizione di immigrato.

L’Italia degli anni ’70 comincia a diventare un paese di migrazione passiva a causa di:

Crescita economica (anni ’50)

- Calo demografico

- Invecchiamento della popolazione

-

9.3.1 Migranti e lavoro subordinato

I migranti si collocano nelle fasce di inquadramento più basse, meno qualificate e subiscono

tendenzialmente un inserimento subordinato.

Gli antropologi hanno identificato nella manodopera migrante e nei rifugiati una crescente categoria

di persone socio-economicamente, politicamente e etnicamente marginalizzate, inserite all’interno

di contesti stranieri e di processi di subordinazione e egemonia da parte del capitale e dello stato.

Alcuni studiosi hanno sottolineato lo sfruttamento lavorativo e il disciplinamento istituzionale

spesso inerenti allo status di minoranza etnica.

SFRUTTAMENTO LAVORATIVO  CLANDESTINITA’

(prostituzione, sfruttamento sessuale, microcriminalità di strada)

A questo proposito, un filone di ricerche ha preso in considerazione la relazione tra le migrazioni

irregolari e temporanee e le forme di lavoro non garantite, al nero, di tipo servile e coatto oppure

inseriti in alcuni circuiti criminali. Dall’altra, si sono affrontati anche terreni decisamente segnati

dall’illegalità e dalla marginalità, quali la prostituzione o lo sfruttamento sessuale delle donne o dei

minori.

9.3.2 Migranti e lavoro autonomo

L’imprenditoria straniera si sviluppa all’interno di sottosistemi economici tendenzialmente separati

e autonomi dall’economia più vasta e si caratterizza per avere titolari etnicamente omogenei che

impiegano lavoratori connazionali e producono beni e servizi per una clientela co-etnica.

La riuscita delle attività in proprio delle minoranze viene generalmente considerata il frutto della

capacità di reagire a una situazione di svantaggio rispetto agli autoctoni attraverso solidarietà,

compattezza sociale, vicinanza culturale e famigliare.

In Europa, il fenomeno dell’imprenditorialità migrante è sin da subito inserito nel dibattito sul post-

fordismo, di cui sembra costituire una delle manifestazioni più caratteristiche. Il consistente

aumento delle forme di lavoro indipendenti viene ricondotto alle discontinuità e ai mutamenti

introdotti dal sistema post-industriale, che influenzano la struttura delle opportunità per lo sviluppo

del lavoro autonomo e dell’imprenditoria.

Le attività autonome e di impresa vengono collocate all’interno di uno spazio transnazionale e di

una rete di opportunità, esperienze, strategie e progettualità che fuoriescono dal solo territorio di

destinazione.

9.4 Etnografia del lavoro migrante e dimensione transnazionale

I percorsi di integrazione lavorativa risultano profondamente influenzati dalla condizione di

straniero e di immigrato che, in quanto tale, subisce i processi di integrazione subalterna e

razzializzante nella società di destinazione; al tempo stesso però, tali percorsi vengono anche

plasmati da scelte, attitudini e progetti del singolo migrante.

Il lavoro risulta permeabile alla dinamica del mondo sociale (cultura, genere, interazioni simboliche

e di potere, incontro tra codici ed attitudini dei lavoratori), la quale concorre a determinare il grado

di accesso alle risorse e alle opportunità sociali, costituendo spesso un fattore di discriminazione.

L’imprenditoria transnazionale consiste nell’allargare lo sguardo a più contesti di vita e azione. Un

modo per cogliere l’interazione tra dimensione del lavoro e dimensione transnazionale è quella di

etnografia

fare dei e nei luoghi di lavoro.

La pratica dell’etnografia è importantissima per cogliere le dinamiche e le poste in gioco mutevoli e

congiunturali che si producono in un determinato spazio sociale, consentendo anche di rilevare il

ruolo esplicito o il lavoro sotterraneo compiuto dalla condizione migratoria e dagli elementi di

transnazionalità presenti nelle vite dei lavoratori migranti.

Capitolo 10 – RELIGIONI

10.1 Introduzione

I primi studi comparati delle religioni si caratterizzavano per una marcata staticizzazione

dell’oggetto di ricerca: a ogni società si voleva far corrispondere una cultura, un’etnia, una lingua,

una religione. Ma oggi le forme di mobilità spirituale mettono in crisi la tassonomia delle religioni:

da un lato viene meno la partizione tra fedi universali e locali, dall’altro i processi di de-

localizzazione e ri-territorializzazione dei culti rendono problematico ascriverli a categorie

predeterminate.

Gli studi etnografici evidenziano come ogni religione plasma e viene plasmata dall’esperienza

migratoria.

La religione non connette solo i migranti in patria e all’estero, ma unisce tutti i suoi membri in

comunità immaginate globali, permettendo loro di sentirsi parte di una catena di memoria.

I missionari, i pellegrini, gli esiliati, i commercianti, ecc… rappresentano connessioni translocali

dell’esperienza religiosa che hanno contribuito al mutamento delle fedi di origine e dei luoghi dove

queste si innestavano.

Le fedi si spostano e si trasformano: non più una visione del pianeta come mosaico di culture e non

più immagine statica delle religioni.

10.2 Fenomeni religiosi e approcci interpretativi: storie in corso d’epoca

- L’interpretazione funzionalista della religione  Durkheim intese dimostrare come in ogni

religione i membri di una società vogliano rappresentare, su un piano trascendente, il vincolo che li

unisce. Culti e cerimonie rituali costituirebbero dunque l’occasione per ribadire l’identità collettiva

funzione della religione come legame sociale

e il sentimento di appartenenza ( ).

- L’approccio simbolico avanzato da Geertz  Tutti i fenomeni religiosi si inseriscono in

precisi contesti storici e sociali, offrendo un sistema simbolico che relaziona l’uomo al cosmo e

permette di dare ordine e senso al mondo. La realtà viene dunque costruita attraverso un continuo

processo di significazione culturale, di cui la religione è parte integrante.

Ispirandosi alla lotta di classe, Bordieu legge la sfera religiosa come arena di confronto tra forze in

continui contrasto per primeggiare.

ASPETTI EMOZIONALI DEL SACRO: gruppi migranti riuniti in confraternite o

- improvvisate sedi di culto, sperimentano una condivisione fraterna e servono a mantenere legami

sociali con parenti e comunità nella terra di origine.

Gli studi attuali sul nesso migrazione-religione nel mondo globalizzato evidenziano la duttilità dei

sistemi religiosi al cambiamento. Le religioni nel mondo contemporaneo registrano un doppio e

contraddittorio movimento: da un lato esse tendono alla privatizzazione, dall’altro

all’essenzializzazione. Per privatizzazione si intende una sempre più diffusa religiosità “fai da te”;

l’essenzializzazione consiste invece nella riduzione di una fede a discorso di mera contrapposizione

politica, etnica e culturale. Il pluralismo religioso odierno considera l’adesione a un credo una scelta

individuale socialmente mediata. La prima caratteristica che si ascrive alle religioni nell’età

contemporanea è la loro natura globalizzata. Inoltre le chiese contemporanee (vedi Chiese

corridoio transnazionale

Pentecostali Ghanesi in Olanda) agiscono da .

RELIGIONI ON-LINE: forma transnazionale virtuale dei culti. Adeguamento tecnologico.

- Resilienza dei sistemi religiosi, capacità di reagire/agire a processi trasformativi.

DISPORA: strategia per sopravvivere come collettività in condizioni di mobilità di gruppi che si

- riconoscono in una matrice spirituale comune (es. Ebrei).

Gli studi sul nesso migrazione-religione oscillano costantemente tra due poli: da un lato osserviamo

gruppi religiosi migranti che ritessono comunità, costituiscono diaspore e avanzano politiche

identitarie sulla scena pubblica, dall’altro prendiamo atto di un transnazionalismo religioso come

nuovo modo di vivere cosmopolita che trascende i confini statuali e le frontiere dell’identità.

Capitolo 11 – POLITICHE DEL MULTICULTURALISMO

11.1 Introduzione

Rivolgendo lo sguardo al panorama nazionale riscontriamo nel tempo una tendenza crescente da

dimensione locale

parte degli antropologi a dirigere l’attenzione verso la “ ” della migrazione. Si

sono sviluppate, così, una serie di ricerche che si sono via via focalizzate sui contesti regionali,

sulle città e sui quartieri multiculturali dell’Italia.

Come in parte mostrano questi studi, si moltiplica nel corso del tempo anche l’interesse degli

dibattito sul multiculturalismo

antropologi a contribuire al .

Nel discorso politico-istituzionale, accoglienza e multiculturalismo sono stati evocati in termini

astratti, identificando il multiculturalismo con un nuovo modello di convivenza sociale e occultato i

rapporti di dominio tra la società maggioritaria e le minoranze etniche.

Nelle scienze sociali è ,invece, emersa sempre più l’esigenza di muoversi sul terreno della ricerca

empirica per esplorarne significati pratici. Da questa prospettiva, il multiculturalismo non si

presenta come un’ideologia o un modello politico, ma come uno spazio empirico di osservazione e

una prospettiva analitica utile per decostruire le configurazioni discorsive che hanno definito le

differenze come entità predefinite.

11.2 Le migrazioni attraverso la lente delle politiche

Nel tempo gli etnografi si sono interessati alla dimensione quotidiana del multiculturalismo,

attraverso un’analisi più rigorosa delle politiche dell’accoglienza e delle pratiche discriminanti che

prendono concretamente corpo nelle istituzioni pubbliche. A questo proposito, sono emersi diversi

lavori focalizzati sulle dinamiche di disuguaglianza che si sviluppano all’interno di specifici

contesti e servizi locali nei confronti di cittadini migranti e richiedenti asilo.

Le ricerche empiriche condotte nei servizi locali hanno permesso di rilevare che i processi

discriminanti che si producono nei confronti dei migranti sono plasmati non solo dai meccanismi

burocratici dello stato e da macro-processi strutturali e discorsivi, ma anche da fattori relazionali e

contestuali che si esplicano nelle interazioni concrete tra personale dell’accoglienza e utenti

stranieri.

Se nell’ambito degli studi migratori si è consolidata l’importanza di una nuova “etnografia

istituzionale”, nel dibattito antropologico è emersa in tempi recenti anche la necessità di sancire un

filone specifico di ricerche che ha per oggetto le politiche pubbliche. Attraverso un’etnografia delle

policies è possibile mostrare come le istituzioni pubbliche e il personale che vi opera, agiscano in

qualità di “custodi dello stato”, contribuendo a mantenere l’ordine sociale dei confini e a

normalizzare gli assunti dominanti relativi alla nazione e alla cultura.

In molte società riceventi, infatti, di fronte all'evento migratorio sono state (ri)attivate nozioni di

cultura e nazionalità che hanno portato a costruire la cultura come "realtà politica" e la migrazione

come “minaccia all'identità e integrità della nazione”.

11.3 Immigrazione e servizi locali

Rivolgersi agli interventi locali richiede di leggere il rapporto tra servizi e immigrazione in termini

dialettici e multidimensionali. A questo proposito, le politiche pubbliche di un dato territorio

possono essere inquadrate all’interno di più ampi processi translocali che ci invitano a leggere la

cittadinanza sociale come un’arena di negoziazione caratterizzata da rapporti ambivalenti e

contestati tra attori che operano a livello locale, nazionale e sopranazionale. legge n.5 del 24

Ne sono un esempio le politiche regionali formulate in Emilia-Romagna con la

marzo del 2004 - Norme per l'integrazione sociale dei cittadini stranieri immigrati- , la

prima in Italia dopo la riforma del Titolo V della Costituzione. Oltre a segnare uno spartiacque tra le

nuove e vecchie politiche, basate su logiche "emergenziali" e tese a considerare il migrante

unicamente come forza-lavoro da integrare nel mercato locale, questa legge è un terreno di

particolare scontro tra Regione e Stato.

Negli ultimi anni le politiche regionali hanno mirato, così, a dare piena attuazione a quanto previsto

legge del 2004,

dalla cercando di ridurre quei servizi ad hoc che erano stati organizzati sui soli

criteri di “cultura” ed “etnicità” , per promuovere una serie di azioni volte ad ampliare i diritti di

cittadinanza, quali le attività di mediazione interculturale, gli sportelli informativi, le reti regionali

per i richiedenti asilo, la lotta contro le discriminazioni su base etnica. L'insieme di queste

iniziative promosse nel territorio regionale mostra quanto gli interventi e le politiche locali

contribuiscano a produrre nei contesti di approdo cambiamenti significativi che meritano di essere

indagati in profondità per leggere la migrazione come "fatto sociale totale".

Il rapporto tra servizi e migrazione, infatti, va inteso come un rapporto dialettico che richiede

all’etnografo di tenere presente della traduzione quotidiana delle politiche pubbliche e i suoi effetti

sulle esperienze dei migranti e dei cambiamenti che la migrazione attiva nell’area locale,

nell’assetto complessivo dei servizi e nei singoli contesti istituzionali.

11.4 Etnografia dei luoghi quotidiani delle politiche

11.4.1 Farid: famiglie immigrate e circuiti della sofferenza

Farid, giovane quindicenne di origine marocchina preso in carico da un’èquipe di

- operatori, su sollecitazione di alcuni suoi insegnanti che avevano lamentato

comportamenti aggressivi da parte del minore e deboli capacità di apprendimento.

La storia di Farid ci mostra, in primo luogo, come possano innescarsi nel rapporto tra servizi e

utenti stranieri una serie di fraintendimenti e circoli viziosi che sono frutto tanto dell’inadeguatezza

dei dispositivi diagnostici e interpretativi, quanto delle rappresentazioni semplificate della

migrazione, spesso percepita dagli operatori come semplice passaggio lineare da un contesto

monolitico ad un altro, dove gli stranieri punteranno necessariamente ad “integrarsi”.

I percorsi istituzionali rischiano spesso, in casi come questo, di ricondurre e ridurre la complessità

delle esperienze familiari e migratorie entro categorie già datate e vocabolari noti.

In questo scenario, è facile che i cittadini stranieri, non sentendosi riconosciuti, proiettino nelle

istituzioni pubbliche un sentimento di diffidenza e sfiducia nei confronti dello Stato e tendano a

percepire i servizi più come una fonte di pericolo e di controllo che non come sede di un possibile

aiuto.

11.4.2 Pedagogia dell’accoglienza e rappresentazioni della differenza

"Donne in cammino" è un gruppo che si ritrova presso il Centro per le famiglie di

- Casalecchio di Reno per discutere liberamente di fatti quotidiani e costruire uno

spazio di solidarietà e sostegno fra donne che condividono l'esperienza della

migrazione.

Parlando del tempo trascorso a Bologna, molta rilevanza è stata attribuita al rapporto con le

istituzioni locali che si è rivelato come una lente privilegiata per descrivere le loro esperienze nella

società italiana. Nel riportare le situazioni sperimentate nella fruizione dei servizi del territorio

(sportelli informativi, centri di ascolto, servizi sanitari e sociali, ecc.), le donne straniere hanno,

infatti, posto l'attenzione sul tema della produzione sociale dei confini e sulle visioni che il

personale dell'accoglienza elabora degli utenti immigrati in quanto fruitori meritevoli o non

meritevoli di servizi pubblici. Dall'altro lato però può accadere anche che gli operatori siano portati

in special modo a favorire l'accesso ai benefici di quegli utenti che vengono percepiti in un

particolare stato di bisogno. Ad esempio di fronte ad alcuni casi "sensibili", come quelli che

coinvolgono le donne straniere emigrate sole e i loro bambini, gli addetti agli sportelli informativi

tendano maggiormente a ricercare escamotages che consentono loro di aggirare le leggi e la

burocrazia.

Molto contradditorie risultano le esperienze che le donne straniere hanno sviluppato nei servizi

sanitari e nei consultori, dove si evidenziano i limiti derivanti da approcci etnocentrici alla salute,

ma anche la difficoltà da parte degli operatori a concepire la differenza in "un modo che non sia

banale o strumentale". La paura di molti immigrati, soprattutto quelli provenienti dai territori

Africani, è che i sistemi di cura a loro familiari siano sminuiti e catalogati nel settore della magia o

delle credenze; questo porta i cittadini migranti ad assumere atteggiamenti difensivi o a elaborare

strategie per contrapporsi alle visioni stereotipate del luogo di origine.

Tendenza all’ ETNOCENTRISMO dei servizi (per esempio ritenere i paesi balcanici

- sporchi, primitivi, arcaici-->etnocentrismo).

Lungi dall'essere una struttura monolitica esterna agli individui, lo stato entra dunque nella

quotidianità dei soggetti non solo attraverso le leggi, la burocrazia, i sistemi di classificazione, ma

anche attraverso una vasta gamma di atteggiamenti normativi, pratiche sociali, comportamenti

disciplinari che vengono veicolati dal personale dell'accoglienza per "riscattare" le utenti da una

condizione di ignoranza e marginalità ed insegnare loro ad "appartenere alla società italiana".

L’analisi etnografica ci consente di evidenziare uno scarto profondo tra le visioni ideologiche

prevalenti nella retorica multiculturale e i processi discriminanti che si producono concretamente

nei confronti degli utenti migranti all’interno di quelli che abbiamo definito come “luoghi

quotidiani delle politiche”.

La prospettiva etnografica ci consente, a questo proposito, di portare alla luce un insieme di visioni

etnicizzanti e stereotipate, relative al genere e alla cultura, che finiscono per collocare l’origine dei

problemi fuori dall’istituzione pubblica, nel soggetto e nel contesto di origine, dove vengono

proiettate una pluralità di concezioni stigmatizzanti. Molte delle esperienze diventano rilevatrici di

rappresentazioni di senso comune che vedono il migrante come un utente indisciplinato, inaffidabile

o non meritevole fruitore di servizi pubblici.

11.5 Conclusioni

L'analisi etnografica ci consente di evidenziare uno scarto profondo tra le visioni ideologiche

prevalenti nella retorica multiculturale e i processi discriminanti che si producono concretamente

nei confronti degli utenti migranti all'interno di quelli che abbiamo definito come "luoghi quotidiani

delle politiche".

Se è vero che le migrazioni acquisiscono una "funzione specchio" nel rivelare le ambiguità e

contraddizioni della società di approdo, le politiche locali rappresentano un'arena privilegiata per

espandere lo studio della migrazione come "fatto sociale totale", consentendoci di indagare le

trasformazioni che investono le istituzioni locali e quel complesso di discorsi, pratiche, processi

che, dietro alla retorica dell'accoglienza, concorrono alla produzione sociale e simbolica di confini

interni alla società italiana.

Al tempo stesso il materiale etnografico fa emergere anche quegli spazi di agency che consentono

agli utenti stranieri di sfuggire al controllo degli operatori, gestire le proprie appartenenze o adottare

espedienti per negoziare confini sociali e accedere a determinati diritti e risorse.

Capitolo 14 – POLITICHE DI ASILO

14.1 Introduzione

Il diritto di asilo rappresenta un concetto legale, una questione politica e un fenomeno sociale

centrale nella storia contemporanea europea. L’esistenza di persone che cercano di fuggire dal loro

paese, segnato da violenze e conflitti, per trovare rifugio in altri luoghi non è certamente una novità

del mondo contemporaneo. Tuttavia è in epoca recente, e in particolare a partire dalla seconda meta

del XX secolo che i richiedenti asilo diventano un problema centrale di politica internazionale. Ed è

in seguito alle drammatiche conseguenze della seconda guerra mondiale che in Europa vengono

elaborati gli elementi principali del diritto internazionale. Nel tempo, inoltre, sono profondamente

cambiati i protagonisti ovvero i richiedenti asilo stessi, che oggi nella maggior parte dei casi non

provengono più dal continente europeo, ma piuttosto dai paesi del “sud del mondo”, devastati da

guerre, dittature e violenza politica.

Questo spostamento del baricentro del fenomeno dell’asilo ha prodotto e continua a produrre

profondi cambiamenti nel modo di pensare e gestire rifugiati e richiedenti asilo, nei paesi

occidentali contemporanei. rifugiato

Sebbene la definizione legale di (chi ha ottenuto l’asilo politico, in accordo con i principi

richiedente asilo

della convenzione di Ginevra) si differenzi notevolmente da quella di (chi ha

fatto richiesta di protezione internazionale ed è in attesa di risposta), nel senso comune e nelle

concrete esperienze sociali, le due categorie appaiono spesso profondamente intrecciate e per questo

non facilmente distinguibili.

E' importante riflettere su come il "rifugiato" non sia solo una categoria legale, ma rappresenti

anche una complessa figura sociale, che una pluralità di soggetti possono eventualmente

riconoscere come tale, anche in assenza di un effettivo riconoscimento da parte delle istituzioni

governative. Parallelamente il rifugiato, riconosciuto dalle autorità statali e in possesso di status

legale, può trovarsi in alcuni casi a vivere esperienze di profonda esclusione e marginalità sociale,

del tutto analoghe a quelle del richiedente asilo. In effetti, le categorie di "richiedente asilo" o di

"rifugiato" non hanno certo una natura fissa, immutabile nel tempo, costitutiva di una qualche

predefinita identità.

La categoria di "rifugiato" è in realtà un involucro che racchiude al suo interno un mondo di

differenti status socio-economici, storie personali, desideri e memorie. Occorre cercare di analizzare

questo multiforme fenomeno sociale evitando di riproporre l'immaginario dominante, secondo cui i

rifugiati condividerebbero aprioristicamente una comune condizione o natura.

Parlare di richiedenti asilo significa dunque necessariamente parlare delle politiche di

riconoscimento, delle pratiche di legittimazione e dei processi di costruzione identitaria in atto nei

contesti di approdo di queste persone.

La definizione del "vero" richiedente asilo viene costruita attraverso l'applicazione di concetti

altamente interpretabili, come "persecuzione", "timore fondato", "gruppo sociale". L'esempio dei

rifugiati mostra che più la categoria è astratta e universale, più le procedure amministrative

prendono importanza, poiché sono queste che danno un contenuto sociale alla categoria.

14.2 Il diritto di asilo nello scenario europeo contemporaneo

Diverse analisi recenti hanno messo in luce la progressiva erosione del diritto di asilo nell'UE,

accompagnata dall'inasprimento delle politiche di espulsione e respingimento, dalla tendenza alla

reclusione dei richiedenti asilo in strutture che ne limitano la libertà personale e dalla crescente

stigmatizzazione di questi soggetti.

Lo spazio europeo vive oggi un periodo di profonda ridefinizione delle sue frontiere esterne e dei

suoi confini interni, intesi non solo nella loro declinazione territoriale ma anche e soprattutto come

linee di demarcazione della differenza sociale. I richiedenti asilo emergono sempre più spesso, nel

dibattito pubblico e nelle prassi politiche, come migranti irregolari che cercano di aggirare

strategicamente le legislazioni dei paesi di arrivo e di approfittare di sistemi di welfare sempre più

al collasso. La figura del richiedente asilo si trova così ad occupare uno spazio sociale scomodo,

oscillante tra l'immagine della vittima e quella del truffatore.

Migrazioni forzate e migrazioni economiche, si intrecciano nella concretezza e nella complessità

del reale e si traducono spesso in una fluidità di categorie, status, percorsi di vita. I richiedenti asilo

contemporanei si trovano spesso coinvolti in complesse forme di mobilità geografica, giuridico-

legale e identitaria: gli individui emergono infatti come attori mobili, che in un panorama di scelte

spesso assai limitato ma comunque presente, si trovano ad affrontare frequenti spostamenti tra

differenti status/categorie e tra differenti stati e località.

Del resto, lo scenario della crisi, nelle sue molteplici declinazioni economiche, sociali e simboliche,

non fa che accentuare processi discriminatori e percezioni di stampo xenofobo. I richiedenti asilo

sono al centro di queste trasformazioni: in questo contesto lo status vero e proprio di rifugiato perde

i suoi tratti di diritto per diventare una sorta di merce rara, un privilegio sempre più irraggiungibile e

concesso a pochi. Diventa un problema sempre più centrale prevenire l'abuso delle domande e

distinguere i "veri" richiedenti asilo dai migranti irregolari, che tentano di "infiltrarsi"

strategicamente nel territorio europeo.

Rifugiati e richiedenti asilo occupano oggi in Europa uno spazio politico e sociale sospeso tra le

narrazioni e le ideologie del discorso umanitario e un'esistenza spesso segnata dalla profonda

incertezza, attese prolungate, passività forzata. L'architettura su cui è fondato il sistema di diritto di

verità

asilo nei paesi occidentali è infatti costruita attorno alla nozione di " " del racconto della

finzione giuridica dell'asilo

vittima o su quella che è stata definita la " ".

La decisione di riconoscere la protezione internazionale, nei diversi tipi di permessi attraverso cui

essa viene declinata all'interno degli ordinamenti nazionali europei, appare intimamente connessa

alla capacità di convincere le istituzioni riguardo all'autenticità della storia narrata e dunque, in

definitiva, alla legittimità della propria richiesta di aiuto. Il rifugio, da diritto sancito dai trattati

internazionali, slitta così facilmente nella categoria di merito morale concesso dai governi

occidentali. È lo Stato-Nazione che decide sull’esito delle domande di protezione internazionale.

14.3 Prospettive etnografiche

L'interesse dell'antropologia nei confronti di politiche e istituzioni è abbastanza recente, ma

rappresenta oggi un'area di studio estremamente fertile e in espansione.

L'analisi antropologica delle politiche di accoglienza dei richiedenti asilo si concentra così sulle

"procedure con cui alcuni individui vengono trasformati in rifugiati, e sulla relazione tra tali

soggetti e gli agenti di tale trasformazione ".

Il percorso di richiesta di asilo si concretizza in una parte di tappe istituzionali attraverso cui il

richiedente deve esporre la propria vita, mostrare "la materia della propria esistenza", nel tentativo

di dimostrare la propria buona fede e di risultare eleggibile allo statuto di rifugiato. Viene così

richiesto ai richiedenti asilo di narrare ripetutamente la propria storia o almeno alcuni passaggi di

essa, nel tentativo di convincere le istituzioni incaricate della legittimità e della veridicità della loro

domanda.

Gli operatori delle associazioni che assistono i richiedenti asilo nella preparazione della storia,

svolgono così un ruolo centrale nel tentare di migliorare la loro "prestazione rituale": essi,

utilizzando una serie di strategie retoriche, plasmano la storia del richiedente con l'obiettivo di

comporre un racconto più facilmente ascoltabile e comprensibile da parte delle istituzioni.

In ogni caso, la storia narrata dal richiedente asilo e rielaborata nei rapporti con gli attori

istituzionali, non è certo l'unico elemento su cui si basa l'analisi governativa della legittimità della

richiesta. Al contrario, in un contesto segnato da un sospetto sempre più marcato nei confronti di

questa categoria sociale, le parole dei richiedenti sembrano alle volte perdere importanza, per

lasciare posto a una ricerca di evidenza sempre più orientata a riconoscere ferite, patologie e traumi

come vero fondamento di una presenza legittima.

Il linguaggio medico viene interpellato per sostituirsi alle parole del richiedente e conferire

autorevolezza ad un racconto.

VITTIMA  TRAUMA  RIFUGIATO

I richiedenti asilo non vengono giudicati solo in base alla credibilità del loro passato, ma anche in

relazione ad una implicita valutazione morale del loro presente, con l'obiettivo di testare il "merito"

alla possibilità di restare. In effetti, un aspetto particolarmente denso delle relazioni burocratiche e

istituzionali è quello relativo alla costruzione del "rifugiato meritevole" come figura moralmente

accettabile e dunque degna di ottenere l'accesso a determinati diritti di cittadinanza. Una

generalizzata passività, un tono dell'umore evidentemente depresso e un'esibizione di riconoscenza

nei confronti delle autorità rappresentano le reazioni emotive generalmente previste e il distacco da

queste viene spesso osservato come sospetto e diffidenza.

Capitolo 17 - RAZZISMI

17.1 Introduzione: una definizione problematica

Le scienze sociali e quelle storiche hanno generato una pluralità di definizioni possibili per il

fenomeno sociale del razzismo, pluralità determinata dalla natura eterogenea e complessa delle sue

espressioni. Questa multi-vocalità ha però creato delle difficoltà ogni qual volta si debba

condividere una definizione univoca di razzismo, trasformando questo terreno d'indagine in un'area

disciplinare spesso contestata e caratterizzata da un'instabilità e fluidità teorica a volte disorientante.

A questa dimensione analiticamente liquida nel dibattito accademico corrisponde invece l'estrema

facilità con cui il termine viene usato nella sfera pubblica e politica, la quale partecipa

continuamente ad una sua banalizzazione.

RAZZISMO secondo MEMMI: la valorizzazione generalizzata e definitiva di differenze

- reali o immaginarie a favore dell'accusatore e a danno della vittima, al fine di giustificare i

propri privilegi o la propria aggressione.

Sociologi e antropologi hanno cercato di mettere in luce la natura pratica dei razzismi, dai suoi

aspetti più relazionali a quelli più istituzionalizzati.

razza

Il termine " " compare e viene utilizzato nelle lingue europee sin dall'inizio dell'età moderna,

stirpe o ceto

nel secolo 17, ma inizialmente è impiegato come sinonimo di .

razziologia

La era basata sulla convinzione dei ricercatori che ad aspetto fisico corrispondessero

qualità morali e comportamentali, convinzione per cui conseguì una gerarchizzazione delle razze

nella grande catena del vivente che andava dai più vicini ai più lontani da Dio. Tutto questo

guadagnò terreno come via per comprendere la riorganizzazione della società, la quale interpretava

la storia come battaglia fra razze in una prospettiva bio-morale. Tuttavia questa nozione scientifica è

genetica delle popolazioni

stata confutata dallo sviluppo della , che ha dimostrato quanto le

differenze a livello genetico siano irrilevanti e non abbiano niente a che fare con caratteristiche

dichiarazione sulla razza

quali intelligenza e comportamento. L’Unesco, con la “ ” del 1950,

sancisce ufficialmente la non consustanzialità tra differenze genetiche, comportamentali e

differenze del fenotipo. L'ordine razziale costituitosi come norma nelle esperienze del razzismo

storico doveva essere condannato. E' esattamente a questo punto della storia che l'antirazzismo

diviene un presupposto inscindibile nella costruzione dell'Europa contemporanea.

L'orrore per ciò che il nazismo aveva fatto con il concetto di razza, il processo di decolonizzazione

avviatosi nel dopoguerra, la lotta per i diritti civili negli Stati Uniti nello stesso periodo e, molto più

recentemente, la fine dell'apartheid in Sudafrica hanno segnato definitivamente l'uscita ufficiale

della razza dall'orizzonte politico ed ideologico dell'occidente. Nello stesso tempo, però, lo sviluppo

delle reti migratorie dal Sud al Nord del mondo, effetto della globalizzazione e del processo di

decolonizzazione, ha nuovamente posto la questione "dell'Altro" e ha riportato nell'arena discorsiva

dell'opinione pubblica la "questione razziale" in Europa.

razzismo contemporaneo

Il si concentra principalmente sulla differenza culturale, che viene

radicalizzata ed essenzializzata. Le differenze culturali diventano una minaccia, poiché vengono

inquadrate come devianza dalla norma morale legittima.

Proprio per le caratteristiche proteiformi del razzismo attuale i ricercatori hanno coniato una serie di

definizioni specifiche come:

post-razzismo , ovvero quello successivo alla condanna storica di regimi apertamente razzisti;

- neo-razzismo o razzismo culturale , che vuole rimarcare la trasformazione del concetto di

- cultura in una caratteristica innata e immutabile dei gruppi "altri";

fondamentalismo culturale ;

- razzismo differenzialista ;

- razzismo quotidiano , ovvero le forme di banalizzazione quotidiane del razzismo, operate dalla

- circolazione di un discorso, di un lessico e di pratiche che costellano e normalizzano

un'esperienza ordinaria della discriminazione.

17.2 Caratteristiche dei razzismi contemporanei: continuità storiche e forme inedite

Etienne Balibar sostiene che il complesso razzista sia intrinsecamente legato ad una “forma di

misconoscimento” e nello stesso tempo una volontà di sapere, un desiderio violento di conoscenza

immediata delle relazioni sociali.

Robert Miles analizza il razzismo non semplicemente come un’ideologia errata ma interrogandosi

sulle sue condizioni d’esistenza. Egli pone l’accento sulla funzionalità sociale del razzismo, tramite

cui è possibile dare una spiegazione al mondo e fornire una strategia d’azione politica a settori di

classe diverse. Il sociologo inglese rimarca il carattere di continuità e novità nello stesso tempo che

contraddistingue la comparsa di nuovi razzismi: “qualsiasi esempio di razzismo, sarà, da un lato il

prodotto della rielaborazione di almeno uno degli esempi precedenti, e dall’altro, della formulazione

di nuovi elementi”. Inoltre lo distingue dalle pratiche di esclusione, nelle quali la motivazione di

razzismo deve essere dimostrata.

Importante è rilevare come sentimenti razzisti possano trovare espressione in un contesto storico e

razzismo esplicito

culturale in cui sono legittimati. Non si tratta solo delle forme di come nelle

politiche anti-immigrati della Lega Nord, nelle ronde cittadine, in una xenofobia usata come arma di

consenso da parte di alcune formazioni politiche.

Le condizioni d’esistenza dei razzismi contemporanei, infatti, si radicano anche nella dimensione

giuridica ed istituzionale della regolamentazione delle frontiere, negli accordi europei riguardo alla

libera circolazione delle persone, nelle politiche rivolte ai rifugiati politici e nei dispositivi di

contenimento e gestione dell’immigrazione non regolarizzata.

17.3 Razzismi e contesti nazionali

Wieviorka mette in luce come il concetto generico di razzismo culturale debba essere analizzato

nelle sue specificità nazionali e contestuali. Ad esempio, il tipo di populismo sul quale il razzismo si

appoggia in Italia e Francia è assente in Gran Bretagna.

Annamaria Rivera non esistono razze ma gruppi umani razzizzati

afferma che " " e che

dunque la razza appartiene al mondo dei fenomeni semantici. Il razzismo però è un "fatto sociale

totale", e, nella sua complessità, si caratterizza come "fenomeno a geometria variabile". A questo

proposito è necessario sottolineare come in Italia, la quasi totale rimozione nella memoria collettiva

dell'esperienza coloniale e la mancanza di una riflessione post-coloniale ha reso più facile lo

svilupparsi di linguaggi e pratiche razziste esplicite ed accettate come parte del dibattito su

immigrazione e multiculturalismo.

Dumont ha stabilito una connessione profonda fra forme dello stato ed espressione dei razzismi,

sviluppando un'interpretazione delle ineguaglianze basate sulla "razza" e la classe come

intimamente correlate nell'egalitarismo che caratterizza le democrazie contemporanee.

blaming the victim

Il meccanismo è rintracciabile nel cosiddetto processo del (incolpare la

vittima), tipico del discorso dello stato liberale, ovvero l'attribuzione di colpa della condizione di

svantaggio alle categorie colpite dallo stesso, colpa che viene pensata e articolata sulle differenze di

classe, fenotipiche, etniche e religiose.

Il modo in cui i razzismi si riproducono è incorporato nei repertori significanti tramite cui viene

posta in essere la differenza. Se la cultura è fondamentalmente un'istituzionalizzazione delle

differenze, la razzializzazione è una radicalizzazione delle stesse.

Balibar e Wallerstein individuano nelle forme contemporanee dei razzismi l'espressione di un

conflitto di classe ridefinito dall'orizzonte transnazionale del capitalismo. Il razzismo moderno

diventa, insieme a sessismo e nazionalismo, il motore e la conseguenza di una nuova divisione della

forza lavoro tra centro e periferia.

17.4 Il razzismo differenzialista e il gioco degli essenzialismi

Secondo Wievorka, il discorso antirazzista rimane spesso impigliato nelle contraddizioni generate

sia da un’importazione universalista, che rischia di appiattire il discorso esclusivamente sul lato

delle disuguaglianze socio-economiche e giuridiche, sia quelle del multiculturalismo, che veicola

contemporaneamente un’immagine della cultura come qualcosa di predefinito e già dato. Tramite il

dispositivo del diritto alla differenza, si rischia di razzializzare contemporaneamente i gruppi in

questione. Nel manipolare e marcare appartenenze e differenze, i razzismi costituiscono

essenzialismi che mescolano categorie sociali e politiche eterogenee.

Fassin elabora il concetto di confine esterno ed interno nel configurare le dinamiche razzializzanti

in opera in Europa: se al primo (bonders) corrisponde il confine fisico delle frontiere nazionali ed

europee, che definiscono l’appartenenza in termini giuridici, il secondo (boundaries) è di carattere

simbolico e si riferisce ai confini socialmente strutturati di possibilità di accesso alle risorse e di

inclusione nella società maggioritaria. Nonostante questi due concetti di confine siano entrambi

pienamente operativi nella realtà sociale europea, è necessario sottolineare, come questi collaborino

e trovino la possibilità della loro espressione l’uno nell’altro.

17.5 Razzismo o razzializzazione?

Alcuni scienziati sociali avvertono sui rischi di usare in modo acritico la categoria descrittiva che va

razzializzazione

sotto il nome di .

Se pensare in termini di razzializzazione permette di caratterizzare dei fenomeni che altri concetti

non permettono di afferrare, non si può pertanto eludere il fatto che nominarli però, contribuisce a

farli esistere. Continua Fassin che è proprio perché le razze non esistono, che bisogna interessarsi a

ciò che porta a farle esistere nelle nostre società, nel linguaggio comune come nei discorsi eruditi,

nelle idee come negli atti. Pensare in termini di razzializzazione invece che di razzismo permette di

rinunciare, almeno provvisoriamente, alla postura di denuncia per tentare di comprendere e

d'interpretare un fatto sociale nella sua totalità.

Il concetto di razzializzazione si colloca in prossimità di ciò che Omi e Winant chiamano

formazione razziale , ovvero “il processo socio-storico attraverso cui le razze sono create, abitate,

trasformate e distrutte”. Dobbiamo stare attenti non solo a cosa ma soprattutto a come concetti di

razza, cultura ed etnicità ci permettono di pensare.

Secondo Fassin inoltre, con un uso attento e consapevole del concetto di razzializzazione se ne

possono cogliere le specifiche espressioni senza moralizzarle e rigettare l’analisi del razzismo .

Verena Stolcke ha formulato il concetto di "fondamentalismo culturale" per indicare le nuove

forme di intolleranza nate con l'intensificarsi dei flussi migratori nelle città occidentali. Il

fondamentalismo culturale contemporaneo radica inequivocabilmente la nazionalità e la

cittadinanza in un'eredità culturale condivisa. Su questo e da questo i contemporanei razzismi si

vanno a costituire.

Appunti lezione (RAZZISMI)

-

Capitolo 18 – INTEGRALISMO CULTURALE E XENOFOBIA

18.1 Il dibattito

vecchio razzismo razionalizzazione scientifica

Il era fondato sull’idea di razza, ovvero sulla di

una pretesa diversità ontologica tra i gruppi umani. L’ALTRO è universalmente nocivo e inferiore.

nuovo razzismo “xenofobia”

Il invece era basato su una naturalizzazione della , ossia sulla

tendenza a categorizzare la paura dell’altro come un fatto intrinsecamente apparente alla natura

umana.

Stolcke diceva che la xenofobia rappresenta per il fondamentalismo culturale ciò che il concetto di

razza è per il razzismo. Nel discorso xenofobo l’Altro non è universalmente nocivo o inferiore

(come nel discorso razzista classico), non è come diceva Stolcke per natura diverso e incapace di

comunicare con noi. La xenofobia appare così legata al problema di un territorio e

dell’appartenenza a esso, piuttosto che all’asserzione che le culture siano naturalmente incapaci di

comunicare.

fondamentalismo culturale

Il non si considera incapace di comunicare con individui di un’altra

cultura, egli rifiuta però che a gruppi culturalmente diversi dal proprio sia concesso stabilirsi in un

territorio che considera suo.

integralismo culturale

L’ è il rifiuto/rigetto di tutte le posizioni culturali diverse dalla propria.

18.2 Scenari etnografici dell’integralismo culturale

Il metodo etnografico praticato da Holmes ha permesso di ripulire da un approccio moralista le

analisi storiche dell’estrema destra. La maggior parte degli studi sull’estrema destra è basata su un

approccio “esternalista”, cioè legato ad una osservazione del fenomeno che non implichi il contatto

dell’osservatore con l’osservato, ma proprio tale contatto è importante per la comprensione di un

superare la difficoltà del contatto con lo

fenomeno la cui natura sarebbe difficile da cogliere 

straniero .

Una piena conoscibilità del fenomeno integralista non può essere appresa in maniera soddisfacente

che attraverso l’analisi del contesto in cui esso si riproduce.

Holmes descrive i militanti integralisti inglesi come “orripilati dal fatto che il welfare state,

costituito per riprodurre una stabile comunità di lavoratori bianchi, sia asservito ai bisogni dei

migranti”. Questi discorsi mirano ad affermare una rappresentazione istituita dei tratti di chi ha e chi

non ha diritto d’accesso a un insieme di risorse del territorio piuttosto che ad asserire

l’incomunicabilità tra culture differenti.

Una volta che si colloca la discriminazione xenofoba dell’Altro nel contesto etnografico diventa

chiaro come essa non sia mai fine a se stessa, ma piuttosto il prodotto e la funzione di una forma di

opposizione più generalmente indirizzata a obiettivi meno raggiungibili e meno identificabili. Per

questi giovani militanti, impegnati in un gran numero di faide armate con estremisti di sinistra, il

mondo in cui vivevano era preda di una degenerazione strutturale e irrevocabile di cui incolpavano

le èlite politiche ed economiche e la trasformazione modernista di cui queste si erano rese

responsabili. Anch’essi come gli integralisti odierni, detestavano la frammentazione del mondo in

cui vivevano e predicavano il ritorno a un uniforme stato di natura, in cui il principio distruttivo

della differenza non avrebbe avuto luogo d’esistere.

La frammentazione sociale e culturale riproduce la percezione inquietante dell’altro e del

- diverso nello spazio del nostro quotidiano e disintegra il sentimento di sicurezza degli

individui.

Si verifica, così, una PERDITA DEI PUNTI DI RIFERIMENTO DELL’IDENTITA’

SOCIALE, che porta gli individui a una rappresentazione della realtà sempre più disgregata e

polarizzata, portandoli anche alla disperata ricerca dei nuovi e diversi parametri di

“sé” “altro”

orientamento nella rappresentazione del rispetto all’ .

18.3 Conclusione

XENOFOBIA: forma ideologica genealogicamente legata al razzismo, ma portatrice di elementi,

di novità sostanziale e non solo formale. Laddove il razzismo professa una differenza gerarchica

nella natura dei gruppi umani, la xenofobia asserisce l’irriducibile diversità delle culture praticate da

questi gruppi.

Il concetto di integralismo culturale elaborato da Holmes ci ha permesso di articolare la questione

della xenofobia in una quadro analitico più ampio, che prende in considerazione non solo gli

episodi violenti o discriminatori nei confronti dell’altro, ma anche il contesto di profonda

trasformazione istituzionale, economica e sociale all’interno del quale questi si verificano. Le

pratiche discriminatorie e xenofobe ci appaiono come un epifenomeno di ampi processi, all’interno

dei quali si trasformano e ridefiniscono gli assiomi sociali e culturali che regolano i processi di

interazione tra individui, gruppi e istituzioni.

Capitolo 19 – MIGRAZIONI DI RITORNO

19.1 Introduzione ritorno

Nel panorama delle ricerche sulle migrazioni internazionali, la questione del sta assumendo

gradualmente una certa rilevanza. Nondimeno, molti autori denunciano la scarsa attenzione dedicata

al fenomeno in passato. Tale marginalità è collegata ad un approccio che privilegia come soggetti

di studio quei migranti che si considerano inclini ad un insediamento permanente nei paesi di

destinazione, rispetto a quanti intendono il loro progetto migratorio come temporaneo e funzionale

al territorio.

Il ritorno è stato prevalentemente rappresentato come un'opzione spiacevole scelta da una minuscola

frazione di migranti, il "piano b" dopo il fallimento di un percorso d'integrazione. Oggi, tuttavia, la

riscoperta della migrazione di ritorno coincide con l'affermarsi di una nuova agenda in materia di

cooperazione allo sviluppo , un'agenda che sostiene la valenza positiva del legame tra il ritorno

dei migranti e lo sviluppo locale nei paesi d'origine, grazie al trasferimento di risorse umane, sociali

e monetarie.

Il ritorno racconta una dimensione dei processi migratori intimamente connessa alla questione

dell’investimento, simbolico e materiale, che gli individui e le comunità di partenza realizzano con

l’emigrazione. Inoltre, il ritorno diventa un’esperienza non più solo individuale, ma socializzata e

vissuta, su diversi piani e con diversi gradi di intensità, dai gruppi familiari e comunitari nel paese

d’origine. Analogamente, l'idea del ritorno influenza la maggior parte delle scelte che si fanno una

volta all'estero riguardo alle soluzioni abitative, ai risparmi, all'educazione dei figli.

L’impatto di questo tipi di migrazione, dipende non solo dalle caratteristiche dei migranti stessi, ma

anche dalla capacità della società d’origine di assorbire nuove risorse e idee, così come dalla loro

disponibilità ad aprirsi a tali flussi.

19.2 Ritorni al plurale: un ventaglio assai eterogeneo

Sulla base dei lavori di Gmelch, definiremo in prima battuta il ritorno come "quel movimento degli

emigranti che ritornano nel paese d'origine per ristabilirvisi". L'accento è posto sulla prospettiva

dell'insediamento a lungo termine. Tuttavia, lo stesso Gmelch riconosce che non è sempre possibile

distinguere chiaramente chi torna in via provvisoria da chi si reinsedia definitivamente.

Nell'attuale panorama scientifico influenzato dalle teorie del transnazionalismo, il ritorno è

collocato in un quadro globale di circolazione di persone, informazioni e capitali. In questa

eterogeneità delle situazioni di ritorno abbiamo:

• i ritorni temporanei,

• le situazioni di pendolarismo transnazionale,

• i ritorni obbligati,

• i ritorni ancestrali, ovvero mossi dal senso di appartenenza ad una comunità sporadica legata

idealmente ad una patria comune. Rientrano in quest'ultima tipologia sia i ritorni delle seconde e

terze generazioni che le migrazioni di reinsediamento nella "patria etnica".

Una precisazione va fatta in merito alla distinzione tra:

Ritorni volontari

• : in ogni ritorno volontario si possono riconoscere elementi vincolanti di

vera e propria coazione. Spesso semplicemente il margine di scelta di chi opta per il ritorno

è talmente ridotto che diventa tristemente ironico applicare a tale pratica l’etichetta di azione

volontaria.

Ritorni obbligati

• , intervengono sempre elementi di agency individuale, seppure spesso in

rimpatrio

un grado minimo. In questo caso il termine “ ” viene utilizzato per rendere conto

di quei ritorni che non avvengono per iniziativa dei migranti ma che sono imposti da autorità

politiche (com'è il caso di espulsioni e respingimenti), da circostanze familiari, da disastri

naturali o da crisi politiche.

19.3 Ritorno e sviluppo nei paesi d’origine

Una linea d’analisi particolarmente feconda è quella che esplora il nesso tra ritorno e sviluppo socio

economico della comunità d’origine.

L'interesse che accomuna questi lavori risiede nell'opportunità di identificare - ed eventualmente

stimolare - quei meccanismi virtuosi che permettono ad alcuni migranti di trasformarsi in

promotori di sviluppo

" ".

Diverse ricerche etnografiche mettono in discussione il crescente ottimismo con cui oggi si guarda

ai migranti di ritorno come "attori di sviluppo": al centro delle critiche, la proliferazione di progetti

che sostengono le iniziative imprenditoriali degli ex-migranti e che li esortano non solo a trasferire

capitali, ma anche a trasmettere nuove competenze e abilità professionali.

Di fatto, le ricerche sul campo hanno fornito numerosi esempi delle difficoltà che incontrano le

iniziative imprenditoriali dei migranti di ritorno. Se da un lato è stato osservato che i risparmi

accumulati all’estero possono costituire quel capitale inziale di investimento che risulta difficile

ottenere attraverso i canali tradizionali del credito, dall’altro non mancano gli esempi che

dimostrano la fragilità delle attività economiche promosse dai migranti.


ACQUISTATO

21 volte

PAGINE

35

PESO

124.41 KB

AUTORE

tonia_la

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in progettazione e gestione dell'intervento educativo nel disagio sociale
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tonia_la di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia dei processi migratori e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Riccio Bruno.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Antropologia dei processi migratori

Riassunto esame Antropologia, prof. Riccio, libro consigliato Toubar e vu cumpra
Appunto
Riassunto esame Antropologia dei Processi Migratori, prof. Riccio, libro consigliato Migrazioni transnazionali dall'Africa
Appunto
Riassunto esame Antropologia, prof. Riccio, libro consigliato Il paese sotto la pelle, Marabello
Appunto
Riassunto esame Processi Cognitivi Disfunzionali, prof. Cicogna, libro consigliato Difficoltà e Disturbi dell'apprendimento di Cornoldi
Appunto