Capitolo 1 - Antropologia e migrazioni: un’introduzione
Introduzione
A partire dagli anni ’50, nell’antropologia culturale e sociale è aumentato l’interesse per lo studio dei processi migratori, visti come fatti sociali totali, grazie alla sensibilità olistica che contraddistingue questa materia. Per sensibilità olistica si intende: “cogliere l’insieme della vita culturale di un contesto e di pensare le sfere come interconnesse (religiosa, economica..), capaci di influenzarsi l’un l’altra”.
Infatti, alla domanda “Ma questo fenomeno è religioso o economico?”, l’antropologo risponde: “Non penso così, non mi interrogo in questo modo”. Oltre alla sensibilità olistica, molto importante nell’antropologia per la comprensione delle migrazioni è la tendenza a vedere la realtà dal punto di vista degli attori in gioco, quindi a considerare la cultura come un’entità non chiusa, omogenea e astratta, ma facendo attenzione alle dinamiche di cambiamento sociale.
Dal continuum rurale-urbano alle connessioni transnazionali
Sayad parla di doppia assenza, ovvero, ogni immigrato è sempre anche un emigrato, ma l’accento va sull’assenza con cui si indica la “perdita di status” nel contesto di origine e la “mancanza di status” nel contesto di arrivo. Possiamo parlare anche, dal lato positivo, di “doppia presenza” che non nega tutto il resto, ed è importante perché fa parte dell’intenzionalità dei soggetti (agency).
Le collettività di migranti sono intese come comunità mobili di individui che soggiornano all’estero senza un preciso termine temporale, transitando e circolando continuamente fra due o più territori appartenenti a stati diversi e, allo stesso tempo, mantenendo vecchie e costruendo nuove reti e relazioni sociali multiple (parentali, etniche, lavorative…) che collegano le loro società di origine a quelle di approdo, formando così spazi sociali transnazionali.
Questo concetto in antropologia prende il nome di transnazionalismo. Tale approccio si caratterizza anche per la capacità di evidenziare la dimensione “micro”, soffermandosi sulle esperienze quotidiane delle persone.
Etnografie multi-situate
Le etnografie multi-situate sono una delle strategie sperimentali più adottate dagli antropologi per allargare lo sguardo etnografico e abbandonare l’idea di campo come entità chiusa, oltre ad essere una delle pratiche di ricerca principali nello studio dei migranti su due o più sponde: il contesto di partenza e i contesti di migrazione.
L’adozione di una prospettiva transnazionale nello studio dei processi migratori consente di tenere in conto, nell’analisi, il “retrotterra socioculturale” degli immigrati e i loro legami con il contesto di partenza in modo più dettagliato e sistemico.
Etnografie multi-locali
Posizione metodologica più precisa e caratterizzante gli studi delle migrazioni che si sviluppa a partire dagli anni ’70. Le ricerche multi-locali ritengono impossibile acquisire un’immagine completa dell’immigrazione senza investigare le persone e le loro famiglie.
Nelle ricerche multi-locali, oltre all’osservazione partecipante, gli etnografi selezionano significative storie di vita e professionali che permettono un’analisi approfondita di esperienze, traiettorie, aspettative e rappresentazioni e si rivelano uno strumento eccellente per esplorare le reti dei migranti transnazionali.
Nella costruzione di un campo multi-locale, alcuni ricercatori seguono le persone e i loro legami famigliari e sociali, altri i loro investimenti e le rimesse, la musica e le letterature nella diaspora.
In ogni caso è piuttosto difficile ottenere un’idea completa di tutte le sfere della vita nel loro complesso, in quanto attraverso queste ricerche lo studioso tende a focalizzarsi su alcuni aspetti a scapito di altri.
Culture delle migrazioni
L’analisi antropologica dei processi migratori è caratterizzata da una particolare attenzione alle “culture delle migrazioni”. I migranti vengono spesso visti come “eroi contemporanei” in grado di intraprendere nuove vie di mobilità sociale e i comportamenti assunti dalle famiglie o dai singoli migranti durante i ritorni tendono ad influenzare l’immagine delle persone che rimangono.
I momenti di ritorno, definitivi o temporanei, al luogo di origine assumono per i migranti significati plurimi: rinsaldare i legami con le collettività d’origine e, al tempo stesso, esibire il successo raggiunto nelle esperienze di migrazione.
Tuttavia, le rappresentazioni che emergono dai vissuti e dai discorsi sull’emigrazione e sulle mete delle avventure migratorie sono caratterizzate da una profonda ambivalenza.
Co-sviluppo
Ancora più rilevante è l’impatto delle associazioni di migranti che si impegnano nel rendere il migrante “attore protagonista dello sviluppo del proprio paese”.
Tuttavia, dalle ricerche emerge come i migranti, organizzati in associazioni, debbano lottare per ottenere il pieno riconoscimento dell’esperienza migratoria su entrambe le sponde. Inoltre, è solo quando un certo grado di inclusione nel contesto di immigrazione viene garantito che si crea la condizione, assieme a organizzazioni e enti locali, di attuare dei progetti di co-sviluppo.
Molti dei limiti vanno collegati alle barriere e agli ostacoli trovati nelle società di approdo.
La mediazione delle religioni
Anche la dimensione religiosa si rivela spesso cruciale nello stimolare processi di inclusione. Il ricorso alla religione e la costruzione di spazi adibiti al culto, che permettono di vivere esperienze più vicine a quelle vissute nei contesti di origine, facilitano l’inserimento nel contesto di immigrazione.
La religione, infatti, è in grado di dare sollievo alle sofferenze derivanti dai cambiamenti apportati dalla migrazione e svolge un ruolo di mediazione con le società d’immigrazione.
Etnicità ed identità etnica
Analisi dell’etnicità e delle identità etniche: l’identità etnica non può essere compresa se non in relazione a un contesto specifico e in base a un rapporto “noi-loro”, vedendola come costruzione immutabile e definitiva, anche se in realtà è fluida e flessibile.
Un gruppo o una persona può usare la propria identità etnica in occasioni diverse per identificarsi o contrapporsi con un altro gruppo sociale. L’identità etnica è quindi un fenomeno multi-dimensionale, generato da un processo psico-sociale. Le differenze etniche diventano così una variabile socialmente rilevante a seconda delle situazioni.
Multiculturalismo
Approccio antropologico allo studio della società multiculturale: accettazione o diffidenza nei confronti dell’altro / differenza culturale come risorsa o minaccia.
È opportuno distinguere il dibattito teorico e filosofico sul multiculturalismo dagli studi empirici socio-antropologici sulla vita quotidiana. Le differenze culturali vengono così a costituire un aspetto del dispositivo interpretativo usato dagli attori sociali in situazioni d’interazione per dotare di senso l’esperienza quotidiana.
Genere e migrazioni
L’attenzione al genere da parte della letteratura sulle migrazioni è stata molto tardiva, ma rappresenta un’importante chiave di lettura dei processi di mobilità. Negli ultimi decenni, grazie ai ricongiungimenti familiari, si è assistito a una generale femminilizzazione delle migrazioni globali, rivolgendo così particolare attenzione alla mobilità femminile.
Il rapporto tra genere e migrazioni si complica ulteriormente quando viene presa in considerazione la sessualità, come, ad esempio, nello studio della prostituzione.
Dal razzismo differenzialista alla razzializzazione
Analisi critica delle molteplici forme di razzismo contemporaneo: il razzismo attuale guarda alle differenze culturali e religiose, presentandole come a-storiche, assolute e immutabili, per giustificare il rifiuto degli altri o le pratiche discriminatorie.
Molti antropologi hanno ritenuto opportuno ricordare che le persone si incontrano e si scontrano, e contemporaneamente, denunciare il crescente “fondamentalismo culturale” e il “razzismo differenzialista” capace di celebrare le differenze per legittimare le disuguaglianze.
Stolcke: Fondamentalismo culturale - Rivera: Razzismo differenzialista. Difesa integralista del territorio e processi di razzializzazione: è stato dimostrato come alla base dell’ostilità nei confronti dei migranti (intesi come persone culturalmente differenti in modo incommensurabile e naturalmente inferiori e disuguali) ci sia una strategia discorsiva che poggia su argomentazioni che emergono dal senso comune (bisogno di regole chiare, legge, ordine, difesa di interessi ecc…) e che si realizza in un atteggiamento di difesa integralista del proprio territorio.
Processo attraverso il quale, sulla base di stereotipi che emergono nei confronti delle differenze più visibili e apparenti, come il colore della pelle, individui e gruppi sociali eterogenei sono categorizzati in modo asimmetrico e disuguale rispetto alla popolazione autoctona maggioritaria.
Cittadinanza quotidiana e “seconde generazioni”
Oggi si preferisce guardare alla cittadinanza nelle sue dimensioni vissute e praticate (oltre alle macro-dimensioni: criteri del diritto di acquisizione della cittadinanza, esistono micro-dimensioni tramite le quali gli stessi diritti vengono negoziati, realizzati o negati), focalizzando l’attenzione sul fatto che nonostante i cittadini siano, in teoria, portatori di uguali diritti, non possiedono la stessa capacità di esercitarli pienamente a causa di questioni di genere/provenienza/religione ed etnicità.
Tali difficoltà sono particolarmente evidenti nelle “seconde generazioni”. In alcune ricerche emergono con particolare vigore i forti vincoli esistenti alla loro equiparazione ai cittadini italiani: si tende a vederli come stranieri a vita, nonostante il loro obiettivo di inserirsi nel tessuto sociale come cittadini per realizzare una cittadinanza partecipata.
Trattenere e governare i corpi migranti
Tali discriminazioni quotidiane sono rafforzate negli ultimi anni dalle “retoriche dell’esclusione” che abbondano nelle politiche dei diversi stati nazionali (chiusura delle frontiere, trattenimento coatto dei migranti e governo restrittivo delle migrazioni a livello europeo).
Risulta importante analizzare le ricadute e le interpretazioni locali dei discorsi e delle politiche europee e internazionali di governo delle migrazioni e tenere a mente che “l’apparato” è un insieme di agenzie con interessi potenzialmente in contrasto fra loro e, quindi, è possibile che al suo interno si producano discorsi e pratiche in tensione tra loro che necessitino di esplorazioni non influenzate da ideologie essenzialiste.
Dentro e fuori le istituzioni
Prospettiva politico-corporea o istituzionale e fisica: capace di esplorare criticamente l’esperienza italiana del governo delle “presenze internazionali” nella dimensione quotidiana. È una strategia particolarmente efficace nello studio dei rifugiati e dei richiedenti asilo che focalizza la sua attenzione sulle esperienze fortemente ambivalenti che oscillano tra la dipendenza dalle istituzioni e il bisogno di ricostruire forme di socialità e intimità al tempo stesso.
La politica dell’immigrazione si concentra sulla sofferenza dei migranti negandone le cause.
La bifocalità dello sguardo antropologico sulle migrazioni
L’antropologia delle migrazioni si fa critica culturale in quanto, privilegiando la prospettiva dei soggetti migranti, non dimentica che le migrazioni costituiscono un riflesso della società di immigrazione nel suo complesso (effetto-specchio di Sayad: in Italia persiste l’idea di clandestinità e irregolarità).
Inoltre si è visto come la rappresentazione delle minoranze straniere come attori simbolici negativi non fa altro che rinforzare l’intesa e il consenso tra gli autoctoni. Bisogna dire, anche, che poco conosciamo delle effettive percezioni e pratiche quotidiane dei migranti e delle istituzioni con cui interagiscono e dei tentativi di entrare come protagonisti nello spazio pubblico locale, nazionale e transnazionale (nonostante sia stata dimostrata la loro capacità imprenditoriale).
Capitolo 2 - Culture delle migrazioni
Introduzione
Per lungo tempo le migrazioni contemporanee verso l’Europa sono state considerate, in prospettiva di un determinismo economico, come “flussi idraulici” (fenomeno eccezionale rispetto alla situazione di sedentarietà), oscurando il ruolo soggettivo e collettivo dei migranti e la loro agency rispetto a dinamiche strutturali globali.
Oggi, invece, adottando la prospettiva transnazionale, le migrazioni vengono intese come fenomeni socio-culturali (non solo economico e politico) e si cerca di porre maggiore attenzione agli spazi e alle relazioni sociali che si instaurano tra paesi d’origine e paesi di destinazione.
Mobilità e culture delle migrazioni
I primi lavori in cui si fa riferimento ad una “cultura della migrazione” risalgono agli anni 80-90, quando si studiavano i processi di mobilità nel Nord e Sud America: prima Marshall e Hope con la storia dello sviluppo delle migrazioni nell’area caraibica e poi verso gli USA, poi Kandel e Massey con le migrazioni dal Messico verso gli USA.
Questi autori considerano la cultura della migrazione come un fenomeno prodotto dal contatto (osservazione ed emulazione del comportamento) che le società di provenienza avrebbero con i migranti. Tuttavia, questi studi portano con sé un grande limite dettato dall’approccio essenzialista al concetto di cultura.
Oggi appare più opportuno riferirsi al concetto di “cultura della mobilità”, usato da Tarrius. Questa prospettiva ha permesso di comprendere come in realtà la migrazione sia radicata nelle storie e nelle esperienze di vita quotidiana di molte società apparentemente statiche o immobili, ma anche nelle motivazioni, aspirazioni, aspettative e valori sia dei migranti che di molte persone che si sentono a casa quando sono in movimento o che si realizzano nell’essere mobili.
Questa prospettiva, definita come prospettiva emica alla mobilità, permette di concepire la mobilità sia come uno stato di normalità e continuità (e non un’eccezione alla sedentarietà), sia come strategia fondamentale di sostentamento e sopravvivenza.
Gaalu-looco. Cultura della migrazione tra i pescatori di M’bour (Senegal)
Fenomeno delle “migrazioni in piroga” (dalle coste del Senegal e del Gambia verso le isole Canarie): dopo l’indipendenza del paese (1960) ci fu una profonda trasformazione del paesaggio rurale, soprattutto nelle zone colpite dalla crisi dell’esportazione dell’arachide, che spinse molti senegalesi a emigrare verso la Francia e le sue industrie automobilistiche.
Successivamente, negli anni ’80, le traiettorie si estesero verso USA, Germania, Spagna ed Italia. Il 2006 segna un’espansione generalizzata delle migrazioni in piroga dal Senegal (è il capitolo più recente nella storia delle migrazioni senegalesi, risale agli anni ’20 del XX secolo), in particolare dalla zona della Petite Côte, dove i pescatori sono risultati i più numerosi e attivamente coinvolti in questa tipologia di migrazione.
Da questa zona partivano, a causa dei cambiamenti socio-politici ed economici (alti costi della pesca artigianale e progressiva riduzione del pescato), sia giovani che anziani pescatori mossi da numerose preoccupazioni in merito alla possibilità di garantire ai figli un’indipendenza per creare una propria famiglia.
Storicamente (già in epoca pre-coloniale) la pesca e in particolare la migrazione stagionale legata ad essa coinvolse il gruppo etnico Lébou; i pescatori Lébou sono coinvolti in processi di migrazione stagionale che sono scanditi dai movimenti migratori dei pesci. Essi partono alla ricerca di nuove opportunità e non per sfuggire a condizioni di disagio. Spesso decidevano anche di insediarsi nelle località che trovavano ricche di risorse. La partecipazione a questi eventi veniva considerata come simbolo del raggiungimento della maggiore età (segna l’inizio di una carriera e riconosce di possedere le capacità per governare una piroga).
Nel caso delle rischiose rotte verso le isole Canarie, il viaggio diventa simbolico, in quanto rappresenta il mezzo attraverso cui il migrante prova ad elevarsi a uno stato socialmente migliore (possibilità di una propria mobilità sociale). “Viaggio verso le Canarie = mezzo per pescare un futuro migliore”.
In seguito questo viaggio si è concretizzato in una vera e propria rotta migratoria, diventando un’alternativa via di sostentamento e di crescita rispetto alle condizioni avverse legate alla pesca artigianale, incapace di competere con l’attività e i mezzi a disposizione dei grandi pescherecci europei.
L’altra sponda. Località e contesti sociali di emigrazione
Le “culture della migrazione” fanno riferimento alle rappresentazioni culturali generate storicamente dall’azione dei migranti e dal rapporto con quelli che rimangono in patria o che incontrano altrove, e che si esprimono in specifici valori sociali, in un insieme di norme e rappresentazioni spaziali o materiali, come la costruzione di una casa.
Le “culture della migrazione” pongono maggiore attenzione a ciò che accade sull’altra sponda o nell’entrote...
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